Il tempo ciclico e il suo significato mitologico: la precessione degli equinozi e il tetramorfo

Non sarà sicuramente passato inosservato, a chi è avvezzo almeno un poco alla scienza sacra, un simbolo cristiano che da sempre campeggia sulle facciate delle chiese, adorna manoscritti e si trova persino su una lama dei tarocchi: il tetramorfo. Tale simbolo trae la sua origine dalla celebre visione di Ezechiele (Ez. 1, 4-28) che S. Giovanni riversò in seguito nella sua Apocalisse. Si tratta di quattro figure che contornano il trono di Dio: il primo ha l’aspetto di leone, il secondo di toro, il terzo d’uomo e il quarto d’aquila in volo (Ap. 4, 7). Tradizionalmente, si attribuisce a queste strane figure (che l’Apocalisse chiama i “Viventi”), una valenza letteraria: si tratterebbe, infatti, dei quattro evangelisti, Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Tali figure, tuttavia, come accennato, si possono trovare (ancor più stranamente, verrebbe da dire) anche su una lama dei tarocchi, e precisamente la numero XXI, che designa il Mondo.

Invero, Ireneo di Lione (Contro le eresie, 3, 11 – 8), sostiene la necessità che i Vangeli siano quattro, così come quattro sono gli angoli del mondo. È dunque probabile che l’arcano dei tarocchi citato abbia qui la sua fonte iconografica. D’altra parte, questa soluzione non ci permette di andare oltre; non ci permette di sviscerare l’essenza del tetramorfo. Perché proprio quelle quattro figure? La risposta non sta sulla terra (o almeno, non su quella terra come noi tutti comunemente la intendiamo), ma in cielo. I quattro angoli del mondo (la cui vera nozione, probabilmente, sfuggiva allo stesso Ireneo) sono in realtà i due punti solstiziali e i due punti equinoziali, cioè i quattro punti dell’anno che segnano un cambiamento fondamentale nel corso apparente del sole, e con esso l’alternanza del giorno e della notte. Ma di questo si darà debito conto in seguito; ora, ci si consenta una breve digressione-introduzione, atta a chiarire lo scopo del nostro articolo.

La dottrina tradizionale del tempo ciclico

Nella più remota concezione degli antichi, ciò che davvero assumeva importanza ai loro occhi era il tempo, scandito dagli eventi celesti. Fin dalla notte dei tempi l’uomo ha scrutato il cielo, vedendo in esso un grande corpo in movimento, molto simile a un essere vivente. Alzando il naso all’insù, egli poteva ben rendersi conto di come gli astri non stessero fermi, ma fossero in continuo, benché lento, movimento. Di certo, una tale “anima del mondo” dovette apparire straordinaria agli occhi sgomenti dei nostri padri, che non sapevano spiegarsene il motivo e si trovavano nella completa impossibilità di governarne il corso. Gli uomini osservavano, e le stelle passavano, silenziose e indifferenti; il sole sembrava ogni anno “morire” e poi “rinascere”; mensilmente, la faccia della luna si oscurava per poi tornare a splendere [cfr. Cicli cosmici e rigenerazione del tempo: riti di immolazione del ‘Re dell’Anno Vecchio’].

Non era un universo clemente,” scrivono Santillana e Dechend ne Il mulino di Amleto (p. 25) “un mondo di misericordia, decisamente no. Inesorabile come le stelle nel loro corso, miserationis parcissimae, dicevano i Romani”. Tuttavia, da un certo momento in poi, gli uomini dovettero rendersi conto che “tutto tornava”: il cosmo appariva sì in movimento costante, ma non un movimento indefinito, senza approdi sicuri, bensì un movimento che “aveva un senso”, circolare. Continuano gli Autori che abbiamo poc’anzi citato: “Eppure, in un certo qual modo, era un mondo non immemore dell’uomo, un mondo dove ogni cosa trovava, di diritto e non solo statisticamente, il suo posto riconosciuto… Perché l’ordine del Numero e del Tempo era un ordine totale che tutto conservava e a cui tutti – dèi, uomini e animali, alberi e cristalli, gli stessi assurdi astri vaganti – appartenevano, tutti soggetti a legge e a misura”.

Ecco allora che grazie alla rivoluzione del sole, la vegetazione morta rifioriva e dava il grano e la vite per il pane ed il vino, in accordo al ciclo mensile della luna la donna aveva il proprio ciclo mestruale, che ne testimoniava la fertilità. I nostri padri ruotavano sul tempo, anziché sullo spazio, come facciamo noi, che il tempo ciclico abbiamo del tutto obliterato. Ma non può darsi tempo, per gli antichi, senza cielo: cielo e tempo, per così dire, simul stabunt et simul cadent. Dice Platone (Timeo, 38 c): “Il tempo, dunque, ha avuto origine insieme con il cielo”. Non si capirebbe, altrimenti, come mai il mito attribuisca Kronos in qualità di figlio a Urano. È il cielo l’oggetto venerabile degli antichi: esso è il custode del tempo, ossia dell’ordine, poiché rispecchia l’anima universale, la cui vita è il numero e la proporzione. Platone spiega bene tutto questo nel suo Timeo (par. 28 ss.), lui che era imbevuto di conoscenze orfiche e pitagoriche, dirette filiazioni della scienza astronomica primordiale, per cui tutto, in fondo, “è numero”. E il numero è precisione somma. Eraclito (Fr. 25) disse che Hèlios non andrà oltre la sua misura, altrimenti lo sorprenderanno le Erinni, ministre di Dike. C’è dunque una “giustizia” che governa il cosmo. Essa è manifesta, è sotto gli occhi di tutti.

Per questo motivo Platone dichiara che il senso della vista è il principe dei sensi (Timeo 47 b): “La vista è diventata per noi la causa della più grande utilità, perché nessuno degli attuali discorsi sull’universo avrebbe mai potuto essere pronunciato, se non avessimo visto gli astri, il sole e il cielo. Adesso, la visione del giorno e della notte, dei mesi, dei periodi degli anni, degli equinozi e dei solstizi ci ha procurato il numero, la nozione del tempo e l’indagine sulla natura dell’universo”. Nessuna metafisica primordiale, nessun innatismo, insomma: innanzitutto c’è l’osservazione empirica del moto degli astri. Colui che vuole essere veramente saggio, dice Platone in un altro luogo (Epinomide, 989 c – 990 b), deve farsi astronomo. Anzi, dice ancora  (Timeo 47 b), che proprio dallo studio degli astri discende la filosofia, bene inestimabile degli uomini. Non può darsi, in pratica, alcuno studio dei principi metafisici (benché essi siano i primi), senza il preliminare studio del cielo, custode del tempo, che (Timeo 37 d – 38 b) dell’eternità è un’immagine mobile che procede circolarmente secondo il numero. In questo cerchio tutto passa e ritorna, così come già aveva proferito, con misteriosi accenti, Anassimandro: “Là dove tutte le cose hanno nascimento, devono anche andare a finire, secondo necessità. Esse devono infatti fare ammenda ed essere giudicate per il loro astio reciproco, secondo l’ordine del tempo”. Chronos e Ananke, Tempo e Necessità, erano anche le due divinità supreme dell’orfismo. Ma non bisogna perdere di vista il dato essenziale: in principio, per gli antichi le “cose” che passano e ritornano sono squisitamente gli astri [cfr. Tempo ciclico e tempo lineare: Kronos/Shiva, il «Tempo che tutto divora»]

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Un esempio di rappresentazione medioevale del tetramorfo.

Il significato esoterico del tetramorfo

Se poniamo mente al cielo, che è il tempo, allora, le quattro figure del tetramorfo gettano, per così dire, la maschera, e si rivelano per quello che veramente sono, ossia le quattro costellazioni nelle cui case il sole si trovava agli equinozi e ai solstizi in un periodo ben preciso della storia. Ciò si spiega come segue. Il mondo è in realtà la “terra” quadrangolare, costituita dal piano ideale che passa per i suddetti quattro punti, ma questi, nel caso specifico, fanno riferimento alla condizione equinoziale e solstiziale così com’era fra il 4200 a. C. circa e l’anno 2200 a.C. circa. Il tetramorfo presenta le figure del Toro, dell’Uomo dell’Aquario, dell’Aquila, che sostituisce lo Scorpione in quanto paranatellon (i paranatellonta sono costellazioni che sorgono contemporaneamente ad altre) e del Leone. In quel tempo l’equinozio di primavera scoccava sotto il segno del Toro, il solstizio d’inverno sotto il segno dell’Aquario, l’equinozio d’autunno sotto il segno dello Scorpione (o il paranatellon dell’Aquila) e il solstizio d’estate sotto il segno del Leone.

A causa della precessione degli equinozi, queste costellazioni furono in seguito sostituite: così, al posto del Toro l’Ariete, al posto dell’Aquario il Capricorno, dello Scorpione la Bilancia e del Leone il Cancro. Questi sono, peraltro, i segni astrologici che continuano a persistere sui nostri calendari, sebbene le relative costellazioni, nel corso degli ultimi 2000 anni, siano state a loro volta sostituite. Benché, infatti, sul calendario giuliano siano rimasti immutati i segni astrologici (che sono quelli dell’epoca in cui fu composto, intorno al 50 a.C.), non così, però, le costellazioni in cielo. Attualmente, il sole sorge all’equinozio di primavera non nell’Ariete, bensì in un punto imprecisato posto fra i Pesci e l’Aquario; una sorta di “terra di nessuno” astrologica. Segni astrologici e costellazioni non coincidono più. Per effetto della precessione queste ultime, che sorgono eliacamente agli equinozi e ai solstizi, sono cambiate. Il nostro tempo è come cristallizzato in uno strano passato che non passa. Si progredisce indefinitamente, ma, verrebbe da dire, in un tempo fuori dal tempo.

L’Apocalisse di Giovanni, allora, ci mostra la celebrazione, in linguaggio misterico, della costellazione dell’Ariete, la quale sorgeva eliacamennte all’equinozio di primavera all’incirca 2000 anni fa. Ecco cos’è il trionfo dell’Agnello di cui si parla in quel testo. Ma, nel contempo, il mistagogo deve celebrare anche l’apertura del tempo finale, che viene con l’Era dei Pesci, Età dell’Oro eterna. E allora (Ap. 21, 4): “Non vi sarà più la morte, né lutto, né grida, né travagli, perché le cose di prima se ne sono andate”. I cicli temporali ancestrali cedono all’escatologia [cfr. La dottrina dell’Eterno Ritorno dell’uguale: da Beroso ad Eliade].

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Il dio vedico Agni e il suo veicolo, l’ariete.

Un moto lungo 26.000 anni

L’asse del mondo, che è la linea immaginaria (assimilabile a un palo o a un tronco d’albero) che trapassa la Terra dal polo nord al polo sud, non è perfettamente perpendicolare all’equatore celeste (che è l’estensione ideale della linea dell’equatore terrestre nello spazio), ma inclinato di 23° circa. Questo fatto, unito alle forze gravitazionali contro cui la Terra deve lottare in relazione alla Luna e al Sole, fanno sì che questo asse sia piuttosto “basculante”. Sul piano bidimensionale corrisponde ad un’oscillazione, mentre nella dimensione tridimensionale corrisponde al movimento di una trottola che si stia per fermare. Per compiere un’oscillazione completa (o il corrispondente giro di trottola) impiega circa 26.000 anni (per la precisione 25.776).

Questo movimento è chiamato “precessione degli equinozi” ed è un movimento lentissimo, quasi impercettibile, se confrontato agli altri movimenti terrestri come la rotazione o la rivoluzione. Nondimeno, è un movimento che può essere osservato, se si ha la pazienza necessaria. Durante l’anno (nel corso di circa trenta giorni) il sole pare spostarsi lungo ognuna delle dodici costellazioni (o case) dello zodiaco, di modo che, ponendoci con la faccia a est in un qualsiasi giorno dell’anno, potremmo vedere, di volta in volta, il sole sorgere nella porzione di cielo occupata da una delle dodici costellazioni zodiacali. I giorni “cruciali” dell’anno sono evidentemente i due equinozi e i due solstizi, perché i primi due sono i punti in cui l’equatore celeste incrocia l’eclittica, mentre gli altri due sono i punti in cui l’asse del mondo incrocia l’eclittica. L’importanza maggiore è tradizionalmente attribuita agli equinozi, e in special modo all’equinozio di primavera, che anticamente apriva l’anno.

La geometria cosmica così delineata fa apparire nel cosmo una sorta di “terra”, che è il piano ideale dell’eclittica passante per gli equinozi e i solstizi.  Sovente, questa terra è definita quadrangolare, perché se si uniscono tra loro i vertici dei quattro punti ne risulta una specie di losanga: a tal proposito le antiche monete cinesi con un foro quadrato nel centro sono rivelatrici; quel quadrato non è altro che il piano passante per i quattro punti cardinali del cielo. In effetti, conviene immaginare un quadrato iscritto in un cerchio, dove il cerchio rappresenta l’eclittica a 360° (il “cielo”), e il quadrato la “terra” delle costellazioni comprese fra i quattro punti cardinali. Questa terra, osservata dal piano dell’equatore celeste, è parzialmente “sommersa”: una parte di essa, con sei costellazioni circa, a nord dell’equatore, culminante nel solstizio d’estate, costituisce la terra “emersa”, mentre l’altra metà, con altre sei circa, a sud dell’equatore, culminante con il solstizio d’inverno, costituisce la terra “sommersa” dal mare. È qui che è l’emisfero delle “acque”, e diversi indizi tradizionali fanno pensare che queste “acque” fossero a loro volta suddivise in due fasce, la prima, quella del “mare salato”, dall’equatore al tropico del capricorno, la seconda, quella del “mare di latte”, dal tropico meridionale al polo sud.

Il fatto critico è che i punti equinoziali (e di conseguenza anche quelli solstiziali) non rimangono fissi laddove li si è osservati per un certo periodo, ossia nella stessa posizione rispetto alla sfera delle stelle fisse. Essi, al contrario, si spostano lungo l’eclittica in direzione opposta a quella seguita dal sole nel suo corso annuale, vale a dire contro l’ordine progressivo “giusto” dei segni zodiacali: Toro–Ariete–Pesci-ecc., anziché Pesci–Ariete–Toro-ecc. Questo fenomeno è dovuto al fatto che il senso di lenta rotazione precessionale dell’asse del mondo è orario, mentre il senso di rivoluzione attorno al sole è antiorario, e perciò il “punto vernale” (o punto equinoziale) viene raggiunto ogni anno con qualche frazione di anticipo, con il risultato che esso si sposta molto gradatamente a ritroso attraverso tutte e dodici le case dello zodiaco, sostando in ognuna di esse per 2200 anni ca. (che corrispondono, graficamente, a uno spicchio di circa 30° su un planisfero suddiviso in dodici sezioni), e compiendo un giro completo in circa 26.000 anni.

Scrivono gli Autori de Il mulino di Amleto (pp. 85 – 86): “La posizione del sole fra le costellazioni dell’equinozio di primavera era la lancetta che segnava le ore del ciclo precessionale, ore davvero lunghe, dal momento che il sole equinoziale occupa ciascuna costellazione zodiacale per circa 2200 anni. La costellazione che sorgeva a oriente immediatamente prima del sole (cioè quella che sorgeva eliacamente) segnava il “posto” dove il sole sostava. Veniva chiamata “portatrice” del sole e principale “pilastro” del cielo, poiché l’equinozio di primavera veniva riconosciuto come linea di fede del “sistema”, quella che determina il primo grado del cerchio percorso dal sole durante l’anno, nonché il primo giorno dell’anno. Al Tempo Zero” che gli Autori indicano nel 5000 a.C., poiché corrispondente alla mitica Età dell’Oro, sulla base di un particolare (quasi “aureo”) incrocio di tutte le principali linee celesti “il Sole era nei Gemelli; poi passò lentissimamente dai Gemelli al Toro, indi all’Ariete e infine ai Pesci, dove si trova tuttora e dove continuerà a rimanere per alcuni secoli ancora. La nostra età è segnata dall’avvento di Cristo il Pesce. Virgilio, poco prima dell’Anno del Signore, la salutava con le parole “nasce di nuovo una grande serie di secoli”, che gli procurarono lo strano titolo di profeta del cristianesimo. L’età precedente, quella dell’Ariete, era stata annunziata da Mosè disceso dal Sinai “con le due corna”, cioè incoronato con le corna dell’Ariete, mentre il suo gregge disubbidiente si ostinava a danzare intorno al “vitello d’oro”, meglio inteso come un “toro d’oro”, il Toro”.

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il toro solare Api, sacro agli antichi Egizi.

Conclusione

È agevole constatare come nel corso della storia, le civiltà a noi vicine abbiano adottato di volta in volta un simbolo particolare, attribuendogli prerogative solari. Se una costellazione sorge eliacamente all’equinozio, dando l’abbrivio all’anno, essa si identificherà, evidentemente, con il Sole. E così, ad esempio, abbiamo in Egitto il sacro bue Api, che è attestato fin dalla più remota antichità, intorno al 3000 a. C. (così secondo Eliano). Diffusissime sono le raffigurazioni di Api con il disco solare posto tra le corna. Così gli Ebrei idolatri, usciti dall’Egitto, adoravano ancora il vitello d’oro; il toro era parimenti importante a Creta (si pensi al famoso Minotauro, icona utilizzata ancora in epoca posteriore per alcune strane raffigurazioni di Dioniso), così come in Persia era presente il sacro toro Gavaevordata, il capostipite di tutti gli esseri viventi, creato da Ahura Mazda.

Certo, adattare i culti agli eventi celesti non è agevole, e può capitare che le antiche divinità solari convivano al fianco delle nuove: così, in mezzo ai tori androcefali, i re Persiani assumono il titolo di “Agnello”, sotto le cui sembianze sono visti da Daniele (Dn., 8, 20), e Kay Khusraw può dichiarare (Shah Namah) “Il mondo intero è il mio reame, tutto è mio dai Pesci giù fino alla testa del Torointendendo che è il sovrano dell’Era dell’Ariete, che sull’ideale planisfero zodiacale occupa lo spicchio di 30° tra il Toro e i Pesci. Egli è pertanto un sovrano che regna sul tempo, non sullo spazio. Allo stesso modo, in Egitto, al bue Api si associa più tardi Ammone, dalle corna di ariete, ed è significativo che finanche il Corano (Sura XVIII) conservi per Alessandro Magno, riconosciuto come figlio di Giove Ammone dall’oracolo di Siwa, l’epiteto di “Bicorne”. In India, parallelamente, abbiamo Agni (il cui sacro nome apre i Veda all’insegna del celeberrimo Agni mile purhoitam…) con un ariete come abitacolo; sua controparte norrena è Thor, il cui carro è trainato da una coppia di arieti.

Di questa “sopravvivenza” di mondi “antecedenti” è esempio anche il culto tardo-antico di Mitra: l’atto dell’uccisione del toro simboleggia l’apertura dell’anno nuovo. Al toro (sorgente eliacamente all’equinozio di primavera nell’era omonima) fa opposizione lo Scorpione (spesso raffigurato nell’atto di aggredire i testicoli del toro mitraico), ossia la costellazione che sorgeva un tempo eliacamente all’equinozio d’autunno. È chiaro infatti che se sulla “terra emersa” il sole sorge eliacamente, lo stesso farà la sua “controparte”, nel punto esattamente opposto, “sotto terra”. Tutte queste immagini giungono fino a noi ammantate dall’alone del mito, e non è facile districarsi fra esse, tanto più che il linguaggio del mito è esattamente agli antipodi di quello discorsivo a cui noi moderni siamo abituati. Anteriormente al logos c’è il mythos, e quest’ultimo, per ovvi motivi, non sa esprimersi con terminologia tecnica.

Simili a sordi, ascoltano e non intendono…

(Eraclito, Fr. 50)

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Dioniso sotto forma di toro conduce le sette sorelle Pleiadi.

Bibliografia:

  1. Charles–Francois Dupuis: L’origine di tutti i culti, compendio, (Fratelli Martini, Milano, 1862).
  2. Giorgio de Santillana – Herta von Dechend: Il mulino di Amleto (Adelphi, Milano, 2003).
  3. Graham Hancock: Impronte degli dei (Corbaccio, Milano, 1996).
  4. Angelo Tonelli, Eraclito: dell’Origine (Feltrinelli, Milano, 2012).
  5. Platone, Timeo (BUR, Milano, 2014).

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Cristian Papi ha detto:

    Io penso che il tetramorfo potrebbe essere anche essere legato a una metafora dei Quattro Elementi della tradizione:
    – Il Leone (da sempre associato a calore-fuoco) legato al Fuoco;
    – L’Aquila legata all’Aria;
    – l’Angelo (la creatura alata con testa di Uomo)legato all’Acqua;
    – Il Toro legato alla Terra;

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