Il Raggio Verde

Se Il raggio verde gode di una certa fama in seguito al successo cinematografico dell’omonimo film di Eric Rohmer, meno note sono altre apparizioni, sia letterarie che esoteriche, della luce che restituisce speranza e conferme a chi osa andare oltre dopo aver perso rotta e punti di riferimento.


di Alessandro Gabetta
copertina: eclisse solare vista da Lompoc, California, 1923

 

« Elle est retrouvée !
Quoi ? l’éternité.
C’est la mer mêlée
Au soleil. »

— A. Rimbaud, “L’éternité”

Al confine tra mare e cielo, là dove due infiniti si toccano, riverbera per qualche istante l’ultimo raggio di sole. Se l’orizzonte è limpido e il cielo terso, in eccezionali condizioni di grazia, il lampo finale che chiude il giorno non sarà rosso acceso ma verde,

« di un verde meraviglioso, di un verde che nessun pittore può ottenere sulla sua tavolozza, un verde di cui la natura né la varietà dei vegetali, né nel colore del mare più limpido, ha mai riportato la sfumatura! »

Chi ha la fortuna di assistere allo scintillìo del raggio verde una volta nella vita, riceverà per sempre in dono la possibilità di vedere con chiarezza nel proprio cuore e in quello degli altri. Questa è la leggenda scozzese che Jules Verne inserisce nel suo romanzo Le Rayon vert a seguito del suo secondo viaggio in Scozia, a bordo del suo yacht St-Michel II da Leith all’interno delle Highlands e da Glasgow fino alle Ebridi e alla grotta di Fingal. Ed è proprio la cavità naturale con le sue oscure colonne basaltiche degne di una cattedrale gotica ad ispirare la scrittura del romanzo, che ripercorre l’itinerario dello stesso Verne.

65280454_331509231106980_794046389679030272_n
Illustrazione da Jules Verde, “Il raggio verde”, ed. Mursia

La protagonista, Helena Campbell, rifiuta di sposare il saccente scienziato Aristobulus Ursiclos e rimanda la data di nozze fino a quando non avrà visto il Raggio Verde, perché solo la sua apparizione garantisce la sicurezza di non ingannare i propri sentimenti. La fede nella limpidezza della visione è tale da condurre Helena ad attraversare il gorgo di Corryvrekan fino ad Oban, dove incontrerà un giovane artista, abituato a scrutare tutti i colori dell’orizzonte, il pittore di tramonti Olivier Sinclair. Il Raggio Verde farà la sua comparsa solo dopo innumerevoli tentativi e dopo aver rischiato insieme la morte per annegamento, prigionieri nella nera grotta di Fingal.

Il cielo rischiarato che segue la tempesta mostra il caleidoscopio di colori dall’oro al rosso fino all’ultimo guizzo smeraldo. Ma nel momento in cui il sole si sta per inabissare, gli sguardi si incrociano e i due giovani si riflettono l’uno nell’altro, perdendo l’appuntamento con il Raggio Verde ma intravedendo la felicità stessa grazie all’amore, il vero miracolo che la leggenda collegava alla sua apparizione.

424684_10150651340000337_2133910394_n
Konv Lexicon, “Northern Lights from the Meyers”, 1870

Il raggio verde, oltre ad essere una dimensione dell’anima, è anche un fenomeno realmente esistente, su cui già Egizi e Caldei si erano interrogati, senza risposta. Ancora più interessante è il dibattito scientifico nell’Ottocento attorno alla sua reale natura. Se da una parte, inizialmente, venne considerato anche da Newton come una illusione ottica di carattere prettamente fisiologico, in seguito all’eruzione del vulcano Krakatoa si osservano numerosi raggi verdi e blu.

Nel 1869 Joule riesce a descrivere fisicamente il fenomeno a cui segue anche una visione diretta da parte di Lord Kelvin sul Monte Bianco. Nel 1925 vengono pubblicate le prime fotografie in bianco e nero da parte di Lucien Rudaux, ma è solo nel 1958 che compare uno studio dettagliato dell’avvenimento. Dalla corona del sole, al tramonto, inarcandosi sull’orizzonte, può osservarsi una debole striatura verde che si distacca dal disco solare, ma il vero raggio verde si verifica quando l’ultimo bagliore illumina il cielo dal basso verso l’alto, come la luce di un faro sotto il livello del mare.

Se per gli Egizi il sole ogni notte si tinge di smeraldo, decisamente più nostalgico è invece il raggio che attraversa New York dal molo di East Egg. «C’è sempre una luce verde che brilla di notte in fondo al pontile». È il richiamo del corrotto e misterioso miliardario Jay Gatsby, nell’omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, verso l’immagine della mai dimenticata fidanzata Daisy. Oltre ogni bassezza e crimine che come «polvere immonda aleggiava sulla scia dei suoi sogni» si nasconde una attesa lunga anni per ritrovare l’amata attraverso la costruzione di sé e la ricchezza materiale, proteso verso un amore completamente ideale, spinto al di là di Daisy, al di là della propria individualità.

Paradossalmente è proprio il mondo dissoluto che circonda la superficie del protagonista a far rilucere la purezza di Gatsby, compresa solo dall’amico Nick Carraway, voce narrante del romanzo. Per Fitzgerald «Non c’è fuoco o gelo tanto grande da poter sfidare ciò che un uomo ha nascosto nel suo cuore posseduto» e Gatsby cavalca fermamente il suo personale Sogno Americano, nella speranza che la roccia del mondo poggi saldamente sulle ali di una fata, allusione all’irrealtà della realtà, per cui ogni miracolo diviene possibileE alla fine Gatsby riesce a sfiorare fugacemente il suo sogno, raggiungendo Daisy e il pontile da cui si irradia la luce verde.

« Non sapeva che era già alle sue spalle, da qualche parte nelle immense tenebre oltre la città, dove i campi oscuri della repubblica si estendono nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi. Ci elude poi, ma non importa – domani correremo più veloci, stenderemo le braccia ancora di più… E un bel mattino… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, costantemente risospinti nel passato. »

Il raggio verde balugina infatti nella tensione fra speranza del futuro e nostalgia, oltrepassando il limite delle percezioni esteriori, proiettando la sua luce attraverso l’interiorità dell’anima come un prisma. 

64858967_307213266666782_5042920719428616192_n
Amédée Guillemin, “Les phénomènes de la physique”, 1868

È una rifrazione che richiede il superamento dell’oscurità interiore, della malinconia e della bile nera che permea l’inverno dell’esistenza, ma che permette il rianimarsi della potenza della vita. La rinascita interiore, successiva alla morte della coscienza e della materia, sboccia come una gemma dalle profondità, alludendo all’amore vivificante e alla vita che si perpetua attraverso la generazione: l’esperienza della viriditas, a cui Santa Ildegarda di Bingen dà voce:

« Sono l’energia suprema e fiammeggiante che trasmette fuoco a ogni vivente scintilla… sono la lucente vita dell’essenza divina; scorro splendente sui campi, brillo sulle acque, brucio nel sole, nella luna e nelle stelle… Insieme al vento ravvivo tutte le cose con energia invisibile e onnipresente… Forza che penetra fino alle più alte altezze e in tutte le profondità, che lega insieme e fa maturare tutte le cose… da lei le nubi ricevono il loro movimento, l’aria il suo volo, le pietre la loro consistenza, per lei l’acqua zampilla in ruscelli e per causa sua la terra fa nascere le piante… »

Per accedere a questa opera al verde si deve aver attraversato però la disperazione e la putrefazione della nigredo ed essere morti a sé stessi, una via da percorrere in solitaria che permette l’accesso allo spirito della vita nascosto dietro il velo delle illusioni. Alchemicamente la viriditas appare infatti laddove si resuscita il principio vitale nella materia che rifiorisce come il verde del paradiso, il vero colore della speranza. Come passaggio annuncia la fine della nigredo e il risveglio della natura in una simbolica primavera interiore, per cui è necessario che la coscienza solare del mondo tramonti affinché possa splendere il raggio verde, come un numen che prelude alla liberazione dell’anima e della chiaroveggenza attraverso l’immaginazione dell’albedo.

403183_10150611825095337_1220198722_n
Etienne Leopold Trouvelot, “Aurora Borealis”, 1872

È la quest che compie anche l’introversa e naif protagonista del film Il raggio verde del regista Eric Rohmer, forse ispirato dall’amico esoterista rumeno Jean Parvulesco. Vegetariana e malinconica, Delphine vaga per la Francia da Parigi in cerca del vero amore, portando al limite la sua solitudine. Sulla costa atlantica la protagonista conosce in treno un giovane lettore dell’Idiota di Dostoevskij, col quale inseguirà la leggenda del romanzo di Verne. Raggio verde che appare nella versione cinematografica del film, ma non nella versione riservata al pubblico televisivo a causa di un difetto di risoluzione. Rohmer in seguito commenterà «Dopotutto, non è poi così male!»; il regista aveva lasciato lo spettatore libero di scorgere il raggio verde all’interno di sé. 

Ma è l’amore, come intravisto, la componente fondamentale di questa riflessione in cui la luce ritorna, dopo una discesa agli inferi, attraverso l’immagine di un compagno, che restituisce speranza e fiducia nel cammino. Compare sulla strada un angelo della metanoia, un daimon interiore che porta con sé un ritiro dal gioco di Maya, dall’illusione del mondo. Spesso questa visione, in sogno, si verifica in prossimità della morte. Solo pochi individui, introversi e riflessivi, hanno la grazia di sperimentarla in precedenza, comprendendo la propria essenza a prezzo di una grande sofferenza che ripulisce dai pregiudizi mondani e dalle preoccupazioni terrene, obbligando al cambio di atteggiamento verso l’esistenza.

Si presentano così le immagini degli sposi interiori, che a volte irradiano una luce propria, e mostrano la via. Sono le anime della propria anima, assegnate ad ognuno a seguito di un patto stretto nella preesistenza, a permettere la rivelazione della interiorità individuale, attraverso la fede nella visione. Queste figure di fanciulle celesti, come le valchirie nordiche o la daênâ iranica, guidano l’anima nella ascensione che conduce escatologicamente ed esteticamente alla soglia dell’aldilà: dal mondo alla montagna psicocosmica.

64849503_2296245600454805_3454782422007152640_n
Peter Goodfellow, da “The Illustrated Man”, 1951

È un altro esoterista, il cileno Miguel Serrano, a proporre questa ricerca estrema, all’interno della sua “Trilogia dell’Amore Magico”. Miguel Serrano, che con Carl Gustav Jung ed Herman Hesse formava il Cerchio Ermetico, rievoca una antropogonia orfica in cui la coppia di Lui e Lei, dapprima uniti ma separati in una danza al di fuori del tempo, devono ritrovarsi nel mondo attraverso le “Ronde dell’Eterno Ritorno”. Si deve rinnovare il mito del proprio “Amore Magico” all’interno di sé per tentare di eternizzarsi di nuovo insieme e non perdersi per sempre nelle Ronde.

È un amore immaginato ma più reale e tagliente del ghiaccio, che permette di ritornare nella Città di Cristallo e costruire il Volto dell’amata e la propria Personalità Assoluta. Come Parsifal è necessario essere un puro folle per ritrovare l’anima dentro e al di fuori di sé, in un mistero d’amore che ribadisce il Matrimonio Sacro e che riappare in Europa con i Minnesänger, i cantori della memoria di questo mito di resurrezione.

« Nelle Ronde dell’Eterno Ritorno è sempre dato loro di rincontrarsi. Si può arrivare tardi, o troppo presto. Se arrivano, però, ad incontrarsi, tutto dovrà essere posto in gioco, per resuscitarla. È un crimine seguitare a perdere vite in altre ricerche non essenziali; perché nessuno potrà cambiare la sua Lei. »

Ma si dispone di un tempo limitato per ritrovarsi e ripristinare la purezza originaria. Il Raggio Verde appare a chi è stato eletto a ripetere questa iniziazione d’amore, obbligato a non poter rilucere più della coscienza solare ma della luce del Sole Nero, la luce dell’inconscio stesso che proviene dal profondo di sé.

Brilla di una fosforescenza verde, smeraldo come gli occhi di Lucifero e come il riflesso del Graal precipitato sulla terra, che gli iniziati al mistero d’Amore colgono nel risplendere della Stella del Mattino. In quest’opera di ricerca, sia esteriore che interiore, anche le vicende del mondo si trasfigurano poeticamente, per cui le sincronicità e le casualità del destino rimandano ad un ordine differente, all’anima mundi che allude ad una eternità che non è persa, ma che è da afferrare oltre il velo del quotidiano.

Si instaura un orientamento verticale verso il sovrasensibile, luogo dell’Origine e del Ritorno, per Henry Corbin oggetto della Ricerca eterna, in direzione di un oriente mistico che è rappresentato dal Polo celeste, un nord cosmico così estremo da essere la soglia della dimensione dell’al di là. La luce del crepuscolo che scandisce questo passaggio tra il mondo del Giorno e della Notte è il momento di confine in cui risplende un bagliore boreale, il Sole di Mezzanotte. Solo sotto i suoi raggi si può accedere a questo mondo interiore che splende di luce propria, una interiorità luminosa che è opposta alle Tenebre della materia esterna, una terra celeste che si trova dentro ogni individuo.

12359889_10153870006225337_6123736347494558298_n
Hans Thoma, “Es werde Licht”, 1884

Nel platonismo zoroastriano di Sohravardi questo universo, spirituale e al tempo stesso concreto, si definisce mundus imaginalis, un mondo ontologicamente reale come il mondo dei sensi e dell’intelletto, in cui risiedono tali immagini dotate di estensione e corporeità. Queste figure intermedie tra spirituale e materiale, come corpi sottili, sono sospese in un luogo al di fuori dello spazio. Si manifestano attraverso lo specchio dell’immaginazione, che permette a tutti gli universi di simbolizzarsi l’uno con l’altro e che ristabilisce la corrispondenza analogica tra i vari mondi, tra dentro e fuori.

Per accedere a queste dimore interiori della Terra lucida e l’abbagliante bagliore verde della visio smaragdina è in primo luogo necessario estrarre la luce del proprio organo sottile dalle montagne in cui essa giace prigioniera. Come nell’immaginazione alchemica, durante la risalita dal pozzo in cui si era precipitati verso il polo celeste si visualizzano una serie di deserti, paesi, città, che sembrano scendere verso l’adepto, che in realtà sta ascendendo. Quando, dopo aver attraversato Acqua e Fuoco, si raggiunge una lontana immensità, il cuore si può aprire di nuovo alla vita: si percepisce il colore verde all’orizzonte. La sua purezza nell’Aria annuncia il primato della luce divina, che adesso rifulge anche nel pozzo oscuro, dapprima infestato di demoni ed offuscato dalle Tenebre.

3
Viriditas, particolare da “Thesaurus of Alchemy”, ca. 1725: Wellcome Library, London

Sfiorata la Terra sovrannaturale al limite della Sfera, al di sopra dei cieli planetari e del cielo delle stelle fisse, si raggiunge la montagna di Qâf, da cui si propaga il riflesso della roccia di smeraldo, chiave di volta della cupola celeste da cui riverbera l’aurora boreale nel Cielo dell’anima, la «dimora che secerne da sé la propria luce» e che evidenzia la raggiunta conoscenza iniziatica. Quando si raggiunge la condizione sovrana del Cielo si avverte un’atmosfera di vitale luce verde, percorsa da onde in movimento le une verso le altre, di una intensità tale da non essere sopportata ma che spinge comunque ad innamorarsi di amore mistico.

Compiere questo viaggio di ricerca estatica significa interiorizzare, cioè «uscire verso sé stessi», verso l’origine che è il polo celeste, al di fuori del pozzo là dove si raggiunge la visione verde. Solo così si può ristabilire il contatto tra la luce del cuore dal basso con la luce dello spirito dall’alto, perché il simile si ricongiunge col simile. Se il velo dell’illusione si squarcia, in noi si apre una fessura per cui

« ogni volta che sale da noi una luce scende verso di noi una luce, e ogni volta che salgono da noi dei bagliori scendono su di noi dei bagliori ad essi corrispondenti… ed è luce su luce. »

Si ristabilisce in questo modo l’omologia tra dentro e fuori da sé, tra il tempo storico e il tempo interiore, affinché ogni evento esteriore possa essere ricondotto all’anima e alla sua estrazione superiore, fendendo un varco verso il mondo delle immagini attraverso la loro trasfigurazione, «dove il corporeo diviene spirito, dove lo spirituale prende corpo».

Attraverso la fiducia nell’immaginazione si può rinsaldare il legame tra cielo e terra, nel punto in cui la forza dello spirito, combinata con la luce, feconda l’unità originaria. Il raggio verde irradia nuovamente il suo splendore laddove riprende la speranza per la vita come archetipo al di là della singolare esistenza, oltre l’individualità, ma attraverso la propria finitezza.  In fondo, come illumina Rimbaud, l’eternità si ritrova là dove il sole e il mare si uniscono.


Bibliografia

  • Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia. Bollati Boringhieri.
  • Carl Gustav Jung, Psicologia e religione. Bollati Boringhieri.
  • Claudio Widmann, Il simbolismo dei colori, Edizioni Magi.
  • Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby.
  • Henry Corbin, L’ uomo di luce nel sufismo iraniano, Edizioni Mediterranee.
  • Ian Thompson, Jules Verne’s Scotland: In Fact and Fiction. Luath Pr.
  • Joscelyn Godwin, Il mito polare, Edizioni Mediterranee.
  • Jules Verne, Il raggio verde.
  • Marie-Louise von Franz, Rispecchiamenti dell’anima, Edizioni Vivarium.
  • Miguel Serrano. Noi. Il Libro della Resurrezione, Edizioni Settimo Sigillo.
  • Paolo Candy, Le meraviglie del cielo, Il Castello.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...