“When the stars will be right”: H.P. Lovecraft tra profezia e Apocalisse

In racconti come “Il richiamo di Cthulhu” (1926) e “Nyarlathotep” (1920) Howard Phillips Lovecraft previde la crisi della civiltà occidentale a cui stiamo assistendo oggi, a un secolo di distanza: da questo punto di vista sono da inquadrare la sterminata sequela di orrendi casi di cronaca nera, spia di un mondo in preda a un’angoscia insanabile e pervasiva, in cui le stagioni hanno alterato il loro ciclo naturale e in cui guerre e rivoluzioni si susseguono continuamente, gettando l’umanità in una situazione di crisi apparentemente irreversibile, destinata a sfociare, «quando le stelle saranno ritornate alla posizione giusta», in una «Nuova Età Oscura».


di Miranda Gurzo
originariamente pubblicato su “Studi Lovecraftiani” 17
copertina: Bram Sels, “Cthulhu rises”

 

Gli artisti, in quanto individui dotati di una particolare sensibilità, riescono spesso ad anticipare gli eventi con una precisione sbalorditiva, battendo in capacità predittive molti sedicenti mistici e profeti di ieri e di oggi. Basti pensare a Jonathan Swift, che ne I viaggi di Gulliver (1726) riuscì a prevedere l’esistenza di due sconosciuti satelliti di Marte, i quali nel romanzo presero il nome di Phobos e Deimos, anticipandone la scoperta di ben 150 anni. Altro caso esemplare è il misconosciuto romanzo di Morgan Robertson Futility or the Wreck of the Titan, che anticipò l’affondamento del Titanic di 14 anni, fra l’altro con una incredibile coincidenza di dettagli, fra cui la causa del disastro, un iceberg, e il periodo dell’avvenimento (il mese di aprile).

Non è perciò esagerato affermare che Howard Phillips Lovecraft, pioniere e maestro della letteratura fantastica moderna, sia stato in grado di prevedere con una certa precisione la crisi della civiltà, in specie della civiltà occidentale, a cui stiamo assistendo. Crisi che prima ancora che ambientale, economica, politica e sociale è una crisi di valori fondanti e significato e i cui effetti possiamo valutare constatando il sempre crescente nichilismo che sembra erodere a tutti i livelli la civiltà moderna, ormai fondata solo sulla finanza e su un materialismo che si traduce spesso, anche se non sempre, con un consumismo portato all’eccesso.

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Howard Phillips Lovecraft (1890 – 1937)

Essa mosse i suoi primi passi a partire dall’età industriale, ma la gestazione di questo processo di erosione continua avvenne in periodi ancora precedenti, nei salotti dell’illuminismo fin de siecle quando le menti pensanti dell’epoca cominciarono a rigettare qualsiasi approccio alla realtà che non fosse mediato dalla ragione, imprimendo alle età successive una svolta decisamente materialista, poiché tutto ciò che aveva a che fare con le realtà ultrasensibili, compresa l’anima umana, venne a partire da allora considerato uno sciocco residuo superstizioso della fanciullezza della nostra specie. Se si volle liberare l’umanità del retaggio di età buie, è pur vero che forse si gettò con l’acqua sporca anche il bambino che vi era dentro, poiché gli ultimi due secoli hanno conosciuto come mai prima d’allora l’angoscia degli uomini. La stessa angoscia che emana un dipinto, il celebre Urlo di Munch, che non a caso fu dipinto alla fine dell’Ottocento (durante la fanciullezza di Lovecraft), quasi a presentire gli orrori delle due guerre mondiali e dei mostruosi totalitarismi che avrebbero sconvolto l’umanità nel secolo a venire.

Di suggestioni apocalittiche è pregna la letteratura lovecraftiana, sin dagli esordi: in Dagon, del 1917 lo sfortunato narratore, reduce dall’incontro con l’esemplare di una sconosciuta razza di mostri sottomarini, paventa

« il giorno in cui usciranno dai flutti e stringeranno in artigli immensi i resti dell’umanità insignificante e logorata dalle guerre… il giorno in cui le terre sprofonderanno e il fondo oscuro degli oceani salirà in superficie, nel pandemonio universale. »

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Don Marquez, “Cthulhu”, 2003

Il racconto anticipa temi che saranno sviluppati pienamente da Lovecraft quasi dieci anni dopo in The Call of Cthulhu, in cui la follia che viene dagli oscuri fondali oceanici si incarna nella figura titanica e incombente di una spaventosa entità extraterrestre che attende in un sonno di morte il giorno terribile della sua resurrezione; il tema del capovolgimento accennato in Dagon è sviluppato pienamente: una volta che le stelle saranno nella propizia posizione Cthulhu e le sue nere orde si desteranno e riprenderanno il dominio di questo pianeta che fu loro innumerevoli milioni di anni fa. Non si tratta della fine del mondo o dell’umanità, ma piuttosto del precipitarsi degli uomini verso un’età terribile dominata dall’anarchia e dagli istinti più infimi:

« Sarebbe stato facile riconoscere quel tempo, poiché per allora l’umanità si sarebbe comportata come i Grandi Antichi: libera e senza freni, al di là del bene e del male, con leggi e morale gettate da parte, avrebbe passato il suo tempo a bestemmiare, uccidere e abbandonarsi al piacere. I Grandi Antichi, liberati, avrebbero insegnato all’uomo nuove bestemmie, nuovi modi di uccidere e provare piacere, e tutta la terra sarebbe bruciata in un olocausto di estasi e di licenza. »

Lovecraft scriveva queste parole nel 1926, quando l’era del “vietato vietare”, dell’illimitata diffusione di droghe, pornografia e ostentati comportamenti “trasgressivi” della morale comune, se così vogliamo chiamarla, era ben lungi da venire, così come la sterminata sequela di orrendi casi dell’odierna cronaca nera, che sembrano essere il sintomo più evidente di una civiltà smarrita e senza riferimenti.

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“Azathoth”

Il primo e più grande puntello della nostra debolezza è forse venuto meno sotto la scure della rivoluzione copernicana: l’umanità, da sempre convinta di essere al centro dell’universo, ha perso una volta per tutte il posto d’onore che riteneva suo per diritto acquisito. Tutte le vecchie certezze sono quindi venute meno, e non c’è perciò da stupirsi se il Sognatore di Providence, sin dalla giovinezza cultore di astronomia, descriveva nei propri racconti un cosmo freddo, infinito e infinitamente indifferente. Se vivesse ai nostri giorni la sua prospettiva non potrebbe essere forse molto differente, dal momento che l’einsteiniana teoria della relatività e la meccanica quantistica ci hanno restituito l’immagine di un cosmo retto da leggi inafferrabili e forse a noi incomprensibili, forse ancora più alieno e algido di quello immaginato da Lovecraft.

Il rivolgimento totale delle leggi e della morale a cui accenna lo scrittore in The Call of Cthulhu è senza dubbio il perfetto contraltare della assoluta mancanza di significato che la scienza moderna sembra dare come risposta a un’umanità in cerca di un senso; d’altronde lo stesso Lovecraft nell’incipit del racconto si premura di ricordarci che è la nostra ignoranza sul posto trascurabile che occupiamo nell’universo il solo viatico a proteggerci dalla follia che seguirebbe a una chiara comprensione delle cose.

A condividere con il Grande Cthulhu il ruolo predominante nell’escatologia lovecraftiana è Nyarlathotep, il Caos Strisciante e Messaggero degli Altri Dei che dominano sulle deboli e sciocche divinità terrestri, e in special modo di Azathoth, il Caos Idiota e capo nella gerarchia del sinistro pantheon lovecraftiano, nonché demiurgo privo di intelletto che dal centro del Tutto presiede alla creazione di infiniti universi che scaturiscono dai suoi sogni, universi le cui leggi eterne originano dalle note dissonanti e stridenti dei musicanti amorfi che cullano Azathoth, il Demone-Sultano, nel suo sonno di miliardi di anni; forse un’eco tragicamente distorta, quest’ultima, della pitagorica Musica delle Sfere, che secondo l’antico filosofo era espressione dell’Armonia che governa il cosmo. Ma quello lovecraftiano è un cosmo “acosmico” nel significato letterale del termine, è privo di ordine ed è governato appunto dal Caos.

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Weird Darkness, “Nyarlathotep” (DeviantArt)

Nyarlathotep, spietato latore dei decreti di Azathoth e araldo della Fine, è un enigmatico scienziato e conferenziere protagonista di quello che Lovecraft definì il peggior incubo della sua vita, che venne poi trascritto all’immediato risveglio. Nyarlathotep fa la sua improvvisa comparsa in un mondo preda di un’angoscia insanabile e pervasiva, le cui stagioni hanno alterato il loro ciclo normale, nel cui cielo compaiono misteriosi fenomeni atmosferici; rumori di guerre e rivoluzioni si susseguono gettando l’umanità in una situazione di crisi irrisolvibile. Sembra il ritratto della nostra epoca, e se non altro Lovecraft nel 1920 riuscì ad avvicinarsi a descrivere l’età contemporanea meglio di quanto fece Fukuyama che negli anni 90 previde (sbagliando) la cosiddetta fine della storia, vale a dire la risoluzione, con la disgregazione dell’Urss, di qualsivoglia conflitto o crisi internazionale, con l’esito di un lungo periodo di pace.

La prima apparizione di Nyarlathotep avviene in Egitto, dove si mostra avvolto da vesti rosse come il tramonto e circondato da belve ammansite. Grazie al suo straordinario carisma Nyarlathotep acquista in breve tempo fama internazionale e la sua attività di conferenziere itinerante lo porta ovunque nel mondo; ma dove compare la follia prende il sopravvento e le città sono funestate dalle urla degli incubi. Egli discute di scienza e psicologia, dando prova di insospettabili conoscenze di fisica per mezzo di apparati tecnologici da lui stesso creati, e avvalendosi inoltre di proiezioni di filmati di sapore profetico ed escatologico, che rubano l’anima di chi vi assiste.

Sembra di leggere una stupefacente premonizione dello strabiliante progresso tecnologico che negli ultimi decenni si è insinuato in modo strisciante nella vita degli uomini, ora perpetuamente connessi alla rete con esiti che nei casi peggiori rasentano l’alienazione dal consorzio sociale: basti pensare ai cosiddetti Hikikomori, da un termine giapponese che significa “i solitari”, individui spesso molto giovani che vivono la loro vita in una perenne reclusione, comunicando con altri solamente via web.

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Salvator Rosa, “The Shade of Samuel Appears to Saul”, 1668

E un destino di delirio e alienazione attende l’anonimo protagonista del breve poema in prosa, che uscito sconvolto dalla conferenza di Nyarlathotep si accorge che la città è in rovina e smarrisce il contatto con le altre sventurate vittime del Caos Strisciante per perdersi infine in un abisso alieno in cui cessano la ragione e il significato. Nell’omonimo sonetto dei Funghi di Yuggoth Lovecraft spiega che è questo il termine ultimo della nostra civiltà: Azathoth il Demone-Sultano con un solo respiro spazza via ciò che fece, in un passato lontanissimo, per gioco o per caso.

Nyarlathotep è una delle figure più menzionate negli scritti di Lovecraft. In The Rats in the Wall apprendiamo che egli regna folle e senza volto nelle caverne al centro della terra, urlante e accompagnato da due flautisti amorfi e idioti. In The Dream Quest of the Unknown Kadath lo troviamo quale principale avversario del protagonista Randolph Carter, che lo incontra con le sembianze di un antico faraone regnante nel castello di onice sul monte Kadath, dove tiene in ostaggio i patetici Dei della Terra.

In The Whisperer in Darkness è citato nel frammento di un rituale, nel quale si afferma che scenderà sulla terra dal mondo dei sette soli (le Pleiadi?) assumendo sembianze umane per perseguire i suoi misteriosi e terribili fini. In The Dreams in the Witch House appare con l’aspetto dell’Uomo Nero dello stregonesco sabba medievale, nel quale non a caso si celebravano selvaggi baccanali, in cui ogni regola e morale vengono calpestati, non dissimili dai rituali con cui si onorano i Grandi Antichi nella fiction lovecraftiana.

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Jens Heimdahl, “Nyarlathotep in The Dreams in the Witch House”

È possibile che Cthulhu e Nyarlathotep siano gli analoghi lovecraftiani di due archetipi dell’escatologia cristiana, la Bestia che sale dal mare e la Bestia che sale dalla terra, ovvero l’anticristo ed il falso profeta. Come avviene per le due creature citate nel libro della Rivelazione così le due entità lovecraftiane portano il mondo alla rovina propalando alle masse una filosofia ingannevole e assolutamente scissa da qualsiasi forma di moralità: il regno degli istinti più bassi e della loro completa soddisfazione. L’emersione della città cadavere di R’lyeh e delle mostruosità che vi giacciono non rappresentano altro che il riemergere di questi antichi e ferini istinti, non più trattenuti dalla ragione e dalla morale, da quel mare magnum che è l’inconscio collettivo.

Ecco allora spiegati gli infiniti casi di cronaca che sembrano dettati dalla follia, in cui si dà o ci si dà la morte per i motivi più banali. Gli impulsi primitivi che giacciono nell’intimo dell’uomo, non più trattenuti o inibiti, esplodono con furia inusitata e imprevedibile; le statistiche sanitarie parlano del resto molto chiaramente di una enorme impennata nella diffusione delle malattie mentali negli ultimi decenni. Secondo molti commentatori la Bestia che sale dal mare è una nefasta ideologia che sarà propinata alle masse tramite la Bestia che sale dalla terra, un individuo che agirà nelle vesti di falso profeta per propagare l’inganno e la follia.

Se vogliamo tracciare un parallelo con le due entità nate dalla fantasia di Lovecraft possiamo presumere che Nyarlathotep abbia un ruolo simile, poiché per mezzo della propria onniscienza riesce a distruggere la mente degli uomini sottraendo significato e scopo alla loro esistenza, con la completa inversione morale che ne consegue; non per nulla sia il sonetto che il poema in prosa recanti il nome di Nyarlathotep parlano dell’emersione di terre coperte di torri e obelischi concomitante alla prima apparizione del Caos Strisciante, forse un’allusione alla necropoli di R’lyeh dove Cthulhu attende il giorno del risveglio.

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“Lavinia and Wilbur Whateley”

Chi dovesse ritenere implausibile che Lovecraft si sia ispirato, materialista e agnostico come era, a temi cristiani, sollevando una obiezione assolutamente plausibile, deve comunque fare i conti con il fatto che almeno due racconti di Lovecraft sono una personale rivisitazione di temi biblici da parte del Sognatore di Providence. Si tratta di The Colour out of Space e The Dunwich Horror: secondo diversi commentatori il primo dovrebbe molto alla vicenda di Giobbe, mentre il secondo è una versione lovecraftiana dell’Avvento cristiano, in cui il candore virginale della Vergine si è trasformato nell’albinismo di Lavinia Whateley, madre del figlio dell’immenzionabile Dio dell’Altrove, Yog-Sothoth.

Solo la storia potrà dire se si compirà il destino pronosticato da Lovecraft per la specie umana; quel che è certo è che lo scrittore era fermamente convinto che in futuro la razza gialla avrebbe soppiantato quella occidentale. Lovecraft espresse questa convinzione già intorno al 1920, accennandovi nella propria corrispondenza, ed è quasi certo che non cambiò idea per il resto della propria vita, poiché troviamo accenni sparsi nella sua narrativa al cinese impero di Tsan Chan che fiorirà nel 5000 dC sia nei suoi primi lavori (in Beyond the Wall of Sleep ad esempio) che negli ultimi (in The Shadow out of Time).

Nel racconto He, storia breve del 1926, il misterioso personaggio della vicenda mostra ad un attonito protagonista una New York del futuro in cui il popolo cinese ha preso il posto di quello occidentale, mentre quella nel poema in prosa Nyarlathotep a “volti maligni e gialli” nei filmati proiettati dal diabolico conferenziere è un’allusione forse più ellittica ma comunque non meno importante. La recente acquisizione di peso internazionale della Cina dal punto di vista geopolitico ed economico quasi lascia pensare che forse l’impero di Tsan Chan non avrà bisogno di attendere un lontano futuro per realizzarsi.

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H.P. Lovecraft con la moglie Sonia Greene a New York negli anni ’20

Sebbene Lovecraft fosse al di là di ogni dubbio un individuo eccezionalmente sensibile, qualità che certamente può aver influito sulla sua capacità di anticipare i fatti a venire, bisogna rimarcare che egli non fu mai incline a rifiutare in modo aprioristico la modernità; piuttosto egli la rigettò totalmente solo dopo averla vissuta fino in fondo durante il suo soggiorno newyorkese, nel corso del suo breve matrimonio con Sonia Haft Greene. Lovecraft si rese pienamente conto in quel periodo che l’incubo disumanizzante che passa sotto il nome di modernità non è altro che una prigione per un intelletto sensibile come il suo: le mille luci e i grattacieli ciclopici della Grande Mela, apparentemente recanti mille promesse di successo, si rivelarono freddi e spietati paesaggi urbani attraversati da folle vocianti e senza nome, in una grottesca e caotica caricatura di civiltà, in cui per lui non esisteva una collocazione adeguata. 

La New York degli anni venti fu forse per Lovecraft il corrispettivo nella realtà tangibile di ciò che R’lyeh è nei suoi racconti: un luogo maledetto in cui allignano tutti i mali del mondo. Fu proprio la metropoli della East Coast a spronarlo a tornare alla natia Providence e a riabbracciare con più ardore che mai il conservatorismo di cui si dichiarava propugnatore, certo che i tentacoli del mercantilismo selvaggio gli avrebbero forse consentito di eludere l’avanzata lenta ma inesorabile di quel che veniva spacciato come progresso per qualche decennio.

Lovecraft non fu mai un vile, visse appieno il peso delle proprie scelte, certo che non sarebbe valsa la pena di scrivere letteratura dozzinale in cambio di una remunerazione più cospicua, da contestatore mai pago dell’ottusa mentalità commerciale quale egli era. Fra i suoi meriti più grandi, e forse una delle ragioni che vedono la sua letteratura più che mai attuale e diffusa nel periodo contemporaneo: la sua lungimiranza, che da quel poco che egli sperimentò della vita moderna gli permise di sollevare un poco il velo del reale per scorgervi la sagoma minacciosa dello spirito dei tempi che avrebbe prevalso nei decenni successivi.

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