H.P. Lovecraft, la Nuova Babele e la caccia alle streghe 2.0

La polemica sollevata agli Hugo Awards 2020 sul lascito letterario e “ideologico” di H.P. Lovecraft ha riaperto la questione, esplosa ai World Fantasy Awards 2011, del presunto razzismo del Sognatore di Providence, che ne farebbe per alcuni un autore problematico. Ma quanto hanno influito davvero le convinzioni “razzialiste” di HPL sulla genesi della sua opera, e in particolar modo sulla stesura di The Horror at Red Hook, il suo racconto più controverso, manifesto della repulsione provata nei confronti della città di New York?

di Marco Maculotti

Copertina: Hieronymus Bosch; parte 1 di 2
Originariamente pubblicato su «studi lovecraftiani 19», Dagon Press, primavera 2021

Pretendere che la grandezza di un autore come H.P. Lovecraft si possa misurare su quanto fervente sostenitore dei diritti umani egli fosse sarebbe come chiedere a Thomas Ligotti di vestire i panni dell’antiabortista. Che significato avrebbe censurare oggi, a quasi ottant’anni dalla sua morte, l’opera del più grande genio della letteratura fantastica del secolo scorso in virtù del presunto razzismo che, secondo alcuni, sarebbe alle basi del suo pensiero e, quindi, di tutta la sua mitopoiesi? Eppure, esistono (soprattutto negli Stati Uniti) persone che vorrebbero rimuovere la figura del genio di Providence dalla memoria collettiva e i suoi racconti del Ciclo di Cthulhu dalle mensole delle biblioteche, lamentando la problematicità di alcune sue opinioni ideologiche. Il quadretto, a dir poco grottesco, si presenta come un’amara conferma dei meccanismi psicosociali che, già quasi trent’anni fa, Robert Hughes rintracciava in quella che egli denominava Cultura del piagnisteo.

Non sorprende allora che la classificazione come razzista della visione del mondo e persino di certe sfumature dell’opera letteraria lovecraftiana tenga banco oggi più che mai: da essa deriva, secondo la moda odierna, l’opera di demonizzazione volta ad annichilire personaggi del passato per alcune loro credenze oggi viste come politicamente scorrette, in virtù di un ragionamento estremista e manicheista incapace di decifrare la complessità del reale se non in un’ottica estrema fondata sulla presunta esistenza due poli assoluti e antitetici, quello del Bene assoluto e quello dell’altrettanto assoluto Male, senza toni di grigio tra i due. Non di rado — ridicolo a dirsi — le persone che lanciano queste accuse sono conosciute dal pubblico come autori di narrativa dell’orrore e del fantastico, e in quanto tali si presume siano stati influenzati dal lavoro di Lovecraft in maniera indelebile, cosa che peraltro spesso riconoscono loro stessi. È stato il caso, innanzitutto, della polemica sollevata dalla scrittrice afro-americana Nnedi Okorafor ai World Fantasy Award 2011 e più di recente dell’insensato attacco nei confronti di George R.R. Martin al Premio Hugo 2020, il quale, per aver citato HPL e John W. Campbell (un altro dei padri della fantascienza a stelle e strisce), è stato assurdamente accusato di promuovere una visione bianca, patriarcale e razzista (sic!) e quindi “poco inclusiva” della narrativa fantastica.

Come avremo modo di vedere a breve, S.T. Joshi, il massimo esperto al mondo di Lovecraft e della sua opera, si è scagliato a più riprese contro questa visione semplicistica delle cose, e lo ha fatto anche di recente, con la pubblicazione di un articolo sulla rivista The Truth Seeker, Vol. 146/2020, con cui vorrebbe far chiarezza una volta per tutte. Si dà il caso che Joshi sia uno studioso di ascendenze etniche indiane, e dunque, in quanto persona di colore, non accusabile di essere per così dire prevenuto sulla questione. Detto in altri termini, non si può certo accusare Joshi di essere un “suprematista bianco” o qualcosa di lontanamente simile ad un estremista di destra. E, in ogni caso, indubbiamente la sua opinione sulla questione è assai meno annebbiata dai pregiudizi rispetto a quella delle varie Okorafor di turno.


L’«affaire Okorafor» e il parere di Joshi

Nnedi Okorafor sollevò la questione nel 2011, quando vinse il World Fantasy Award, il cui trofeo consisteva in un busto di H.P. Lovecraft, lamentandosi del fatto che, essendo stata premiata, si era «messa in casa una statuetta che raffigura la testa di un razzista» (sic!). Il comitato dell’Award prese l’accusa molto sul serio e di fatto censurò, nel 2016, il busto lovecraftiano, sostituendolo con la rappresentazione di un albero che cinge con i propri rami la luna. Decisione, questa, legittimamente criticabile, come ebbe a constatare Joshi, che ne sottolineò la superficialità e una mala fede fondata più sul pregiudizio che sulla conoscenza dell’opera di HPL [1]:

Evidently, this move was meant to placate the shrill whining of a handful of social justice warriors who believe that a ‘vicious racist’ like Lovecraft has no business being honoured by such an award. […] Seems to me a craven yielding to the worst sort of political correctness and an explicit acceptance of the crude, ignorant and tendentious slanders against Lovecraft propagated by a small but noisy band of agitators.

La Okorafor era così ossessionata da Lovecraft al punto di pubblicare sui suoi profili social una foto di lei scattata presso la tomba del Maestro di Providence, con una caption certo non delle più felici: «I visited HP Lovecraft’s grave today and paid my respect. He was probably rolling in his grave. He’ll be ok. These are different times».

Ma da dove nasceva lo sdegno della Okorafor? Precisamente da una poesia che il giovane Howard Phillips scrisse nel 1912, intitolata On the Creation of the Niggers — un componimento che, come nota Joshi, non fu mai pubblicato e probabilmente lesse il solo autore e tutt’al più pochi intimi — e il racconto, centrale nella genesi dei “Miti di Cthulhu”, scritto nel 1925 nel bel mezzo del cosiddetto “trauma newyorkese”, The Horror at Red Hook, di cui in questa sede metteremo in luce le reali chiavi di lettura, che poco e nulla hanno a che vedere con un supposto sentimento xenofobico anti-afroamericano dell’autore. La diffidenza del giovane Lovecraft verso il “crogiolo razziale” della New York degli anni ’20 è cosa nota, ma sostenere che la mitopoiesi su cui si fonda la sua opera letteraria le sia intimamente connessa è una semplificazione che non trova nella realtà dei fatti un fondamento effettivo.

S.T. Joshi

È lo stesso Joshi a sottolineare la necessità che la questione spinosa del razzismo di Lovecraft si legga all’interno di un quadro concettuale molto più vasto e complesso, e quindi evitando di demonizzare l’autore in questione per una manciata di commenti “sopra le righe” che certo non hanno niente a che vedere con il nucleo centrale della sua poetica. Pur non negando che alcune posizioni dello scrittore di Providence, espresse soprattutto nella corrispondenza privata, possano dare legittimamente adito, agli occhi di un lettore contemporaneo, alle sgradite accuse di xenofobia, e stigmatizzando certe sue posizioni, Joshi ridimensiona grandemente il mito del “Lovecraft razzista”, puntando il dito contro la mala fede e la malevolenza con cui alcuni si approcciano alla sua opera [2]:

[…] Lovecraft viene spesso attaccato per via del suo razzismo. Certo che era una razzista: ma questo elemento occupa uno spazio relativamente limitato all’interno del suo pensiero filosofico e ancora meno nella sua narrativa. Molti di coloro che se la prendono con lui in merito a ciò non compiono il minimo sforzo per comprendere quali siano le radici di questo suo pensiero (radici che affondano tanto nella sua formazione nel New England, all’insegna di un protestantesimo conservatore, quanto nella diffusione del razzismo nell’America della sua epoca). Usano il razzismo solo per criticarlo: infastiditi dal fatto che Lovecraft sia entrato nel canone letterario e dall’ampiezza della sua influenza, non perdono occasione per utilizzare la questione del razzismo al fine di denigrare uno scrittore che non apprezzano per altre ragioni.

Joshi, dunque, non nega che durante la sua vita Lovecraft abbracciò posizioni inquadrabili come xenofobe, ma sposta recisamente il focus della questione su una visione d’insieme molto più complessa, che possa andare oltre l’assurdo manicheismo che sembra andare così di moda negli ultimi decenni quando si tratta di accusare personaggi influenti del passato per motivazioni ideologiche.

Che la letteratura di Lovecraft e ancora di più la corrispondenza privata siano costellate da tracce più o meno evidenti di un pensiero tendente a considerare in una posizione legittimamente privilegiata e il più delle volte romanticizzata i cosiddetti WASP (White Anglo-Saxon Protestant) — in cui lo stesso autore si inseriva in virtù delle origini anglosassoni della sua famiglia — è pacifico e avrebbe poco senso negarlo. Ma molto più stimolante, se si volesse davvero cercare di comprendere la mentalità di Lovecraft tenendo conto anche dei suoi lati d’ombra, sarebbe individuare alcune coordinate concettuali, secondo cui inquadrare i passaggi potenzialmente controversi della sua opera all’interno di un quadro più vasto, fondato soprattutto (come avremo modo di vedere nella seconda parte di questo nostro intervento) sulla sua critica all’antropocentrismo e al mondo moderno, con particolare riguardo alle sue strutture capitaliste e mercantiliste, spersonalizzanti dell’individuo e distruttrici degli elementi di coesione sociale che soli a suo parere potevano dare al primo un senso e una direzione durante l’arco di permanenza in questo mondo.


New York e il caso Red Hook

Ma andiamo con ordine. L’orrore a Red Hook venne scritto, come si è già detto, durante quel breve lasso di tempo che abbiamo definito “trauma newyorkese”, vale a dire a quel periodo di tempo in cui l’autore, in seguito al matrimonio con la scrittrice ed editrice ucraina di origini ebraiche Sonia Greene, visse nella Grande Mela: un’esperienza che per il “provinciale” Howard Phillips fu un vero e proprio trauma, derivante dal passaggio improvviso da una realtà “familiare” e rurale com’era quella del New England in cui nacque e crebbe e quella ultra-metropolitana di NYC. In una lettera a Donald Wandrei del 1927 Lovecraft scrisse [3]:

New York è una città morta e lo sfavillio che impressiona il forestiero è la fosforescenza di un cadavere in decomposizione.

Lo stesso scrittore francese Michel Houellebecq, sicuramente mettendoci anche molto del suo, analizzò nella sua monografia dedicata al Sognatore di Providence le complicazioni del periodo newyorkese nella psiche di Lovecraft, al punto di portarlo a «una vera e propria nevrosi razziale» [4], e mise in risalto come esse siano state in qualche modo centrali nella genesi dei “Miti di Cthulhu”, chiosando «È il segreto più profondo del genio di Lovecraft e la sorgente pura della sua poesia: è riuscito a trasformare il proprio disgusto per la vita in una ostilità attiva» [5]. Osservazione rilevata anche da Joshi, secondo cui [6]

[…] senza l’esperienza a New York il mito di Cthulhu probabilmente non sarebbe mai nato, o almeno non sarebbe nato come noi lo conosciamo: perché è dall’intuizione di camminare in una città morta, popolata da organismi animati «che nulla hanno a che vedere con quello che essa era da viva» (He) che trae origine l’invenzione delle colossali forme non-viventi del ciclo mitico, da Cthulhu agli altri abitanti della metropoli sommersa. Se R’lyeh non è New York, certo ne porta le stimmate…

Bisogna ammettere che il quadro che Lovecraft fa di Red Hook non è certo un inno all’integrazione e al multiculturalismo, come si evince da alcuni dei passaggi più controversi del racconto [7]

Red Hook è un labirinto di squallore e immigrazione nei pressi del vecchio fronte del porto, di faccia a Governor’s Island […]. La popolazione è un groviglio inestricabile, un enigma: siriani, spagnoli, italiani e negri vivono gli uni sugli altri, con frange americane o scandinave che prosperano a non molta distanza. È una babele di rumori e di sporcizia, e grida di ogni genere fanno da contrappunto alle onde che lambiscono i pontili sudici e al mostruoso concerto d’organo delle sirene del porto.

“Horror em Red Hook”, di crisouls, [via DeviantArt]

E ancora [8]:

Da quel groviglio di decadenza materiale e morale le bestemmie pronunciate in mille dialetti aggrediscono il cielo. […] La polizia non ha nessuna speranza di far rispettare l’ordine o di ottenere migliori condizioni di vita, e il suo sforzo consiste nell’erigere una sorta di barriera che protegga il mondo esterno dal contagio. […] A Red Hook entra più gente di quanta ne esca (o almeno, di quanta ne esca per via di terra) […] In questo stato di cose Malone percepì il disgustoso sentore di pratiche più antiche di quelle che i cittadini probi, i preti e i filantropi considerano comunemente “peccaminose”. Sapeva, come può sapere solo chi possiede una viva immaginazione unita a conoscenze scientifiche, che chi vive al di fuori della legge tende a ripetere, in modo arcano, i più tenebrosi comportamenti istintivi della vita barbara e primitiva, e questo sia nella vita quotidiana sia nei veri e propri rituali di cui si fa portatore.

Non è, abbiamo detto, un inno all’integrazione e al multiculturalismo; eppure molti critici mancano di notare come ne L’orrore a Red Hook si accenni solo di sfuggita agli afro-americani, al contrario di quanto la Okorafor, facendo leva sull’ignoranza in materia dei suoi sostenitori in questa assurda battaglia, lascia intendere con estrema superficialità. I seguaci della misteriosa setta si presentano piuttosto come «una colonia di individui inclassificabili, con gli occhi a mandorla e che si serviva dell’alfabeto arabo», il cui rituale abominevole [9]

[…] doveva essere una sopravvivenza di cristianesimo nestoriano misto a una punta di sciamanesino del Tibet. La maggior parte dei fedeli, secondo le sue ipotesi, erano di ceppo mongoloide e provenivano dal Kurdistan o da una regione vicina; e Malone non aveva potuto fare a meno di ricordare che il Kurdistan è la terra degli Yezidi, ultimi discendenti degli adoratori del diavolo persiani. 

Gli Yezidi — è bene ricordarlo — sono un’etnia iranica, e dunque di ceppo indoeuropeo: molto più prossimi geneticamente e biologicamente ai bianchissimi WASP e tutt’al più ai nativi americani che non agli afro-americani, come la lettura distorta dell’accusa avanzata dalla Okorafor lascerebbe intendere. Non solo: Lovecraft collega esplicitamente il culto segreto che si sviluppa come un cancro nei sotterranei di Red Hook alle pratiche della stregoneria medievale e agli antichi culti precristiani dell’ecumene religioso euro-asiatico, sia di ceppo caucasico che — come ipotizza Malone — di ceppo mongolo, ma in ogni caso non africano. Infatti viene detto esplicitamente [10]:

Quegli stranieri […] dovevano essere gli eredi di una terrificante tradizione primordiale; coloro che permettevano la sopravvivenza di culti degeneri ma antichissimi, più vecchi della stessa umanità, e di cui qualche scheggia si tramandava ancora. […] Malone non aveva letto invano Le streghe nell’Europa occidentale di Margaret Murray e sapeva che fino ad anni recenti era sopravvissuto, fra i contadini e presso le comunità separate, uno spaventoso sistema di assemblee orgiastiche e clandestine che erano la manifestazione di religioni oscure, più antiche del mondo europeo, e che la tradizione popolare definiva messe nere o sabba delle streghe. Che le vestigia diaboliche del mondo magico asiatico e dei culti della fertilità non fossero completamente scomparse, Malone non dubitava affatto: a volte si domandava quanto più antiche e quanto più nere dei peggiori racconti potessero essere in realtà.

Stephen Fabian, illustrazione per “The Horror at Red Hook”

Le fonti di ispirazione sono dunque gli studi dell’antropologa anglo-indiana Margaret Murray sulla stregoneria europea e i racconti “neri” di Arthur Machen, soprattutto The Great God Pan (1894) e Novel of the Black Seal (1895), che noi sappiamo Lovecraft lesse e apprezzò immensamente. In Horror at Red Hook, Machen è infatti citato esplicitamente in esergo [11]

Non si può non notare come la concezione del Male e del Peccato che emerge dalla lettura del racconto, lungi dall’essere fondata su un’evoluzionismo “razzialista” [12] che, a onor del vero, non fu assente dal background ideologico dell’autore in giovane età, sia ciò nonostante quasi esclusivamente metafisica, e di conseguenza per nulla ascrivibile alla categoria ideologica del “razzismo biologico”. Si potrebbe tutt’al più dire che Lovecraft vedesse il peccato come fatalmente insito in un’umanità indifferenziata e impazzita che aveva più o meno metaforicamente consegnato il suo destino nelle mani dei “demoni” della NYC “sotterranea”, ma non in qualche razza in particolare, avvertita biologicamente e moralmente come “inferiore”, come certe interpretazioni “di parte” lascerebbero intendere. A noi pare invece chiaro che più che delle teorie del conte De Gobineau L’orrore a Red Hook risenta dell’influenza della metamorfosi panica e protoplasmatica di Arthur Machen, come ci sembra dimostrare anche il meraviglioso finale [13]:

Il supposto razzismo anti-africano che secondo la Okorafor permerebbe le pagine di The Horror at Red Hook è semplicemente un’invenzione basata sul nulla: l’ecumene cultu(r)ale della famigerata setta operante nella distopica NYC del racconto di Lovecraft non ha nulla a che vedere con la ritualistica dell’Africa Nera, e al contrario è strettamente imparentato con la tradizione europea e medio-orientale da cui sorse lo stesso cristianesimo: le scritte in lettere rosse rinvenute sui muri del quartiere «variavano dall’arabo al greco, dall’ebraico al latino, ed erano composte nei rispettivi alfabeti»: e si menzionano inoltre formule cabalistiche conosciute anche dagli ermetisti europei del Medioevo e arcaiche invocazioni in lingua greca alle oscure dee lunari Gorgo e Mormo. Tutte le descrizioni più abominevoli dell’operato e delle credenze della setta non sono mai riferite né riferibili a presunti gruppi etnici africani, ma al contrario sono per esplicita menzione di Lovecraft da riconnettere alla tradizione medio-orientale e a quella classica greco-romana, a cui egli stesso si appassionò fin da bambino [14]

Lì si era infiltrato il male cosmico e lì, alimentato da riti vietati, aveva cominciato la marcia trionfale che avrebbe trasformato noi uomini in orrende anomalie e frutti della corruzione, in qualcosa di troppo orripilante perché anche la tomba volesse accoglierci. Satana teneva in quel luogo la sua corte pagana e le membra contaminate di Lilith venivano lavate col sangue dei bambini. Incubi e succubi gridavano le lodi di Ecate, mostri nati senza testa invocavano la Magna Mater. Capre danzavano al suono di flauti e satiri davano la caccia a fauni deformi su massi che avevano la forma di rospi enormi. Moloch e Astaroth non erano assenti, perché nella quintessenza della dannazione i vincoli della coscienza si allentavano e alla fantasia dell’uomo si aprivano visioni di ogni regno d’orrore o dimensione vietata che il male potesse forgiare. Il mondo della natura era indifeso di fronte all’attacco che procedeva dai pozzi spalancati della notte, e non c’era segno o preghiera che potesse mettere in scacco quel tumulto da notte di Valpurga; una chiave malefica, usata da un evocatore di demoni, aveva spalancato le porte dell’abisso.

Rimane infine da sottolineare che, se è lecito vedere nel commissario Malone un alter-ego dello stesso Lovecraft — osservazione che, a parere dei detrattori allenati a veder spettri ovunque, ne farebbe idealmente una sorta di “sbirro oppressore delle minoranze” — altrettanto lecito sarebbe vederne un secondo forse ancora più evidente nel suo “satanico” avversario, il villain del racconto, vale a dire il sinistro Robert Suydam, descritto testualmente come un «letterato solitario di antica famiglia olandese» appassionato, come l’autore, del folklore e delle antiche tradizioni esoteriche medievali e anche più arcaiche, che si scopre essere infine il responsabile principale dell’intera faccenda: il vero catalizzatore del Male nei meandri ipogei della tentacolare NYC è dunque, nel “razzistissimo” Horror at Red Hook, un WASP in piena regola.

Robert Suydam de “L’orrore a Red Hook” ritratto da Jon Arfstrom (Weird Tales)

Un manifesto razzista?

Ciò nonostante, c’è ancora qualcuno che interpreta il racconto in questione e più in generale il “Ciclo dei Grandi Antichi” come un una sorta di “manifesto” della xenofobia più che dell’orrore cosmico, per mezzo di cui Lovecraft avrebbe esternato più o meno coscientemente una sua visione personale incentrata sulla “demonizzazione” delle minoranze coloured. Com’è possibile, alla luce di quanto abbiamo detto? Quello che hanno fatto i moderni fautori di quella che potremmo definire una caccia alle streghe 2.0 è stato estrapolare poche battute da un racconto intero, per inventare un’accusa diretta nei confronti dell’autore, per esempio attaccandosi a certe descrizioni di Lovecraft sulla «pelle scura» o «bruna» di alcuni membri del culto, definizione che però — come l’esegeta dell’opera lovecraftiana ben sa — viene estesa nella sua produzione letteraria anche agli italiani e agli spagnoli, ai greci e ai medio-orientali (praticamente all’intera umanità non WASP), non potendo essere quindi considerata come prova dell’odio specifico dell’autore nei confronti degli afro-americani, come la polemica sollevata dalla Okorafor ha lasciato intendere.

Sarebbe persino ridicolo considerare L’orrore a Red Hook un manifesto al razzismo per il semplice fatto che connette ad alcuni, peraltro molto ambigui, gruppi etnici riti volti a evocare il Male. Nella visione mitopoietica lovecraftiana non c’è spazio per alcuna apologia di razzismo o suprematismo, e anche gli accenni alle varie etnie di volta in volta implicate nei nefandi riti compiuti in onore dei “Grandi Antichi” sono così variegati da non lasciare intravedere alcun odio specifico dell’autore nei confronti degli afro-americani, come la Okorafor lascia intendere. Persino in uno dei rari racconti ambientati nell’Africa Nera, Facts Concerning the Late Arthur Jermyn and His Family (1921), il Male prorompe nel nostro mondo non a causa della peccaminosità delle tribù locali, ma di un essere solo parzialmente umano descritto con la pelle «bianca come la neve», che si rivela essere il demoniaco antenato del protagonista Arthur Jermyn, che ne porta nelle vene il sangue maledetto.

Ciò evidentemente cozza con quanto sostengono i critici dell’ultima ora, secondo i quali nei racconti di Lovecraft il Male sarebbe intimamente legato all’etnicità di vari gruppi razziali che lo evocherebbero dall’Altrove assoluto per portare il caos nel nostro mondo, e questi adepti sarebbero puntualmente coloured, secondo il vecchio adagio (così caro, per esempio, a Walt Disney) che vuole il “buono” bianco e il “cattivo” scuro. Per smentire questa assurda paranoia basterebbe leggere i racconti stessi. Si scoprirebbe, per esempio, che in The Festival (1923) l’abietta cerimonia è celebrata dagli spettri degli antichi coloni nord-europei ed è un sinistro rovesciamento della Yule nordica; che, analogamente, gli adepti dell’Ordine Esoterico di Dagon in The Shadow over Innsmouth (1931) sono i discendenti degli antichi coloni europei insediatisi sul territorio nei secoli precedenti; che gli evocatori di demoni di Dunwich Horror (1928) e Haunter of the Dark (1935), le streghe di Dreams in the Witch House (1932), i vampiri di Shunned House (1924) e i cannibali di Rats in the Walls (1923) sono tutti WASP certificati!

Illustrazione per “Facts Concerning the Late Arthur Jermyn and His Family”

La lista potrebbe continuare per molte pagine. L’unico racconto in cui le origini etniche del personaggio “dannato” sono in parte ascrivibili all’Africa Nera è Medusa’s Coil, che Lovecraft scrisse con Zealia Brown Bishop nel 1930. A riprova di quanto il più delle volte le accuse “ideologiche” nei confronti di Lovecraft siano basate più sul pregiudizio che su un’effettiva realtà delle medesime, questo racconto è stato criticato perché ambientato in una piantagione del Missouri, in cui i lavori si svolgono seguendo i dettami della separazione razziale. Ciò farebbe di HPL, a parere dei detrattori, un nostalgico dell’apartheid: calunnie assurde, scorrette innanzitutto da un punto di vista meramente storico, dal momento che al principio degli anni ’30 negli Stati Uniti erano ancora in vigore le leggi Jim Crow e quindi gli autori, ben lungi dall’essere “nostalgici” di un remoto passato, si limitarono a descrivere una realtà che vigeva ancora in quegli anni. Ma si sa: chiunque voglia vedere il male ovunque, ovunque lo troverà.

Rimane ancora da notare che, anche ammettendo che L’orrore a Red Hook sia stato scritto principalmente per esorcizzare l’insofferenza provata dall’autore durante gli anni newyorkesi, a questa ipotesi non può che seguire il riconoscimento di essere riuscito a sublimare queste sensazioni “basse” all’interno di una visione mitopoietica ben più complessa e assolutamente non razzista stricto sensu, in cui l’orrore si presenta come una spia dell’infiltrazione di entità altre nel piano dimensionale umano, demoni cosmici per i quali le diverse razze umane hanno tutte il medesimo, insignificante valore. Da ciò, semmai, sarebbe semmai lecito bollare Lovecraft come un misantropo, ma non come un razzista. D’altronde, come fa notare Houellebecq, più che dall’ossessione suprematista Lovecraft fu in fin dei conti maggiormente terrorizzato dall’eventualità di un miscuglio dell’umanità intera in un crogiolo amorfo e standardizzato, che potesse servire da carne da macello al sinistro mondo ultra-capitalistico delle macchine che già in quegli anni si andava a delineare [15]. Di ciò avremo modo di parlare nella seconda parte di questo nostro articolo.

L’orrore che emerge dall’antichità è un’idra a mille teste e i culti delle tenebre affondano le loro radici in arcani più profondi del pozzo di Democrito. L’anima della bestia è trionfante, onnipresente, e le schiere di giovinastri di Red Hook […] continuano a cantare, urlare e scagliare le loro maledizioni mentre vanno alla deriva da un abisso all’altro, senza sapere dove né perché, ma spinti dalle cieche leggi della biologia che non capiranno mai.

[fine parte 1 – continua alla parte 2]


Note:

[1] Cit. in HP Lovecraft biographer rages against ditching of author as fantasy prize emblem, su «The Guardian», 11 novembre 2015

[2]  A. Scarabelli, Intervista a S. T. Joshi: «Il Maestro del cosmicismo», in «Antarés», H.P. Lovecraft #2 – L’orrore cosmico del Maestro di Providence n. 8/2014

[3] H.P. Lovecraft, L’orrore della realtà, a cura di G. De Turris e S. Fusco, Mediterranee, Roma 2007, p. 159

[4] M. Houellebecq, H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, pp. 123-139

[5] Ivi, p. 153

[6] T.S. Joshi, commento a He, in H.P. Lovecraft, Tutti i racconti 1923 – 1926, Mondadori, Milano

[7] H.P. Lovecraft, L’orrore a Red Hook (The Horror at Red Hook, 1925)

[8] Ivi

[9] Ivi

[10] Ivi

[11] «Esistono sacramenti del male come del bene, e io credo che ci muoviamo in un mondo sconosciuto dove sono ombre, anfratti misteriosi ed esseri che vivono nel crepuscolo. È possibile che un giorno l’uomo ripercorra all’indietro il cammino dell’evoluzione ed è mia convinzione che esistano segreti spaventosi non ancora dimenticati».

[12] Per intenderci, ci riferiamo alle concezioni dei suprematisti WASP “darwiniani”, molto in voga alla fine del XIX secolo, che consideravano l’homo britannicus come l’unico prodotto “definitivo” e “perfetto” della catena dell’evoluzione; una visione che, tra le altre cose, serviva alla Corona Britannica come giustificazione “scientifica” dei suoi dominî coloniali in tutto il mondo.

[13] Lovecraft, Red Hook, cit.

[14] Ivi

[15] Houellebecq, op. cit., p. 142

Rispondi