La Saga di Gunnar, l’idiota di Keldugnúpur

Ripercorriamo l’ultima saga degli islandesi, composta nel XV secolo e restituitaci recentemente da Iperborea.

di Claudia Stanghellini

C’è un’isola, a nord dell’Europa, che affascina l’immaginario contemporaneo con le piscine geotermiche, gli antichi ghiacciai e il sogno di una natura incontaminata. Un luogo in cui la presenza dell’essere umano è riuscita a integrarsi in armonica simbiosi con l’ambiente circostante e la sua bellezza difficile, l’asprezza del clima, l’ostilità del suolo. Una terra che è diventata la casa di un popolo che vi ha legato a doppio filo le sue tradizioni, la sua lingua, le sue storie. Stiamo parlando dell’Islanda, la cui colonizzazione risale al IX sec. d.C.

Tra l’870 e l’875 circa, la Norvegia viene unificata sotto lo scettro di re Harald che accentra tutta la proprietà terriera nelle proprie mani per poi redistribuirla, secondo le logiche feudali, ai guerrieri che avevano combattuto al suo fianco. La società viene così riorganizzata secondo un criterio gerarchico e gli antichi jarlar e hersar, un tempo primi inter pares rispetto ai liberi agricoltori, vengono trasformati in funzionari statali dipendenti direttamente dall’autorità sovrana. Alla centralizzazione amministrativa e politica segue quella religiosa, con la soppressione di quel pluralismo cultuale che costituiva il tratto più singolare del tardo paganesimo nordico. Hladir, nella zona di Trondheim, diverrà infatti il cuore della religione nazionale e più tardi, sotto il regno di Olaf, figlio di Tryggvi, uno dei centri più attivi per la diffusione del cristianesimo in Norvegia. 

Mappa medievale dell’islanda

La nuova configurazione politica genera opposizione da parte non solo dei potentati locali, ma anche della popolazione agricola. Le fazioni ribelli vengono tuttavia duramente sconfitte nella battaglia di Hafrsfjörd  [1]. A questo punto, l’unica alternativa possibile per gli avversari al potere di Harald è l’esilio volontario. In molti scelgono l’Islanda, all’epoca un’isola disabitata e scoperta solo pochi anni prima, che avrebbe dato modo di ripartire da zero a quanti lo avessero desiderato  [2]

Essi intesero salvare, così, quel patrimonio ideale arcaico, che manteneva ancora, pressoché inalterati, i valori più schietti, di cui si era alimentata la società nordica e germanica, trasferendolo – per quanto possibile – in una sede nuova e destinandolo a una nuova vita

La testimonianza storica e letteraria che ancora oggi conserviamo di questa trasmigrazione, materiale e spirituale, dalla Norvegia all’Islanda e della rinascita di un mondo arcaico che non voleva perire è la saga. 

Il termine “saga”, in islandese, significa “storia”. Tuttavia nel specialistico assume una maggiore precisione semantica ed è generalmente utilizzato in riferimento a testi prosastici (o eventualmente prosimetri) composti nel periodo medioevale tra il XIII secolo, l’età d’oro delle saghe, e il 1550, anno in cui viene decapitato l’ultimo vescovo cattolico Jón Arason e si fissa convenzionalmente la fine del medioevo islandese [3]

L’origine delle saghe è stata a lungo oggetto di discussione e ha visto il contrapporsi di due opposte teorie: taluni studiosi sostenevano infatti che questi testi non fossero altro che la trascrizione di una lunga tradizione orale, gli altri li consideravano invece il frutto originale del genio letterale islandese. Il dibattito, in tempi più recenti, ha iniziato gradualmente a ricomporsi grazie al tentativo di conciliazione dei due approcci. Pur non essendo possibile negare che certi elementi di rilevanza storica offerti dalle saghe siano spiegabili unicamente alla luce della tradizione orale — è il caso di tutti quei riferimenti di matrice culturale, sociale e legale che precedono cronologicamente la stesura effettiva delle saghe, ma di cui abbiamo conferma tramite le fonti storiche e archeologiche –, si ravvisa anche la presenza di un intento letterario preciso, forse emerso già ai tempi dell’elaborazione narrativa nella tradizione orale [4].

Tra i vari generi e sottogeneri individuati dagli studiosi nel vasto ed eterogeneo corpus delle saghe [5], spicca quello delle íslendingasögur, le cosiddette «saghe degli islandesi», ossia le storie di quegli uomini e di quelle donne che hanno abbandonato la Norvegia e colonizzato l’Islanda, dei loro antenati e dei loro discendenti nel periodo immediatamente successivo alla cristianizzazione (999/1000 d.C). È a questo filone che appartiene la Gunnars saga keldugnúpsfífls, recentemente edita in Italia da Iperborea, nella traduzione e per la cura di Roberto Luigi Pagani.

Ambientata alla fine del decimo secolo, quella di Gunnar potrebbe essere l’ultima saga degli islandesi a essere stata scritta, a detta di alcuni studiosi. Ci è stata tramandata in due versioni — alcuni estratti della seconda, utili ad integrare la prima, corredano l’edizione Iperborea — e si tratta di una saga minore, composta nel XV secolo e dunque «post-classica», come vengono definite le saghe posteriori al XIII secolo. Apprezzata dai lettori islandesi dei secoli successivi, a giudicare dall’abbondante numero di manoscritti compilati tra Seicento e Ottocento, tale interesse non è stato per lungo tempo condiviso dagli studiosi. Fulvio Ferraro, nella postfazione, ne espone chiaramente le ragioni [6]:

La filologia di inizio Ottocento era soprattutto alla ricerca di testimonianze sul passato eroico e leggendario dei popoli nordici, di vestigia dell’antica religione e della mitologia, e si rivolgeva dunque soprattutto alle saghe – e ai componimenti poetici – che sembravano rispecchiare e documentare più fedelmente questo passato. […] All’interesse per le saghe leggendarie (Fronaldarsögur)  è così subentrato quello per le cosiddette saghe storiche, che narrano le vicende di importanti figure della storia islandese o ricostruiscono i destini delle principali stirpi regali scandinave.

Di quest’opera, che ha subìto presumibilmente l’influsso delle saghe cavalleresche e del tempo antico, vanno dunque apprezzati il taglio letterario e l’eccentricità rispetto alla struttura archetipica cui le altre saghe degli islandesi aderiscono più spiccatamente. Questo modello prevedeva innanzitutto la declinazione di un apparato genealogico ben definito che permettesse di ricondurre i personaggi presentati a qualche colonizzatore delle generazioni precedenti [7], o a qualche figura leggendaria [8], così da inserire la narrazione in una cornice più ampia, quasi fosse «una tessera di una sorta di mosaico storico e genealogico» [9]. Tanto che, nelle saghe classiche, si fa fatica a individuare un unico protagonista e la narrazione fa perno attorno a più angolazioni prospettiche, saldamente ancorate alla complessità di un originario pluralismo di voci.

Non è questo il caso della Gunnars Saga, che ruota attorno alle travagliate vicende di unico personaggio, lo stesso che dà il nome all’opera: Gunnar, figlio di Þorbjörn, fratello di Helgi, noto in tutti i distretti come «l’idiota di Keldugnúpur». Questo perché, si apprende all’inizio della narrazione, «passava il tempo sdraiato nella sala del focolare. Non era molto amato dal padre, dato che agiva spesso contro la sua volontà. E per via del suo comportamento era diventato impopolare tra la gente». Perché allora tramandare la storia di un giovane uomo che viene presentato  a tutti gli effetti come un anti-eroe e che meriterebbe, piuttosto, una tanto severa quanto giusta damnatio memoriae? Perché dietro la maschera dell’indolente perdigiorno, del buono a nulla, si nasconde in realtà un prodigioso guerriero [10]. Insomma: Gunnar è un eroe sottotraccia. Emblematica, da questo punto di vista, l’immagine utilizzata che ne fa trapelare l’allegorico disvelamento [11]:

Gunnar si levò il mantello e da esso si levò una gran quantità di cenere. Lo piegò e lo gettò nell’angolo verso Helga. Lei lo raccolse e se lo posò accanto. Poi si scambiarono uno sguardo, e molti erano pronti a giurare che si fossero già incontrati prima

Il pretesto narrativo per la rivelazione eroica di Gunnar è dato da una particolare gara di combattimento (glima, in islandese) per la quale bisognava sollevare l’avversario per i pantaloni, o la cintura, e tentare così di farlo cadere [12]. Tale episodio, posto all’inizio dello sviluppo della trama, assume un significativo rilievo nel momento in cui ci fornisce le informazioni necessarie per avere un quadro generale dei personaggi principali, delle loro caratteristiche, e delle relazioni che intercorrono tra gli stessi. Se infatti da un lato abbiamo la famiglia di Gunnar, dai tratti pacifici e cordiali, all’opposto troviamo Þorgrímur e i suoi figli, Grímur e Jokull, d’indole violenta e bellicosa. Sarà proprio a partire dai giochi, vinti dai figli di Þorbjörn, che i fratelli dell’uno e dell’altro clan diventeranno acerrimi rivali. A questo v’è da aggiungersi che Gunnar coltivava a una relazione segreta con Helga, anch’essa figlia di Þorgrímur, «donna bella e cortese […] si pensava non ci fosse partito migliore in tutta la regione» [13]. Forse parte dell’ostilità doveva essere dovuta proprio a questa liason segreta [14], visto che la relazione tra i due viene resa palese solo dopo che Gunnar ha eroicamente (e furbescamente) ucciso entrambi i suoi fratelli [15]

Jokull presto cadde per mano di Gunnar. Grímur […] riconobbe subito l’uomo e attaccò Gunnar con una grande ascia, ma questi parò il colpo con lo scudo, mentre con l’altra mano colpì l’avversario alla gamba sopra il ginocchio, amputandogliela. Grímur cadde a terra. Con agile mossa, Gunnar lo colpì alla gola, gli mozzò la testa e, tornato alla porta di casa, la depositò lì. Fatto questo, andò nella stanza di Helga […]. “Ho deciso di partire”, le confidò Gunnar. “E come pensi di mantenere la promessa che ci siamo fatti?” chiese lei. “È proprio per questo che sono venuto. Voglio rinnovartela”, rispose lui. […] Detto ciò, si fecero la solenne promessa che non avrebbero mai preso lui un’altra donna e lei un altro uomo […] Gunnar la baciò con grande trasporto e se ne andò.

A questo punto della storia, la Gunnars Saga sembra divenire un vero e proprio romanzo di formazione ante litteram. Gunnar, dopo essersi promesso a Helga, si imbarca con suo fratello a bordo della nave del capitano Bárdur alla volta del Nord. Approdati in Groenlandia [16], il nostro eroe — nonostante avesse già dato precedentemente dimostrazione della sua incredibile forza — decide di mettersi alla prova e si avventura da solo per i ghiacciai [17], compiendo incredibili prodezze. Successivamente, dopo essere scampato ai complotti di uno jarl di Norvegia che lo voleva morto, sarà protagonista di razzie e avventurosi scontri con i pirati. Solo allora, ricoperto di onori e con la stiva carica di ricchi tesori, Gunnar farà finalmente rotta verso casa e sposerà Helga, diventando lui stesso un signorotto locale e fondando una gloriosa stirpe.

Insomma, la Gunnars Saga, nella forma in cui ci è pervenuta:

Si presenta come un racconto letterario tardo che tenta in qualche modo di collocarsi nel solco della tradizione delle saghe islandesi, fornendo un lignaggio eroico alle genti di una parte d’Islanda [la regione sud-orientale della Síða [18], storicamente la più isolata] sulla quale poco materiale ci è stato tramandato o è mai stato scritto, ma usando gli strumenti letterari propri del periodo in cui è avvenuta la stesura [19]. 

Non v’è dunque da stupirsi se non troviamo riferimenti alla genealogia di Gunnar perché la funzione della saga è proprio quella di creare un passato nella forma di un racconto dai toni epici. Tanto che la Saga è qualcosa di vivo nell’immaginario degli abitanti del luogo, come testimoniano diversi elementi naturali il cui nome è associato a quello del protagonista. È il caso, ad esempio, della Gunnarshellir («Grotta di Gunnar»), sulla parete rocciosa di Keldugnúpur. 

In conclusione, quella di Gunnar nella costellazione delle saghe rimane un «universo a sé» [20] per riprendere l’immagine utilizzata da Pagani nella sua notevole introduzione, di cui si apprezza l’ampia contestualizzazione dell’opera e la passione divulgativa nei confronti di questo prezioso lascito della cultura e della letteratura medioevale islandese. Tra gli altri meriti va rilevato quello di un lavoro di traduzione che non mira soltanto al rigore filologico, ma anche alla trasmissione di quel senso profondo della lingua e del genere narrativo altrimenti di difficile restituzione per il lettore contemporaneo — e questo nonostante le concrete difficoltà presentate da un tale tentativo di conciliazione.  

Note:

[1] Una descrizione esauriente della battaglia è riportata nella Vatnsdoela saga, edita da Einaudi (1973).

[2] M. Scavazzi, Introduzione in Antiche saghe islandesi, Einaudi, Milano 1973, p. VIII.

[3] R. L. Pagani, Introduzione in Saga di Gunnar, Iperborea, Milano 2020, p. 7. 

[4] Cfr. Ibidem.

[5] «Questa suddivisione è tuttavia in larga parte il frutto di una ricostruzione a posteriori, iniziata nel XIX secolo, ed effettivamente non sono mancate critiche veementi al tradizionale sistema dei generi […]. Più recentemente, si è affermato un approccio che vede le saghe come un genere “multimodale”, secondo il quale il fitto cosmo di variazioni stilistiche, linguistiche, tematiche ed espressive che caratterizza l’universo delle saghe va visto […] come la prova dell’interazione proficua e vicendevole di generi diversi che con il loro fitto interscambio di elementi specifici hanno mantenuto viva la tradizione, facendola evolvere in direzioni nuove». Ibi, p. 8 ss.  

[6] F. Ferraro, Postfazione in Saga di Gunnar, cit., p. 122.

[7] È il caso, ad esempio, della Laxdaela Saga: «Björn, il figlio di Ketill, rispose: “Vi paleserò all’istante il mio volere. Voglio seguire l’esempio di uomini più degni e lasciare questo paese; non mi pare di guadagnarci niente ad aspettare i servi di re Haraldr che ci perseguiteranno per cacciarci dalle nostre proprietà, e meno che mai subire la morte per mano loro”. […]. Così presero la decisione di andarsene […] in Islanda perché sostenevano di averne sentito parlare molto bene» (tr. it. a cura di Silvia Cosmini, Iperborea, Milano 2015, p. 12 ss.). 

[8] Tali riferimenti rendono possibile il tracciamento delle genealogie fino ai personaggi della Landnámabók, il «Libro degli insediamenti». Tale testo, composto con tutta probabilità nel XII secolo, espone l’elenco di tutti i colonizzatori dell’Islanda seguendo la costa in senso orario, e fornendone succinte indicazioni biografiche. Nessuno dei coloni della zona della Síða, in cui vivono i personaggi della Gunnars Saga, è menzionato nella saga. Cfr. R. L. Pagani, Introduzione, cit., p. 14. 

[9] Ibi, p. 15.

[10] In islandese c’è un termine preciso per connotare questa tipologia di personaggio, ossia kolbítur («mordi-carbone»). Oltre a Gunnar, si può ricordare Sigurður il Silenzioso (Sigurðar saga), Refr Steinsson (Króka-Refs saga) e Starkaðr (Saga di Gautrekr, Iperborea 2004). Cfr. Ibi, p. 12).  

[11] Ibi, p. 97.

[12] Cfr. Ibi, nota 3, p. 116.

[13] Ibi, p. 47.

[14] Si noti, nella citazione di cui sopra (cfr. nota 11), il topos erotico del mantello, tipico dell’immaginario cortese. 

[15] R. L. Pagani, Introduzione, cit., p. 63 ss.

[16] Cfr. Ibi, nota 8, p. 116.

[17] Si noti l’eco del topos del rito di passaggio.

[18] Per un approfondimento (anche fotografico) circa i luoghi della Saga, si consiglia questo articolo scritto dal curatore dell’opera sul suo blog personale: https://unitalianoinislanda.com/2020/05/13/i-luoghi-della-saga-di-gunnar/

[19] R. L. Pagani, Introduzione, cit., p. 17.

[20] Ibi, p. 21.

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