“Ben venga Maggio”: riti e tradizioni di Calendimaggio (Alfredo Cattabiani)

In occasione del 1° Maggio pubblichiamo questo scritto del mai sufficientemente ricordato Alfredo Cattabiani (che tra l’altro, ironia della sorte, nacque e morì proprio a maggio, rispettivamente il 26 e il 18 del mese), dedicato ai riti e alle tradizioni antiche e popolari su Calendimaggio. Tratto dal suo libro “Calendario”.

di Alfredo Cattabiani

tratto da Calendario.
Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno,
capitolo 5

Gli Slavi della Carinzia festeggiavano san Giorgio, il 23 di aprile, guarnendo un albero tagliato alla vigilia e portandolo in processione, tra canti e musica, insieme con un fantoccio che poteva essere anche un ragazzo in carne ed ossa, ricoperto dalla testa ai piedi di fronde di betulla: il Verde Giorgio, che veniva poi gettato nell’acqua affinché procurasse pioggia e dunque favorisse la crescita dei frutti e dei foraggi per le bestie. Questa cerimonia si ritrova con qualche variazione fra gli zingari della Transilvania e della Romania, in Russia e nella Slovenia dove il Verde Giorgio, tenendo in mano una torcia accesa e nell’altra una torta, si reca nei campi di grano seguito da fanciulle che cantano. Dopo aver acceso un cerchio di frasche in mezzo al quale depone la torta, il Verde Giorgio si siede intorno al fuoco con le fanciulle e divide il dolce fra di loro. Sono riti che celebrano la rigenerazione non soltanto materiale ma anche spirituale della comunità nel rinnovamento cosmico simboleggiato dalla primavera.

«Il Cosmo» scrive Eliade «è simboleggiato da un albero; la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l’opulenza, la fortuna, la salute – o a uno stadio più elevato, l’immortalità, la giovinezza eterna – sono concentrate nelle erbe e negli alberi… in breve, tutto quel che è, tutto quel che è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali… La primavera è una risurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con questo atto cosmico tutte le forze della creazione ritrovano il loro vigore iniziale; la vita è integralmente ricostituita, tutto comincia di nuovo; in breve, si ripete l’atto primordiale della creazione cosmica perché ogni rigenerazione è una nuova nascita, un ritorno a quel tempo mitico in cui apparve per la prima volta la forma che si rigenera.» [1]

Questi riti arborei si svolgono anche e soprattutto il 1° maggio, e sono antichissimi. Nei paesi celtici coincidevano con la solennità del 1° maggio, Beltane, durante la quale si usava appendere una corona primaverile a un tronco sfrondato. Si celebrava l’inizio del semestre del sole trionfante con tornei dove il vincitore, simbolo del dio che vinceva gli inferi, otteneva il diritto di sposare la damigella per la quale s’era battuto. Il 1° maggio segnava l’inizio del trionfo della luce sulle tenebre e continuò a essere celebrato anche dopo la cristianizzazione, tant’è vero che dalle feste celtiche è derivato il Calendimaggio medievale.

Alfredo Cattabiani (1937 – 2003)

Nella notte della veglia, come in ogni periodo di passaggio, si entrava in comunicazione con il mondo infero e con i morti.

«Simili ai semi sepolti nella matrice tellurica,» scrive Eliade «i morti aspettano di tornare alla vita sotto nuova forma. Per questo si accostano ai vivi, specie nei momenti in cui la tensione vitale raggiunge il massimo, cioè nelle feste dette della fertilità, quando le forze generatrici della natura e del gruppo umano sono evocate, scatenate, esasperate dai riti, dall’opulenza e dall’orgia. Le anime dei morti hanno sete di esuberanza biologica, di ogni eccesso organico, perché questo traboccare di vita compensa la povertà della loro sostanza e li proietta in un’impetuosa corrente di virtualità e di germi… Se i morti ricercano le modalità spermatiche e germinative, è altrettanto vero che anche i vivi hanno bisogno dei morti per difendere i seminati e proteggere i raccolti… Ippocrate ci dice che gli spiriti dei defunti fanno crescere e germinare i semi.» [2]

Per questo motivo nella notte del 30 aprile si susseguivano in un’atmosfera orgiastica banchetti e danze che terminavano con la espulsione rituale dei morti, ovvero con l’avvento della «nuova vita». Sulla notte vegliava la Grande Madre della fertilità che dominava allo stesso modo il destino dei semi e quello dei morti.

Con la cristianizzazione dell’Europa la notte del 30 aprile subì una metamorfosi. Si diceva che vi si dessero convegno spiriti inferi, streghe e stregoni che si dovevano espellere grazie all’intervento intercessorio di santa Valpurga, una monaca inglese (710-778), diventata badessa del monastero tedesco di Heidenheim presso Eichstatt dove fu sepolta il 1° maggio 871 nella chiesa di Santa Croce: santa che ha ereditato le funzioni della Grande Madre e ha dato il nome alla notte.

In Boemia i giovani si radunavano dopo il tramonto su un’altura o a un crocicchio, e schioccavano le fruste con energia: fin dove si sentiva il loro suono, le streghe fuggivano e non potevano più nuocere. Nel Tirolo si preparavano negli ultimi giorni di aprile fasci di frasche resinose, di cicuta, rosmarino e ramoscelli di pruno. Contemporaneamente si purificavano e si fumigavano le case con bacche di ginepro e ruta. Quando calava la notte della vigilia, cominciava il rito dell’espulsione delle streghe. Si faceva un gran frastuono – usanza tipica anche della notte di san Silvestro – con fruste, sonagli, vasi, casseruole. Le donne portavano incensieri mentre i cani correvano in lungo e in largo abbaiando e ringhiando. Poi al suono della campana si incendiavano le fascine e si accendeva l’incenso urlando fra un chiasso assordante: «Fuggi, strega, fuggi, o male sarà per te». Infine si correva a perdifiato intorno alle case, ai cortili e al villaggio.

Il 1° maggio, cacciate le streghe, ovvero ricacciati i morti negli inferi, si portava e si porta ancora, dove la tradizione è sopravvissuta, un albero dal bosco collocandolo in mezzo al paese: è l’Albero di Maggio o semplicemente il Maggio.

«Nella Svezia, il 1° maggio» riferisce il Frazer «si soleva portare nei villaggi un gran pino che veniva adornato di nastri e drizzato in piedi; poi il popolo vi danzava allegramente intorno a suon di musica. L’albero verde restava nel villaggio sostituito da uno fresco il 1° maggio seguente… A Bordeaux il 1° maggio i ragazzi di ogni strada usavano erigere in essa un Maggio che adornavano con ghirlande e una grande corona; e ogni sera per tutto il mese i giovani d’ambo i sessi danzavano e cantavano intorno al palo. Anche oggi si erigono Maggi adorni di fiori e di nastri in ogni borgo e villaggio della gaia Provenza e, sotto di essi, i giovani fan festa e i vecchi si riposano.» [3]

Sull’albero sfrondato, cui rimaneva soltanto una corona di foglie, venivano posti salsicce, dolci, uova e altri cibi oltre a nastri variopinti. I giovani vi si arrampicavano per impossessarsene: una sopravvivenza di queste usanze si ritrova negli Alberi della Cuccagna delle nostre fiere. Quell’albero altro non era che il simbolo dell’Albero Cosmico, le cui fronde si trovano di là dal visibile, nel non manifestato, analogo alla scala di Giacobbe, asse del mondo grazie al quale si può giungere alla comunione divina. Ma di questo simbolismo pochi erano, e sono, coscienti.

Mathys Schoevaerdts, A Village Kermesse With Maypole, XVII secolo

Maggi erano anche i ramoscelli che i giovani offrivano alle ragazze come augurio di amore e fecondità; oppure erano portati in processione di porta in porta da gruppi di questuanti che chiedevano cibi o dolciumi in cambio. Quelle processioni avevano la funzione di ottenere attraverso il «magico» maggio rinnovamento e prosperità. In Italia si cantavano per l’occasione canti di questua, come il seguente, toscano:

Eccolo maggio pian pian pian piano con l’acqua in grembo e Ile mezzine in mano e ben venga maggio, e maggio ll’è venuto.

Eccolo maggio, fa fiorì l’ortica se c’è bambini in casa che Iddio li benedica e ben venga maggio, e maggio ll’è venuto.

Eccolo maggio, fa fiorì Ile zucche, date marito alla bella datelo anche alle brutte e ben venga maggio, e maggio ll’è venuto.

Eccolo maggio, fa fiorì Ile pere a voi Capoccia vi si chiede da bere e ben venga maggio, e maggio ll’è venuto.

E piano piano mi voglio avvicinare, quei giovin belli li voglio salutare; e piano e piano avvicinar mi voglio, quei giovin belli salutar li voglio.

Fiore di maggio, fiore di gaggia sete i più belli che nella festa sia; fiore di maggio gli è fiorito i rosi unguanno dami ed un altr’anno sposi; fiore di maggio gli è fiorì gli ontani e prego Iddio che vi tenga tutti sani; e ben venga maggio, e maggio ll’è venuto.

Come per la notte del 30 aprile la Chiesa cercò nel corso dei secoli se non di cristianizzare per lo meno di rendere più accettabili queste cerimonie. Nacque così l’usanza di sostituire l’albero con la Croce di Maggio: usanza ancor viva in alcuni paesi fra cui l’Andalusia dove si pianta al centro di ogni patio la cosiddetta Cruz de Mayo intorno alla quale si ricevono ogni giorno amici e conoscenti cantando e bevendo allegramente. Chi è d’altronde il Cristo se non l’Albero della Vita, colui che conduce al Padre, al non manifestato? E, all’inverso, come albero rovesciato, con le radici in cielo e la chioma sulla terra, Colui che manifesta il divino e nutre il cosmo?

Un tempo si eleggevano anche i rappresentanti del Maggio, il Re e la Regina, oppure una reginetta, che regnavano durante la festa e talvolta per tutto l’anno, come nel sud-est dell’Irlanda quando la più bella fanciulla veniva scelta regina del distretto per dodici mesi. Incoronata di fiori di campo «regnava» sulle feste, le danze e i giochi che si concludevano a sera con una grande processione. Durante l’anno del suo ufficio la regina presiedeva alle riunioni campestri dei giovani, alle danze e alle feste. Se si sposava prima del maggio successivo la sua autorità finiva, ma non si eleggeva la nuova fino a quel giorno. «La regina del maggio» scriveva Frazer «è comune in Francia e familiare in Inghilterra» [4]. A Thonn, in Alsazia, una ragazza detta la «rosellina di maggio» e vestita di bianco, porta ancor oggi un ramo adorno di ghirlande e di nastri, mentre le sue compagne raccolgono doni di porta in porta cantando:

Rosellina di maggio, gira tre volte
Miriamola da ogni lato!
Rosa di maggio, vieni al bosco verde
Ci rallegreremo tutti.
Così andiamo dal maggio alle rose!

Questa «rosellina di maggio», come le varie regine, è probabilmente l’eco della grande Madre che regnava sulla vegetazione e sugli animali.

Regina di Maggio, Whitelands College, 1900

In Italia dell’antico Calendimaggio sopravvive qualche frammento, come il Cantarmaggio a Firenzuola in provincia di Firenze: la sera del 30 aprile gruppi di giovani se ne vanno per le case del paese a cantare l’arrivo della bella stagione e nello stesso tempo la gloria della Madonna.

Ad Assisi la festa è più ricca e complessa, ma è una riproposta recente dell’antica tradizione: risale infatti al 1954. Ha la struttura di una sfida: l’intera città si divide in due parti avverse, la Parte di Sopra e la Parte di Sotto, che preparano la rappresentazione di alcuni episodi di vita medievale: una giuria assegnerà la vittoria alla parte ritenuta la migliore nelle rievocazioni storiche in costume, nelle gare canore e nei cortei. Fino a qualche anno fa si svolgeva tra il 29 aprile e il 1° maggio. Poi per motivi di opportunità politica – si contrapponeva alla festa del Lavoro! – è stata spostata alla settimana successiva, dal giovedì al sabato.

La sfida di Assisi è l’eco di un’usanza medievale, i Campi di Maggio, ovvero le assemblee annuali dei cavalieri nell’Europa centrale che continuavano l’antica tradizione celtica. Quelle assemblee si diffusero poi anche nelle regioni meridionali dell’Europa spodestando il tradizionale mese che inaugurava la guerra, marzo. «La guerra è cambiata,» osserva Franco Cardini «il fulcro d’Europa si è trasferito a nord, abitudini e latitudini non sono più le stesse. La guerra romana era prevalentemente affare di fanti, quella medioevale di cavalieri: e soltanto in maggio i foraggi erano sufficienti a far sì che gli animali, fino ad allora troppo indeboliti dalla stasi invernale, sostenessero marce e scontri» [5].

La riunione di uomini in armi era l’occasione di tornei e tenzoni amorose da cui era scomparsa la sacralità antica, sostituita dalla laica ricerca di premi, di gloria e magari dell’amore di una donna [6]. La Chiesa non amava i tornei né quelle riunioni, dove cavalieri e dame avevano troppe occasioni per «peccare»: li proibì a più riprese fra il secolo XII e il XIII, ma nella pratica chiudeva un occhio, secondo quel buon senso cattolico che, riaffermati i principi, è indulgente nei confronti della debolezza umana: sicché i vescovi derogavano spesso alle proibizioni fingendo che i tornei servissero all’addestramento dei cavalieri.

Frères Limbourg, Très Riches Heures du duc de Berry – Mois de Mai, 1416

La festa del Lavoro

Per una coincidenza storica a Calendimaggio si celebra anche la festa del Lavoro che risale al 1889 quando il movimento socialista la proclamò in tutto il mondo in onore delle vittime di un comizio sindacale allo Haymarket Square di Chicago, il 1° maggio 1886: mentre gli oratori parlavano alla folla, una bomba scoppiò tra la polizia. Fu l’inizio di scontri e tafferugli che si sarebbero conclusi tragicamente: alla fine della giornata si contavano dieci morti tra lavoratori e forze dell’ordine. Come succede spesso, si cercarono capri espiatori: vennero acciuffati otto malcapitati e processati da una giuria che non si curò nemmeno di raccogliere prove certe della loro presunta colpevolezza. Quattro furono impiccati, uno si uccise per disperazione in cella: gli altri tre vennero successivamente liberati, nel 1893, ma non senza polemiche.

Oggi il 1° maggio, che per tanti decenni è stato il simbolo della «rivoluzione socialista», ha perduto la sua connotazione ideologica per trasformarsi nella festa dell’operosità umana e nell’emblema della speranza che ogni uomo sia stimato non per quel che possiede ma per l’apporto che offre alla comunità secondo il suo talento.

Anche la Chiesa l’ha accettata consacrandola al primo santo «lavoratore», a san Giuseppe. Pio XII istituì nel 1956 la festa di San Giuseppe Artigiano che sostituiva quella del Patrocinio di San Giuseppe sulla Chiesa universale, prescritta da Pio XI nel 1874 alla terza domenica dopo Pasqua e poi da san Pio X il mercoledì precedente. Con san Giuseppe artigiano Pio XII voleva proporre al lavoratore cristiano un modello e un protettore sottolineando nello stesso tempo la funzione del lavoro nella vita dell’uomo e nella storia della salvezza. Tuttavia, siccome non tutti gli Stati celebrano la festa del Lavoro, il nuovo calendario liturgico ha riportato questa data dedicata a san Giuseppe lavoratore, secondo il nuovo titolo, a memoria facoltativa.

Evelyn de Morgan, Flora, 1894 

Le dee romane festeggiate ai primi di maggio

Se la Notte di Valpurga e l’Albero di Maggio sono usanze di derivazione celtica, l’atmosfera festosa di questo periodo non era ignota ai Romani che celebravano l’avvento della bella stagione consacrandolo a varie dee: Flora, Bona, Maia. Flora, il cui nome con altra declinazione era quello del fiore (flos, floris), aveva la funzione di proteggere le piante utili e gli alberi soprattutto nel periodo della fioritura. Giovanni Lido sosteneva che era il nome sacrale di Roma mentre quello iniziatico corrispondeva ad Amor. Ma la presunta rivelazione dello scrittore non aveva alcun fondamento perché il nome arcano era conosciuto da una ristretta cerchia di aristocratici che mai lo rivelarono, convinti che la sua divulgazione avrebbe nuociuto alla città.

Il nome infatti, secondo la tradizione romana, era la cifra che esprimeva graficamente l’energia di ciò che si nominava. Conoscerlo era realmente conoscere la cosa; e la sua conoscenza dava le chiavi per poter influire, nel bene e nel male, sulla cosa stessa, «noto» scriveva Macrobio nei Saturnali «che tutte le città si trovano sotto la protezione di un dio. Fu usanza dei Romani, segreta e sconosciuta a molti, che quando assediavano una città nemica e confidavano ormai di poterla conquistare, ne chiamassero fuori gli dèi protettori con una determinata formula di evocazione o perché ritenevano di non potere conquistare altrimenti la città o, se mai fosse stato possibile, giudicavano sacrilegio prendere prigionieri gli dèi. Questo è anche il motivo per cui i Romani vollero che rimanesse ignoto il dio sotto la cui protezione è posta la città di Roma e il nome latino della città stessa» [7].

Mater florum la chiamava Ovidio: in suo onore si celebravano al Circo Massimo dal 28 aprile al 3 maggio i Floralia ai quali si doveva partecipare in vesti di vario colore, a imitazione dei fiori. «Di vin tinte le tempie» narrava Ovidio «si cingono di serti intrecciati, e la splendida mensa è tutta sparsa di rose». Si susseguivano rappresentazioni teatrali e giochi circensi bizzarri perché erano simulazioni scherzose di cacce ad animali domestici e da giardino, di corse e combattimenti. I giochi, cui partecipavano come protagoniste le cortigiane, erano impudichi e orgiastici: Valerio Massimo narra che un giorno, presente Catone il Censore, gli spettatori intimiditi non osavano chiedere alle cortigiane di denudarsi secondo l’usanza: finché questi, avvertito da un amico, si allontanò per non impedire che la festa si svolgesse normalmente [8]. Scriveva Ovidio della dea che regnava sui Floralia: «Vuol che godiamo il fior degli anni finché siam freschi, e che sprezziamo le spine» [9].

Poche feste erano così popolari come quelle in onore di Flora durante le quali si gettavano alla terra semi di varia natura per renderla propizia, e si dava la caccia incruenta a capre, conigli e altri animali mansueti che Marziale chiamava faera floritatis e che venivano poi dati in premio alle cortigiane vincitrici nelle corse o negli scherzosi combattimenti gladiatorii [10]. Giunta la sera, si accendevano torce e fuochi, e la licenza continuava fino a notte inoltrata.

Festa dei Serpari, Cocullo, 1 maggio 2019 (Filippo MONTEFORTE/Afp via LaPresse)

Ma il 1° maggio si sacrificava anche a una dea severa e casta, quasi un’anticipazione della Grande Madre cristiana, della Madonna: Fauna, divinità delle selve, chiamata più frequentemente Bona Dea. Un serpente era presso la sua statua, e nel suo tempio venivano nutriti rettili domestici, saettoni, tanto comuni nelle case romane dell’epoca quanto i gatti nelle nostre.

«A questa stregua» ha osservato Renato Del Ponte «Bona Dea può essere in rapporto con la dea dei Marsi, Angitia, cui va probabilmente attribuita una statuetta femminile lungovestita con un serpente nella mano sinistra alzata, rinvenuta presso il lago Fucino, noto del resto il rapporto di familiarità dei Marsi con i serpenti e la loro capacità di incantarli e di rendere innocui i loro veleni anche in epoca recente. Ad Angitia con l’attributo di cerria sono dedicate alcune pietre: a Sulmona (Anacete cerria), a Corfinio (Anaceta cerri), mentre un antico nemus Angitiae è ricordato da Virgilio presso il Fucino, e lucus Angitiae si chiamava quel che oggi è Luco dei Marsi.» [11]

L’attuale festa dei Serpari a Cocullo, in provincia dell’Aquila, il primo giovedì di maggio, altro non è che un’eco della festa in onore della Grande Madre Angitia, cristianizzata nel primo medioevo quando si cominciò a commemorare san Domenico di Foligno, detto anche di Sora (morto nel 1031), fondatore di vari monasteri nell’Abruzzo: grazie a lui, narra la leggenda, le serpi intorno a Cocullo persero il veleno. Che san Domenico ha ereditato le funzioni della dea Angitia è confermato dal fatto che lo si invoca contro i morsi dei serpenti, come l’antica dea.

Nei giorni che precedono la processione si catturano sulle montagne circostanti le serpi, rese innocue con un metodo semplice: si stuzzica il rettile con un cappello di feltro; appena esso lo morde, gli si estirpano con uno strappo i denti avvelenati. Poi il giorno della processione le serpi vengono messe sulla statua del santo portata da quattro persone. Nei templi di Bona Dea erano esclusi gli uomini: si diceva infatti che nessun maschio l’aveva mai vista. Diversamente da Flora era tanto pudica, come spiegava Varrone, che non era mai uscita dal gineceo. Nella notte delle Calende di maggio le sacrificavano in un rituale segreto le Vestali e le matres familias più autorevoli, vissute castamente per qualche giorno.

Sandro Botticelli, Maia, dettaglio della Primavera, 1477-82

Mentre si celebravano nella notte i misteri di Bona Dea, durante il giorno si sacrificava a Maia che nei libri pontefici veniva chiamata anche Bona Dea, Fauna, Ops, Fatua. Chi diceva fosse la moglie di Vulcano, ravvisandone la prova nel sacrificio che il flamine del dio celebrava il 1° maggio in onore della dea; chi la madre di Mercurio, osservando che in questo mese i mercanti sacrificavano a Maia e a Mercurio; chi infine la terra, «così denominata» scriveva Macrobio «per la sua magnitudine, cioè grandezza, allo stesso modo che nei sacrifici viene invocata come Mater Magna; e si dimostra questa tesi ricordando anche l’uso di immolare una scrofa gravida» [12].

Secondo alcuni scrittori latini, da lei prese il nome il mese di maggio (Maius); ma v’era chi sosteneva che derivasse dal dio Maius, appellativo di Giove per la sua grandezza e maestà. Secondo una terza interpretazione, il nome sarebbe derivato da una decisione di Romolo che aveva diviso il popolo in anziani, o maiores, e in giovani, o iuniores, perché gli uni difendessero lo Stato con il consiglio e gli altri con le armi: sicché in onore delle due categorie il terzo e il quarto mese del calendario arcaico si sarebbero chiamati Maius e Junius. Il quale giugno però alcuni facevano derivare da Juno, Giunone, perché le era stato dedicato un tempio il primo del mese; chiamato originariamente Junonius, Giunonio, si sarebbe poi trasformato per la caduta di alcune lettere in Junius. Infine altri ritenevano che fosse derivato da Junius Brutus, il primo console di Roma, che aveva scacciato Tarquinio il Superbo e sacrificato per ringraziamento alla dea Carnia in quel giorno; oppure alla congiunzione (iunctio) dei popoli romano e sabino.

Non all’inizio ma nel corso del mese sacrificavano i dodici fratelli Arvali, che avevano il compito di vegliare sulla campagna, a una quarta dea, Dia, durante la solenne lustrazione dei campi [13].


Note:

  1. Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni cit., pp. 322-323.
  2. Ivi, pp. 363-365.
  3. J.G. Frazer, cit., pp. 197-198.
  4. Ivi, p. 209.
  5. Franco Cardini, I giorni del sacro cit., p. 216.
  6. Ivi.
  7. Macrobio, cit. Ili 9, 2-5; cfr. anche Giovanni Lorenzo Lido, De mensibus 4, 73.
  8. Valerio II X 8.
  9. Fasti V 353-354.
  10. Giovenale, Satire II 6.
  11. Renato Del Ponte, Dei e miti italici, Genova 1985, p. 172.
  12. Macrobio, cit. I 12, 16-23.
  13. Cfr. G. Vaccai, Le feste di Roma antica, Roma 1986, pp. 103-107; e per il rapporto fra Giunio Bruto e la dea Carnia, Georges Dumézil, Idee romane cit., pp. 239-256.

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