La lingua dei Siculi nell’albero genealogico indoeuropeo

I Romani non potevano non notare il fatto che la lingua latina avesse molte somiglianze fonetiche e sintattiche sia con la lingua degli Elleni che con quella dei Siculi, e i loro documenti storici fornivano un supporto molto importante a riguardo, poiché affermavano sinotticamente che nel Lazio abitarono sia Siculi che Elleni in tempi più antichi. Certo però non potevano immaginare che queste somiglianze, ovvero questo passaggio di isoglosse, risalisse in realtà al tempo del loro stanziamento mitteleuropeo e non al casuale secondo incontro nella penisola italiana.

di Alessandro Bonfanti

Questo articolo nasce dall’intento di render più chiare ed accessibili, soprattutto ai non addetti ai lavori, tutte le notizie sul prisco ethnos siculo che io ho rilasciato nell’articolo precedente (il quale a sua volta è prosieguo del primo, edito esso nello scorso 5 Novembre 2020, L’Urvolk della Cultura megalitica). Esso deve esser dunque accolto come un approfondimento, ma sempre in forma propedeutica, del precedente, nonché sua continuazione. Ciò che mi ha fatto soffermare sul medesimo argomento nello svolgimento del mio programma è stata la cordialissima corrispondenza tra me e voi lettori, sempre in modo molto rispettoso e leale, chiedendomi opportunamente su certe annose quaestiones riguardanti altre omonime popolazioni d’Europa ed anche sulla probabilità che alcuni Siculi si sarebbero diffusi anche in territori più lontani della nostra penisola e della mia Sicilia. Come avete visto e letto nei miei due precedenti articoli (vi ricordo sempre che il primo ha un’importanza fondamentale), io introduco non solo molti ‘’neologismi’’ ma anche molte nuove classificazioni, molto spesso in totale dissonanza con quanto sinora esposto da altri studiosi, i quali, alcuni buoni e altri meno, altri ancora geniali e miei Maestri (su tutti Giacomo Devoto), hanno condotto ricerche che però si sono mostrate parecchio lontane dal vero.

Perché dico questo? Nell’empirismo scientifico i dati si accumulano, prova dopo prova, formando strati a volte impenetrabili e davvero difficili da districare poi nel tempo. Ma non tutto va perduto o, peggio, buttato. Uno studioso può sbagliare (e questo a chi non capita?), e può vivere tutta la sua vita avendo creduto che i risultati dei suoi esperimenti fossero corretti. E poi arriva qualcun altro, che, basandosi sugli studi di questo ‘’folle’’ personaggio, prendendolo ad esempio, essendo ancor più ‘’folle’’, porta finalmente a compimento la grande opera, riuscendovi, trovandone la soluzione. Questo, ad esempio, è successo allo scrivente riferendosi a Giacomo Devoto. Pertanto, non si denigri mai quanto hanno fatto i propri predecessori, poiché ogni struttura si erge mattone su mattone, e quando la struttura si presenta prossima al cedimento, perché qualcosa non va bene, se ne impara la tecnica e la si migliora. È una sfida, ma anche un atto di fede verso i propri Maestri, verso coloro che, sebbene umanamente sbagliando, ci hanno consegnato le chiavi per accedere agli scrigni della sapienza. I veri Maestri si aspettano sempre che i propri allievi li superino, altrimenti sarebbero stati buoni Maestri. Senza di loro non vi sarebbe stato mai inizio e dunque mai perfezionamento, per cui io devo tanto al grande Maestro Giacomo Devoto. 

A.B.

Tutti, proprio tutti gli studiosi, Giacomo Devoto compreso, hanno classificato la lingua dei Siculi come ‘’lingua indoeuropea’’. La cosa buffa è che proprio Giacomo Devoto, dopo aver identificato nella penisola italiana uno strato indoeuropeo proto-illirico, il primo a suo dire, proveniente dall’attuale Puglia, dunque dalla costa adriatica, non ha attribuito questo ‘’primo strato’’ indoeuropeo agli Ausoni, né agli Enotri, escludendo del tutto i Siculi. Ha riconosciuto poi un secondo strato indoeuropeo, quello Latino e Falisco, al quale ‘’lega’’ anche il Siculo senza dare alcuna dimostrazione; ed infine ha individuato nel gruppo della Cultura incineratoria proto-villanoviana gli Osco-umbri, cosa, questa, del tutto errata. Tutti gli altri studiosi non hanno fatto sinora che seguire questo schema. Io mi sono permesso di capovolgere questo schema, così vetusto e fuorviante. Ma poi, da dove proverrebbero queste osservazioni (ovvero ‘’teorie’’) di Giacomo Devoto? È semplice. Il primo studioso ad assegnare al Siculo una derivazione dal ramo latino-falisco fu Karl Julius Beloch verso la fine del XIX sec., e fu proprio Giacomo Devoto a sviluppare l’idea tuttora persistente che il Siculo fosse stato il ‘’ramo’’ della ‘’famiglia proto-latina’’ insediatosi a meridione, testimonianza di un antico continuum, interrotto poi dalla penetrazione nella penisola italiana dagli ‘’italici’’ Osco-umbri. Il Siculo sarebbe stato così una ‘’lingua indoeuropea di tipo latino e non italico’’.

In breve e per comprendere meglio, dopo Karl Julius Beloch e la sua teoria, dalla fine del XIX sec. gli sviluppi furono questi: Antonie Meillet, nei primi del ‘900, postulò una famiglia linguistica unitaria ‘’italica’’, comprendente Latino, Falisco, Siculo ed Osco-umbro, affiancandola nel Nord Europa ai gruppi celtico e germanico; Alois Walde, sempre nello stesso periodo, per contro introdusse la teoria dei ‘’due rami italici’’, l’uno comprendente Latino, Falisco e Siculo, l’altro l’Osco-umbro, tenendo in considerazione quanto già formulato da August Schleicher circa la vicinanza e dunque la comune origine del primo ramo con il gruppo celtico (o meglio una parte di esso, quello kw, ossia quel sottogruppo che si è poi affermato sia nella penisola iberica sia in Irlanda, ovvero Celtiberico e Goidelico/Gaelico, e dunque anche le varianti di Scozia e Isola di Man); e questo modello fu seguito sia da Vittore Pisani sia da Giacomo Devoto.

Giacomo Devoto fu il primo però a postulare il primo strato d’indoeuropeizzazione (ma anche ciò è da rivedere, totalmente) peninsulare d’origine balcanica e risalente dalle coste ioniche ed apule, escludendo però il Siculo, che, come già detto, inserì a forza nel contesto latino-falisco, sebbene senza prove. Ciò che sconvolge di più è che in questi primi tentativi sfuggiva agli studiosi più anziani il Venetico, che a quei tempi non sapevano se ‘’appiopparlo’’ al gruppo celtico o illirico, quando era abbastanza evidente quanto questa lingua fosse molto vicina, ‘’sorella’’ nel vero senso della parola, sia al Latino sia al Falisco (la lingua dell’area di Falerii Veteres, oggi Civita Castellana, nel versante settentrionale dell’attuale Lazio): basta addurre il trattamento di bh– come f– e la forma verbale della prima persona singolare di ‘’essere’’; due elementi, questi, che nel Siculo sono palesemente vicini o identici a quelli proto-illirici ed illirici. Tuttora negli Atenei di tutto il mondo queste teorie sopravvivono, e sono stati tanti i miei tentativi di aggiornamento e lotte contro la maggioranza che si ostina a portare avanti studi basati su nessuna prova comparativa valida. 

Vi ho detto che i Siculi sono emersi dal macro-gruppo proto-illirico, assieme ad altre popolazioni, le quali in contemporanea con i Siculi, a partire dall’età eneolitica (o del Rame), hanno lasciato in parte la costa balcanica per la prospiciente penisola italiana: Siculi e Liburni, situati più a Nord, hanno raggiunto le attuali regioni di Romagna, Marche e Umbria, poi, superando gli Appennini, Maremma toscana e Lazio; gli Ausoni hanno raggiunto l’attuale Puglia e Golfo ionico, dunque Basilicata e parte della Calabria, spingendosi poi fino a Campania e Lazio (fiumi Liri e Volturno); gli Enotri dal Peloponneso hanno raggiunto Basilicata e Calabria dando vita alla Enotria; in seguito sono arrivati Peucezi e Coni, stabilendosi i primi in Puglia, i secondi in Basilicata; poi i Messapi, stabilendosi nel Salento; ed infine i Dauni, ormai influenzati dalla Cultura dei campi d’urne (Cultura ur-celtica), che si sono stabiliti nella parte settentrionale della Puglia.

Ma già vi erano altre popolazioni indoeuropee nella penisola e nelle due isole maggiori. I Sicani erano diffusi un po’ a macchia di leopardo: dall’attuale Liguria e Toscana Nord-occidentale fino al Lazio, in gran parte del versante tirrenico peninsulare, ed infine in Sicilia (Cultura di Castelluccio di Noto, città dello scrivente). I Sicani sono il risultato della frammentazione di un antichissimo macro-gruppo indoeuropeo, che io ho chiamato ‘’Sub-carpatico’’, avente peculiari caratteristiche fonetiche e peculiarità craniometriche, ma anche un rapporto ombelicale con altre popolazioni derivanti dallo stesso ceppo indoeuropeo (ossia quello che poi ha dato vita alle civiltà dell’antica età del Bronzo nella penisola anatolica). La loro tipica morfologia cranica è inconfondibile: crani pentagonoidi/sfenoidi; crani che io ho persino trovato in aree storicamente celtiche o dove è giunto un certo influsso celtico. Ad esempio, nella famosa catacomba parigina, dove a partire dalla fine del XVIII secolo hanno traslato le salme del famoso Cimitero degli Innocenti nel centro di Parigi, facendone un ossario davvero stupefacente (molti dei teschi posti a forma di cuore ed in altre disposizioni sono infatti pentagonoidi); poi in Islanda, isola dove l’elemento celto-irlandese è giunto assieme ai Norreni (celtico era quello femminile); ed infine in Irlanda e nell’Isola di Man. Con questo non dico assolutamente che i Sicani fossero una frazione del gruppo proto-celtico, ma è chiaro che il macro-gruppo sub-carpatico a cui appartenevano i Sicani ha pur sempre qualcosa in comune con il primo gruppo, un qualcosa che risale ad un’antichità tanto remota che ci sfugge, sebbene in Sicilia, soprattutto nel versante orientale, ibleo, molte vestigia castellucciane risentono dell’influsso culturale dolmenico (Castelluccio di Noto, Cava Lazzaro, Contrada Paolina etc.).

I Liguri, dei quali tutti sparlano sulla loro ‘’non’’ indoeuropeità, sono anch’essi il risultato di una frammentazione di un macro-gruppo antichissimo di origine indoeuropea (ciò lo spiego ampiamente nei miei libri). Lo stesso Francisco Villar, l’illustrissimo prof. di Salamanca, individua almeno cinque strati linguistici nel Ligure, classificandone quattro come indoeuropei, mentre sull’altro vacilla con questo vago ‘’mediterraneo’’. In realtà proprio quel primo strato è di un’indoeuropeità indiscussa, e non capisco come né lui né altri se ne siano finora accorti. Ho già dato approfondita spiegazione di tutti questi strati linguistici che compongono il Ligure, la cultura e la spiritualità ligure, l’origine del loro etnonimo, sempre affiancando il dato antropometrico. 

Gli stessi Etruschi, che tutti indicano ‘’mediterranei’’ (addirittura il prof. Mario Alinei per ‘’antenati dei Turchi’’); chi li indica come ‘’asiatici’’, pensando forse ai Lidi, che erano poi indoeuropei; chi pensa siano stati chissà cos’altro ancora; in realtà erano il risultato di un sinecismo, il cui nucleo fondatore era costituito da uno sparuto gruppo della Cultura dei campi d’urne (dunque ur-Celti), al quale si sono uniti nel corso del tempo molti altri elementi etnici, ma sempre indoeuropei, tra cui Liguri, proto-Illiri (Pelasgi), Osco-umbri, Terramaricoli (proto-Latini e Falisci), un consistente gruppo di Shardana anatolici ormai stabilitisi in Sardegna dando impulso alla fase nuragica matura di tipo tholoide, e poi molti altri elementi ellenici ed anatolici, molto influenti dal punto di vista tecnologico e culturale (gli Etruschi hanno attinto tantissimo dai primi colonizzatori ellenici, il cosiddetto stile ‘’orientalizzante’’ è infatti un apporto assolutamente ellenico, non direttamente anatolico, sebbene gli Elleni avessero fuso una loro visione originaria con quella anatolico-orientale, pur sempre indoeuropea). Il risultato linguistico è stato un pidgin incredibile, una creolizzazione che ha fatto impazzire chiunque nella decifrazione delle loro iscrizioni. Anche qui io mi sono avvalso di comparazioni antropometriche, glottologiche, linguistiche (attenzione, Glottologia e Linguistica non sono la stessa cosa!!), culturali. Pensate, uno dei teonimi più importanti del Pantheon etrusco è Tinia, Dio del fulmine e del tuono, corrispondente al teonimo germanico Donar/Thor ed al teonimo celtico Taranis. Ma non notate le medesima successione degli elementi fonetici: apico-dentale (sorda-sonora) + nasale + vibrante (quest’ultima con certo grado di mobilità, proprio perché elemento sonante, non dunque consonante)? I nostri lemmi ‘’tuono’’ e ‘’tono’’ presentano un legame ombelicale con questa radice semantica, elemento radicale assolutamente indoeuropeo, haud dubie.

Gli Osco-umbri sono stati i portatori della Cultura delle tombe a fossa in Italia ed i primi ad arrivare. Hanno portato come modello culturale la nota ascia da combattimento ai tempi della Cultura di Remedello, nel corso dell’età del Rame, attestandosi dapprima nel Nord Italia. Scendendo più a meridione hanno lottato contro i proto-illirici Siculi e Liburni, conquistando alla fine le loro terre e costringendo i Liburni a tornare nei Balcani (in parte sono poi ritornati nuovamente in Italia) ed i Siculi ad attraversare gli Appennini fino a giungere nella Maremma toscana e nell’alto Lazio (fase finale della Cultura di Rinaldone ed inizio di quella proto-appenninica).  Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia dice (libro III, 14, 112): Umbri eos expulere, hos Etruria, hanc Galli. ‘’Gli Umbri li espulsero [Siculi e Liburni], gli Etruschi gli Umbri, i Galli gli Etruschi’’. Poco dopo, sugli Etruschi (par. 113): … trecenta eorum oppida Tusci debellasse reperiuntur, ‘’[si narra che] gli Etruschi [portando guerra agli Umbri] hanno sconfitto e preso 300 delle loro città’’. Furono dunque gli Etruschi, anzi il primo nucleo degli Etruschi, a portare in Italia la Cultura dei campi d’urne e l’uso di incenerire i cadaveri, non gli Osco-umbri che hanno sempre praticato l’inumazione entro tombe a camera ipogee. Queste tombe a camera ipogee furono a sua volta prese in uso da una parte degli Etruschi sia in Toscana sia in Campania, ove apportarono altri modelli decorativi. In Campania vi sono tombe a fossa sannite con la tipica decorazione pittorica parietale raffigurante scene trionfali di ‘’ritorno del guerriero’’, come quella di Paestum, e quelle etrusche coeve con scene simposiali, come quella del ‘’tuffatore’’.

I proto-Latini, e così i Falisci, discesero in un secondo momento dal settentrione peninsulare, essendo gli epigoni della Cultura terramaricola, che era caratterizzata sia dall’inumazione sia dalla cremazione ma entro urne vascolari, e che nel Lazio ben presto si fece coinvolgere dalla Cultura proto-villanoviana (prendendo con sé anche una bella parte di proto-illirici Ausoni) evolvendosi nella famosa facies detta Cultura laziale (XI-VI sec. a.C.), ossia quella dei Monti Albani, caratterizzata dalle urne a forma di sacello o casetta con pronaos in antis (elemento tipico del Villanoviano etrusco). I Liguri passarono dall’inumazione entro cista litica (come nell’orizzonte culturale di Remedello ed anche del bicchiere campaniforme) alla cremazione, rito importato dai Celti in Italia (i Liguri entrarono poco dopo a fare parte della Cultura celtica di Golasecca). Gli ultimi ad arrivare furono i Venetici, ossia gli antichi Veneti, imparentati ai proto-Latini, ai Falisci ed ai più vecchi Osco-umbri (vi spiegherò tra breve il perché), i quali, ormai influenzati dalla Cultura dei campi d’urne, diffusero in Italia Nord-orientale la Cultura atestina, caratterizzata dalla deposizione delle ceneri entro situle bronzee. 

I macro-gruppi sono individuati tramite il sistema delle isoglosse, anche a livello laringale, non solo fono-componenziale. Nel lontano neolitico, nel cuore dell’Europa vi erano i seguenti macro-gruppi: tra il Reno e l’Elba quello da cui emersero proto-Latini (i futuri Romani), i Paleoveneti o Venetici (volgarmente detti Veneti) e gli Osco-umbri, confinando ad Ovest e a Nord rispettivamente con proto-Celti ed il gruppo da cui scaturirono tutti i Germani, e ad Est, oltre l’Elba con il macro-gruppo proto-illirico, progenitore dei Siculi; tra Elba e Vistola vi era quello proto-illirico, confinante a Nord con quello germanico, a Ovest con i gruppi del ramo orientale, precisamente indo-iranico, a Sud (così come il macro-gruppo da cui provengono i proto-Latini) con il macro-gruppo proto-ellenico/macedone/peonio/frigio; il macro-gruppo da cui provengono gli Elleni, confinante ad Est con tutto il ramo orientale ario, quello satəm. Nel tempo tutti questi popoli si sono mossi, cambiando sempre sede e fino al raggiungimento di quella finale, dove li abbiamo conosciuti storicamente. Voi dovete immaginare una scacchiera del gioco della dama, dove le pedine bianche e nere devono raggiungere la meta nella parte opposta, creando tutta quella asimmetrica disposizione nello svolgimento del gioco: così tutti questi gruppi indoeuropei si sono avvicinati ed allontanati, scambiando tutte le volte isoglosse, la cui rilevazione dà indizi precisi ed inequivocabili sul periodo e sul luogo in cui è avvenuto il contatto.

Tutte le lingue indoeuropee sono caratterizzate dalla rotazione consonantica (nel nostro gergo Lautverschiebung), non essendo prerogativa del solo gruppo germanico, ed è un fenomeno sempre in corso, causato esso dalle catene di trazione o spinta fonetiche. Pertanto le rotazioni consonantiche agiscono sempre e sono più d’una. Anche il Sanscrito ha avuto le sue rotazioni consonantiche ed ha innovato nelle vocali, proprio perché il vocalismo è determinato dalle isoglosse laringali. Chi pensa che il Sanscrito sia la lingua indoeuropea più vicina all’originario Indoeuropeo, purtroppo si sbaglia. Il Greco antico, sebbene anch’esso abbia avuto le sue rotazioni consonantiche, presenta il vocalismo più vicino alla situazione ancestrale: i dittonghi, infatti, si sono perfettamente conservati.

Il macro-gruppo illirico è caratterizzato da questo fonetismo (qui presento solo una frazione dello spettro fonetico caratterizzante per ovvi motivi di spazio e soprattutto di semplicità): d– < dh-; –t– < –dh-; b– < bh-; –b– < –bh-; k– < kh-; –k– < –kh-. Il macro-gruppo proto-latino/paleo veneto/osco-umbro ha dato il seguente esito: in proto-Latino f– < dh-; –b-/-d– < –dh-; f– < bh-; –b– < –bh-; k– < kh-; –kh– < –kh-; in Paleoveneto f– < dh-; –d– < –dh-; f– < bh-; –b– < –bh-; k– < kh-; –kh– < –kh-; in Osco-umbro f– < dh-; –f– < –dh-; f– < bh-; –f– < –bh-; k– < kh-; –kh– < –kh-. Il macro-gruppo proto-ellenico/macedone/peonio/frigio ha dato il seguente esito: in proto-Ellenico th– < dh-; –th– < –dh-; f– < bh-; –f– < –bh-; kh– < kh-; –kh– < –kh-; in Macedone e Peonio d– < dh-; –d-/-t– < –dh-; b– < bh-; –b– < –bh-; kh-/k– < kh-; –kh– < –kh-; in Frigio d– < dh-; –d-/-t– < –dh-; b– < bh-; –b– < –bh-; kh-/k– < kh-; –kh– < –kh-. Tenendo presente che i seguenti segni si riferiscono a: fonema- ‘’posizione proto-sillabica’’; -fonema- ‘’posizione infra-sillabica’’.

Ed ora un esempio pratico: a partire dall’Indoeuropeo bhrā́tēr ‘’fratello’’ abbiamo le seguenti attestazioni, in Latino frater ; in Venetico frater; in Osco-umbro frater; in Siculo brater (vale per gli altri popoli dello stesso ceppo); in Greco antico abbiamo φρατρία (ossia il noto cameratismo aristocratico del periodo arcaico, da confrontare con il suo corrispondente sanscrito bhrātryam, lemma che deriva dal più antico e poco conosciuto φράτηρ, forma attica rilevabile nel Lessico di Esichio, e nella forma ionica φρήτηρ); ma in Epiro, area in cui l’elemento proto-illirico pelasgico era molto influente abbiamo βρα, traslitterato bra, ossia la forma tronca di brater; in Macedone/Peonio/Frigio abbiamo invece brater; in Antico Irlandese brath(a)ir; in Norreno bróðir/brǿðr; in Lituano brožis/brólis; in Sanscrito bhrātā < bhrā́tar.

Se prendo un verbo avente la stessa composizione fonetica a livello radicale e dunque provenendo dallo stesso campo semantico, come ad esempio ‘’portare’’, dalla forma ancestrale bhéremi ‘’[io] porto’’ abbiamo le seguenti attestazioni: in Latino fero; in Venetico fero; in Osco-umbro fero; in Siculo beremi; in Greco antico φέρω; in Macedone/Peonio/Frigio berō; in Antico Irlandese biru; in Irlandese beir (leat); in Norreno bera, in Gotico (Germanico orientale) baíran; in Sanscrito bhárami. Ed ancora, per il colore ‘’rosso’’ abbiamo dalla radice ancestrale reudh-: in Latino ruber, ma assieme al sottostrato proto-illirico ausonio di Rutilius (si pensi all’etnonimo dei Rutuli, di stirpe ausonia) e all’adstrato osco di Rufus; in Siculo rutus; in Greco antico ἐρυϑρός (con e– protetica per dissimulazione della doppia aspirazione in rh– e –th-); in Antico Irlandese rūad; in Norreno rjóða ‘’arrossare’’; il Lituano raũdas/raudona; in Sanscrito rakta()/rudhirá ‘’rosso sangue’’/’’sangue’’/’’rosso rubino’’ (oltre alla forma rṓhita-).

Ed infine prendo ad esempio un classico della comparazione, la prima persona singolare del verbo ‘’essere’’, della quale abbiamo a partire dalla forma ancestrale esmi ‘’[io] sono’’: in Latino sum < som; in Venetico e Osco-umbro som (tutte e tre da una forma ancestrale tipica del macro-gruppo in questione esomi, presentante questa o epentetica, ossia di ‘’inserzione’’, nel caso vocalico detto anaptissi, originata dalla sonante naso-labiale ); in Siculo hemi > īemi, variante tipicamente dialettale con aspirazione del comune illirico emi (come negli Elimi), a sua volta da esmi; in Greco antico εἰμί (forma ionico-attica); in Irlandese () ; in Norreno (ek) em; in Lituano () esu, in Sanscrito asmi. Si pensi anche al confronto fonetico tra i due sistemi ponderali in uso nei tempi antichi rispettivamente tra i popoli latini del Lazio e tra i Siculi in Sicilia orientale: la prisca libra latina e la litra sicula. Libra latina e litra sicula provengono entrambi dalla radice indoeuropea leudh– ‘’liberare’’ (ma anche ‘’spartire’’ e ‘’scomporre in più parti/frazionare’’), la stessa radice semantica da cui proviene il nome etnico degli indoeuropei anatolici Lidi.

Ed infine, la radice indoeuropea aidh- ‘’accendere’’ ha dato i seguenti esiti: in Greco antico αἴϑω (aithō) ‘’ardere’’; in Latino aedes ‘’focolare’’, poi divenuto ‘’tempio’’ per sineddoche; in Sanscrito ēdhas ‘’ardere’’ e ‘’legna da ardere’’; in Antico Inglese ād ‘’calore’’; in Inglese moderno heat ‘’accendere/riscaldare’’ od ancora ‘’ardere’’; ed in Siculo hat-om ‘’focolare’’. Dalla forma radicale sicula hat– derivano sia il toponimo della mia città, Noto, sia l’oronimo dell’Etna. Il toponimo avrebbe fatto riferimento in un primo tempo ad  un’area vicanica conosciuta come Hatom, il ‘’Focolare’’, situata in Contrada Aguglia, poco sopra Contrada Testa dell’Acqua, verso Palazzolo Acreide, in un tempo della preistoria sicula riferibile all’età del Bronzo Finale; e successivamente al nuovo impianto vicanico sul Monte Alveria (Noto Antica), prendendo la nuova denominazione Neuom Hatom, ossia ‘’Nuovo Focolare’’. I Siculi vennero poi a contatto (a partire dall’VIII sec. a.C.) con i nuovi arrivati, i coloni greci, da cui avrebbero attinto un’altra forma di linguaggio creando una situazione di diglossia, la quale avrebbe inglobato il toponimo nella sua nuova forma ellenica Neon Aithon (calco ellenico o siceliota), ma con la caduta del suffisso desinenziale -on nel primo elemento e la successiva crasi tra i due lemmi, divenendo così Neaithon.

I Siculi non pronunciavano i suoni aspirati dell’indoeuropeo primitivo e dunque il nuovo toponimo divenne Neaiton, così come la tradizione letteraria lo ha sempre attestato. Si tratta così, nel caso di Neaiton, di un toponimo greco coniato su un calco di un precedente toponimo siculo, ma a sua volta assimilato dagli stessi Siculi e secondo le regole fonetiche della lingua sicula, la quale eliminava le aspirazioni in determinati contesti fonetici.  Anche il nome del vulcano Etna ha la stessa radice: in Greco antico Αἴτνα (forma derivata da una precedente e più genuinamente ellenico Αἴθνα), risultato di un’acquisizione e di un riadattamento dell’oronimo Siculo originario Hatna.

A sinistra Urheimat del macro-gruppo proto-illirico dal quale emersero i Siculi nel corso dell’età eneolitica nei Balcani. Questa sede ancestrale è collocabile tra i corsi dei fiumi Elba (Germania) e Vistola (Polonia) fino al V millennio a.C.
A destra Urheimat del macro-gruppo proto-latino/paleoveneto/osco-umbro dal quale emersero i suddetti gruppi: i primi a scendere nella penisola italiana furono gli Osco-umbri, portatori della Cultura delle tombe a fossa nel corso del III millennio a.C. (furono infatti gli Umbri a cacciare Siculi e Liburni da Marche e Umbria); poi i proto-Latini (da cui i futuri Romani), portatori della Cultura terramaricola nell’Italia settentrionale nella prima metà del II millennio a.C. (furono costoro a cacciare via i Siculi dal Lazio); infine i Veneti, i portatori della Cultura atestina incineratoria (influenzata dalla Cultura ur-celtica dei campi d’urne, la quale a sua volta giunse in Italia nella forma a noi nota come proto-Villanoviano con il primo nucleo nordico degli Etruschi, sorti quest’ultimi per sinecismo) nel versante orientale del Settentrione peninsulare sul finire del XII sec. a.C. Il suddetto macro-gruppo è caratterizzato dalla forma som < esomi < *esmi della prima persona del verbo ‘’essere’’ e dal trattamento bh– e dh-> f-, essendo divergente rispetto al macro-gruppo proto-illirico con emi/iemi, bh– e dh– > b– e d-. Pertanto gli Osco-umbri non furono assolutamente i portatori della Cultura incineratoria proto-villanoviana, anche perché questo ethnos praticava il rito unimatorio entro tombe a cista, ossia una fossa ‘’foderata’’ da lastre lapidee formanti una camera, le cui pareti (a volte anche la copertura) erano decorate con pitture.
A sinistra la Italia fondata dal re siculo Italo nel corso del XIV sec. a.C. nell’attuale Calabria.
A destra la migrazione dei Siculi dalla penisola alla Sicilia: dal Lazio, respinti dai proto-Latini e dai Pelasgi; in Campania respinti dagli Opici; in Calabria dagli Enotri. Una piccola frazione di essi fu traghettata nella cuspide Sud-Occidentale sarda dagli Shardana (ne parlerò a breve). In Sicilia, a partire dalla prima metà del XIII sec. a.C., si formarono tre chorai, tre sub-regioni: dalla costa orientale fino al corso dell’attuale fiume Salso (l’antico Imera) vi era la Sikelia propriamente detta; dal fiume Salso fino al fiume Platani o Belice vi era la Sikania; oltre il corso del Platani o del Belice fino alla costa occidentale vi era la Elymia, terra degli Elimi.

Ma perché allora molti di questi studiosi non hanno fatto altro che perseverare con questa ‘’filiazione’’ latino-sicula? La risposta è semplice: hanno letto fonti antiche senza però vagliarle con tutti crismi scientifici. Ora, gli Antichi dicevano la verità, ma una verità adombrata dall’apparenza che ammantava la realtà del loro tempo, vedendo effetti senza contemplarne le cause, o meglio dire se non le cause intermedie e non quelle ab origine. Tutto qui. Procedo nella dimostrazione, seguitemi. Basta leggere il testo di Varrone, perché da lì è nato l’equivoco. 

Varrone, infatti, dice in De lingua latina (libro V, 101): lepus quod Siculi quidam Graeci dicunt λέποριν: a Roma quod orti Siculi, ut annales veteres nostri dicunt, fortasse hinc illuc tulerunt et hic reliquerunt id nomen. ‘’La lepre, che dai Siculi alla pari dei Greci [quegli Eoli dei quali si leggerà più sotto] era detta léporin [acc. sing. di λέπυς/lépus]: poiché i Siculi provengono da Roma, così come i nostri antichi annali raccontano, e probabilmente da qui [dal Lazio] a lì [in Sicilia, ove si stabilirono anche gli Elleni] questo nome portarono e qui [nel Lazio] lo lasciarono’’. Ed ancora Varrone nel De re rustica (libro III, 12, 6) dice: λέποριν a graeco vocabulo antiquo dicunt leporem, quod eum Aeoles Beotii λέποριν appellabant. ‘’léporin [acc. sing. di λέπυς/lepus], da una antica glossa greca, dicono la lepre, perché gli Eoli di Beozia chiamavano esso léporin [acc. sing. di λέπυς/lépus]’’.

A cui si aggiunge la testimonianza di Dionisio di Alicarnasso nel libro I delle Antichità romane (20, 1-4) circa la ‘’presunta’’ derivazione della lingua latina da uno specifico dialetto ellenico parlato nel Peloponneso, con tanto di schema comparativo tra glosse corrispondenti tanto foneticamente tanto semanticamente (dialetto peloponnesiaco a sua volta associato al Pelasgico ed all’Enotrio), nel quale ‘’ad una glossa ellenica/pelasgico-enotria iniziante per vocale molto spesso corrisponde in lingua latina la stessa identica cominciante in u’’, ossia nel noto digamma (w) indoeuropeo: (20, 1) Ἐλθοῦσι δὴ τοῖς Ἀβοριγῖσι σὺν πολλῇ στρατιᾷ ἱκετηρίας οἱ Πελασγοὶ προτείνοντες ὁμόσε χωροῦσιν ἄνοπλοι φράζοντές τε τὰς ἑαυτῶν τύχας καὶ δεόμενοι πρὸς φιλίαν δέξασθαι σφᾶς συνοίκους οὐ λυπηροὺς ἐσομένους, ἐπεὶ καὶ τὸ δαιμόνιον αὐτοὺς εἰς τήνδε μόνην ἄγει τὴν χώραν, ἐξηγούμενοι τὸ λόγιον. (2) Τοῖς δὲ Ἀβοριγῖσι ταῦτα πυθομένοις ἐδόκει πείθεσθαι τῷ θεοπροπίῳ καὶ λαβεῖν συμμαχίαν Ἑλληνικὴν κατὰ τῶν διαφόρων σφίσι βαρβάρων, πονουμένοις τῷ πρὸς τοὺς Σικελοὺς πολέμῳ. Σπένδονταί τε δὴ πρὸς τοὺς Πελασγοὺς καὶ διδόασιν αὐτοῖς χωρία τῆς ἑαυτῶν ἀποδασάμενοι τὰ περὶ τὴν ἱερὰν λίμνην, ἐν οἷς ἦν τὰ πολλὰ ἑλώδη, ἃ νῦν κατὰ τὸν ἀρχαῖον τῆς διαλέκτου τρόπον Οὐέλια ὀνομάζεται. (3) Σύνηθες γὰρ ἦν τοῖς ἀρχαίοις Ἕλλησιν ὡς τὰ πολλὰ προτιθέναι τῶν ὀνομάτων, ὁπόσων αἱ ἀρχαὶ ἀπὸ φωνηέντων ἐγίνοντο, τὴν <ου> συλλαβὴν ἑνὶ στοιχείῳ γραφομένην. Τοῦτο δ´ ἦν ὥσπερ γάμμα διτταῖς ἐπὶ μίαν ὀρθὴν ἐπιζευγνύμενον ταῖς πλαγίοις, ὡς Fελένη καὶ Fάναξ καὶ Fοῖκος καὶ Fαὴρ καὶ πολλὰ τοιαῦτα. (4) Ἔπειτα μοῖρά τις αὐτῶν οὐκ ἐλαχίστη, ὡς ἡ γῆ πᾶσιν οὐκ ἀπέχρη, πείσαντες τοὺς Ἀβοριγῖνας συνάρασθαί σφισι τῆς ἐξόδου στρατεύουσιν ἐπὶ τοὺς Ὀμβρικοὺς … ‘’ (20, 1). “Giungendo infatti gli Aborigeni con tante milizie, i Pelasgi alzarono ramoscelli d’olivo ed inermi si presentarono raccontando delle loro sorti e pregando che li accogliessero con amicizia in quei luoghi, per abitarvi con loro, senza essere di peso, poiché l’oracolo ivi appunto li indirizzava e lì l’oracolo esposero. (2) Udendo ciò gli Aborigeni, parve loro di ubbidire all’oracolo e ricevere così tanti Greci come alleati contro i loro nemici barbari, stanchi ormai della guerra contro i Siculi. Vennero dunque ai sacri patti con i Pelasgi e spogliandosene essi stessi divisero la terra loro intorno a quella sacra laguna, paludosa in molti tratti, la quale ancora dall’antico dialetto Velia si chiama [ciò che in Greco antico era Elia]. (3) Infatti nell’antico dialetto solevano i Greci, se una parola cominciava per vocale anteporvi una u, figurata con un segno unico, il quale era il doppio di una gamma [F]: vuol dire una retta con due traverse di fronte, come la hanno le voci Felene, Fanax, Foikos, Faer [ovvero Uelene, Uanax, Uoikos, Uaer] e molte altre. (4) Dopo ciò, una parte non piccola dei Pelasgi, poiché la terra non bastava a tutti, persuase gli Aborigeni ad unirsi nella battaglia che portava agli Umbri …’’ [tutte le traduzioni presenti negli articoli firmati dall’autore sono sempre dell’autore medesimo; questa, in particolare, leggibile nel saggio Siculi Indoeuropei. Le origini nordiche dell’Ethnos. Tomo I].

Era facile per questi eruditi antichi determinare una genealogia tra le lingue del loro tempo, in questo caso tra Latino, Siculo e vari dialetti ellenici. In questo non bisogna mai dimenticare che anche il tipo fisico, ossia il fenotipo, giocava la sua importante parte: li avvertivano come loro simili nell’aspetto e nei costumi, così come nel linguaggio, proprio come oggi farebbe un norvegese nei confronti di uno svedese o di un danese. I Romani e gli storici di lingua greca che ivi vivevano come Dionisio di Alicarnasso non potevano non notare che la lingua latina avesse molte somiglianze fonetiche ed anche sintattiche sia con la lingua degli Elleni sia con quella dei Siculi; ed i loro documenti storici fornivano un supporto molto importante a riguardo, poiché tutti questi documenti affermavano sinotticamente che nel Lazio, Patria dei Romani, vi abitarono sia Siculi sia Elleni nei tempi più antichi. Certo, però i Romani non potevano mai immaginare che queste somiglianze, ovvero questo passaggio di isoglosse in realtà risaliva al tempo del loro stanziamento mitteleuropeo e non al loro casuale secondo incontro nella penisola italiana.

Il fatto è che nel primo stanziamento mitteleuropeo veramente tutti questi macro-gruppi avrebbero scambiato isoglosse, proprio perché l’effetto della migrazione crea questo fenomeno; ma ciò sarebbe stato impossibile nel loro secondo incontro, qui in Italia, per l’esattezza nel Lazio, poiché ciò avrebbe creato un effetto di creolizzazione che oggi sarebbe molto evidente. Ma è vero che Siculi ed Elleni hanno abitato il Lazio fino all’età del Bronzo (nel caso ellenico anche dopo), essendovi le prove archeologiche, oltre a quelle storiche conservate dai Romani del I sec. a.C. Ciò è evidente, ma come potevano mai sapere i Romani del I sec. a.C. di quanto sto dimostrando io adesso? Non erano glottologi, archeologi o antropologi. Però la realtà non sfuggiva loro perché erano molto intelligenti.

Questo sistema di isoglosse si è formato in realtà nel corso del Neolitico, ponendo la prima ondata kurgan del ramo orientale indoeuropeo nella metà del V millennio a.C. Infatti gli stessi Siculi cominciarono a migrare dai Balcani nell’Italia centrale nel corso dell’Eneolitico, dunque tra la seconda metà del IV millennio a.C. e la prima del III millennio a.C. Ma proto-Latini e Siculi si incontrarono nuovamente nel Lazio nel corso del XV sec. a.C., e con gli Elleni a partire dal Bronzo finale, ossia dall’XI sec. a.C., quando già gran parte dei Siculi aveva occupato la Sicilia orientale. Però sorprende come un tale come Dionisio di Alicarnasso abbia fatto un excursus sul digamma, che tra l’altro non era più presente, o meglio dire evidente, sia nella lingua latina sia nell’idioma greco del suo tempo. Ma lo ha rilevato ed è riuscito a fare uno schema comparativo tra le due lingue, imparentandole. Vedete, il Siculo non può essere collocato nell’albero genealogico accanto a Latino e Osco-umbro, perché i relativi spettri fonetici sono differenti, sebbene derivanti da uno comune. 

Ingresso Nord della catacomba di Contrada Pantanello, IV-V sec. Adiacente ad esso, ambiente rupestre ricavato forse dallo sgombro ed allargamento di una precedente tomba sicula, usato come piccola area santuariale provvista di altare e spazio per l’affissione di immagini sacre, ove pregare e lasciare offerte, oppure come area riservata al custode.

APPENDICE:
Ricerche personali nell’area di Monte Finocchito

Prima di passare ad altro, voglio aggiungere una cosa mia, del tutto personale. Trattasi di un anticipo delle mie ricerche, spesso condotte nelle assolate giornate domenicali, le ultime delle quali fruttuosamente condotte a Contrada Pantanello, ai piedi del Monte Finocchito, e dintorni. A Contrada Pantanello, sempre alla ricerca di antiche vestigia di insediamenti siculi, è da anni che mi fermo a godere del fresco entro una catacomba paleocristiana del IV-V sec. (era volgare, s’intende), sviluppantesi in due linee di percorrenza di circa 10 m. e larghe circa 2 m. (oggi in stato di allargamento dovuto a riutilizzo dell’ambiante come stalla o ovile).

La necropoli presenta due ingressi, uno che accede ad un camerone circolare di circa 8 m. di diametro e anti-ingresso di 3 m. circa. Nel camerone principale, il quale nelle adiacenze esterne ha una specie di arcosolio che ricorda nell’impianto una tomba a grotticella artificiale sicula, sgomberata e riadattata come piccolo ambiente destinato alla preghiera ed alle offerte, o forse come area riservata al custode, vi sono stati scavati al suo interno diversi arcosoli (aree sepolcrali il cui ingresso è costituito da un arco naturale, ricavato dalla scalpellatura della parete rocciosa), 4 per la precisione ed abbastanza grandi, a camera, due dei quali forniti di letti in pietra e nicchie. Segue poi il primo corridoio, lungo circa 10 m. e fiancheggiato da entrambi le pareti da pile di loculi a sezione rettangolare e arcosoli forse polisomi, i quali sono a sua volta sormontati da altri loculi (gli arcosoli sono forse tutti polisomi, vista l’ampiezza, e presentano diverse profondità (fino a 3 o 4 m. ed un’ampiezza di 2 m.; i loculi presentano una lunghezza che varia tra 1,60 m. e 1,90 m. circa, dunque per individui di sesso femminile e di sesso maschile, ma ve ne sono anche di piccoli per gli impuberi).

Si giunge al secondo atrio, terminando così il percorso a fianco di una tomba a camera sostenuta da pilastro (dunque con due entrate) e dotata di oculus sia all’ingresso sia all’interno per ricevere la luce solare direttamente dall’esterno; da lì l’atrio fiancheggia a sinistra un secondo camerone provvisto di oculus, oggi tramezzato da tessitura muraria in blocchi calcarei di più recente edificazione; segue verso l’interno un nuovo arcosolio, fiancheggiato esso da anti-camera provvista di pile di loculi; poi il secondo corridoio, la cui percorrenza eguaglia il primo e fiancheggiato anch’esso da serie di arcosoli e pile di loculi (però loculi più grandi, 1,90 m. ciascuno, mentre gli arcosoli presentano le stesse dimensioni di quelli del primo corridoio). L’orientamento della catacomba è il seguente: ingresso principale a Nord; secondo ingresso ad Est; primo corridoio Ovest-Est (terminando nel secondo ingresso); secondo corridoio a Sud-Ovest. In planimetria si presenta a forma di V. 

Nella contrada sovrastante (della quale non so ancora il nome, anche perché ve ne sono tantissime, a volte non coincidenti nel nome evinto dalle tavole catastali con quello appreso dalla chiacchierata con i residenti) vi sono tracce di insediamenti siculi dell’età della facies del Monte Finocchito: tracce di capanne circolari di circa 10 m. di diametro. Trattasi di 2 capanne claniche oggi separate dalla strada sterrata in salita, delle quali quella volta a Nord presenta un ingresso rettangolare, come una specie di passerella. Entrambe le capanne presentano i ruderi di un antico alzato su fondazione (marna calcarea modellata ad hoc) costituito da grossi blocchi irregolari di marna calcarea, così come i buchi ove si ergevano i pali lignei portanti;  poco più avanti, in direzione Sud-Ovest vi è un impianto rettangolare, probabilmente le vestigia di un Anaktoron, un palazzo nobiliare, ove risiedeva il Dux (i Siculi non avevano il ‘’Re’’, ma un consiglio di anziani di alto lignaggio che eleggeva come primus inter pares un Dux, così come ci racconta Diodoro Siculo sulla scorta di Antioco e Filisto di Siracusa), con luce tra i cordoli di fondazione ricavati nella marna calcarea di circa 10 m. e tracce di buchi di palo portante ad interasse di circa 3 m.; ogni buco per palo portante presenta una larghezza diametrale di 18,5 cm. x 22 cm. 

A sinistra, due arcosoli lungo la parete sinistra del primo corridoio; a destra, serie di arcosoli che si aprono sulle pareti del secondo corridoio, sormontati quasi tutti da loculi.
A sinistra, oculus su arcosolio monumentale alla fine del primo corridoio; a destra pile di loculi lungo le pareti del primo corridoio.
A sinistra, capanna clanica sicula (capanna 1 Nord), Periodo siculo III, IX-VIII sec. a.C., con pianta circolare, diametro circa 10 m., alzato in grosso pietrame e palificazione portante e di tamponamento, tetto conico stramineo ed orditura primaria e secondaria lignea; a destra, particolare dell’atrio della capanna con basamento della passerella scolpita nella roccia.
A sinistra, capanna 2 Sud, coeva della capanna 1 Nord, particolare della fondazione circolare con tracce di buchi per la palificazione portante (le dimensioni sono pressoché identiche della capanna 1 Nord); a destra, zoccolo della navata dello Anaktoron (alcune decine di metri a Sud-Est dalle capanne) con buchi per i pali portanti adombrati da un folto lentischio. Nelle ripide scarpate del rilievo si aprono le tombe a grotticella, ossia la necropoli clanica, oggi del tutto distrutte da vari lavori di sbancamento avvenuti nel tempo. 

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