Il “Gotico sulfureo” di Leo Perutz

Talentuoso e tormentato outsider che viene oggi giustamente celebrato come uno dei più raffinati maestri del genere gotico, Leo Perutz, per sfuggire alle angustianti strettoie della realtà, rivolge lo sguardo al vasto campo di memorie dell’Antichità e intesse un personalissimo dialogo con le ombre dei grandi del passato, le sole capaci di lenire il suo esacerbato solipsismo.

di Paolo Mathlouthi

Matematico segnato da una vena letteraria sofisticata, barocca ed immaginifica, considerato un genio da Ian Fleming, amato da Borges e idolatrato da Alexander Lernet Holenia, che deferente si riconosceva suo debitore ed allievo, Leo Perutz (1882 – 1957) ha goduto per lungo tempo di cattiva stampa nel nostro Paese e altrove, in parte per il suo proverbiale pessimo carattere che non gli ha consentito di accattivarsi in vita le volubili e permalose simpatie dei critici, ma soprattutto in virtù del perdurare di quel coriaceo pregiudizio tutto novecentesco che vede negli scrittori di racconti fantastici degli oscuri e retrivi paladini della Reazione, come appunto si diceva nel secolo breve che con tanta fretta ci siamo affannati ad accantonare. Giocare con la Storia, prospettare esiti alternativi di vicende note, lasciar intravedere altri cieli ed altre terre, auspicare futuri possibili è sempre stato considerato un atteggiamento sospetto dagli zelanti custodi dell’ortodossia culturale, una forma strisciante di dissenso tanto più pericolosa se, come nel caso dello scrittore praghese, si accompagna ad una morbosa attrazione verso i Vinti, vale a dire coloro che, in spregio allo spirito del tempo nel quale la sorte li ha costretti a vivere, scelgono di schierarsi in partibus infidelium, non disdegnando, quando le circostanze lo richiedono, di consegnare se stessi alla dannazione.

È odore di zolfo quello che fortissimo emana dalle pagine dei suoi romanzi, ma se un critico paludato come Ladislao Mittner ha ritenuto per questo di dover escludere Leo Perutz dal canone aureo della letteratura di lingua tedesca, di avviso affatto contrario (della qual cosa gli siamo immensamente riconoscenti) è stato il compianto Roberto Calasso il quale, noncurante dello sprezzante giudizio di Bertolt Brecht, in questi anni ha ripubblicato alcune delle opere più significative del talentuoso e tormentato outsider che, sottratto all’oblio cui l’esegesi militante lo aveva relegato, viene oggi giustamente celebrato come uno dei più raffinati maestri del genere gotico. Per sfuggire alle angustianti strettoie della realtà lo scrittore, pessimista rabbioso, rivolge lo sguardo al vasto campo di memorie dell’Antichità ed intesse un personalissimo dialogo con le ombre dei grandi del passato, le sole capaci di lenire il suo esacerbato solipsismo.

È quanto accade all’antieroe del romanzo La neve di San Pietro, ultimo in ordine di tempo di un ricercato florilegio di titoli dell’enigmatico letterato boemo che la casa editrice Adelphi ha incluso nel proprio prestigioso catalogo. La vicenda si apre nell’asettico candore di una stanza d’ospedale dove il protagonista, Friedrich Amberg, riprende lentamente conoscenza. Alle infermiere che lo assistono e gli riferiscono di un grave incidente automobilistico nel quale sarebbe stato coinvolto, il paziente risponde di aver riportato le ferite che ha sul corpo a causa delle percosse ricevute da un gruppo di contadini in rivolta che lo avrebbero assalito durante una sommossa. La curiosa notizia fa presto il giro dei corridoi e giunge alle orecchie del primario che, incredulo, si reca al capezzale del malato e lo invita a raccontare la sua storia. Riannodando a fatica i fili dispersi della memoria il giovane dichiara di essersi recato a Morwende, paesino sperduto nel cuore della Westfalia, luogo situato fuori dal tempo e a stento lambito dalla Modernità, su invito dell’eccentrico signorotto locale, il Barone von Malchin, che mesi prima lo aveva ingaggiato come medico condotto.

Il nobiluomo lo accoglie dapprima con una certa freddezza, dettata dalla differenza di rango, ma tra i due s’instaura strada facendo un rapporto improntato a reciproca stima. Una sera, invitato a cena presso la dimora padronale, il medico apprende dalla viva voce del suo anfitrione l’inquietante progetto che ha in animo di porre in atto. Von Malchin si dichiara convinto sostenitore della monarchia assoluta di diritto divino e non fa mistero del profondo disprezzo che nutre nei confronti della Democrazia liberale, colpevole, a suo dire, di aver determinato il disincanto del mondo. Il popolo ha perso fiducia nella missione salvifica dei sovrani in quanto, complice il diffondersi delle dottrine progressiste, è venuta a mancare quella tensione religiosa, quel rapimento mistico che era la fons iuris sulla quale si reggeva la società nel mondo della Tradizione.

Proseguendo nel delineare i contorni dell’utopia regressiva nella quale crede con ferrea determinazione di fronte agli occhi sbigottiti del medico, il Barone afferma che, sulla base di alcuni studi da lui condotti, i principali fenomeni di fanatismo religioso, dal movimento dei dolciniani alle rivolte hussite, si sono verificati in Europa in quelle zone rurali in cui il grano era affetto da una particolare tossina dai poteri allucinogeni, conosciuta negli antichi erbari appunto come “neve di San Pietro”. Con l’aiuto della dottoressa Kallisto Tanaris, soprannominata “Bibiche”, una fascinosa biologa che era stata compagna di studi di Amberg, von Malchin intende riprodurre in laboratorio la stregonesca sostanza per somministrarla ai suoi contadini, diluita nella birra, durante un sontuoso banchetto che intende offrire agli abitanti della contrada in occasione dei festeggiamenti per il suo genetliaco.

In quel frangente avrebbe mostrato loro il discendente diretto dell’ultimo Hohenstaufen, un adolescente di nome Federico da lui adottato dopo averlo scovato in un casolare della bergamasca (sic!) ed essi, pervasi da furore religioso, lo avrebbero riconosciuto e nuovamente acclamato, ristabilendo così l’autorità legittima. «Vede la casa?» – dichiara il Barone mostrando all’amico la dimora in cui il giovane erede designato riposa ignaro – «Quello è il Kyffhauser, là vive nell’attesa l’Imperatore segreto. Io gli sto spianando la strada. E un giorno dirò al mondo le parole gridate un tempo dal servo saraceno di Manfredi ai cittadini di Viterbo in rivolta: “Aprite le porte! Aprite i cuori! Guardate, il vostro signore, il figlio dell’Imperatore, è venuto!”» [1].

L’allucinato proposito di von Malchin viene effettivamente posto in essere, ma ormai lo spirito del tempo ha mutato irrimediabilmente direzione. Falci e fucili dilagano attraverso la pianura, secondo le previsioni del Barone, ma questa Vandea postmoderna rivela presto, ironia della sorte, una connotazione ideologica del tutto diversa rispetto a quella auspicata da von Malchin: i contadini, marciando sotto le bandiere rosse al canto dell’Internazionale, cingono d’assedio il suo castello e, guidati dalla stessa Bibiche tramutatasi in Erinni, invasata sacerdotessa della nuova eresia rivoluzionaria, lo consegnano all’abbraccio purificatore delle fiamme. Il sogno di un ritorno al passato, applicato alla lettera, si è alla fine tramutato in un incubo tra le cui spire lo stesso apprendista stregone ha trovato la morte.

In questo romanzo, dato alle stampe alla vigilia della presa del potere da parte di Hitler, Leo Perutz ci offre una rivisitazione novecentesca inusuale, ma non per questo meno sulfurea e perturbante, del mito germanico dell’Imperatore dormiente che, come leggenda vuole, tornerà alla fine dei tempi per riscattare l’umanità e il mondo, nella quale il dramma personale del protagonista — schiavo di un’ossessione e costretto a misurarsi con un Destino contro il quale nulla è possibile e che si diverte a giocare con lui come il gatto con il topo prima di assestargli il colpo ferale — è inscritto in una cornice di rigorosa e razionale ricostruzione del contesto storico e sociale dove però, improvvisamente, l’Irrazionale fa capolino come un fuoco fatuo e, dando corpo e sostanza alle ombre generate dal sonno della Ragione, accende la miccia dell’Immaginazione, aprendo dinnanzi agli occhi del lettore scenari inattesi e percorsi inusitati dagli esiti imprevedibili.

Quello della predestinazione e della sua ineluttabilità è un tema ricorrente nei romanzi dello scrittore boemo. Mutano le situazioni e le contingenze, certo, ma che ci si ritrovi alla corte del Re di Francia alle prese con una congiura di palazzo volta ad assassinare il sovrano, nella Spagna picaresca e sanfedista invasa dalle truppe di Napoleone o nella Russia sconvolta dai sussulti della Rivoluzione d’Ottobre, sempre le scelte dei singoli sono eterodirette da forze arcane, imperscrutabili, che si contendono la loro anima; e il Diavolo, grande protagonista di questi thriller metafisici, ci mette volentieri lo zampino nel rimescolare le carte ed aggrovigliare in maniera inestricabile le vicende, propiziando improbabili scambi di persona, come accade ai protagonisti de Il cavaliere svedese, oppure nascondendosi tra le pagine di un libro maledetto il possesso del quale comporta l’inanellarsi di un’inquietante serie di delitti consumati per le strade della Vienna asburgica. Uomo dalla solida formazione scientifica, Leo Perutz è tuttavia irresistibilmente sedotto dal Sovrannaturale, soprattutto quando si tinge dei colori dell’oscurità:

“Paura e fantasia sono legate da un vincolo indissolubile, – afferma lo scrittore per bocca di uno dei suoi personaggi – “(…) chi ha una fantasia particolarmente fervida è al contempo ossessionato da mille angosce, mille terrori (…). Conoscete la paura? (…). Davvero pensate di conoscerla? (…). La vera paura (…) che sopraffaceva il cavernicolo quando, fuori dal cerchio di luce del suo fuoco, affrontava le tenebre, mentre le folgori saettavano giù dalle nubi e l’urlo dei sauri primordiali riecheggiava dalle paludi, la paura primeva della creatura sola…nessuno di noi contemporanei può dire di conoscerla, nessuno di noi sarebbe in grado di sopportarla. E tuttavia il sensorio, che è in grado di suscitarla in noi, non è morto, anzi è vivo, benché forse in preda a un ottundimento millenario: non dà segni né segnali… il nostro cervello reca in sé un mostro in letargo” (2).

Una consapevolezza che colloca naturalmente Leo Perutz nell’alveo di una tradizione letteraria illustre, quella del realismo fantastico mitteleuropeo, accanto a Gustav Meyrink, Max Brod, Alfred Kubin. Scrittori diversissimi ma inconsapevolmente accomunati dal fatto che le loro vite errabonde si sono sfiorate e in alcuni casi incrociate lungo le vie di Praga.

Capitale della magia e del sapere occulto, come nel Medioevo lo è stata Toledo, questa città splendida, dove il rigore tedesco delle architetture convive con l’anima slava, fatalista e sognatrice, viene eletta a dimora privilegiata dall’Imperatore Rodolfo II d’Asburgo, che nel XVI secolo concede asilo presso la sua corte a maghi, astrologi, cabalisti e filosofi neoplatonici perseguitati altrove dalla Santa Inquisizione. Il ponte Karol, il quartiere di Santa Maria della Neve, non lontano da Piazza Jungmannovo dove nel 1415 viene arso sul rogo Jan Hus, antesignano di Lutero che con la sua veemente oratoria dal pulpito della Cappella di Betlemme incita i Fratelli Boemi alla disobbedienza civile e alla rivolta contro la corruzione del clero di osservanza spagnola, il ghetto ebraico puntellato nella notte da stanze malamente illuminate dove i rabbini recitano, alla fioca luce delle candele, la formula per ridestare il Golem, mostro d’argilla chiamato a compiere vendetta contro coloro che perseguitano i figli dispersi d’Israele, i ciottoli delle vie di Mala Strana che conservano ancora l’eco dei passi di Cornelio Agrippa e di Paracelso, serpeggiando tra le numerose residenze storiche dagli indecifrabili stemmi gentilizi che si contendono l’onore e l’onere di aver ospitato nientemeno che il Doktor Faustus, personaggio realmente esistito pare, medico e indagatore dell’occulto, che avrebbe a propria insaputa alimentato la fantasia di Goethe e Thomas Mann: ogni cosa qui rimanda ad un passato remoto e ad ancestrali culti dimenticati.

Città adusa a corteggiar la Morte, Praga, traboccante di fantasmagorie nella quale nuguli di spettri scorrazzano indisturbati all’imbrunire, facendo capolino ad ogni incrocio per irretire gli ignari viandanti, come accade nella chiesa di San Giovanni al Lavatoio, dove si dice che allo scoccare della mezzanotte compaia un monaco in nero alla guida di un carro infernale trainato da due mostruosi capri dagli occhi fiammeggianti, costretto a vagare senza requie nei dintorni per aver offerto a Dio una moneta falsa. Anime in pena di ribaldi condannati alla forca, cavalieri acefali, salme con il pugnale nel petto di nobildonne altezzose colpevoli di efferati infanticidi si danno convegno sotto le mura del castello di Hradcany come ad un sabba. Un maestoso palcoscenico sospeso tra cielo e terra sul quale, come in una rappresentazione allegorica, forsennata si accalca una variopinta folla di personaggi, eroi e gaglioffi, filosofi e impostori, santi, eretici e posseduti, ciascuno impegnato a recitare un ruolo prestabilito sotto lo sguardo trasognato dell’Imperatore che di questo rutilante caravanserraglio conteso tra Paradiso e Inferno è il vero capocomico, il supremo burattinaio, lui per primo archetipo vivente, ad un tempo sommo sacerdote e vittima sacrificale della luciferina liturgia praghese

Nella raccolta di racconti intitolata “Di notte sotto sotto il ponte di pietra” Leo Perutz ce lo descrive asserragliato nelle stanze più riposte della sua dimora, indifferente agli affari di Stato, sordo al rozzo fragore del mondo che furioso schiuma come il mare in tempesta appena oltre i bastioni, con le Fiandre dilaniate dalla sanguinosa guerra fratricida che contrappone i cattolici ai protestanti mentre ampie porzioni dell’Ungheria giacciono sotto il giogo turco, intento solo a riempire di mirabilia la wunderkammer che si è fatto allestire nelle sontuose sale sospese sopra il Fossato dei Cervi. Jacopo Strada, antiquario di corte potentissimo e onnipresente, ha il compito di recuperare in ogni parte del mondo e a qualunque prezzo gli oggetti più strani per assecondare la forsennata smania collezionistica del sovrano.

Cresciuto all’Escorial, sotto la sferza della rigida disciplina controriformistica impostagli dallo zio Filippo II di Spagna che avrebbe voluto farne un campione della fede, nella sua giovinezza Rodolfo ha maturato un odio sordo verso i Gesuiti, colpevoli ai suoi occhi di tramare per scalzarlo dal trono e favorire quindi (come in effetti accadrà) il più risoluto fratello Mattia. Un livore il suo che, in una sorta di perverso meccanismo di compensazione, cresce nel tempo di pari passo con una vera e propria fissazione per l’occulto. Ossessionato dall’idea della predestinazione connessa all’alto ufficio della dignità imperiale cui è stato chiamato dalla sorte, interpella i fantasiosi automi meccanici dei quali si circonda come fossero suoi consiglieri, scruta le bizzarre preziosità che affollano il suo bazar privato nel tentativo di scorgervi presagi, segni, premonizioni del futuro.

Superstizioso, braccato dall’assillo della solitudine, l’Imperatore cade facile preda di chi, attraverso melliflue lusinghe, sa manipolare con scaltrezza la sua indole saturnina a proprio vantaggio, come Mordecai Meisl, figura torva e obliqua di usuraio che gli presta il denaro necessario a coltivare le sue eccentriche manie, prima fra tutte lo studio dell’alchimia. A sedurre l’ottenebrato cuore dell’Imperatore è l’inquietudine febbrile provata all’idea di poter modificare a piacimento il corso degli eventi, la vertiginosa emozione squisitamente rinascimentale procuratagli dalla speranza di vedere l’uomo trionfare, attraverso le complicata arte della trasmutazione dei metalli, sulle leggi immutabili stabilite da Dio, anche a costo di vendere l’anima al Demonio. Una sfida prometeica che lo affascina, gli toglie il sonno, lo seduce e lo tiene vivo, ma gli attira anche le pericolose inimicizie di molti influenti membri del suo entourage.

Il nunzio apostolico Filippo Spinelli scrive con toni allarmati al Pontefice Paolo V Borghese dicendosi sicuro che Satana abbia insinuato il suo piede caprino nelle segrete stanze di Hradcany e lo esorta ad intervenire quanto prima e con mano ferma per riportare l’Impero sotto il segno della vera fede. Il Papa affida allora al Cancelliere Philipp Lang von Langenfels, capofila del “partito” cattolico a corte, il compito di avviare in gran segreto trattative con l’Arciduca Mattia per sondare una sua eventuale disponibilità a spodestare il fratello. Questi non se lo lascia ripetere due volte: all’insaputa dell’Imperatore, impegnato nei lavori della Dieta di Ratisbona, riunisce i nobili magiari che lo acclamano Re d’Ungheria e mettono le loro armi a sua disposizione perché marci su Praga e rivendichi con la forza quanto gli spetta.

Chiuso nella morsa dell’assedio, abbandonato dai più stretti collaboratori che per salvare il collo fanno atto di sottomissione nei confronti dell’usurpatore, Rodolfo non può far altro che cedere il trono e la corona. Relegato in un’ala inaccessibile del palazzo imperiale, sorvegliato a vista dalle guardie del suo stesso seguito, trascorrerà i giorni che gli restano da vivere come un prigioniero in casa propria, preda di incubi ricorrenti e allucinazioni. L’uscita di scena del lunatico monarca segna un progressivo esacerbarsi dello scontro religioso in atto. Il Neoplatonismo umanista ed i movimenti ermetico – cabalistici, rimasti orfani della tutela augustea, perdono la loro battaglia culturale, tra delazioni e accuse di possessione, con il conseguente strascico di processi e le immancabili condanne.

Contesa tra cattolici e protestanti, padroni incontrastati della scena, l’Europa si avvia a tappe forzate verso il bagno di sangue della Guerra dei Trent’Anni. L’abdicazione di Rodolfo II rappresenta inoltre il primo, decisivo colpo inferto ad una certa idea tradizionale della regalità, mutuata dal Medioevo, che vede nella figura dell’Imperatore una sorta d’ipostasi metafisica intangibile dotata di due nature, la prima umana, soggetta quindi alla consunzione indotta dalla vecchiaia, ma la seconda incorruttibile ed eterna, che in una successione virtualmente senza fine trasmigra da un sovrano all’altro, essenza nella quale risiede l’anima stessa, il crisma dell’autorità imperiale. Una concezione inattuale del potere che mal si accorda con il lugubre profilo dei patiboli innalzati per le strade di Praga dagli Svedesi i quali, entrati in città nella notte del 26 luglio 1648, fanno indiscriminato scempio delle collezioni d’arte cui l’Imperatore ha consacrato la vita. La Modernità ha iniziato la sua dolorosa gestazione a scapito del mondo antico morente: da qui alle ghigliottine il passo sarà molto breve.


Note:

  1. Leo Perutz, La Neve di San Pietro, Adelphi, Milano 2016; pag. 96
  2. Leo Perutz, Il Maestro del Giudizio universale, Adelphi, Milano 2012; pag. 185 – 186 

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