“Oltre il Reale”, o della dignità letteraria del Fantastico

La letteratura fantastica viene ancora considerata da troppi a malapena paraletteratura; “Oltre il Reale”, il nuovo volume edito da GOG edizioni ci aiuta ad affermare il contrario, analizzando l’opera di cinque tra gli autori più importanti del genere dalla fine del XIX secolo ad oggi: Lovecraft, Machen, Meyrink, Tolkien e Ashton Smith. 


di Marco Pelagatti
copertina: “Bocca dell’Inferno”, illustrazione tratta da un “Libro delle Ore” del XV secolo

Potrà sembrare una stranezza dover dire un’ovvietà. Certo, a meno che quello che a noi sembra ovvio, palpabile, incontrovertibile, venga negato. Praticamente da sempre i generi rosa, giallo e fantasy sono ostracizzati dal sacro tempio dell’alta cultura, dell’alta letteratura; scritti e letti da gente che vale poco. Indegni del Nobel o di qualunque premio letterario, indegni financo di essere ritenuti letteratura, paraletteratura appunto. La tesi che qui si cercherà di dimostrare è che esiste solo la letteratura, che potrà essere alta o bassa, certo; ma dipenderà dal valore dell’opera e dell’autore, non certo dal genere. Se poi capita che Eco scriva Il nome della rosa e qualcuno faccia notare che è giallo, di certo, sarà anche giallo, ma soprattutto romanzo storico.

La difesa del rosa e del giallo verrà lasciata ad altri, mentre qui ci si concentrerà su quella della letteratura del fantastico nelle sue svariate forme, dal fantasy alla speculative fiction passando per il (folk-)horror. A questo scopo si farà riferimento a Oltre il Reale, il bellissimo libro di recente pubblicazione, edito da GOG edizioni e curato da Lorenzo Pennacchi, in cui vengono ritratti cinque scultori di universi, vissuti tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento [1]: Howard Phillips Lovecraft, Clark Ashton Smith, John Ronald Reuel Tolkien, Arthur Machen e Gustav Meyrink.

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La voce è come quella di una cagna neonata,
ma essa è un mostro pauroso, nessuno
potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra.
I piedi sono dodici, tutti invisibili:
e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa
da fare spavento; in bocca su tre file i denti,
fitti e serrati, pieni di nera morte[2]

Così Omero descrive Scilla. E si ritiene molto poco probabile che qualcuno voglia negare dignità letteraria all’Odissea. È quindi il caso di meditare sulla genealogia del genere, partendo dal mythos, il primo racconto dell’umanità. Le radici della letteratura fantastica contemporanea si rintracciano nelle mitologie che da millenni, in luoghi e tempi diversi, arricchiscono l’immaginario collettivo. Giusto per citarne alcune: l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide; l’Epopea di Gilgameš e il Mahābhārata; l’Edda di Snorri, il Beowulf, il Mabinogion e il ciclo arturiano. Materia solida, ma datata, irripetibile? Eppure, il valore letterario di ciò che è oltre il reale non si esaurisce nel solo mito.

Si pensi a quelle opere in cui gli autori ricercano altri mondi, alternativi o piuttosto complementari al nostro: dalla Repubblica e le Leggi di Platone all’Utopia di Tommaso Moro, dalla Città del Sole di Tommaso Campanella alla Nuova Atlantide di Bacone, non una geografia dell’inesistente ma un’anti-geografia dell’esistente, come ha affermato Giuseppe Dematteis [3]. E che dire dei seleniti di Luciano di Samosata, o dei lillipuziani di Jonathan Swift? Si dimentica quanto il fantastico permei le opere di Boiardo, Ariosto e Tasso? Qualcuno crede veramente che Dante abbia fornito il resoconto di un vero viaggio nella Commedia? Il Paradiso perduto di Milton è forse un reportage? Chi non ricorda che Astolfo va sulla luna con l’ippogrifo a recuperare il senno di Orlando?

Nel periodo romantico i fratelli Grimm recuperano le Fiabe del focolare, Mary Shelley scrive Frankenstein, E.T.A. Hoffmann i suoi Notturni. E il Dracula di Bram Stoker? Si potrebbe continuare a lungo perché la dimensione del fantastico permea la vita umana da tempi immemorabili e in modi eterogenei. Del resto, come sostiene Adriano Monti Buzzetti nella Postfazione di Oltre il Reale, citando Gianfranco de Turris [4], si può vedere nel fantastico «la prosecuzione della realtà con altri mezzi» [5]. Splendida parafrasi di Carl von Clausewitz, perfettamente funzionale al nostro discorso: sia gli scrittori del fantastico, come sopra inteso, che i lettori, possono essere (e spesso sono) grandi autori e fruitori colti e attenti.

Arthur Machen
Arthur Machen

E veniamo dunque ai nostri cinque “scultori di universi”. Si può partire anche dal fondo, dalle bibliografie dei vari saggi. Dove si possono trovare signori come Mircea Eliade, Tzvetan Todorov, René Guénon, Elémire Zolla, Jorge Luis Borges: se questa non è Cultura con la “c” maiuscola dove potremo trovarla? E però andiamo comunque ad esaminare le fonti dei nostri autori.

Cominciamo, e valga come exemplum, col saggio di Marco Maculotti su Machen, che ne Il grande Dio Pan chiama Deus Nodens il «dio-demone venerato dalle truppe romane» [6]. Machen attinge al Deus Noddyns, il “Dio dell’Abisso” gaelico; a Pan, che è (almeno come origine) greco-romano. Machen parla del Graal [7], studia fin da giovane libri sull’occulto, assimila le genealogie celtiche e preceltiche delle Isole Britanniche, di esseri misteriosi e magici, come i Túatha Dé Danann. Contrasta il materialismo, forse anche il darwinismo, immaginando il ritorno al caos, al pre-formale, la cosiddetta regressione protoplasmatica. Come osserva Jacques Bergier [8]:

« Il corpo umano è il punto di congiunzione di forze meccaniche legate alla materia e altre, intelligenti, nate in zone dell’universo che non siamo in grado di percepire. Ignorando il codice genetico, Machen intuì che la vita, vecchia di tre miliardi di anni, cela antichi poteri le cui manifestazioni possono essere terribili. […] Sotto l’effetto di forze imprudentemente scatenate, l’uomo arretra nella scala evolutiva, tornando a un miscuglio originario, al «brodo primordiale» di cui i materialisti come Haldane parlarono cinquant’anni dopo e di cui parlano tutt’ora. Chi percorre questa strada senza ritorno può incontrare mostruose forme sconosciute ai biologi, che hanno dato i natali a tutte le leggende di diavoli e demoni. »

Come non vedere dietro a ciò Anassimandro, per cui il mondo tornerà nell’apeiron che l’ha generato? Forse, almeno abbozzato, un eterno ritorno nietzschiano o eliadiano. Come non percepire nel sostrato dell’opera macheniana, di fatto, la negazione dell’evoluzionismo, visto che si insinua l’ipotesi che si potrebbe anche tornare indietro? Altri, illustri, avevano già ironizzato sulle magnifiche sorti e progressive. Inoltre, Machen trasfonde nelle sue opere quello che si sapeva sulle razze umane: basti pensare alle origini turaniche [9] dei popoli prima dei Celti e ai loro connubi (quasi sempre forzati) con le donne, le figlie degli uomini. Machen ha una cultura di fondo, una Weltanschauung e il desiderio di manifestarla. Ha qualcosa da dirci, anche oggi. 

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Clark Ashton Smith

Quasi altrettanto potremmo dire delle fonti di Clark Ashton Smith. Alla base della sua opera, come mette in luce Francesco La Manno, possiamo trovare «mitologia greca, esoterismo, decadentismo, i Miti di Cthulhu e le teorie teosofiche di Helena Blavatsky» [10]. Smith traduce Baudelaire; nella sua opera usa artifici come uno pseudobiblion [11]  e un raffinato simbolismo. Così vi si riferisce Lovecraft [12]:

« Si è sottratto ai feticci della vita e del mondo e ha intravisto la perversa, titanica bellezza della morte e dell’universo; servendosi dell’infinito per creare i propri sfondi e registrando con riverente timore i capricci di soli e pianeti, di dèi e demoni, e di ciechi orrori amorfi che infestano giardini di fungosità policrome. »

E altresì conosce il suo compatriota e (quasi) contemporaneo Robert E. Howard, entrambi maestri dello sword and sorcery. Tra l’altro Howard è il convitato di pietra di Oltre il Reale, insinuandosi in quasi tutti i saggi, tanto che verrebbe da raccomandare agli autori di trattarlo in un prossimo libro. E che dire di Meyrink? «Tantrismo e Yoga — scrive Roberto Cecchetti — oltre che la sapienza esoterica della mistica ebraica e certo ermetismo alchemico rappresentano il substrato continuamente presente come fiume carsico negli scritti di Meyrink» [13].

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Gustav Meyrink

In conclusione, gli autori del fantastico possono essere e sono diversissimi tra di loro, come in fondo accade per tutte le epoche e i generi (pensiamo alle coppie Leopardi-Manzoni e Pascoli-D’Annunzio, giusto per capirci). Possono essere di fondo ottimisti e fiduciosi, come Tolkien, reso invulnerabile dalla sua granitica fede cattolica [14], o tendere al nichilismo-pessimismo come Lovecraft, se siamo «nell’attesa che il Grande Cthulhu torni a reclamare la sua parte, quando le stelle saranno finalmente allineate» [15]. Insomma, pensatela come volete, ma — santa pace — sono Autori.

Così Buzzetti [16]: «Con l’eclissi della realtà fantastica […] l’universo perduto delle leggende cambia definitivamente indirizzo; non più presenza immanente, seppur schiva, nella Storia umana, ma luogo della mente e del cuore da ricercare appunto “oltre” quel Reale che l’ha estromesso, in un piano alternativo dell’essere da perlustrare mediante l’ausilio di strumenti adeguati a superare il piatto orizzonte della verosimiglianza», spesso con risultati artistici, filosofici e letterari altissimi. Sono autori, e possono essere grandi autori. Talvolta persino Maestri.

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Note:

[1] Con la parziale eccezione di Tolkien che muore nel 1972.

[2] Odissea, 12° Libro, vv. 86-92, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti.

[3] Giuseppe Dematteis, Le metafore della terra. La geografia umana tra mito e scienza, Feltrinelli, 1996.

[4] Gianfranco de Turris, Introduzione a Jacques Bergier, Elogio del fantastico, p. 14.

[5] Adriano Monti Buzzetti, Oltre il Reale: la letteratura fantastica tra magia e modernità, in Oltre il Reale. Lovecraft, Smith, Tolkien, Machen, Meyrink: cinque scultori di universi, GOG edizioni, Roma 2020, p. 198.

[6] Marco Maculotti, I Fair Ones, l’atavismo e la «regressione protoplasmatica»: la mitopoiesi panica di Arthur Machen, in Oltre il Reale, p. 128.

[7] Ivi, p. 117, nota 4.

[8] Ivi, p. 135.

[9] Ivi, p. 121.

[10] Francesco La Manno, Clark Ashton Smith e il decadentismo, in Oltre il Reale, p. 52.

[11] Ivi, p. 57.

[12] Ivi, p. 50.

[13] Roberto Cecchetti, Gustav Meyrink. Un dialogo onirico con il cosmo interiore, in Oltre il Reale, p. 157

[14] Lorenzo Pennacchi, La visione ecologica di J. R. R. Tolkien, in Oltre il Reale, p. 89.

[15] Andrea Scarabelli, Howard Phillips Lovecraft, argonauta dell’Altrove, in Oltre il Reale, p. 43.

[16] Buzzetti, pp. 191-192.


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