[Estratto dall’elaborato di laurea Il riconoscimento dei diritti dei Popoli Nativi del Canada, 2015]
Le First NationsΒ del Canada utilizzano la tradizione orale per registrare informazioni considerate di primaria importanza, che vengono raccolte e condivise attraverso una forma di letteratura che tiene in gran conto la memoria e la parola parlata. La trasmissione orale permette che i sistemi normativo-comportamentali delle popolazioni autoctone siano sottoposti, giorno dopo giorno, generazione dopo generazione, ad una continua creazione. Un punto di forza di questa metodologia Γ¨ la possibilitΓ di reinterpretare le tradizioni in modo tale da scendere a patti con le necessitΓ del mondo contemporaneo, senza che la veritΓ o i principi su cui si fondano i racconti vadano persi. Piuttosto, la necessitΓ di una continua modifica si basa sulla comprensione che il contesto sociale cambia di continuo, e di conseguenza richiede una costante reinterpretazione di alcuni degli elementi narrativi. La fluiditΓ dei racconti delle First Nations riflette il tentativo di rendere attuale il senso piΓΉ profondo delle narrazioni, adattandolo di tempo in tempo ai bisogni degli ascoltatori.Β
Β La legge di reciprocitΓ
Nella visione del mondo nativa, un’importanza fondamentale Γ¨ riservata ai principi di rispetto, scambio mutuale e reciprocitΓ . Per esempio, la storia orale tramandata nella Nazione Tlicho, il cui popolo Γ¨ conosciuto come Popolo Dene, Γ¨ interamente strutturata su una serie di accordi, ognuno dei quali βΓ¨ storicamente servito a risolvere un conflittoβ.
Tali accordi non si limitano agli agreements con i coloni e i minatori bianchi: la cosmologia e la mitologia Tlicho, narrate dagli elders e dai leader nativi, parlano di cinque accordi principali volti a stabilire altrettante relazioni di interdipendenza con altrettante categorie di attori. Questi cinque patti suddividono la storia della Nazione in cinque ere storiche, la prima delle quali coincide con la preistoria.Β Secondo la cosmologia Tlicho, uno dei primi accordi fu stipulato con il mondo Β animale, in quanto i nativi ritengono di avere la responsabilitΓ di salvaguardare l’ambiente e di concedere la propria protezione agli animali al fine di assicurarne la sopravvivenza. Per questa ragione, i Dene dimostrano un rispetto tale verso il mondo naturale da poter essere definito sacrale: prima di cogliere un qualsiasi tipo di erba o radice, che verrΓ utilizzata poi secondo gli usi tradizionali, essi si rivolgono ad essa come se uno spirito cosciente la permeasse β cosa che effettivamente credono β uno spirito in grado di ascoltare le richieste, le giustificazioni e le scuse di chi si Β appresta a sradicarla. Allo stesso modo, anche prima di partire per una battuta diΒ caccia o in seguito all’uccisione di selvaggina, i Dene sono soliti stabilire un rapporto sacrale con lo spirito della specie animale verso cui la caccia Γ¨ indirizzata, allo scopo di mantenere viva una relazione di interdipendenza e scambio mutuale che, altrimenti, rischierebbe di essere compromessa per sempre. Questa filosofia di vita Γ¨ facilmente riscontrabile anche nellβusanza nativa di βonorare la terraβ (pay the land), una pratica che ha attraversato i secoli e che Γ¨ rimasta in voga anche nell’epoca storica delle prime estrazioni minerarie a fianco dei coloni bianchi e che continua tutt’oggi.Β
Γ chiaro, quindi, come i piΓΉ antichi miti della creazione siano diventati per la popolazione Dene il fondamento del sistema normativo: l’obbligazione che, all’alba dei tempi, i nativi riconobbero di avere verso il mondo naturale e in particolar modo verso quello animale assurge ad esempio, a pietra di paragone, per tutti gli accordi che verranno dopo, vale a dire quelli con le popolazioni vicine o con i coloni bianchi. E, difatti, alle prime ere della mitologia Dene fondate sul rapporto di reciprocitΓ con il mondo naturale, seguono le ere piΓΉ recenti, nelle quali il valore dellβinterdipendenza viene mantenuto secondo l’esempio mitico e applicato ai rapporti con le altre societΓ umane, quelle dei tribal neighbours e degli ultimi arrivati bianchi.Β Tuttavia, questi ultimi, storicamente chiamati dai nativi con il nomignolo di kweti (letteralmente: “coloro che cercano i minerali”), non sono mai riusciti a comprendere appieno la logica della reciprocitΓ su cui si fonda l’intero sistema sociale e di conseguenza anche commerciale nativo. Infatti, mentre i nativi possedevano un’economia informale, basata sul baratto e su relazioni di scambio mutuale β di informazioni oltre che di beni β i kweti sono sempre apparsi molto riservati nei loro rapporti con la popolazione nativa, reticenti nel condividere con essi le informazioni e i profitti di quanto, anche e soprattutto grazie alle preziose conoscenze e all’aiuto materiale degli indigeni, riuscissero ad ottenere dalla terra canadese. La storia rivela come le popolazioni native abbiano sempre avvertito una vera e propria obbligazione verso i nuovi arrivati: una responsabilitΓ di condividere le proprie abilitΓ e conoscenze, al fine di instaurare una convivenza pacifica e fondata, ancora una volta, sui principi di reciprocitΓ e rispetto mutuale.
Tuttavia ci Γ¨ impossibile comprendere appieno la logica della reciprocitΓ nativa se ci limitiamo a intendere il termine obbligazione a partire dal nostro background romanistico. Se, infatti, per noi occidentali il rapporto di obbligazione lega perlopiΓΉ due attori β o meglio, due parti β che, trovandosi in conflitto per l’ottenimento di una risorsa, si accordano tramite un patto scritto sui rispettivi diritti e doveri reciproci, sugli obblighi e sulle aspettative legittime che gli uni possonoΒ Β vantare nei confronti degli altri, nella visione nativa il rapporto di obbligazione ha un’estensione molto piΓΉ ampia.
Per le popolazioni native, infatti, ogni rapporto obbligazionario che vieneΒ riconosciuto e tramandato non deriva da una stipulazione tout court solamente con l’altra parte contrattuale, bensΓ¬ deve tenere conto dei rapporti di interdipendenza e reciprocitΓ che legano indissolubilmente l’uomo β sia nativo che non β al resto del mondo, e quindi al mondo naturale, alla terra, al regno animale. In altre parole, ogni patto concluso dai nativi e ogni obbligazione da essi riconosciuta, vuoi nei confronti del mondo naturale vuoi nei confronti di altre societΓ umane, non Γ¨ altro che unΒ riflesso dell’obbligazione originaria, quella nei confronti dell’universo intero, inteso come palcoscenico in cui determinate forze β se vogliamo, spirituali β continuamente ed ininterrottamente dall’alba dei tempi si manifestano secondo la Legge per antonomasia, quella naturale e primigenia, la quale in primo luogo Γ¨ retta appunto dal principio di reciprocitΓ .
I Dene, cosΓ¬ come d’altra parte tutte le popolazioni autoctone americane, riconoscono che non Γ¨ possibile ottenere qualcosa dal ciclo naturale senza βpagarne il prezzoβ: da qui la moltitudine di preghiere, comunicazioni con il mondo naturale e offerte alla terra.
Le Big Stories
Le Big Stories dei Dene trattano ampiamente questa concezione, codificando in racconti mitici i giusti rapporti di reciprocitΓ che devono essere stabiliti con ilΒ resto del mondo.
Il ciclo di Nanabush, il trickster della mitologia Tlicho β uno spirito talvolta rappresentato anche in forma animale, identificato con la puzzola, il procione o il porcospino β Γ¨ un notevole esempio di insegnamento ancestrale ispirato a questa visione del mondo. Esso Γ¨ il simbolo, o meglio la personificazione del mancato rispetto verso la suprema logica di reciprocitΓ nei confronti della natura e dell’ordine cosmico. In diversi miti, al personaggio di Nanabush viene attribuita la colpa originale di aver causato uno sbilanciamento, nocivo e potenzialmente fatale, all’interno del complesso di forze che rendono possibile la sopravvivenza del mondo cosΓ¬ come deve essere, cosΓ¬ come Γ¨ da sempre, dall’alba dei tempi.
In questi racconti, Nanabush Γ¨ colui che, peccando di eccessiva ghiottoneria, eccede nella caccia oltre ogni limite consentito dalla legge naturale, arrivando in tal modo a decretare la morte della quasi totalitΓ della selvaggina boschiva, causando una rottura dell’ordine prestabilito e dei delicati meccanismi di reciprocitΓ che lo reggono. Se volessimo tentare di tradurre il peccato di Nanabush secondo il nostro background occidentale, probabilmente il concetto piΓΉ simile a cui potremmo fare riferimento Γ¨ quello ellenistico di hybris (in greco antico α½Ξ²Ο±ΞΉΟ, traducibile come βtracotanzaβ), la somma colpa di cui si macchiava lβeroe che, confidando solo in sΓ© stesso, nella propria forza interiore e nel potere della ragione, mancava di rispetto alla DivinitΓ , al Soprannaturale, andando irrimediabilmente incontro alla Nemesis (punizione divina) e alla rovina.
In un altro racconto Γ¨ il corvo ad impersonare il ruolo di trickster ma, a differenza del racconto di Nanabush, in questo caso esso impersona il ruolo di insegnante per la popolazione nativa. Si deve, infatti, menzionare il fatto che la figura del trickster in queste mitologie Γ¨ sempre duplice, presentandosi da un lato come colui che distrugge il mondo conosciuto e l’ordine costituito, dall’altro come colui che ne crea uno differente: in quest’ultima luce il trickster appare come un insegnante divino nei confronti dell’umanitΓ ancestrale, come colui che, sebbene con comportamenti talvolta amorali o apparentemente folli, dona insegnamenti preziosi agli umani abbastanza saggi da comprenderli.
Il corvo β dicevamo β in questa narrazione degli Anishinabek approfitta della migrazione di un gran numero di cerbiatti, alci e caribou per radunarli all’interno dei propri confini. Quando gli Anishinabek, preoccupati per l’improvvisa sparizione di un numero cosΓ¬ elevato di capi di selvaggina, vengono a conoscenza di quanto sta succedendo, muovono guerra al corvo. Ma Γ¨ il rappresentante dei cerbiatti a spiegare ai nativi come sta realmente la situazione: essi, e con loro le alci e i caribou, hanno scelto spontaneamente di insediarsi nei territori del corvo sotto la sua ala protettrice, in quanto βi corvi ci hanno trattato meglio di quanto voi umani non abbiate mai fatto, al tempo in cui condividevamo il territorio con voiβ. Quando gli Anishinabek, increduli, chiedono al cerbiatto in che modo il loro comportamento li abbia offesi, esso risponde con tristezza: βAvete sciupato la nostra carne, dissacrato le nostre ossa, disonorato noi e voi stessi. Senza di voi noi possiamo vivere, ma voi senza di noi non potete vivereβ. A questo punto, quando i nativi mortificati chiedono in qual modo possono restaurare il rapporto originario con il regno animale, il cerbiatto dispensa questi consigli: βOnorate e rispettate le nostre vite e la nostra essenza, cosΓ¬ in vita come dopo la morte. Cessate i comportamenti che offendono gli spiriti. Non sprecate la nostra carne. Preservate i campi e le foreste in quanto essi sono la nostra casa. Per mostrare il vostro risentimento per quanto Γ¨ successo e per far sΓ¬ che le generazioni future non dimentichino questo insegnamento, dβora in poi adottate l’usanza di lasciare una foglia di tabacco nel posto in cui ucciderete uno di noi per il vostro approvvigionamento. I doni sono di primaria importanza per ricostruire la relazione tra voi e noiβ. A questo punto della narrazione, gli Anishinabek promettono di seguire la lezione impartita dal cerbiatto, e i corvi permettono alla selvaggina di far ritorno nel loro territorio.

Il racconto appena riportato Γ¨ un classico esempio di mito fondatore delle popolazioni native: da questa obbligazione originaria tutte le altre seguono di conseguenza, come riflessi di una veritΓ ancestrale che, grazie all’intercessione delle forze della natura β sempre rappresentate a metΓ strada tra il mondo spirituale e quello fisico β l’uomo nativo ha potuto sperimentare sulla sua pelle e comprendere appieno, consapevole di non poter piΓΉ ignorare tale lezione se gli sta a cuore la sopravvivenza della sua stessa specie.
Il mito di Nanabush cosΓ¬ come quello del corvo e della selvaggina rappresenta un precedente di primaria importanza per quanto riguarda il governo delle risorse naturali da parte dei nativi. Essi veicolano i principi che il consorzio umano deveΒ rispettare e seguire per potersi inserire nel circolo di reciprocitΓ che tutto governa, il mondo naturale cosΓ¬ come quello spirituale β che dβaltronde nella visione nativa non sono altro che due facce della stessa medaglia.
Se gli Anishinabek smettessero di seguire e rispettare queste promesse, questo modo di relazionarsi con l’ambiente, l’inevitabile conseguenza sarebbe laΒ Β sparizione definitiva di tali risorse; e mentre queste risorse possono continuare ad esistere senza uno sfruttamento da parte nostra, al contrario il consorzio umano non avrebbe alcun futuro senza di esse.
Bibliografia:
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Michael Asch, Home and Native Land:Β Aboriginal Rights in the Canadian ConstitutionΒ (Methuen, Toronto, 1984)
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John Borrows, Recovering Canada:Β The Resurgence of Indigenous LawΒ (University of Toronto Press, 2002)
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Ginger Gibson MacDonald, John B. Zoe e Terre e T. Satterfield 2013 Satterfield, “Reciprocity in the Canadian Dene Diamond Mining Economy”Β in Emma Gilberthorpe e Gavin Hilson, Natural Resource Extraction and Indigenous Livelihoods: Development Challenges in an Era of Globalisation (Ashgate, 2013)

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