L’enigma archeologico del “sito fantasma” nell’arcipelago della Micronesia, composto da circa 100 piccoli isolotti artificiali collegati fra loro da una rete di canali, ha stregato nei secoli gli “indagatori del mistero”, dal marinaio irlandese James O’Connell al colonnello James Churchward, fino al neuropsichiatra Oliver Sacks.
di Francesco Amendola
via L’Immagine Perduta
Nan Madol è uno straordinario sito archeologico che, insieme a diversi altri sparsi nellβarea dellβOceano Pacifico, costituisce uno dei grandi misteri della storia e un notevole elemento di disturbo per le stolide certezze della scienza βufficialeβ, la quale, non riuscendo a spiegarlo, preferisce continuare a ignorarlo.Β Si trova sullβisola di Pohnpei, che in precedenza si chiamava PonapΓ©, nelle Isole Caroline, un vasto arcipelago della Micronesia nel quale, secondo gli storici e gli archeologi di formazione accademica, non avrebbe dovuto prosperare alcuna civiltΓ capace di erigere monumenti del genere. Si tratta di un complesso monumentale di proporzioni straordinarie, al cui confronto anche lβenigma deiΒ moaiΒ dellβisola di Pasqua, le grandiose statue disseminate lungo le pendici dellβisola piΓΉ solitaria e orientale della Polinesia, appare relativamente semplice.
Strano a dirsi, le problematiche relative a Nan Madol sono poco conosciute anche fra i cultori eterodossi della storia e dellβarcheologia e perfino fra i patiti del mistero ad ogni costo, quelli sempre pronti a tirare in ballo lβereditΓ di Atlantide, e magari lβintervento degli extraterrestri, ogni volta che ci sβimbatte in un elemento anomalo rispetto alle nostre attuali conoscenze. Non ne parlano nΓ© Francis Hitching nel suoΒ Atlante dei misteri,Β nΓ© Richard Cavendish nellaΒ Enciclopedia del soprannaturale,Β e neanche Jennifer Westwood nel suoΒ Atlante dei luoghi misteriosi. Γ come se quelle enormi costruzioni semisepolte nella giungla e nel mare, delle quali non sappiamo praticamente nulla di certo, semplicemente non esistessero.

Forse, a ritardare lβesigenza di uno studio serio e approfondito posto dalle rovine di Nan Madol, ha contribuito il fatto che uno dei primi ad occuparsene Γ¨ stato, tra la fine dellβOttocento e i primi decenni del Novecento, un personaggio che non godeva di alcun credito presso la scienza βufficialeβ: il colonnello britannico James Churchward, convinto sostenitore del continente perduto di Mu e controverso studioso delle cosiddette tavolette Naaacal, trovate β a suo dire β in alcune localitΓ dellβIndia e, poi, della Mesoamerica, scritte in un linguaggio sconosciuto e che lui stesso avrebbe decifrato, ricavandone informazioni sconcertanti sulla storia piΓΉ antica dellβumanitΓ .
Non Γ¨ questa la sede per esporre le teorie dellβeccentrico Churchward, che, essendo un dichiarato cultore di esoterismo, non Γ¨ stato preso sul serio dagli archeologi professionali o dagli studiosi di linguistica di formazione scientifica. Chi fosse interessato ad approfondire lβargomento, puΓ² leggere i suoi ponderosi volumi, che sono stati tradotti anche in lingua italiana. Per ora basterΓ dire che, per Churchward, il continente di Mu, situato nella parte centro-meridionale del Pacifico, sarebbe stato la sede di un Impero del Sole, che ha dato origine a tutte le antiche civiltΓ del pianeta, prima di essere distrutto da una serie di cataclismi naturali.
Al momento del suo massimo splendore, esso avrebbe ospitato una popolazione di 64 milioni di abitanti, oltre a una ricca fauna di grandi animali, tra i quali il mastodonte, progenitore dei nostri elefanti. Caratterizzato da un clima sub-tropicale, da estesissime foreste e praterie, il continente di Mu avrebbe raggiunto un governo unitario, benchΓ© fosse abitato da dieci diverse razze umane. Da una di quelle stirpi sarebbero discesi gli ariani, simili a noi, ma di statura piΓΉ alta. Le catastrofi che distrussero Mu sarebbero state due: una, avvenuta in tempi immemorabili, avrebbe spezzato il grande continente, frantumandolo in una serie di isole minori; la seconda, circa 12 mila anni fa, avrebbe spazzato via anche queste, ad eccezione di alcune isolette tuttβoggi esistenti.

Nel suo libroΒ The Lost Continent of MuΒ (1926), Churchward cosΓ¬ si esprime circa i resti spettacolari dellβisola di PonapΓ© [1]:
Β« Qui si trova ciΓ² che considero il reperto piΓΉ importante tra quelli rinvenuti in tutta lβarea dei Mari del Sud. Si tratta delle rovine di un grande tempio, una struttura che misura 90 metri di lunghezza e 18 di larghezza, con mura che nel 1874 erano alte nove metri e che a livello del suolo presentavano uno spessore di un metro e mezzo. Sulle pareti sono tuttora visibili sono tuttora visibili i resti di alcune incisioni che rappresentano molti simboli sacri di Mu.Β Lβedificio presentava canali e fossati, sotterranei, passaggi e piattaforme, il tutto costruito in pietra basaltica.Β Sotto il pavimento di forma quadrangolare vi erano due passaggi di circa nove metri quadrati, posti lβuno di fronte allβaltro, che conducevano a un canale. Al centro della vasta superficie quadrangolare si trovava la stanza piramidale, senza dubbio ilΒ sancta sanctorum.Β Secondo le leggende indigene, molte generazioni fa, il tempio venne occupato dai superstiti di una nave pirata che aveva fatto naufragio. Resti umani si trovano tuttora in uno dei sotterrane che i fuorilegge avevano usato come magazzino.Β Nessun nativo si avvicina volentieri alle rovine, che hanno fama di essere infestate da spiriti malvagi e fantasmi chiamatiΒ mauli.Β A Ponape vi sono anche altri reperti, alcuni adiacenti alla costa, altri sulla sommitΓ delle colline, alcuni addirittura in radure al centro dellβisola; tutti perΓ² sono accomunati dal fatto di essere stati eretti in zone da cui era possibile vedere lβoceano. In una radura cβΓ¨ un cumulo di pietre, che occupa una superficie di cinque o sei acri e che pare essere collocato su una base sopraelevata; intorno ad esso si notano i resti di ciΓ² che un tempo poteva essere un fossato o un canale.Β Ai quattro angoli delle rovine, che corrispondono ai puti cardinali, i mucchi di pietre sono piΓΉ alti, dal che si desume che lβedificio aveva presumibilmente forma quadrata.Β Personalmente ritengo che i resti di Ponape appartengano a una delle cittΓ principali della Madrepatria, forse una delle Sette CittΓ sacre. Γ impossibile stimarne la popolazione, di certo era una cittΓ di grandi dimensioni, forse abitata da centomila persone. Β»
Churchward, comunque, considera Nan Madol soltanto come uno dei numerosi tasselli del mosaico che fa emergere i resti dello scomparso continente di Mu. Tra gli altri, egli cita (oltre ai resti dellβisola di Pasqua) le due enormi colonne, sormontate da un arco, dellβatollo corallino di Tonga-Tabu; le piramidi delle isole di Guam, di Tinian e dellβisola Swallow; le ciclopiche muraglie delle isole di Lele e di Kusai (sempre nelle Caroline); le muraglie delle Isole Samoa; le colonne di pietra, a forma di tronco di piramide, delle Marianne; la grande rovina sulla collina di Kuku, a 30 miglia da Hilo, nellβarcipelago delle Hawaii; i reperti delle isole Marchesi, nella Polinesia orientale; ed altri ancora.

Pohnpei Γ¨ una piccola isola: la sua superficie, compresa quella degli isolotti antistanti, misura appena 347 km, quadrati: poco piΓΉ dellβisola dβElba (244 kmq.); solo che, mentre lβElba si trova a brevissima distanza dal continente, Pohnpei Γ¨ situata in pieno Oceano Pacifico, a enormi distanze dalle terre continentali piΓΉ vicine: la Nuova Guinea e lβAustralia verso sud-ovest, le Filippine e lβAsia orientale verso ovest.Β Fu scoperta da navigatori portoghesi nel 1595. Passata di mano dalla Spagna alla Germania nel 1899 (che, nel 1910, represse nel sangue una dura ribellione degli indigeni); occupata dai Giapponesi nel 1914; invasa dagli Stati Uniti nel corso della seconda guerra mondiale, rimase in amministrazione fiduciaria americana a partire dal 1947, insieme alle altre isole dellβarcipelago delle Caroline.Β Il 22 dicembre 1990 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha posto fine alla tutela degli Stati Uniti, che perΓ², in base allβaccordo di libera associazioneΒ Β del 1986, continuano a curare le relazioni estere e la difesa dellβarcipelago. Garbata espressione per designare la prosecuzione di un vero e proprio regime di protettorato.
Ecco come il ricercatore tedesco Ulrich Dopatka descrive il sito di Nan Madol nel suoΒ Lexikon der PrΓ€-AstronautikΒ (1979)Β [2]:
Β« La zona delle rovine Γ¨ sorprendentemente grande, si tratta di costruzioni a colonne di basalto esagonali e ottagonali (si dice che in tutto siano 400.000), disseminate su una lunghezza di oltre 24 km; alcune superano in grandezza e in peso i blocchi della piramide di Cheope. In passato il luogo portava il nome di Soun Nal-Leng, ossia Β«scogliera del cieloΒ» e le leggende della Micronesia affermano che i massi giunsero sul posto in volo. Vi sono mura alte fino a 10 m. Costituiscono un enigma le pietre da catapulta perfettamente levigate e grandi quanto un uovo di struzzo rinvenute fra le rovine, dacchΓ© in tempi storici la catapulta non fu una macchina di guerra nota ai micronesiani. Aperture praticate nel suolo immettono in camere sotterranee. La maggior parte delle costruzioni (mura, strade, canali) giace sommersa nel mare che le circonda; quindi Γ¨ possibile che Nan Madol rappresenti le vestigia di una cultura del Mari del Sud, scomparsa per una catastrofica inondazione e della quale ignoriamo sia lβepoca che lβorigine.Β Β Dalle prove col metodo C 14 le costruzioni e risalirebbero al 1180 d. C., ma Γ¨ una data che sembra troppo recente per questa straordinaria, deserta cittΓ di pietra dove i micronesiani odierni non osano inoltrarsi per timore degli spiriti. Nelle loro leggende spesso figurano dei protagonisti giganti (kauna) eΒ naniΒ Β preistorici che vivevano sotto terra, nonchΓ© un drago esperto di magia che aveva collocato alloro posto i blocchi facendoli volare. Strana Γ¨ la notizia diffusa dai giapponesi prima del 1939, i quali assicuravano di aver trovato tesori sommersi nelle acque dellβarcipelago Platin. (β¦) Nan Madol significa a un dipresso Β«luogo dello spazioΒ», un termine ambiguo che potrebbe significare molte cose.Β Le rovine furono esplorate nel XIX secolo dal missionario J. Hale. I nativi si tramandano inoltre, nelle loro leggende, lβepisodio di unβoccupazione dellβisola di Β«uomini con la pelle cosΓ¬ dura che li si sarebbe potuti ferire soltanto colpendoli agli occhiΒ». PuΓ² darsi perΓ² che questo sia il ricordo di uno sbarco e di successivi scontro con i portoghesi, che nel 1595 incrociavano in queste acque, e che la Β«pelle duraΒ» di cui parlano fossero semplicemente le armature che li proteggevano. Β»
Come vedremo fra poco, parlando della visita a Nan Madol dello scrittore inglese Oliver Sacks, le piΓΉ recenti datazioni al radiocarbonio hanno permesso di spostare di molto la costruzione del complesso megalitico di Nan Madol, retrodatandola con certezza ad alcuni secoli prima dellβera cristiana; il che, sia detto per inciso, non semplifica affatto le cose, anzi infittisce il velo di mistero che circonda il sito archeologico di Pohnpei.

Si parla anche di una complicata rete di gallerie sottomarine che, partendo dal porto di Nan Madol collegherebbero tra loro le vare isole dellβarcipelago e che condurrebbero ad altre due antiche cittΓ sommerse, costruite, in un tempo indeterminato, dagli dei, con lβaiuto di una magia in grado di sollevare in aria le grandi pietre [3].
Venendo ai nostri giorni, lβisola di Pohnpei e le rovine di Nan Madol sono state visitate da un viaggiatore-scrittore come lβinglese Oliver Sacks, una specie di Herman Melville della fine del secondo millennio, che ne ha lasciato una interessante relazione.Β Ricordiamo che Oliver Sacks, nato in Gran Bretagna nel 1933 ma residente negli Stati Uniti, a New York, dal 1965, dove ha aperto uno studio neurologico, Γ¨ divenuto celebre per i suoi libriΒ Β che parlano delle storie cliniche e umane dei suoi pazienti; da uno di essi,Β AwakeningsΒ (Risvegli), Γ¨ stato tratto un film interpretato da Robin Williams e Robert De Niro [4].

Il viaggio alle Isole Caroline, a Guam e in altri luoghi dellβOceano Pacifico Γ¨ narrato da Oliver Sacks nel libroΒ The Island of the Colorblind and Cycad Island, dal quale riportiamo i passaggi salienti [5]:
Β« Negli anni Trenta del secolo scorsoΒ [lβOttocento, n.b], quando Darwin viaggiava sul brigantinoΒ Beagle, esplorando le Galapagos e Tahiti, e il giovane Melville sognava i suoi futuri viaggi nei Mari del Sud, James OβConnell, un marinaio irlandese, fu abbandonato su Pohnpei, unβisola vulcanica dai rilievi imponenti. Le circostanze dellβarrivo di Oβ Connell sono poco chiare: nelle sue memorie egli dichiarΓ² di aver fatto naufragio con ilΒ John BullΒ nei pressi di Pleasant Island fino a Pohnpei, raggiungendola in soli quattro giorno. Una volta arrivati, scriveva OβConnell, lui e i suoi compagni venero attaccati dai βcannibaliβ e poco mancΓ² che fossero serviti per pranzo; riuscirono perΓ² a distogliere i nativi dai loro propositi (quanto meno cosΓ¬ credevano) con una travolgente giga irlandese. Ma le avventure di OβConnell non erano finite; fu sottoposto a un tatuaggio rituale da una giovane pohnpeiana, che risultΓ² figlia di un capo; poi la sposΓ², e divenne capo egli stesso.
Quali che siano le esagerazioni di OβConnell (i marinai hanno la tendenza a raccontare storie, e alcuni studiosi lo considerano un mitomane), egli era comunque anche un osservatore attento e curioso. Egli fu il primo europeo a chiamare Pohnpei o Ponape con il nome indigeno (nella sua grafia, Bonabee); il primo a dare accurate descrizioni di molti riti e costumi pohnpeiani; il primo a redigere un glossario della lingua locale; infine, il primo ad aver visto le rovine di Nan Madol: i resti di una monumentale cultura risalente a duemila anni fa, ossi al mitologicoΒ keilahn aio (βlβaltro lato di ieriβ). Lβesplorazione di Nan Madol fu il momento culminante dellβavventura pohnpeiana di OβConnell, egli descrisse le βstupende rovineβ con minuziosa attenzione, fino al loro misterioso abbandono e al loro tramutarsi in luogo tabΓΉ. La vastitΓ delle rovine e il silenzio profondo in cui erano immerse lo spaventarono fino a che, sopraffatto dallβatmosfera aliena che vi regnava, fu assalito dallβardente Β«desiderio di tornare a casaΒ». Egli non fece riferimento (probabilmente perchΓ© non le conosceva) alle altre culture megalitiche sparse per la Micronesia: le gigantesche rovine basaltiche di Kosrae, i megaliti taga di Tinian, le antiche terrazze di Palau e i massi da cinque tonnellate di Babel-daop, che portano scolpiti volti simili a quelli dellβisola di Pasqua. OβConnell tuttavia colse quel che nΓ© Cook nΓ© Bougainville (e per la veritΓ nessuno dei grandi esploratori) avevano compreso, cioΓ¨ che queste isole oceaniche primitive, con le loro culture apparentemente semplici (βculture della palmaβ) furono un tempo sede di civiltΓ monumentali.
Andammo a Nan Madol il primo giorno che passammo interamente a Pohnpei. Situata sul versante piΓΉ lontano dellβisola, Nan Madol era raggiungibile piΓΉ facilmente via mare. (β¦)Β Su tutto il pianeta non cβΓ¨ nulla che somiglia a Nan Madol, questa antica costruzione megalitica (oggi abbandonata) di circa un centinaio di isole artificiali, connesse da innumerevoli canali. Non appena ci avvicinammoΒ Β β ora procedendo lentamente, perchΓ© lβacqua era bassa, e i passaggi navigabili stretti β cominciammo a vedere i particolari delle mura, le enormi colonne esagonali di basalto nero, combacianti le une con le altre cosΓ¬ bene da avere resistito alle tempeste e al mare β agli insulti devastanti di venti secoli. Scivolammo silenziosamente fra le isolette e infine approdammo sullβisola fortezza di Nan Douwas, con la recinzione di basalto alta piΓΉ di otto metri, la grande cripta centrale e gli angoli destinati alla meditazione e alla preghiera.
Pieni di curiositΓ , e anche indolenziti dal viaggio in barca, balzammo giΓΉ in fretta e ci fermammo sotto le mura gigantesche; stupiti, ci chiedevamo come i grandi blocchi prismatici β alcuni di certo pesavano molte tonnellate β fossero stati estratti e trasportati da Sokehs (che Γ¨ dalla parte opposta di Pohnpei ed Γ¨ il solo luogo nelle vicinanze da cui si estragga il basalto), e poi sistemati con tanta precisione. Lβimpressione di potenza e di solennitΓ era fortissima β ci sentivamo deboli, schiacciati, sotto le mura silenziose. Dβaltra parte, percepivamo anche lβassurditΓ e la megalomania che sempre si accompagnano al monumentale (le Β«selvagge scelleratezze della magnanimitΓ anticaΒ»), tutte le crudeltΓ e le sofferenze che lβaccompagnano. Il barcaiolo ci aveva raccontato dei Saudeleur, signori dissoluti che conquistarono brutalmente Pohnpei e regnarono su Nan Madol per molti secoli, esigendo tributi sempre piΓΉ estenuanti in cibo e lavoro. Viste in tale luce, le mura prendevano un aspetto diverso: sembravano trasudare il sangue e le lacrime di intere generazioni. E tuttavia, come le piramidi dβEgitto e il Colosseo, avevano una nobile solennitΓ .
Nan Madol Γ¨ ancora pressochΓ© sconosciuta al mondo esterno, quasi come quando OβConnell vi capitΓ² 160 anni fa. Alla fine del diciottesimo secoloΒ [deve trattarsi certamente di un refuso per βdiciannovesimoβ, n. b.], essa venne studiata da alcuni archeologi tedeschi; ma solo negli ultimi anni, grazie alla datazione al radiocarbonio, che colloca gli insediamenti umani intorno al 200 a.C., si sono ottenute conoscenze piΓΉ ampie e approfondire sul luogo e la sua storia. I pohnpeiani, naturalmente, hanno sempre saputo di Nan Madol β una conoscenza incastonata nel mito e nella tradizione; ma siccome questβultima Γ¨ piena di leggende che narrano la morte prematura di chi offese gli spiriti del luogo, essi sono restii ad avvicinarsi a Nan Madol, che rimane avvolta nella sacralitΓ e nel tabΓΉ.
Mentre Robin ci spiegava come si svolgeva un tempo la vita nella cittΓ intorno a noi, cominciai a vedere il luogo respirare e animarsi. LΓ cβerano gli attracchi per le antiche canoe, diceva Robin indicando verso Pahnwi; quello Γ¨ il masso dove le donne incinte andavano a strofinarsi il ventre per assicurarsi un parto facile;Β Β lΓ (e indicava a lβisola di Idehd) si celebrava ogni anno un rito di espiazione culminante nellβofferta di una tartaruga a Nan Somwohl, la grande anguilla marina che faceva da tramite fra gli uomini e il loro dio. LΓ , sui Peikapw, cβera la magica pozza dβacqua nella quale i SaudeleurΒ vedevano tutto ciΓ² che accadeva a Pohnpei. E laggiΓΉ il grande eroe Isohkelekel, che infine aveva sbaragliato i Saudeleur, sconvolto nel vedere riflesso nellβacqua il proprio volto decrepito si annegΓ²: una sorta di mito di Narciso capovolto.
In definitiva, Γ¨ il suo aspetto vuoto, deserto, a rendere Nan Madol tanto misteriosa. Nessuno sa quando o perchΓ© fu abbandonata. Forse la burocrazia collassΓ² sotto il proprio peso? Fu lβavvento di Isohkelekel a metter fine al vecchio ordine, oppure gli abitanti furono falcidiati dalle malattie, dalla peste, da un cambiamento climatico, o dalla fame? O forse il livello del mare crebbe inesorabilmente fino a inghiottire le isole piΓΉ basse? (Molte di esse, oggi, sono sotto il livello del mare). Si avvertiva forse unβantica maledizione, una fuga superstiziosa e incontrollata delle antiche civiltΓ da questi luoghi? Quando OβConnell li visitΓ², 160 anni fa, erano giΓ stati abbandonati da circa due secoli. Questo mistero β lβascesa e la caduta delle culture, le imprevedibili svolte del destino β ci rese silenziosi e riflessivi, mentre facevamo ritorno a terraβ¦ Β»

Non Γ¨ possibile dire, allo stato presente delle nostre conoscenze, se vi sia qualche cosa di vero nelle teorie del colonnello Churchward; se, cioΓ¨, Nan Madol sia una delle vestigia del mitico continente scomparso di Mu, terra madre delle civiltΓ umane.Β Rimane il mistero di quel gigantesco complesso megalitico proteso tra la montagna e il mare, nel quale parzialmente si inabissa; e abbandonato, chissΓ in qualche epoca, in una maniera tanto repentina quanto definitiva. Altri siti archeologici anomali β come il βmuroβ di Bimini nelle Bahamas, per esempio; o come il complesso sommerso di Yonaguni, nelle Ryu-Kyu, scoperto solo alla fine degli anni Novanta del Novecento (che alcuni archeologi datano fra il 4.000 e lβ8000 a.C., rivoluzionando tutte le nostre certezze), sembrano rinviare a una diversa distribuzione delle terre emerse in lontane epoche e, forse, alla presenza di civiltΓ delle quali, fino ad ora, non sappiamo praticamente nulla.
Non resta che continuare a indagare, con mente sgombra da pregiudizi; senza scartare a priori alcuna possibilitΓ , per una malintesa forma di ossequio verso le certezze βufficialiβ degli storici e degli archeologi.Β Γ giΓ accaduto che popoli e imperi importantissimi della storia antica, come quello degli Ittiti, siano emersi praticamente dal nulla.Β Γ giΓ accaduto; e, piaccia o no agli studiosi arroccati nelle proprie certezze accademiche come le ostriche al guscio, potrebbe ancora accadere.
Note:
[1]Β James Churchward,Β Mu, il continente perduto (traduzione di Adria Tissoni dallβedizione inglese del 1994), Editoriale Armenia, Milano, 1999, pp. 102-103.
[2] Ulrich Dopatka,Β Dizionario UFO (traduzione italiana di Lucia Mengotti), Sperling & Kupfer, Milano, 1980, pp. 269-271.
[3] Valerio Zecchini,Β Atlantide e Mu, Demetre Editrice, Colognola ai Colli, 1998, p. 143.
[4] Fra parentesi, anche lβItalia potrebbe vantare un genere letterario di questo tipo, grazie alle opere di Andrea Majocchi; ma, da noi, nessun regista si Γ¨ preso la briga di trarne dei film; e poi, si sa, lβerba del vicino β specie se americano β Γ¨ sempre migliore della propria.
[5] Oliver Sacks, Lβisola dei senza coloreΒ (traduzione italiana di Isabella Blum), Edizioni Adelphi, Milano, 1997, 2004, pp. 80-90.

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