Le ciclopiche rovine di Nan Madol a Pohnpei, nelle Isole Caroline

L’enigma archeologico del “sito fantasma” nell’arcipelago della Micronesia, composto da circa 100 piccoli isolotti artificiali collegati fra loro da una rete di canali, ha stregato nei secoli gli “indagatori del mistero”, dal marinaio irlandese James O’Connell al colonnello James Churchward, fino al neuropsichiatra Oliver Sacks.


di Francesco Amendola
via L’Immagine Perduta

 

Nan Madol รจย uno straordinario sito archeologico che, insieme a diversi altri sparsi nellโ€™area dellโ€™Oceano Pacifico, costituisce uno dei grandi misteri della storia e un notevole elemento di disturbo per le stolide certezze della scienza โ€œufficialeโ€, la quale, non riuscendo a spiegarlo, preferisce continuare a ignorarlo.ย Si trova sullโ€™isola di Pohnpei, che in precedenza si chiamava Ponapรฉ, nelle Isole Caroline, un vasto arcipelago della Micronesia nel quale, secondo gli storici e gli archeologi di formazione accademica, non avrebbe dovuto prosperare alcuna civiltร  capace di erigere monumenti del genere. Si tratta di un complesso monumentale di proporzioni straordinarie, al cui confronto anche lโ€™enigma deiย moaiย dellโ€™isola di Pasqua, le grandiose statue disseminate lungo le pendici dellโ€™isola piรน solitaria e orientale della Polinesia, appare relativamente semplice.

Strano a dirsi, le problematiche relative a Nan Madol sono poco conosciute anche fra i cultori eterodossi della storia e dellโ€™archeologia e perfino fra i patiti del mistero ad ogni costo, quelli sempre pronti a tirare in ballo lโ€™ereditร  di Atlantide, e magari lโ€™intervento degli extraterrestri, ogni volta che ci sโ€™imbatte in un elemento anomalo rispetto alle nostre attuali conoscenze. Non ne parlano nรฉ Francis Hitching nel suoย Atlante dei misteri,ย nรฉ Richard Cavendish nellaย Enciclopedia del soprannaturale,ย e neanche Jennifer Westwood nel suoย Atlante dei luoghi misteriosi. รˆ come se quelle enormi costruzioni semisepolte nella giungla e nel mare, delle quali non sappiamo praticamente nulla di certo, semplicemente non esistessero.

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Mappa aerea di Nan Madol, Pohnpei.

Forse, a ritardare lโ€™esigenza di uno studio serio e approfondito posto dalle rovine di Nan Madol, ha contribuito il fatto che uno dei primi ad occuparsene รจ stato, tra la fine dellโ€™Ottocento e i primi decenni del Novecento, un personaggio che non godeva di alcun credito presso la scienza โ€œufficialeโ€: il colonnello britannico James Churchward, convinto sostenitore del continente perduto di Mu e controverso studioso delle cosiddette tavolette Naaacal, trovate โ€“ a suo dire โ€“ in alcune localitร  dellโ€™India e, poi, della Mesoamerica, scritte in un linguaggio sconosciuto e che lui stesso avrebbe decifrato, ricavandone informazioni sconcertanti sulla storia piรน antica dellโ€™umanitร .

Non รจ questa la sede per esporre le teorie dellโ€™eccentrico Churchward, che, essendo un dichiarato cultore di esoterismo, non รจ stato preso sul serio dagli archeologi professionali o dagli studiosi di linguistica di formazione scientifica. Chi fosse interessato ad approfondire lโ€™argomento, puรฒ leggere i suoi ponderosi volumi, che sono stati tradotti anche in lingua italiana. Per ora basterร  dire che, per Churchward, il continente di Mu, situato nella parte centro-meridionale del Pacifico, sarebbe stato la sede di un Impero del Sole, che ha dato origine a tutte le antiche civiltร  del pianeta, prima di essere distrutto da una serie di cataclismi naturali.

Al momento del suo massimo splendore, esso avrebbe ospitato una popolazione di 64 milioni di abitanti, oltre a una ricca fauna di grandi animali, tra i quali il mastodonte, progenitore dei nostri elefanti. Caratterizzato da un clima sub-tropicale, da estesissime foreste e praterie, il continente di Mu avrebbe raggiunto un governo unitario, benchรฉ fosse abitato da dieci diverse razze umane. Da una di quelle stirpi sarebbero discesi gli ariani, simili a noi, ma di statura piรน alta. Le catastrofi che distrussero Mu sarebbero state due: una, avvenuta in tempi immemorabili, avrebbe spezzato il grande continente, frantumandolo in una serie di isole minori; la seconda, circa 12 mila anni fa, avrebbe spazzato via anche queste, ad eccezione di alcune isolette tuttโ€™oggi esistenti.

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Mu secondo il colonnello Churchward.

Nel suo libroย The Lost Continent of Muย (1926), Churchward cosรฌ si esprime circa i resti spettacolari dellโ€™isola di Ponapรฉ [1]:

ยซ Qui si trova ciรฒ che considero il reperto piรน importante tra quelli rinvenuti in tutta lโ€™area dei Mari del Sud. Si tratta delle rovine di un grande tempio, una struttura che misura 90 metri di lunghezza e 18 di larghezza, con mura che nel 1874 erano alte nove metri e che a livello del suolo presentavano uno spessore di un metro e mezzo. Sulle pareti sono tuttora visibili sono tuttora visibili i resti di alcune incisioni che rappresentano molti simboli sacri di Mu.ย Lโ€™edificio presentava canali e fossati, sotterranei, passaggi e piattaforme, il tutto costruito in pietra basaltica.ย Sotto il pavimento di forma quadrangolare vi erano due passaggi di circa nove metri quadrati, posti lโ€™uno di fronte allโ€™altro, che conducevano a un canale. Al centro della vasta superficie quadrangolare si trovava la stanza piramidale, senza dubbio ilย sancta sanctorum.ย Secondo le leggende indigene, molte generazioni fa, il tempio venne occupato dai superstiti di una nave pirata che aveva fatto naufragio. Resti umani si trovano tuttora in uno dei sotterrane che i fuorilegge avevano usato come magazzino.ย Nessun nativo si avvicina volentieri alle rovine, che hanno fama di essere infestate da spiriti malvagi e fantasmi chiamatiย mauli.ย A Ponape vi sono anche altri reperti, alcuni adiacenti alla costa, altri sulla sommitร  delle colline, alcuni addirittura in radure al centro dellโ€™isola; tutti perรฒ sono accomunati dal fatto di essere stati eretti in zone da cui era possibile vedere lโ€™oceano. In una radura cโ€™รจ un cumulo di pietre, che occupa una superficie di cinque o sei acri e che pare essere collocato su una base sopraelevata; intorno ad esso si notano i resti di ciรฒ che un tempo poteva essere un fossato o un canale.ย Ai quattro angoli delle rovine, che corrispondono ai puti cardinali, i mucchi di pietre sono piรน alti, dal che si desume che lโ€™edificio aveva presumibilmente forma quadrata.ย Personalmente ritengo che i resti di Ponape appartengano a una delle cittร  principali della Madrepatria, forse una delle Sette Cittร  sacre. รˆ impossibile stimarne la popolazione, di certo era una cittร  di grandi dimensioni, forse abitata da centomila persone. ยป

Churchward, comunque, considera Nan Madol soltanto come uno dei numerosi tasselli del mosaico che fa emergere i resti dello scomparso continente di Mu. Tra gli altri, egli cita (oltre ai resti dellโ€™isola di Pasqua) le due enormi colonne, sormontate da un arco, dellโ€™atollo corallino di Tonga-Tabu; le piramidi delle isole di Guam, di Tinian e dellโ€™isola Swallow; le ciclopiche muraglie delle isole di Lele e di Kusai (sempre nelle Caroline); le muraglie delle Isole Samoa; le colonne di pietra, a forma di tronco di piramide, delle Marianne; la grande rovina sulla collina di Kuku, a 30 miglia da Hilo, nellโ€™arcipelago delle Hawaii; i reperti delle isole Marchesi, nella Polinesia orientale; ed altri ancora.

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James Churchward (1851 – 1936).

Pohnpei รจ una piccola isola: la sua superficie, compresa quella degli isolotti antistanti, misura appena 347 km, quadrati: poco piรน dellโ€™isola dโ€™Elba (244 kmq.); solo che, mentre lโ€™Elba si trova a brevissima distanza dal continente, Pohnpei รจ situata in pieno Oceano Pacifico, a enormi distanze dalle terre continentali piรน vicine: la Nuova Guinea e lโ€™Australia verso sud-ovest, le Filippine e lโ€™Asia orientale verso ovest.ย Fu scoperta da navigatori portoghesi nel 1595. Passata di mano dalla Spagna alla Germania nel 1899 (che, nel 1910, represse nel sangue una dura ribellione degli indigeni); occupata dai Giapponesi nel 1914; invasa dagli Stati Uniti nel corso della seconda guerra mondiale, rimase in amministrazione fiduciaria americana a partire dal 1947, insieme alle altre isole dellโ€™arcipelago delle Caroline.ย Il 22 dicembre 1990 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha posto fine alla tutela degli Stati Uniti, che perรฒ, in base allโ€™accordo di libera associazioneย ย del 1986, continuano a curare le relazioni estere e la difesa dellโ€™arcipelago. Garbata espressione per designare la prosecuzione di un vero e proprio regime di protettorato.

Ecco come il ricercatore tedesco Ulrich Dopatka descrive il sito di Nan Madol nel suoย Lexikon der Prรค-Astronautikย (1979)ย [2]:

ยซ La zona delle rovine รจ sorprendentemente grande, si tratta di costruzioni a colonne di basalto esagonali e ottagonali (si dice che in tutto siano 400.000), disseminate su una lunghezza di oltre 24 km; alcune superano in grandezza e in peso i blocchi della piramide di Cheope. In passato il luogo portava il nome di Soun Nal-Leng, ossia ยซscogliera del cieloยป e le leggende della Micronesia affermano che i massi giunsero sul posto in volo. Vi sono mura alte fino a 10 m. Costituiscono un enigma le pietre da catapulta perfettamente levigate e grandi quanto un uovo di struzzo rinvenute fra le rovine, dacchรฉ in tempi storici la catapulta non fu una macchina di guerra nota ai micronesiani. Aperture praticate nel suolo immettono in camere sotterranee. La maggior parte delle costruzioni (mura, strade, canali) giace sommersa nel mare che le circonda; quindi รจ possibile che Nan Madol rappresenti le vestigia di una cultura del Mari del Sud, scomparsa per una catastrofica inondazione e della quale ignoriamo sia lโ€™epoca che lโ€™origine.ย ย Dalle prove col metodo C 14 le costruzioni e risalirebbero al 1180 d. C., ma รจ una data che sembra troppo recente per questa straordinaria, deserta cittร  di pietra dove i micronesiani odierni non osano inoltrarsi per timore degli spiriti. Nelle loro leggende spesso figurano dei protagonisti giganti (kauna) eย naniย ย preistorici che vivevano sotto terra, nonchรฉ un drago esperto di magia che aveva collocato alloro posto i blocchi facendoli volare. Strana รจ la notizia diffusa dai giapponesi prima del 1939, i quali assicuravano di aver trovato tesori sommersi nelle acque dellโ€™arcipelago Platin. (โ€ฆ) Nan Madol significa a un dipresso ยซluogo dello spazioยป, un termine ambiguo che potrebbe significare molte cose.ย Le rovine furono esplorate nel XIX secolo dal missionario J. Hale. I nativi si tramandano inoltre, nelle loro leggende, lโ€™episodio di unโ€™occupazione dellโ€™isola di ยซuomini con la pelle cosรฌ dura che li si sarebbe potuti ferire soltanto colpendoli agli occhiยป. Puรฒ darsi perรฒ che questo sia il ricordo di uno sbarco e di successivi scontro con i portoghesi, che nel 1595 incrociavano in queste acque, e che la ยซpelle duraยป di cui parlano fossero semplicemente le armature che li proteggevano. ยป

Come vedremo fra poco, parlando della visita a Nan Madol dello scrittore inglese Oliver Sacks, le piรน recenti datazioni al radiocarbonio hanno permesso di spostare di molto la costruzione del complesso megalitico di Nan Madol, retrodatandola con certezza ad alcuni secoli prima dellโ€™era cristiana; il che, sia detto per inciso, non semplifica affatto le cose, anzi infittisce il velo di mistero che circonda il sito archeologico di Pohnpei.

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Veduta del sito di Nan Madol.

Si parla anche di una complicata rete di gallerie sottomarine che, partendo dal porto di Nan Madol collegherebbero tra loro le vare isole dellโ€™arcipelago e che condurrebbero ad altre due antiche cittร  sommerse, costruite, in un tempo indeterminato, dagli dei, con lโ€™aiuto di una magia in grado di sollevare in aria le grandi pietre [3].

Venendo ai nostri giorni, lโ€™isola di Pohnpei e le rovine di Nan Madol sono state visitate da un viaggiatore-scrittore come lโ€™inglese Oliver Sacks, una specie di Herman Melville della fine del secondo millennio, che ne ha lasciato una interessante relazione.ย Ricordiamo che Oliver Sacks, nato in Gran Bretagna nel 1933 ma residente negli Stati Uniti, a New York, dal 1965, dove ha aperto uno studio neurologico, รจ divenuto celebre per i suoi libriย ย che parlano delle storie cliniche e umane dei suoi pazienti; da uno di essi,ย Awakeningsย (Risvegli), รจ stato tratto un film interpretato da Robin Williams e Robert De Niro [4].

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Oliver Sacks (1933 – 2015).

Il viaggio alle Isole Caroline, a Guam e in altri luoghi dellโ€™Oceano Pacifico รจ narrato da Oliver Sacks nel libroย The Island of the Colorblind and Cycad Island, dal quale riportiamo i passaggi salienti [5]:

ยซ Negli anni Trenta del secolo scorsoย [lโ€™Ottocento, n.b], quando Darwin viaggiava sul brigantinoย Beagle, esplorando le Galapagos e Tahiti, e il giovane Melville sognava i suoi futuri viaggi nei Mari del Sud, James Oโ€™Connell, un marinaio irlandese, fu abbandonato su Pohnpei, unโ€™isola vulcanica dai rilievi imponenti. Le circostanze dellโ€™arrivo di Oโ€™ Connell sono poco chiare: nelle sue memorie egli dichiarรฒ di aver fatto naufragio con ilย John Bullย nei pressi di Pleasant Island fino a Pohnpei, raggiungendola in soli quattro giorno. Una volta arrivati, scriveva Oโ€™Connell, lui e i suoi compagni venero attaccati dai โ€œcannibaliโ€ e poco mancรฒ che fossero serviti per pranzo; riuscirono perรฒ a distogliere i nativi dai loro propositi (quanto meno cosรฌ credevano) con una travolgente giga irlandese. Ma le avventure di Oโ€™Connell non erano finite; fu sottoposto a un tatuaggio rituale da una giovane pohnpeiana, che risultรฒ figlia di un capo; poi la sposรฒ, e divenne capo egli stesso.

Quali che siano le esagerazioni di Oโ€™Connell (i marinai hanno la tendenza a raccontare storie, e alcuni studiosi lo considerano un mitomane), egli era comunque anche un osservatore attento e curioso. Egli fu il primo europeo a chiamare Pohnpei o Ponape con il nome indigeno (nella sua grafia, Bonabee); il primo a dare accurate descrizioni di molti riti e costumi pohnpeiani; il primo a redigere un glossario della lingua locale; infine, il primo ad aver visto le rovine di Nan Madol: i resti di una monumentale cultura risalente a duemila anni fa, ossi al mitologicoย keilahn aio (โ€œlโ€™altro lato di ieriโ€). Lโ€™esplorazione di Nan Madol fu il momento culminante dellโ€™avventura pohnpeiana di Oโ€™Connell, egli descrisse le โ€œstupende rovineโ€ con minuziosa attenzione, fino al loro misterioso abbandono e al loro tramutarsi in luogo tabรน. La vastitร  delle rovine e il silenzio profondo in cui erano immerse lo spaventarono fino a che, sopraffatto dallโ€™atmosfera aliena che vi regnava, fu assalito dallโ€™ardente ยซdesiderio di tornare a casaยป. Egli non fece riferimento (probabilmente perchรฉ non le conosceva) alle altre culture megalitiche sparse per la Micronesia: le gigantesche rovine basaltiche di Kosrae, i megaliti taga di Tinian, le antiche terrazze di Palau e i massi da cinque tonnellate di Babel-daop, che portano scolpiti volti simili a quelli dellโ€™isola di Pasqua. Oโ€™Connell tuttavia colse quel che nรฉ Cook nรฉ Bougainville (e per la veritร  nessuno dei grandi esploratori) avevano compreso, cioรจ che queste isole oceaniche primitive, con le loro culture apparentemente semplici (โ€œculture della palmaโ€) furono un tempo sede di civiltร  monumentali.

Andammo a Nan Madol il primo giorno che passammo interamente a Pohnpei. Situata sul versante piรน lontano dellโ€™isola, Nan Madol era raggiungibile piรน facilmente via mare. (โ€ฆ)ย Su tutto il pianeta non cโ€™รจ nulla che somiglia a Nan Madol, questa antica costruzione megalitica (oggi abbandonata) di circa un centinaio di isole artificiali, connesse da innumerevoli canali. Non appena ci avvicinammoย ย โ€“ ora procedendo lentamente, perchรฉ lโ€™acqua era bassa, e i passaggi navigabili stretti โ€“ cominciammo a vedere i particolari delle mura, le enormi colonne esagonali di basalto nero, combacianti le une con le altre cosรฌ bene da avere resistito alle tempeste e al mare โ€“ agli insulti devastanti di venti secoli. Scivolammo silenziosamente fra le isolette e infine approdammo sullโ€™isola fortezza di Nan Douwas, con la recinzione di basalto alta piรน di otto metri, la grande cripta centrale e gli angoli destinati alla meditazione e alla preghiera.

Pieni di curiositร , e anche indolenziti dal viaggio in barca, balzammo giรน in fretta e ci fermammo sotto le mura gigantesche; stupiti, ci chiedevamo come i grandi blocchi prismatici โ€“ alcuni di certo pesavano molte tonnellate โ€“ fossero stati estratti e trasportati da Sokehs (che รจ dalla parte opposta di Pohnpei ed รจ il solo luogo nelle vicinanze da cui si estragga il basalto), e poi sistemati con tanta precisione. Lโ€™impressione di potenza e di solennitร  era fortissima โ€“ ci sentivamo deboli, schiacciati, sotto le mura silenziose. Dโ€™altra parte, percepivamo anche lโ€™assurditร  e la megalomania che sempre si accompagnano al monumentale (le ยซselvagge scelleratezze della magnanimitร  anticaยป), tutte le crudeltร  e le sofferenze che lโ€™accompagnano. Il barcaiolo ci aveva raccontato dei Saudeleur, signori dissoluti che conquistarono brutalmente Pohnpei e regnarono su Nan Madol per molti secoli, esigendo tributi sempre piรน estenuanti in cibo e lavoro. Viste in tale luce, le mura prendevano un aspetto diverso: sembravano trasudare il sangue e le lacrime di intere generazioni. E tuttavia, come le piramidi dโ€™Egitto e il Colosseo, avevano una nobile solennitร .

Nan Madol รจ ancora pressochรฉ sconosciuta al mondo esterno, quasi come quando Oโ€™Connell vi capitรฒ 160 anni fa. Alla fine del diciottesimo secoloย [deve trattarsi certamente di un refuso per โ€œdiciannovesimoโ€, n. b.], essa venne studiata da alcuni archeologi tedeschi; ma solo negli ultimi anni, grazie alla datazione al radiocarbonio, che colloca gli insediamenti umani intorno al 200 a.C., si sono ottenute conoscenze piรน ampie e approfondire sul luogo e la sua storia. I pohnpeiani, naturalmente, hanno sempre saputo di Nan Madol โ€“ una conoscenza incastonata nel mito e nella tradizione; ma siccome questโ€™ultima รจ piena di leggende che narrano la morte prematura di chi offese gli spiriti del luogo, essi sono restii ad avvicinarsi a Nan Madol, che rimane avvolta nella sacralitร  e nel tabรน.

Mentre Robin ci spiegava come si svolgeva un tempo la vita nella cittร  intorno a noi, cominciai a vedere il luogo respirare e animarsi. Lร  cโ€™erano gli attracchi per le antiche canoe, diceva Robin indicando verso Pahnwi; quello รจ il masso dove le donne incinte andavano a strofinarsi il ventre per assicurarsi un parto facile;ย ย lร  (e indicava a lโ€™isola di Idehd) si celebrava ogni anno un rito di espiazione culminante nellโ€™offerta di una tartaruga a Nan Somwohl, la grande anguilla marina che faceva da tramite fra gli uomini e il loro dio. Lร , sui Peikapw, cโ€™era la magica pozza dโ€™acqua nella quale i Saudeleurย vedevano tutto ciรฒ che accadeva a Pohnpei. E laggiรน il grande eroe Isohkelekel, che infine aveva sbaragliato i Saudeleur, sconvolto nel vedere riflesso nellโ€™acqua il proprio volto decrepito si annegรฒ: una sorta di mito di Narciso capovolto.

In definitiva, รจ il suo aspetto vuoto, deserto, a rendere Nan Madol tanto misteriosa. Nessuno sa quando o perchรฉ fu abbandonata. Forse la burocrazia collassรฒ sotto il proprio peso? Fu lโ€™avvento di Isohkelekel a metter fine al vecchio ordine, oppure gli abitanti furono falcidiati dalle malattie, dalla peste, da un cambiamento climatico, o dalla fame? O forse il livello del mare crebbe inesorabilmente fino a inghiottire le isole piรน basse? (Molte di esse, oggi, sono sotto il livello del mare). Si avvertiva forse unโ€™antica maledizione, una fuga superstiziosa e incontrollata delle antiche civiltร  da questi luoghi? Quando Oโ€™Connell li visitรฒ, 160 anni fa, erano giร  stati abbandonati da circa due secoli. Questo mistero โ€“ lโ€™ascesa e la caduta delle culture, le imprevedibili svolte del destino โ€“ ci rese silenziosi e riflessivi, mentre facevamo ritorno a terraโ€ฆ ยป

1883 Drawing of Nan Madol from Suฬˆdsee-Erinnerungen (1875-1880) by Franz Hernsheim .jpg
Franz Hernsheim, disegno di Nan Madol, da “Suฬˆdsee-Erinnerungen”, 1875-1880.

Non รจ possibile dire, allo stato presente delle nostre conoscenze, se vi sia qualche cosa di vero nelle teorie del colonnello Churchward; se, cioรจ, Nan Madol sia una delle vestigia del mitico continente scomparso di Mu, terra madre delle civiltร  umane.ย Rimane il mistero di quel gigantesco complesso megalitico proteso tra la montagna e il mare, nel quale parzialmente si inabissa; e abbandonato, chissร  in qualche epoca, in una maniera tanto repentina quanto definitiva. Altri siti archeologici anomali โ€“ come il โ€œmuroโ€ di Bimini nelle Bahamas, per esempio; o come il complesso sommerso di Yonaguni, nelle Ryu-Kyu, scoperto solo alla fine degli anni Novanta del Novecento (che alcuni archeologi datano fra il 4.000 e lโ€™8000 a.C., rivoluzionando tutte le nostre certezze), sembrano rinviare a una diversa distribuzione delle terre emerse in lontane epoche e, forse, alla presenza di civiltร  delle quali, fino ad ora, non sappiamo praticamente nulla.

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Non resta che continuare a indagare, con mente sgombra da pregiudizi; senza scartare a priori alcuna possibilitร , per una malintesa forma di ossequio verso le certezze โ€œufficialiโ€ degli storici e degli archeologi.ย รˆ giร  accaduto che popoli e imperi importantissimi della storia antica, come quello degli Ittiti, siano emersi praticamente dal nulla.ย รˆ giร  accaduto; e, piaccia o no agli studiosi arroccati nelle proprie certezze accademiche come le ostriche al guscio, potrebbe ancora accadere.


Note:

[1]ย James Churchward,ย Mu, il continente perduto (traduzione di Adria Tissoni dallโ€™edizione inglese del 1994), Editoriale Armenia, Milano, 1999, pp. 102-103.

[2] Ulrich Dopatka,ย Dizionario UFO (traduzione italiana di Lucia Mengotti), Sperling & Kupfer, Milano, 1980, pp. 269-271.

[3] Valerio Zecchini,ย Atlantide e Mu, Demetre Editrice, Colognola ai Colli, 1998, p. 143.

[4] Fra parentesi, anche lโ€™Italia potrebbe vantare un genere letterario di questo tipo, grazie alle opere di Andrea Majocchi; ma, da noi, nessun regista si รจ preso la briga di trarne dei film; e poi, si sa, lโ€™erba del vicino โ€“ specie se americano โ€“ รจ sempre migliore della propria.

[5] Oliver Sacks, Lโ€™isola dei senza coloreย (traduzione italiana di Isabella Blum), Edizioni Adelphi, Milano, 1997, 2004, pp. 80-90.


 

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