Il racconto mitico che descrive come la cittΓ perduta di Ys fu inghiottita dai flutti dell’oceano deriva molto probabilmente da eventi storici realmente accaduti intorno al V secolo d.C., ma, come sostiene per esempio Massimo Centini, l’enfatizzazione in chiave moralistica di un evento naturale di proporzioni limitate potrebbe lasciar trasparire il tentativo, da parte degli invasori cristiani, di colpire la precedente religione druidica e la sua classe sacerdotale, soprattutto quella femminile.
di Francesco Lamendola
originariamente pubblicato sulla rassegna stampa di Arianna Editrice
copertina: Nicholas Roerich
La scomparsa della ricca e potente cittΓ di Ys, che sorgeva sulla Manica presso l’estremitΓ della costa della Bretagna e che fu spazzata via dalla forza del mare, Γ¨ stata tramandata nel corso dei secoli sotto la veste mitica di una parabola allegorica e morale. Bisogna dire che i racconti — storici, semistorici o semileggendari — relativi alle cittΓ sommerse dalle acque hanno sempre esercitato un fascino particolare, tanto da dare origine a tutta una letteratura, orale e scritta, relativa a tali catastrofi naturali; nella quale, quasi sempre, Γ¨ presente un elemento di umana imprudenza, o di perversione, o comunque di iniquitΓ morale.
Ad esempio, nel romanzo della scrittrice tedesca Elisabetta Werner Β«VinetaΒ», si parla di una misteriosa cittΓ costiera del Mar Baltico che venne inghiottita dalle acque e che talvolta, in circostanze eccezionali, si lascia intravedere sotto la superficie del mare, simile a un miraggio o a una fata Morgana, con i suoi campanili, i tetti aguzzi delle case e il profilo delle strade, ormai avvolte in un acquatico e spettrale silenzio. La leggenda mette in collegamento Vineta con l’isola di Usedom, cui avrebbe offerto una sorta di piedistallo per emergere dal mare. Γ un fascino indefinibile, ma potentemente suggestivo, che ben conosce chi, fin da ragazzo, ha avuto familiaritΓ con un analogo fenomeno di trasparenza delle case di un paese sommerso sotto la superficie di un lago delle Prealpi Carniche (per i curiosi, il paese Γ¨ quello di Redona e il lago, quello di Tramonti).
Nel caso di Ys, la rovina dell’antica cittΓ , sommersa dall’Oceano Atlantico verso la metΓ del V secolo dopo Cristo — quando giΓ il dominio romano sulla Gallia settentrionale si era pressochΓ© sbriciolato sotto l’urto irresistibile delle invasioni germaniche, iniziate attraverso il Reno proprio all’inizio di quel secolo — fu attribuita, per antica tradizione, alle colpe morali della svergognata figlia del re Gradlon, una certa Dahut. A quell’epoca, la storiografia decaduta al livello di una aneddotica grossolana e semi-fantastica, ricorreva spesso a presunte colpe di regine o di principesse per “spiegare” le catastrofi che si andavano abbattendo sul mondo romano o sugli stessi regno romano-germanici sorti dal suo sfacelo.

Ne ricordiamo un solo esempio: quello di Paolo Diacono, il quale, nella sua Β«Historia LangobardorumΒ» (IV, 38), attribuisce la caduta di Cividale nelle mani dei feroci Avari, al principio del VII secolo, a un tradimento della scellerata e lussuriosa duchessa Romilda, invaghitasi del re nemico Cacano, dal quale venne poi “ricompensata” con il supplizio dell’impalamento. Nella sua celebre opera Β«Il mondo prima della creazione dell’uomoΒ» (traduzione italiana di Diego Sant’Ambrogio, Milano, SocietΓ Editrice Sonzogno, 1911, pp. 267-270), cosΓ¬ il divulgatore scientifico francese Camillo Flammarion rievoca il leggendario racconto sulla drammatica fine di Ys:
Β« Nella baia di Douarnenez esisteva anticamente una cittΓ celebre, la cittΓ d’Is, di cui la leggenda del re Gradlon ha illustrato la fine cosΓ¬ tragica. Ai primi secoli dell’era nostra, questa cittΓ era ancora fiorente, benchΓ© giΓ minacciata dal mare e protetta dalle dighe. Si ritiene sia avvenuta nell’anno 444 l’invasione delle acque che inghiottirono definitivamente queste popolazioni. Si vedon ancor oggi, a bassa marea, alcune vecchie mura che portano il nome di “Mogher-Greghi” mura dei Greci.
Questa storia della sommersione d’Is merita che ci soffermiamo un istante, benchΓ© i documenti che noi riuniamo qui per la prima volta sotto gli occhi dei nostri lettori, siano cosΓ¬ numerosi che tutti i nostri sforzi tendono, come si puΓ² accorgersene, a limitare con parsimonia il nostro racconto a questi documenti stessi, alfine di non prolungar di troppo questo capitolo, che Γ¨ tuttavia di un’importanza di primo ordine. Esponiamo in poche parole questa tradizione di un gran significati.
Γ sulle rive desolate della baia de’ Trapassati (Finisterre) che si rinvengono le vestigia dell’antica cittΓ . Molte strade antiche vanno a finire oggidΓ¬ nel mare, e si prolungavano in passato nella baia di Douarnenez. Le tradizioni bretoni raccontano che la cittΓ d’Is era protetta contro l’Oceano da dighe potenti, le cui chiuse erano aperte una volta al mese sotto la presidenza del re, per dar passaggio alla sovrabbondanza dei corsi d’acqua. La cittΓ era d’una magnificenza eccessiva, il palazzo sontuoso, e la corte dedita ad ogni sorta di piaceri. La figlia del re, la principessa Dahut, era bella, civettuola e licenziosa e, nonostante l’austeritΓ paterna, si dava a folli orge. Gradlon aveva promesso d’imporre la sua autoritΓ , e di por freno agli scandali di sua figlia, ma l’indulgenza paterna aveva sempre avuto il sopravvento nel suo cuore.
La giovine principessa formΓ² un complotto per impadronirsi dell’autoritΓ reale, e il vecchio re non tardΓ² ad essere relegato nel fondo del suo stesso palazzo. Essa presiedette alla cerimonia e perfino all’apertura delle chiuse, ed ebbe la fantasia di aprirle essa stessa in un giorno di grande marea!β¦ Era la sera; il re vide giungere davanti a lui San GuΓ©nolΓ©, l’apostolo della Bretagna, che veniva ad annunciargli l’imprudenza della figlia; il mare penetrava nella cittΓ , la tempesta lo spingeva davanti a sΓ©, e non v’era ormai piΓΉ che a fuggire, essendo ormai la cittΓ intera destinata a disparire. Gradlon volle ancora salvare la figlia sua dalle conseguenze della sua folle imprudenza; egli mandΓ² a cercarla, la prese in groppa al suo cavallo e seguito dai suoi ufficiali, si diresse verso le porte della cittΓ .
Al momento in cui le oltrepassava, un lungo muggito risuonΓ² dietro a lui; egli si rivolse e mandΓ² un grido! Al posto della cittΓ d’Is si estendeva una baia immensa, sulla quale si rifletteva la luce delle stelle. Ma giΓ le onde frementi arrivavano fino a lui. Esse stavano per raggiungerlo ed atterrarlo, nonostante il galoppo dei cavalli, allorchΓ© una voce gridΓ²: “Gradlon! Se non vuoi perire, sbarazzati dal demonio che porti dietro a te”. Dahout, atterrita, sentΓ¬ le sue forze abbandonarla; un velo si stese sui suoi occhi; le sue mani, che stringevano convulsamente il petto del padre suo, si agghiacciarono e ricaddero senza forze; essa cadde travolta nei flutti. Non appena essi l’ebbero inghiottita, che si arrestarono. Quanto al re, egli arrivΓ² sano e salvo a Quimper, e si stabilΓ¬ in questa cittΓ che divenne la capitale della Cornovaglia.”
Questa che raccontammo Γ¨ indubbiamente una leggenda: ma essa ricopre un fondo di veritΓ : la sommersione incontrastabile di una grande cittΓ al V secolo dell’era nostra. Alla cittΓ d’Is si puΓ² aggiungere come esempio di regioni sommerse dalle invasioni del mare, la cittΓ di Herbadilla, vicino a Nantes, di cui parla Gregorio di Tours (essa era sotto la sua giurisdizione) e che fu inghiottita a’ suoi tempi, verso il 580; quella di Tolento, non lunge da Brest; quella di Nazado, vicino ad Erqy; quella di Garloine, nella pianura di Dol, che disparve ai tempi di Carlomagno. Dalla foce della Loira fino al Finisterre, non vi Γ¨ una costa ove non si rinvengano vestigia d’abitazione. Il litorale di Morhiban parrebbe essersi abbassato di cinque metri a Closmadeuc.
Vi erano foreste sulla riva di Dunkerque, occupanti le spiagge bagnate oggidΓ¬ dal mare. La spiaggia d’Etaples conteneva un numero cosΓ¬ grande di alberi sepolti nella spiaggia, che lo Stato ha messo in aggiudicazione il diritto di estrarli. Fondazioni romane furono scoperte a Sangatte. Si rinvennero all’ovest di Calais i resti d’una foresta sommersa, in mezzo alla quale si sono riconosciute ossa di bisonti (auroch), e conchiglie d’acqua dolce, ciΓ² che prova come, in un’epoca geologica recente, la costa era piΓΉ elevata che non ai giorni nostri. A quest’epoca, al principio del periodo Quaternario, il passo di Calais non era ancora aperto alle acque dell’Oceano che si precipitano nelle acque del mare del Nord; l’Inghilterra era tuttora congiunta alla Francia. Β»

Un altro studio sul mistero della cittΓ di Ys e della sua tragica scomparsa nei flutti dell’Oceano Atlantico Γ¨ svolto da RenΓ© ThΓ©venin nella sua monografia ormai classica Β«I paesi leggendariΒ» (titolo originale: Β«Les pays lΓ©gendaires devant la scienceΒ»; traduzione italiana di Luigi Confalonieri, Milano, Garzanti, 1950, pp. 75-78):
Β« Non Γ¨ necessario che un avvenimento sia molto lontano nel tempo perchΓ© la leggenda se ne impadronisca, se quest’avvenimento non esiste piΓΉ che allo stato di ricordo. Sono accaduti fatti, nei nostri paesi e a una data storica, che il mistero circonda ancora, come se appartenessero all’antica mitologia. E, come per l’antichitΓ , i commentatori non riescono a mettersi d’accordo quando vogliono liberare la veritΓ dai veli della favola. [β¦] Qui il fatto acquista tutta l’importanza e la leggenda che ne deriva non ha piΓΉ che un valore secondario. [β¦]
Ma riassumiamo intanto il romanzo. Siamo al V secolo della nostra era, all’estremitΓ del promontorio brettone, nelle vicinanze di quel selvaggio capo Raz, dove il mare par sempre tormentato, anche col tempo calmo. LΓ , in fondo a una baia, s’innalza una fiorente cittΓ , Ys, fondata dai Romani e governata adesso dal re Grallon, o Gradlon. La cittΓ Γ¨ protetta verso il mare da potenti dighe interrotte da chiuse che permettono di regolare il movimento delle acque sempre minaccianti nelle ore di marea. Queste chiuse possono essere aperte o serrateΒ per mezzo d’una chiave, evidentemente simbolica, di cui il re solo Γ¨ in possesso.
Grallon regna con giustizia, da buon cristiano. Ma sua figlia AhΓ¨s (il nome varia secondo i testi) ha giΓ parecchie volte attirato su di lei la minaccia della collera divina per la sua cattiva condotta e per la sua eresia. Una notte infine, durante un’orgia scandalosa, ella s’impadronisce, con un pretesto di cui la leggenda non rivela chiaramente il motivo, della chiave delle chiuse, e le apre. Il mare, gonfiato da una improvvisa eΒ formidabile tempesta, invade la cittΓ . Grallon ha appena il tempo di saltare a cavallo e prendere in groppa la figlia. Ma le onde lo raggiungono: sta per essere travolto. Egli comprende di portare con sΓ© l’oggetto del castigo divino: abbandona alla sua sorte AhΓ¨s che il riflusso trascina lontano. Il vecchio re riesce a salvarsi. Ma la cittΓ , testimone delle orge della maledetta, resta sommersa, come si puΓ² constatare ancora oggi con la marea bassa e con il mare calmo, scorgendo, sotto la trasparenza delle acque, nella baia di Douarnenez, la cittΓ di Ys.
Di questa tragica storia, che ha molte varianti, rimane un fatto incontestabile, l’ultimo. Γ vero che ai nostri giorni, quando le circostanze e il tempo lo permettono, si ritrovano in quei luoghi le vestigia di una cittΓ sommersa. Si tratta infatti di un’antica cittΓ , capolinea di strade romane e che, se si cerca di precisare la sua storia, fu distrutta da una furiosa mareggiata o da uno sprofondamento del suolo, nel 441, o secondo altri scrittori, nel 395.
Ora, basta studiare il rilievo di tutta questa costa brettone, della costa normanna che le Γ¨ vicina, e della costa inglese che la fronteggia, per rendersi conto della lotta incessante fra il mare e la terra e della vittoria che riporta l’assalitore sulla difesa passiva dell’assediata. Non Γ¨ qui il luogo di passare in rivista gli episodi di questa lotta, impegnata con fortune diverse, da centinaia di milioni d’anni, dal giorno in cui i primi graniti brettoni sbucavano dal seno d’un oceano fino allora deserto. Ma senza risalire a quelle origini si puΓ² ricordare che al momento d’uno dei piΓΉ grandi progressi dell’emersione continentale, nel pliocene, cioΓ¨ in un tempo relativamente vicino al nostro, in cui cominciavano a mostrarsi il bisonte, il cavallo, o l’elefante, la Francia e l’Olanda riunite all’Inghilterra, e l’Inghilterra riunita all’Irlanda, non formavano che un vasto promontorio occidentale, attraverso il quale serpeggiava, verso nord, il Reno ingrossato dall’Elba e dal Tamigi, dalla Tweed e dalla Tay, prima di sfociare nel mare alla latitudine della Scozia, mentre la Senna, che riceveva i fiumi brettoni e quelli del nord dell’Inghilterra attraversava dei territori stendentisi al nord della Normandia e della Bretagna e non sboccava che nell’oceano che molto all’ovest di quest’ultima.
La catastrofe di Ys non Γ¨ dunque che un breve episodio di questa lotta ed ha importanza solo perchΓ© la Storia ne ha raccolto e interpretato a suo modo l’eco. Della personalitΓ del re Grallon e della sua turbolenta progenitura non sappiamo nulla di certo. Ma alle piΓΉ basse maree dell’equinozio, presso il capo di Van e di Trongueur, nella baia di Douarnenez, si son ritrovate fin dal XVI secolo le strade sommerse e le mura della cittΓ . Questa, d’altra parte, ha conservato una certa celebritΓ grazie ai personaggi che vi si son fatti vivere, a torto o a ragione. Ma non Γ¨ la sola delle stesse regioni che abbia subito, nello stesso tempo, la stessa sorte. Vicino a Plogoff, si distinguono nettamente, sotto la superficie dei “menhir” (monumenti megalitici), delle mura, delle strade lastricate. Si sono ritrovate altre cittΓ sommerse in fondo all’Aber Vrac’h, presso Erquy, ecc. E gli annali del tempo di Carlomagno ci raccontano che, nella baia di Cancale, la cittadella di Gardoine o Gardone, che aveva osato resistere vittoriosamente al grande imperatore e cosΓ¬ sia incorsa nella sua maledizione, fu a sua volta inghiottita nel mare dalla collera di Dio.Β»

Una interpretazione piΓΉ elaborata di questa leggenda Γ¨ svolta da Massimo Centini nel suo bel libro Β«CittΓ , luoghi e continenti scomparsiΒ», in cui suggerisce che Dahut, la figlia del re Gadlon, non fosse in realtΓ che una potente sacerdotessa druidica; e che, pertanto, la storia del suo fallo (di natura sessuale) e della relativa catastrofe della comunitΓ degli abitanti d’Ys, sia stata elaborata in ambiente cristiano per screditare e colpevolizzare il culto druidico in generale e il sacerdozio femminile in particolare.
Egli richiama anche un passo di Tacito relativo alla conquista dell’isola di Mona (forse Man o forse, piΓΉ verosimilmente, Anglesey: dato che i cavalli degli invasori attraversarono a guado il braccio di mare tra la terraferma e l’isola) da parte dell’esercito romano e della distruzione dell’antico centro druidico ivi esistente. In quel passo, infatti, si parla delle sacerdotesse che incitavano freneticamente i guerrieri celti a battersi contro i profanatori, sino alla morte e al totale annientamento. Ma di ciΓ² ci siamo giΓ occupati in un precedente, apposito lavoro (cfr. F. Lamendola, Β«Svetonio Paolino distrugge il “santuario” della resistenza druidica sull’isola di MonaΒ», consultabile sul sito di Arianna Editrice).

Scrive dunque Massimo Centini nel libro Β«CittΓ , luoghi e continenti scomparsiΒ» (De Vecchi Editore, Milano, 2003, pp. 115-116), a proposito dell’enigma di Ys:
Β« La fiorente cittΓ di Ys, secondo la tradizione si trovava sulla costa della Bretagna. Si narra che il re Gradlon amministrasse con saggezza questa cittΓ , ma che sua figlia Dahut, troppo viziata, si abbandonasse a ogni genere di trasgressioni. Un giorno, per andare a trovare un amante, sottrasse la chiave con cui potevano essere alzate e abbassate le grandi porte che regolavano gli afflussi delle acque: lontana da casa, dimenticΓ² di tornare prima dell’alta marea e Ys fu devastata dalle acque. Secondo un modello ricorrente, dunque, la cittΓ fu distrutta in seguito a un’alterazione delle regole — che in questi “schemi” sono quasi sempre morali — da parte di un membro della collettivitΓ .
Forse, dietro la leggenda sulla distruzione di Ys vi Γ¨ un evento naturale (un maremoto?) che coinvolse anche altre localitΓ , ma per qualche sconosciuto motivo solo questa cittΓ acquisΓ¬ una qualche notorietΓ : lungo tutto il litorale della Bretagna, “grandi e piccoli centri abitati, oltre a molte ville e residenze padronali isolate, sprofondarono nei flutti. Ma soltanto Ys divenne famosa, soltanto Ys acquistΓ² il valore d’un simbolo, perchΓ© essa era situata su quel promontorio occidentale che costituiva al tempo stesso l’estrema punta, la fine del mondo degli uomini, il braccio teso dell’umanitΓ verso il nulla. E soltanto calunniando Ys si poteva colpire la religione druidica” (H. Schreiber, “CittΓ scomparse”, Milano, 1971, pag. 27).
Tra le tante teorie che circolano sulla scomparsa di Ys vi Γ¨ quella che ipotizza l’enfatizzazione di un evento naturale di proporzioni limitate in seguito alla necessitΓ degli invasori di abbattere il potere dei druidi, sacerdoti dei Celti. L’intervento sarebbe stato tanto piΓΉ profondo se si considera che a Ys avrebbero avuto un loro luogo sacro le druidesse, sacerdotesse con uguali diritti dei colleghi maschi e di cui conosciamo pochissimo. C’Γ¨ infatti chi sostiene che Dahut, in realtΓ , non fosse il nome della figlia del re, ma quello di una grande e potente druidessa che nel racconto mitico Γ¨ considerata colpevole di aver ignorato il bene della collettivitΓ per dare esclusivo sfogo ai propri desideri.
Le fonti storiche non consentono di stabilire se effettivamente fosse attiva una classe sacerdotale femminile, anche se in passato tale credenza era piuttosto diffusa (e non sempre con la dovuta luciditΓ critica), forse in seguito alla volontΓ di individuare a tutti i costi una connessione con l’universo mitico religioso femminile a cui, tra l’Ottocento e il Novecento, spesso si collegavano figure provenienti dal mondo mitico e folkloristico (fate, streghe, ecc.).
Strabone pone in rilievo (“La Geografia”, IV, 5), rifacendosi a Posidonio, che in “un’isola alla foce della Ligeris” (la Loira), vi era una “tribΓΉ di donne” spesso travolte da una sorta di furore. Un tema che rimanda a Tacito, il quale negli “Annali” (XXIX-XXX), quando narra la presa dell’isola di Mona del 61 d. C., fa riferimento a donne simili a furie che impugnavano delle fiaccole. Per Tacito e Plinio il Vecchio (“Historia Naturalis”, II, 75), quell’isola sarebbe Anglesey, centro di culto druidico e rifugio dei ribelli di Roma; per Giulio Cesare (“De Bello Gallico”, V, 13) “insula appellatur Mona” sarebbe invece l’attuale isola di Man, ma vi Γ¨ chi sostiene che fossero anche altre le localitΓ in queste donne avevano il loro centro sacro.
Lo storico Lampridio, nella biografia dedicata ad Alessandro Severo (LIX, 6) narra che l’imperatore fu messo in guardia da una “profetessa druidica” sull’affidabilitΓ del proprio esercito. Dello stesso tenore Γ¨ l’esperienza di Diocleziano che, secondo quanto narrato nella “Vita dell’imperatore Numeriano di Vopisco” (XIV, 2) ebbe da una “druidessa” indicazioni sul suo futuro. Inoltre, sempre secondo Vopisco (“Vita di Aureliano”, XLIV, 4), Diocleziano ebbe modo di rivolgersi alle “drydaes” per ottenere indicazioni concrete da attuare nel corso della sua politica dinastica.
CosΓ¬ Pilinio il Vecchio: “Le donne dei Britanni dopo essersi cosparse il corpo (di unguento nero) si presentano nude in alcune cerimonie imitando il colore degli etiopi” (“Historia Naturalis”, XXII, 2). Anche Strabone (“La Geografia”, III, 2) non trattenne il suo stupore di osservatore occidentale davanti all’opera delle donne cimbre che seguivano i loro uomini in guerra, spingendoli addirittura allo scontro con azioni frenetiche negli accampamenti, suonando strumenti e agitando le armi (un “iter” che potrebbe essere posto in relazione a una sorta di danza rituale).
Al di lΓ delle contaminazioni e degli azzardi determinati dal comparativismo, va comunque osservato che nelle fonti classiche non si trova un termine femminile che possa essere correlato al nostro druidessa/druida. Pomponio Mela, nel “De Chorographia”, fa riferimento alle “Gallicenae“, che in seguito, con la mediazione della tradizione epica, sono entrate a far parte di ballate e leggende, sempre senza possedere alcun referente preciso nella storia. Β»


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