La Croce ciclica di Hendaye: un calendario in codice?

La cosiddetta «Croce ciclica» è un enigmatico monumento ubicato nella cittadina basca di Hendaye, sui Pirenei Atlantici francesi. Il suo simbolismo esoterico venne analizzato negli anni Venti da Fulcanelli, l’«ultimo degli Alchimisti», che vide nell’iscrizione in latino sui bracci della croce e nei bassorilievi sul suo piedistallo la rivelazione delle Quattro Età dell’umanità e la profezia del cataclisma prossimo venturo che verrà a porre fine alla mortifera Età del Ferro.

di Piervittorio Formichetti 

La «Croce ciclica» o «Croce alchemica» è un enigmatico monumento della cittadina basca di Hendaye (in lingua basca «Hendaya»), oggi in territorio francese a pochissima distanza dal confine spagnolo e dalla costa atlantica. Negli anni ’20 del Novecento venne visitata da Fulcanelli, autore francese che – si dice – è stato l’ultimo degli alchimisti. «Sull’identità di questo personaggio, nel cui nome si combinano le parole Feu (fuoco) ed Elie (Elia, il profeta innalzato in cielo su un carro di fuoco, secondo la narrazione biblica), disponiamo soltanto di vaghe ed incerte congetture» [1].

Secondo alcune di esse, Fulcanelli sarebbe stato un capo partigiano antinazista della Francia meridionale, noto soltanto con il soprannome di «Cavaliere Bianco» [2]; per altri ancora, Fulcanelli sarebbe stato uno dei Fratelli di Eliopoli, una società segreta «che, di anello in anello di una lunga catena, si diceva facesse risalire la sua fondazione al II secolo della nostra era, in Egitto, all’epoca degli alchimisti di Alessandria» [3]. Ai Fratelli di Heliopolis, infatti, è dedicato Il mistero delle cattedrali, il suo famoso libro pubblicato nel 1926 in due volumi, con cui interpretava alcuni elementi artistici e architettonici delle cattedrali gotiche francesi, e la loro posizione sugli edifici, come riferimenti alle fasi dell’Opera alchemica. I disegni inclusi nel testo originale furono realizzati dall’illustratore Julien Champagne, nome che qualcuno ha creduto celasse la vera identità di Fulcanelli [4].

Eugène Canseliet, discepolo di Fulcanelli che «si è sempre rifiutato di rivelare l’identità» del suo maestro [5], nel 1957 scrisse la prefazione alla seconda edizione del Mistero delle cattedrali, aggiungendo al libro alcune fotografie scattate da Jean-Jacques Pauvert e il capitolo intitolato appunto La Croce ciclica di Hendaye. Questa è descritta inizialmente così [6]:

Vicino al transetto meridionale [della parrocchia di San Vincenzo, la chiesa al centro di Hendaye] si nasconde, sotto il verde fogliame del sagrato, una semplice croce in pietra, tanto semplice quanto strana. Questa croce ornava, un tempo, il cimitero, e solo nel 1842 fu messa vicino alla chiesa, nel posto che occupa ancor oggi. Almeno, questo è quanto ci assicurò un anziano basco che per lunghi anni aveva svolto le funzioni di sacrestano. Quanto all’origine di questa croce, non se ne sa nulla e ci è stato impossibile raccogliere la benché minima informazione circa l’epoca della sua erezione. Tuttavia, basandoci sulla forma del basamento e su quella della colonna, pensiamo ch’essa non dovrebbe essere anteriore alla fine del XVII secolo o all’inizio del XVIII.

L’enigmatica scritta in latino della Croce di Hendaye

Fulcanelli studiò il monumento a partire dalla scritta in latino, scolpita in rilievo e su due righe, sul braccio trasversale della croce – che ha i bracci pressappoco di eguale lunghezza – in cima alla colonna classicheggiante posata sul basamento:

OCRVXAVES
PESVNICA

tradotta con «O CROCE, AVE SPERANZA UNICA». Il presunto alchimista si domandò perché la S iniziale di SPES appartenesse ancora alla riga precedente, generando un problema nella lettura della seconda riga: PES VNICA non significa nulla. Se però si corregge la seconda parola in VNICVM si ottiene la frase PES VNICVM («piede unico», «con un solo piede»). A sua volta l’ultima parola della riga superiore, AVES — nel latino scientifico «uccelli», dal latino classico Avis — non significherebbe niente unita all’invocazione O CRVX. Fulcanelli ritenne che questo non fu affatto l’«involontario risultato di un’assoluta mancanza di pratica presso il nostro scalpellino» [7]:

L’ingenuità dei bassorilievi [sul basamento] ci fanno pensare che questi emblemi di pietra non sono opera d’un professionista dello scalpello e del bulino; ma, lasciando da parte l’estetica, dobbiamo riconoscere che l’oscuro artigiano che scolpì queste immagini possedeva una scienza profonda e delle reali conoscenze cosmografiche. […] Infatti, il paragone tra i motivi eseguiti dalla stessa mano e allo stesso modo, dimostra l’evidente preoccupazione per una normale distribuzione e l’accuratezza per la loro disposizione e il loro equilibrio. Perché mai l’iscrizione sarebbe stata eseguita con meno scrupolo?  […] I caratteri sono precisi, se non eleganti, [e] non si accavallano. Senza dubbio il nostro artigiano li scrisse prima con il gesso o il carbone, e questo schizzo deve necessariamente allontanare ogni idea di un possibile errore sopravvenuto durante la lavorazione. Ma poiché esso esiste, bisogna, di conseguenza, che questo errore apparente sia, in realtà, voluto. La sola spiegazione che possiamo invocare è quella d’un segno messo a bella posta, nascosto sotto l’aspetto d’un inspiegabile esecuzione sbagliata e destinato quindi a risvegliare la curiosità dell’osservatore. Diremo dunque che, secondo noi, l’autore scientemente e volontariamente dispose in quel modo l’epigrafe di quest’opera che ci colpisce.

Stele funebre di Marie de Negri d’Ables d’Hautpoul-Blanchefort

La scritta sulla Croce di Hendaye potrebbe non essere l’unica testimonianza della diffusione, almeno nella Francia del ‘700, di questo metodo di allusione a un messaggio criptato. Un simile caso di falso errore sarebbe la scritta incisa sulla lapide verticale della tomba della marchesa Marie de Negri d’Ables d’Hautpoul-Blanchefort (morta il 17 gennaio 1781), situata nel leggendario borgo francese di Rennes-les-Châteaux. Anche in questo caso la scritta   

sembra essere stata concepita apposta per far sorgere i più strani dubbi; essa infatti contiene puerili errori di grafia, alcuni dei quali veramente imbarazzanti, come ad esempio «REQUIESCAT IN PACE» scritto «REQUIES CATIN / PACE». Ora, considerato che «catin» in francese significa «prostituta», l’errore è da considerarsi quantomeno sospetto,  

fino a far nascere, unita ad altri possibili indizi, l’ardita ipotesi secondo cui la tomba della nobildonna potrebbe essere in realtà quella di Maria di Magdala, che dopo la crocifissione di Gesù si sarebbe recata a vivere in Provenza o in Linguadoca, «e lì, come sostengono in molti, abbia vissuto fino alla fine dei suoi giorni»; la lapide orizzontale della tomba sarebbe stata portata da Les Pontils a Rennes-les-Châteaux in un secondo momento, ma andò distrutta nel 1988 e ne resta un disegno [8].

I quattro bassorilievi sul piedistallo della Croce di Handaye

Fulcanelli tradusse la scritta O CRVX AVE SPES VNICA dal latino al francese e poi, «usando le vocali permutanti del linguaggio segreto alchemico» [9], ricavò la frase «Il est écrit que la vie se réfugie en un seul espace», «È scritto che la vita si rifugi in un unico spazio». Secondo Fulcanelli, questa frase significa che [10]

Esiste un paese nel quale la morte non toccherà gli uomini quando sarà il momento del duplice cataclisma. Tocca a noi cercare, poi, la posizione geografica di questa terra promessa, dalla quale gli eletti potranno assistere al ritorno dell’età dell’oro. 

Fulcanelli esaminò quindi i bassorilievi iconografici del basamento [11]:

Su ognuna delle quattro facce del piedistallo si nota un simbolo differente. Su di una è scolpita l’immagine del Sole, su di un’altra quella della Luna, sulla terza c’è una grande stella, e sull’ultima una figura geometrica che […] è lo schema adottato dagli iniziati per indicare il ciclo solare. Si tratta d’una semplice circonferenza divisa in quattro settori da due diametri che s’intersecano ad angolo retto. I settori portano scolpita una A che li caratterizza, così, come le quattro Âges [Età, in francese] del mondo; essi formano quindi un geroglifico completo dell’universo, formato dai segni convenzionali del cielo e della terra, delle cose spirituali e delle cose terrene, del macrocosmo e del microcosmo [rispettivamente la circonferenza e la superficie ripartita in settori, ndR] e nel quale si ritrovano riuniti gli emblemi della redenzione (la croce) e del mondo (la circonferenza).

Il “sole irato” sul piedistallo della Croce di Hendaye

Secondo alcuni interpreti del monumento, lo stile della Luna e del Sole sul bassorilievo è simile a quello delle carte XVIII e XIX dei Tarocchi (la Luna e il Sole), ragione per cui i Tarocchi potrebbero essere stati una fonte iconografica per l’ignoto artista. Ciò può essere vero per la mezza Luna dal profilo umano, ma è molto dubbio per il Sole. Questo, nell’arcano XIX dei Tarocchi, non ha occhi e bocca stravolti come quello sul basamento di Hendaye; questo Sole ricorda invece i Soli scolpiti nella pietra dagli Aztechi e dai Maya, ad esempio quello al centro del calendario azteco sulla Piedra del Sol (Pietra del Sole) realizzato durante il regno dell’imperatore Moctezuma II (1502-1520), un monolito rotondo del diametro di oltre 3 metri, rinvenuto a Città del Messico, dov’è ancora conservato: raffigura il dio solare Tonatiuh, circondato da quattro cartigli rappresentanti le quattro epoche passate, che gli aztechi chiamavano Soli. Il suo volto, tra il terribile e il grottesco, rappresenta il Quinto Sole bisognoso di sangue umano, l’ultima epoca del mondo: la nostra.

Hendaye è molto vicina al confine con la Spagna che conquistò l’America centrale due secoli prima della realizzazione della Croce ciclica. Ciò può far pensare che lo scultore, o il suo committente, sia stato uno spagnolo di etnia basca, o residente nella regione basca, che visitò le colonie mesoamericane o vide alcuni disegni delle sculture, eseguiti in America centrale e portati in Europa da mani altrui; forse era un religioso dotato di vaste conoscenze non soltanto di matrice occidentale, ma anche extraeuropea. 

Tra l’altro, alcuni studiosi hanno fatto notare la corrispondenza quasi totale (tre quadranti su quattro) tra i bassorilievi del piedistallo della Croce di Hendaye e le illustrazioni presenti su una pagina del manoscritto di Guamán Poma, un cronista spagnolo che nel XVI secolo espose la dottrina incaica del tempo ciclico o dei «Cinque Soli» in un codice che è giunto fino ai giorni nostri. Si può infatti notare come i primi tre quadranti dell’illustrazione di Poma — rappresentanti il Sole, la Luna e la Stella — siano perfettamente identici a quelli presenti sul piedistallo della Croce di Hendaye, mentre il quarto raffigura una figura antropomorfa (forse il dio Viracocha) che svetta sulla cima di una montagna, alle cui pendici si distinguono le tre caverne dalle quali, secondo il mito andino, sarebbero venute alla luce le tre razze umane all’inizio del Quinto Sole, ovvero dell’epoca in cui ci troviamo, equivalente all’Età del Ferro esiodea e al Kali Yuga degli Induisti. Dalla grotta centrale, denominata Pacaritambo, sarebbero usciti gli antenati degli Inca, i fratelli Ayar.

Pagina del manoscritto di Guamán Poma sulla tradizione andina, XVI secolo

Il Sole di Hendaye è circondato da quattro stelle, ognuna a sei raggi: questa composizione può ricordare i quattro Esseri Viventi intorno al Cristo Giudice della storia umana (Apocalisse, 4, 6-8), che a sua volta ha «il volto simile al sole quando splende in tutta la sua forza» e «occhi fiammeggianti» (Ap., 2, 18); può ricordare anche i serafini, ognuno con sei ali, intorno al Trono di Dio nella visione mistica del profeta Isaia (Isaia, cap. 6); il totale dei raggi (ventiquattro) delle quattro stelle può ricordare i ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse (Ap., 4, 4; 10). La grande stella, sul lato del basamento opposto a quello del Sole, ha otto raggi: il numero 8 sommato a 24 dà 32, il numero dei raggi del Sole irato (16 brevi e 16 allungati) e, verosimilmente, degli anni di Gesù nel periodo centrale della sua vita di predicatore. Fulcanelli scrive anche [12]:

Siamo in presenza di due croci simboliche […]: in alto, la croce divina, esempio del modo scelto per espiare [le colpe dell’umanità], in basso la croce del globo, che indica il polo dell’emisfero boreale e che individua nel tempo l’epoca fatale di questa espiazione.

L’incrocio tra le due rette che dividono il cerchio in quattro quarti individua quindi il Polo Nord, cioè il centro della Terra vista dall’alto, dal nord astronomico e dalla Stella Polare, ritenuta dalle cosmologie antiche il punto fisso e immutabile dell’intero universo. Una visuale dall’alto e immutabile sul pianeta, non può alludere che a quella onniveggente di Dio; il cerchio rappresenta quindi lo spazio-tempo visto dall’occhio dell’Eterno Giudice. La croce superiore allude a quella a cui fu crocifisso Cristo; quella del cerchio, segnerebbe la fine del ciclo temporale: le due croci potrebbero indicare quindi l’inizio e la fine del giudizio divino sull’umanità. Allo stesso tempo, l’emisfero diviso in quattro può simbolizzare i quattro continenti (Europa, Asia, Africa, America), cioè la totalità del mondo esclusa l’Oceania, esplorata a partire dal Settecento (e ciò rafforzerebbe l’ipotesi che la scultura sia stata realizzata entro il primo quarto del XVIII secolo).

Tutto ciò sembra “parlarci” di dies irae, di fine dei tempi, di giudizio universale. Potremmo chiederci se sia stata proprio la Croce di Hendaye, con l’ultima parola ricavabile dalla prima riga della scritta, AVES, a suggerire l’idea della fine del mondo attuata dalla furia degli uccelli (aves) alla scrittrice Daphne Du Maurier, inglese ma di origine francese, che nel 1952 scrisse il racconto Gli uccelli (The birds) alla base del celebre film di Alfred Hitchcock.

Le quattro età del mondo riconosciute da Fulcanelli nelle quattro A dei quattro settori del cerchio-cosmo (la cui fotografia, nella tavola XLVIII del Mistero delle cattedrali, per errore è capovolta), sono da lui esplicitamente descritte come i quattro yuga della tradizione indiana: il primo, Satya Yuga o Krita Yuga [13], il secondo, Treta Yuga: il terzo, Dvapara Yuga; infine, Kali Yuga, letteralmente l’«epoca scura», «in cui noi stessi ci troviamo a vivere» [14]:

Nella mitologia indù, i quattro settori uguali della circonferenza, formati dalla croce, servivano di base a una concezione mistica assai singolare. L’intero ciclo dell’evoluzione umana è incarnato sotto l’aspetto d’una vacca, che simbolizza la virtù, ed i suoi zoccoli stanno ciascuno su uno dei quattro settori che raffigurano le età del mondo. Nella prima età, che corrisponde all’età dell’oro dei Greci e che è chiamata Credayougam, o Età dell’Innocenza [Satya Yuga], la Virtù si mantiene stabilmente sulla terra: la vacca si appoggia completamente con i suoi quattro piedi. Nel Tredayougam o seconda età, corrispondente all’età dell’argento, la vacca s’indebolisce e si tiene solo su tre zampe. Per tutta la durata del Touvabarayougam o terza età, corrispondente a quella del bronzo, essa si riduce a due piedi soltanto. E infine nella nostra età del ferro, la vacca ciclica, ossia l’umana Virtù, giunge al supremo grado di debolezza e di senilità: si sostiene a fatica, in equilibrio su un solo piede. È la quarta e ultima età, il Calyougam, età di miseria, di disgrazia e di rovina. [15]

Corrispondenze tra i bassorilievi del piedistallo della Croce di Hendaye e le Quattro Età

Il ricorso alla simbologia indù svela così che la seconda riga della scritta sul braccio orizzontale della croce, PES VNICA, può alludere al PES VNICVM (piede unico) sul quale, in estremo pericolo di cadere, si regge la vacca – cioè la virtù umana – durante il kali yuga.     

Fulcanelli, studiando la Croce di Hendaye, individuò un possibile legame tra la fine del ciclo storico e il passaggio dalla fine di un millennio all’inizio di quello successivo: la presenza delle due lettere X sulla croce in cima alla colonna, una alla fine della parola CRVX e l’altra occupante l’intero cartiglio in luogo dell’acronimo INRI, che in questo caso si trova esattamente al di sopra della X di CRVX. Le due X si possono leggere come numeri romani, e ricavarne che con XX si intenda 10 + 10, cioè 20: venti, secondo il calendario cristiano, sono i secoli giunti al compimento con l’anno 2000. Ma possono indicare anche il numero 1000 ripetuto due volte, e quindi, se sommate, il 2000: di nuovo l’anno finale dei venti secoli dell’era cristiana. Fulcanelli aveva ben presente il significato chiliastico (cioè indicante il numero mille) della lettera X, e lo collegò al millenarismo cristiano e ai suoi auspici di palingenesi, o di fine del mondo, allo scadere di un millennio [16].

Lo storico svizzero Auguste Viatte (1901-1993), in Les sources occultes du Romantisme (Le fonti occulte del Romanticismo), uno studio del 1928 giudicato «ancora assai utile» negli anni ’80 del ‘900, scrisse che «tra le personalità [les ésprits] più diverse, un’ondata di millenarismo [vague de millénarisme] si forma, cresce e attende di scatenarsi» lungo tutto il XVIII secolo, talvolta intrecciandosi alle idee illuministiche, nell’attesa di un rinnovamento dell’umanità che, in seguito, anche alcuni gruppi cattolici che auspicavano una purificazione morale della Chiesa credettero si manifestasse nella Rivoluzione francese [17].

L’ignoto autore della Croce di Hendaye, che operò forse all’inizio del Settecento, volle indicare la transizione tra due millenni (le due X) soltanto a motivo del suo credo millenaristico? I due millenni espressi dalle due X “innestate” sul ciclo delle Quattro Età greche e indiane presente sulla Croce indicano semplicemente due epoche in avvicendamento, oppure precisamente i primi due millenni del calendario cristiano giunti alla conclusione?

Non possiamo né negare, né affermare con certezza che i due millenni simbolizzati dalle due X della croce indichino i primi due millenni cristiani conclusi con l’anno 2000. Se davvero l’autore della Croce di Hendaye conobbe l’iconografia mesoamericana e vi si ispirò per scolpire sul basamento il volto del Sole irato, egli poteva conoscere anche il «Lungo computo» dei Maya, costituito di cinque epoche, l’ultima delle quali – come molti ormai sanno – si sarebbe conclusa con l’anno cristiano 2012. Egli avrebbe quindi integrato gli elementi induistico-greci (le Quattro Età) e cristiani (l’invocazione scritta sulla croce) relativi alla fine del ciclo temporale, con l’elemento cronologico mesoamericano: l’anno 2012, indicato dalle due X ( = due millenni conclusi). 

Potremmo notare anche che, nella scritta della croce, le uniche altre due lettere leggibili come numeri romani e, allo stesso tempo, perfettamente allineate verticalmente sono le due U scritte con carattere latino V: una in CRVX (riga superiore) e l’altra in VNICA (riga inferiore); leggendole come 5 + 5 si ha 10, e 10 sommato a 2000 dà 2010, una data ancora più vicina al 2012. Perciò non è del tutto impossibile che l’autore abbia voluto indicare il periodo fra il 2000 e il 2012 come data della catastrofe finale.

Ma anche Fulcanelli conosceva il «Lungo computo» dei Maya e la data finale del 2012? Credeva che tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo sarebbe accaduto un cataclisma mondiale? Concludendo il capitolo sulla Croce di Hendaye, egli scrisse [18]:

L’unico sigillo dell’Età del Ferro è quello della morte. Il suo geroglifico è lo scheletro provvisto degli attributi di Saturno: la clessidra vuota, che indica il tempo trascorso, e la falce, riproduzione del numero sette, che è il numero della trasformazione, della distruzione, dell’annientamento.

Saturno/Kronos (Chronos) con i classici attributi: la falce e la clessidra

Il segno occidentale (ma di origine araba) con cui si scrive il numero sette è in effetti simile alla falce con la lama rivolta verso l’alto dalla tradizionale figura della Morte [19]. Però né lo scheletro, né la clessidra, né la falce sono presenti sul monumento basco. Inoltre — a differenza di quanto si può ipotizzare per la fonte iconografica della Luna sul basamento — nel caso del numero 7 segno della morte non si può ricorrere ai Tarocchi, perché tra i ventidue «arcani» la Morte con la falce non è il VII ma il XIII, e non sempre, su questa carta, la falce è tenuta con la lama verso l’alto. Fulcanelli poi evidenzia i significati del numero 7 — trasformazione, distruzione, annientamento — pur non essendo quelli comunemente conosciuti: ad esempio, nella Bibbia, l’arcobaleno con i suoi sette colori indica la rinnovata alleanza tra Dio e l’uomo dopo il diluvio universale (Genesi, cap. 9); sette luci simbolizzano «gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra» (Zaccaria, cap. 4), secondo alcuni «una descrizione mistica che lascia supporre un simbolismo di origine astrale: corrisponderebbe ai sette pianeti e ai sette cieli» [20]; nell’I Ching, la Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, recita: «Al settimo giorno si ha il ritorno», commentata così da Richard Wilhelm: «Il sette è il numero della luce giovane», cioè della rinascita, del ritorno della luce e dell’energia yang [21].

Perché allora Fulcanelli affermò che l’«unico» simbolo adatto a indicare la conclusione dell’Età del Ferro, e quindi di tutte e quattro le età del mondo espresse dalla Croce di Hendaye, è l’immagine della Morte caratterizzata dalla falce che riproduce il numero 7?

Una possibile soluzione si potrebbe trovare ricorrendo a un sistema numerologico ebraico relativamente conosciuto, la Ghematria, il cui nome sembra derivi dal greco gheometrèia (geometria), poiché implica i rapporti tra i numeri, o grammathèia [22]. La Ghematria associa a ogni lettera dell’alfabeto ebraico una cifra, cosicché le lettere che formano una parola possono dare a quella parola un preciso numero corrispondente. Le prime dieci lettere coincidono con le cifre da 1 a 10, per cui al numero 7 corrisponde la lettera ebraica zayin, cioè la nostra Z sonora (ad esempio nella parola «zanzara»). La zayin è l’unica lettera ebraica somigliante a una T latina, cioè a una piccola croce: segno collegabile alla morte in àmbito cristiano, ma che assomiglia anche a un martello, un piccone o un’ascia: attrezzi utilizzabili come armi. Secondo l’esoterismo ebraico, ogni lettera ha un significato esoterico e un significato kabbalistico [23], e il significato esoterico della lettera zayin, che vale 7, è proprio «arma». Il significato kabbalistico della stessa lettera è invece «tendenza».

Non è affatto impossibile che anche Fulcanelli conoscesse, tra i vari linguaggi esoterici, simbolici e alchemici, anche questi codici ebraici. Se Fulcanelli, oltre al simbolismo del monumento di Hendaye, conosceva:

  • l’alfabeto ebraico e la Ghematria, e sapeva quindi che il valore della lettera ebraica zayin è 7;
  • il significato esoterico e kabbalistico delle lettere dell’alfabeto ebraico, e sapeva quindi che tale significato, nel caso della lettera zayin è «arma»; 

egli potrebbe avere unito al significato esoterico (arma) della lettera zayin (che vale 7) la somiglianza del numero 7 con la falce della Morte. Quindi avrebbe “innestato” questa combinazione sui significati dei simboli già presenti sulla Croce di Hendaye:

  • il millenarismo cristiano, che immaginava un mutamento d’epoca all’avvicendarsi di due millenni: le due X sui bracci della croce; 
  • il kali yuga indù (l’Età del Ferro greca, logicamente legata alle armi), ricavato dal cerchio ripartito in quattro con le quattro A e dall’allusione al PES VNICVM della vacca (la virtù umana) nella scritta PES VNICA.

In questo modo Fulcanelli potrebbe avere integrato il simbolismo della Croce di Hendaye con il numero 7, segno della distruzione totale, andando ben oltre la semplice somiglianza grafica con la falce della Morte. Il numero 7 costituirebbe «l’unico sigillo dell’Età del Ferro» perché il 7 è il simbolo della morte in quanto corrisponde alla lettera ebraica che significa «arma».   

Fulcanelli avrebbe quindi potuto convincersi che l‘Età del Ferro si sarebbe conclusa per mezzo delle armi, cioè durante una guerra di estensione e violenza inaudite. Ma egli credeva anche che questa guerra apocalittica si sarebbe verificata alla fine dei primi due millenni dell’era cristiana indicata dalle due X, cioè alla fine del secolo in cui egli stesso viveva? Lo scrivente non lo sa.

Né l’autore della Croce di Hendaye, né Fulcanelli potevano prevedere che, appena conclusi i due millenni cristiani (le due X), sarebbe accaduto davvero un fatto che ha messo l’umanità intera in uno stato di instabilità (come la vacca che nel kali yuga si regge pericolosamente PES VNICVM, su un unico piede): l’attentato aereo alle Twin Towers di Manhattan l’11 settembre del 2001 da parte dei terroristi di Al Qaeda, che avrebbe potuto scatenare una terza guerra mondiale capace di eliminare gran parte della popolazione umana in pochi anni. In una circostanza simile, ogni persona vorrebbe senza alcun dubbio salvarsi rifugiandosi in un’area delimitata e inaccessibile al disastro circostante.

Ebbene, tornando ai significati delle lettere ebraiche si scopre che esiste una precisa serie alfabetica che esprime un significato molto vicino a questa situazione. Se tramite la Ghematria convertiamo in cifre la serie di lettere (da leggere da destra a sinistra) bet-zayin-zain-he (corrispondenti alle nostre B-Z-Z-H) otteniamo la serie di cifre: 2-7-7-5. La serie 5772 interpretata secondo il significato esoterico delle sue lettere risulta:

bet – zayin – zayin – he
2 – 7 – 7 – 5
Casa (o Tenda) – Arma – Arma – Esistenza

Secondo il significato kabbalistico, invece, la stessa sequenza significa: 

Recinto (o Abitazione) – Tendenza – Tendenza – Soffio vitale

I significati esoterico e kabbalistico della sequenza di lettere he-zain-zain-bet, in cifre 5772, potrebbero quindi esprimere, in modo complementare, una situazione di catastrofe mondiale: l’esistenza dell’umanità coinvolta in una guerra (arma+arma) con causa scatenante, o per obiettivo, la dimora (casa o tenda) [24] (interpretazione esoterica); perciò gli esseri viventi (soffio vitale) avranno tendenza rafforzata (tendenza+tendenza) a raccogliersi in un luogo delimitato (recinto) (interpretazione kabbalistica).

Quest’ultima frase ha un senso molto simile al significato della scritta sulla Croce di Hendaye decifrata da Fulcanelli mediante le «vocali permutanti» da lui presumibilmente conosciute: «È scritto: la vita si rifugi in uno spazio unico». Immaginando che Fulcanelli conoscesse veramente queste interpretazioni numerologiche e simboliche delle lettere ebraiche, egli potrebbe aver notato una combinazione di coincidenze di per sé sorprendente:

  • la frase della Croce di Hendaye da lui decifrata — «È scritto: la vita si rifugi in uno spazio unico» — è quasi identica all’interpretazione kabbalistica della serie numerica 5772: gli esseri viventi (soffio vitale) avranno tendenza rafforzata (tendenza + tendenza) a raccogliersi in un luogo delimitato (recinto);
  • la serie 5772 applicata al calendario ebraico — che la tradizione fa iniziare con l’anno 3761 a. C. — indica l’anno 5772, che corrisponde all’anno finale della quinta epoca del «Lungo computo» Maya: il 2012 d. C.: anno cronologicamente poco distante dalla conclusione dei due millenni o dall’anno 2010, possibilmente indicati dalle due X e dalle due V sulla croce. 

In conseguenza di entrambe queste concordanze, Fulcanelli potrebbe avere interpretato il possibile rapporto tra i simboli sulla Croce di Hendaye da una parte, e quello delle lettere ebraiche con i loro valori ghematrici e i loro significati segreti dall’altra, come una sorta di doppia indicazione del fatto che l’ultima guerra armata dell’umanità sarebbe avvenuta indubbiamente tra l’anno 2000 e l’anno 2012 dell’era cristiana. Ma non possiamo essere certi che egli ne fosse realmente convinto. L’ipotesi conclusiva, quindi, è che l’ignoto autore della Croce di Hendaye:

  • conobbe la concordanza tra l’anno 2012 cristiano e l’anno finale del «Lungo computo» dei Maya e — conoscendo la cronologia tradizionale ebraica — la “tradusse” nell’anno 5772;
  • seppe convertire la serie di numeri 5772 nella corrispondente serie di lettere ebraiche (he-zain-zain-bet) e seppe “tradurla” nel linguaggio kabbalistico (che quindi conosceva), ottenendo la serie di significati «soffio vitale, tendenza raddoppiata, recinto»;
  • infine codificò questa sequenza nella scritta O CRVX AVES PES VNICA, confidando che un futuro lettore, in possesso delle sue stesse conoscenze kabbalistiche e crittografiche, avrebbe colto l’analogia tra la scritta decifrata mediante il linguaggio alchemico (è scritto: la vita si rifugi in un unico spazio) e il significato kabbalistico dell’anno ebraico 5772 (i viventi avranno tendenza rafforzata a recintarsi in un luogo delimitato), e avrebbe saputo collocare cronologicamente la situazione dell’umanità indicata da entrambi i testi. 

Il futuro lettore auspicato fu il misterioso Fulcanelli? Egli alluse soltanto a una catastrofe finale caratterizzata da un «duplice cataclisma», senza chiarire quali sarebbero i due aspetti del cataclisma e senza esplicitare alcuna data. In conclusione, quindi, non sappiamo se Fulcanelli non credesse che la catastrofe si sarebbe verificata negli anni 2000-2012, o se anche lui volle evitare di indicare apertamente l’anno 2012, limitandosi a rendere nota la scritta decifrata «È scritto: la vita si rifugi in uno spazio unico», e confidando a sua volta che, in futuro, qualcuno avrebbe saputo riconoscere il tempo al quale essa si riferisce.


Note: 

1 – Serge Hutin, La vita quotidiana degli alchimisti nel Medio Evo, Milano, RCS-Fabbri Editori, 1997 [ed. or. Paris, Hachette, 1977], p. 38 nota 11.

2 – Ibidem, p. 210. 

3 – Ibidem, p. 206

4 – Ibidem, p. 210.

5 – Ibidem, pp. 209-210.

6 – Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972, p. 170.

7 – Ibidem, pp. 170-171. 

8 – Arianna Kellermann et alii, Viaggio in Arcadia, http://arjelle.altervista.org/Arcadia/indice.htm. Devo la conoscenza di questa articolatissima ricerca al dott. Marco Caccin di Chivasso (TO).

9 – Roberto Giacobbo, 2012. La fine del mondo?, Roma–Milano, RAI-ERI – Mondadori, 2009, p. 95. Quale sia questo linguaggio segreto alchemico, non è precisato nemmeno da Fulcanelli stesso, che si limita a parlare di «vocali permutanti» (Il mistero delle cattedrali cit., p. 172).

10 – Fulcanelli, op. cit., p. 172; Giacobbo, op. cit., p. 95.

11 – Fulcanelli, op. cit., p. 173.

12 – Ibidem, p. 172.

13 – Giacobbo, op. cit., p. 96; Graham Hancock, Robert Bauval, John Grigsby, L’enigma di Marte. Segnali d’allarme dal pianeta rosso, Milano, Corbaccio, 1999, p. 200.

14 – Hancock, L’enigma di Marte cit., p. 200.

15 – Fulcanelli, op. cit., p. 174.

16 –  Ibidem, p. 172.

17 – Cfr. Joyce O. Lowrie, The violent mistique: thematics of retribution and expiation in Balzac, Barbey d’Aureville, Bloy and Huysmans, Genève, Librairie Droz, 1974, p. 11 (consultabile su Google Libri); Marina Caffiero, Rivoluzione e millennio. Le correnti millenaristiche in Italia nel periodo rivoluzionario, in Bernard Plongeron (sous la direction de), Pratiques religieuses, mentalités et spiritualités dans l’Europe revolutionnaire (1770-1820), Actes du colloque, Chantilly, 27-29 novembre 1986, ed. Paris, BREPOLS, 1988, p. 95. 

18 – Fulcanelli, op. cit., p. 174; Giacobbo, op. cit., p. 96.

19 – Questa celebre iconografia attraversa da due millenni l’arte occidentale, dall’Apocalisse biblica (ca. 90 d. C.) agli affreschi di fine Medioevo sul Trionfo della Morte, da Metropolis di Thea von Harbou (1912), a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957), a Che c’entriamo noi con la rivoluzione? (Sergio Corbucci, 1972), dove Vittorio Gassman e Paolo Villaggio credono di vedere la «Grande Falciatrice» in un misero messicano vestito di stracci neri che, cavalcando un asino, avanza verso di loro con una falce rivolta verso l’alto.

20 – Jean Chevalier, Alain Gheerbrant (a cura di), Dizionario dei simboli, Milano, BUR Rizzoli, 1986-87 (ed. or. Paris 1969), vol. I, pp. 183-185.

21 – I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, Milano, Adelphi, 1991, pp. 140-141. 

22 – Cfr. René Guénon, Simboli della scienza sacra, Milano, Adelphi, 1990, p. 54 nota 7. 

23 – Che ricaviamo da Occultismo, mistero e magia, collana Grandi temi, Novara, De Agostini, 1976, p. 55.

24 – Il termine «dimora» può riunire entrambi i significati esoterici in questione: la casa – cioè una residenza fissa – e la tenda – cioè una residenza provvisoria, nomade. Nella tradizione ebraica ciò fa pensare subito alla Dimora di Dio: tenda durante la peregrinazione nel deserto verso la terra promessa (il cosiddetto Tabernacolo), casa quando fu eretto il Tempio di Gerusalemme voluto dal re Salomone (X secolo a. C.). Di conseguenza, la Dimora per eccellenza della tradizione ebraica è Gerusalemme, città contesa violentemente dai musulmani, che ritengono sia stato l’unico luogo dal quale Muhammad (Maometto) poté vedere da vivo il Paradiso. 

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