Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina

Un concetto centrale nella tradizione cosmogonica andina è la credenza in cicli regolari di creazione e distruzione che darebbero inizio e porrebbero fine alle varie ere cosmiche. Il tempo veniva concepito in maniera circolare; in accordo a tale dottrina, esso aveva solo due dimensioni: il presente (Kay Pacha) che al suo termine sfocia nel “tempo antico” (Nawpa Pacha), dal quale si ritornerà nuovamente al tempo presente [Carmona Cruz p.28].

Tale dottrina, paragonabile a quella indiana degli yuga e a quella esiodea delle età, si fonda su un principio di ciclicità che governerebbe ogni cosa nel cosmo e che viene denominato dalla tradizione andina Pachacuti, letteralmente “una rivoluzione, una processione dello spazio e del tempo”. Con tale termine, nei miti, vengono descritti una serie di eventi catastrofici che prevedono la distruzione generale dell’umanità del ciclo e la sua successiva sostituzione con una nuova umanità—vedi i miti di origine del lago Titicaca, in cui si narra che Viracocha sterminò una precedente razza di giganti con il diluvio o con una pioggia di fuoco per poi creare una successiva umanità, quella attuale [cfr. Viracocha e i miti delle origini: creazione del mondo, antropogenesi, miti di fondazione].

Questa idea di necessario rinnovamento del cosmo si ritrova ovunque nel mito e nelle religioni: si assiste continuamente allo sterminio da parte della divinità creatrice-uranica (il “Dio Padre”) dell’umanità del ciclo giunto alla sua conclusione per poi procedere alla creazione dell’umanità del ciclo successivo. Gli antichi greci dicevano che il cosmo “si rigenera di tempo in tempo”—o di eone in eone—“immergendosi nel fuoco”. Quando la terra appare stanca e l’umanità ormai irrimediabilmente sviata dalla sua originale condizione aurea, ovunque ritroviamo questa idea comune: il cosmo deve ringiovanire, e con lui la Terra e, in ultima analisi, lo stesso uomo.

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I cicli del mondo secondo Guaman Poma

Una delle più complete descrizioni della succitata suddivisione in ère della storia del mondo è quella del cronista del XVII secolo Guaman Poma, dalla cui lettura appare chiaro come, generalmente, la cosmostoria della tradizione andina si suddivide in cinque ere cosmiche, ognuna delle quali è—similmente alla concezione mexica del Tonatiuh—denominata “(anno del) Sole” (intip watan) o “Grande Anno” (capac watan) e dura mille anni.

Ogni “Grande Anno” comprende due cicli minori di cinquecento anni ciascuno, detti a loro volta pachakuti (“capovolgimento del mondo e del tempo”), perché alla fine di ogni ciclo (di 500 come di 1000 anni) avvengono grandi cataclismi. Ogni mille anni moriva un Sole e un altro nasceva; lo stesso accadeva con le stirpi che popolano la terra [Polia p.71]. Secondo Guaman Poma [Urton p.41]:

1. La prima età del mondo (“Primo Sole”) risale al “tempo di tenebra primordiale” in cui viveva una proto-umanità denominata Wari Wiracocharuna, che conoscevano solo una tecnologia rudimentale e si coprivano con fronde e foglie. Tale epoca si conclude in modo misterioso. Alcune fonti considerano gli uomini di questa prima epoca non dotati di un corpo propriamente fisico come l’umanità attuale, la piena cristallizzazione dell’involucro materiale avvenendo solo con l’avvento del Secondo Sole.

2. L’umanità del “Secondo Sole”, Wari Runa, fu più avanzata: vestivano pelle di animali, praticavano un’agricoltura rudimentale e vivevano in modo pacifico, senza guerre. Adoravano Viracocha e lo riconoscevano come creatore. La loro era terminò con un diluvio.

3. L’era del “Terzo Sole” fu quella dei Purun Runa (“uomini selvaggi”), denominazione curiosa dal momento che in realtà in tale epoca si dispone di una tecnologia sempre più complessa, nell’agricoltura come negli indumenti indossati (lana) come in arti più avanzate quali la metallurgia e la creazione di monili. Tuttavia, la popolazione aumenta vertiginosamente e ciò porta la nascita di conflitti territoriali. Ogni centro abitato viene retto da un sovrano. La gente adora Pachacamac come creatore dell’Universo. Non si sa come questa età si concluse ma, si può ipotizzare, la sua fine sembra essere in relazione con il corpus di miti riguardanti l’estinzione di una umanità precedente per mezzo di piogge di fuoco provenienti dal cielo. Nel Codex Chimalpopoca, un documento Nahua del Mesoamerica, l’epoca del “Terzo Sole” è chiamata anche Quia Tonatiuh (“Sole di Pioggia”) “perché in questa era cadde una pioggia di fuoco che bruciò tutto ciò che esisteva (…) Le rocce bollirono nel tumulto, e se ne innalzarono di color vermiglio” [Donnelly p.104-5].

4. Gli abitanti dell’età successiva, quella del “Quarto Sole”, sono popolazioni guerriere, Auca Runa, che vivevano sui picchi montani in case di pietra e fortezze denominate pucara. La tecnologia divenne sempre più complessa, e con essa aumentarono anche i dissidi e i conflitti. Durante questa epoca, il mondo venne suddiviso in quattro parti [cfr. la suddivisione mitica del Tahuantinsuyu da parte di Viracocha]. Guaman Poma non specifica, anche in questo caso, come avvenne la distruzione di questo mondo; tuttavia, dal momento che probabilmente in questa età si deve riconoscere quella precedente la nascita dell’umanità odierna, alcuni tendono a collegarla con l’età dei giganti che Viracocha sterminò con un diluvio per poi dedicarsi alla creazione dell’umanità successiva.

5. L’epoca, finale, del “Quinto Sole” è quella degli Inca, ovvero il periodo storico della civiltà andina [cfr. L’enigma di Tiahuanaco, culla degli Inca e “Isola della Creazione” nella mitologia andina]. Dopo una sommaria descrizione delle innovazioni e delle nuove istituzioni introdotte dai nuovi sovrani, Poma attesta che essi si diedero al culto dei guaca bilcas, esseri soprannaturali che, secondo l’autore, sarebbero i “demoni di Cusco”. A causare la fine di questa epoca (o, per meglio dire, la “svolta”, il pachakuti) è stata ovviamente l’invasione degli Spagnoli [Urton p.44] [cfr. Storia segreta della conquista del Perù: il sogno profetico dell’Inca Viracocha e la venuta degli Spagnoli]. Polia afferma che con l’arrivo degli Spagnoli il mondo indio (vale a dire il mondo del “Quinto Sole”) si capovolge e s’apre l’ultimo ciclo dell’ultimo Sole prima del grande cataclisma finale, il pachakuti definitivo, quello di fine ciclo, che “porrà fine a questo mondo e a questo tempo” [Polia p.71-2].

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Un confronto con le età esiodee

Come abbiamo già avuto modo di notare, esiste una corrispondenza tra la divisione in “Soli” della tradizione andina e la medesima divisione in ere o cicli in altre culture antiche. Abbiamo già accennato a quella messicana dei Tonatiuh (che ha l’eguale significato di cicli solari), in cui ogni ciclo viene chiamato con il nome dell’elemento che distruggerà il mondo al suo termine (catastrofi di fuoco e acqua, furiosi uragani o terremoti).

Abbiamo già richiamato anche la dottrina indù degli yuga e a quella greco-romana delle età, un processo di decadenza graduale lungo quattro cicli denominati esotericamente con il nome di un metallo, come abbiamo visto in precedenza. Altre dottrine di tal guisa erano quella iranica, affine a quella ellenica—le quattro età sono qui contrassegnate da oro, argento, acciaio e “mescolanza di ferro”—e quella caldaica, che riprende quasi pedissequamente tale divisione [Evola p.222].

Proviamo a operare un confronto tra quella tra queste dottrine che conosciamo meglio, vale a dire quella greco-romana così come la conosciamo grazie ad Esiodo, e quella della tradizione inca, per come ci è giunta tramite Guaman Poma.

1. Posto che, secondo la tradizione andina, l’era del “Primo Sole” fu abitata unicamente da una razza proto-umana non dotata di un corpo propriamente fisico, associamo l’èra del “Secondo Sole”—in cui gli uomini “vestivano pelle di animali, praticavano un’agricoltura rudimentale e vivevano in modo pacifico, senza guerre; adoravano Viracocha e lo riconoscevano come creatore”—all’Età dell’Oro della tradizione mediterranea in cui gli uomini vivevano in pace e nell’abbondanza e i terreni davano raccolti abbondanti senza necessitare di coltivazione. Evola mette in relazione l’età dell’Oro ai simboli di “polarità, solarità, altezza, stabilità, gloria, vita in senso eminente” e “verità in senso trascendente” [Evola p.229]. I racconti sull’età aurea, secondo Jūnger, “concordano nell’affermare che fu un’età dell’innocenza” e per questo necessariamente “scevra non solo di teologia, ma anche di scienza”, così come di alfabeto e di scrittura ideografica [Jūnger p.133]. Come dice Eliade, secondo la tradizione degli aborigeni australiani, “gli antenati erano liberi dalle molteplici inibizioni e frustrazioni che inevitabilmente affliggono ogni essere umano vivente in comunità organizzate” [Eliade p.100]. In più, l’uomo del primo ciclo appare in tutte le tradizioni, dal ‘tempo sognante’ degli aborigeni australiani al resto del mondo, in qualche modo ancora indifferenziato rispetto al resto degli esseri, dèi, animali, piante e via dicendo. In questo stato di comunione indifferenziata in cui giaceva, “l’uomo indiviso possedeva il sapere, non la scienza” e “delle pietre, delle piante, degli animali più che le proprietà egli conosce le virtù. Esse gli parlano” [Jünger p.133.]. L’età aurea, chiamata dal filosofo tedesco anche “storia dei primordi” (equivalente all’illud tempus eliadiano) non si ridurrebbe, dunque, a un semplice stadio temporale anteriore ai successivi, essendone anzitutto sostanzialmente diverso nel suo più intimo essere: non si tratta, come dice Jūnger, semplicemente di “preistoria” e “etnologia”, e tantomeno non è un “prius sul piano cronologico”, quanto piuttosto uno “strato profondo dell’uomo”, “forza spirituale indivisa” [Jūnger p.104].

2. Accettando questo punto di partenza, l’èra del “Terzo Sole” (tecnologia e agricoltura sempre più evoluta, metallurgia, creazione di monili; aumento popolazione e nascita di conflitti territoriali) corrisponderebbe all’Età dell’Argento, in cui gli uomini erano ricchi e vivevano nell’abbondanza, “eppure anelavano all’innocenza e all’appagamento che erano le vere fonti della felicità umana nell’epoca precedente; e di conseguenza, pur vivendo nella lussuria e nelle delizie, divennero oltremodo prepotenti, perennemente insoddisfatti, e dimenticarono gli dèi ai quali, nella loro certezza di prosperità e benessere, negarono la venerazione dovuta” [Murray cit. in Donnelly p.205]. Esiodo concepisce l’età dell’Argento non solo come una semplice diminuzione qualitativa dell’era precedente; vi è, come accade in tutti i pachakuti, un cambiamento radicale dell’essere. Così se nell’età aurea (che nella tradizione indù corrisponde al Satya-yuga, “l’età dell’Essere”) gli uomini vivevano con gli dèi e avevano il nutrimento senza dover lavorare la terra, viceversa già con l’età dell’Argento la situazione muta radicalmente: sembra che gli dèi, per dirla con Jünger [p.132], abbiano “occultato all’uomo il nutrimento e sia iniziato il lavoro, mediante l’aratro, la scrittura e la costruzione di solide dimore”.

3. Se nella cosmogonia l’era del “Quarto Sole” viene descritta come un’epoca di conflitti e dissidi, in cui una popolazioni di giganti spadroneggia sui deboli, allo stesso modo l’Età del Bronzo degli antichi Ellenici (Esiodo dice: “stavano loro a cuore le opere dolorose di Ares e le violenze”) era “un periodo di costanti dispute e atti di violenza. Invece delle terre coltivate, di una vita di occupazioni pacifiche e di regolari abitudini, venne un giorno in cui la ragione era ovunque del più forte e gli uomini, grandi e potenti com’erano, divennero fisicamente esausti” [Murray cit. in Donnelly p.205]. Secondo Esiodo, questi “uomini di bronzo”, potenti e terribili, si dedicavano unicamente alla guerra, non mangiavano pane e i loro cuori erano gelidi e duri come l’acciaio ed incutevano terrore per la loro crudeltà e forza fisica. Di bronzo erano le loro armi così come le loro case: essi non conoscevano il ferro. Causa la loro stessa violenza e arroganza, essi perirono e furono inghiottiti dall’Ade senza lasciare traccia su questa Terra. Tutti questi mitemi si ritrovano nondimeno anche nelle narrazioni andine sulla fine dell’epoca del “Quarto Sole”. Anche la tradizione nordica ricorda questa età del Bronzo; nell’Edda [Völupsâ, 46] si legge: “Tempi dell’ascia e della spada, tempi del Vento, tempi del Lupo, prima che il mondo sprofondi. Nessun uomo risparmia l’altro”.

4. L’era del “Quinto Sole”, vale a dire l’epoca storica (post-diluviana) degli Inca, equivale infine all’esiodea Età del Ferro (l’epoca dei Preincas potendo forse essere inquadrata in questo schema parimenti all’esiodea “Età degli Eroi”, posta tra quella del Bronzo e quella del Ferro), “in cui l’umanità infiacchita dovette sgobbare per guadagnarsi il pane e, occupati a guadagnare, fecero del loro meglio per superarsi l’un con l’altro”.

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Amaru e la fine del ciclo

Al medesimo corpus di insegnamenti tradizionali riguardanti il pachakuti si ricollega anche il mito dell’immenso serpente Amaru, dimorante nelle viscere della terra: “Amaru dorme, ma quando si agita produce il terremoto che segna la fine di un ciclo, allora il mondo torna alle tenebre primordiali e i giganti lo invadono per instaurare il regni dei morti viventi e i viventi passano nelle regioni dei morti, fino al sorgere del nuovo sole” [Polia p.78], con “Sole” intendendo tradizionalmente, come abbiamo visto, ciclo.

Curiosamente, lo stesso mito si ritrova, identico, dall’altra parte del mondo, in India, dove, al di sotto dei sette mondi del regno sotterraneo di Patala, si diceva vivesse Shesta, il serpente che sorregge il mondo: quando scuote una delle sue mille teste, la terra trema e alla fine di ogni kalpa (cioè ogni 4.320.000.000 anni) il serpente si contorce in modo convulso e distrugge il mondo con il fuoco [Kafton-Minkel p.63].

Un mito estremamente simile si incontra anche nella tradizione norrena, dove si parla di Nidhogg, enorme drago che vive al di sotto dei nove mondi, alle radici dell’Yggdrasil, che mastica continuamente. Quando le radici dell’Albero Cosmico saranno recise del tutto, giungerà il Ragnarökk, equivalente al Pachakuti della tradizione andina.

Si noti come in questi miti il simbolismo del serpente esprima innanzitutto la sua natura sotterranea, o per meglio dire ultra-ctonia: si trova sempre al di sotto dei tre mondi (uranico, terreno, ctonio), o al di sotto dei sette e nove reami delle mitologie indiana e norrena. Questo rettile mitico è, in altre parole, il fondamento dell’Albero Cosmico: come l’Atlante della mitologia ellenica, a lui si delega il compito di portare il peso del mondo sulle sue spalle.

Il serpente, inoltre, veicola nel suo simbolismo la visione dei popoli arcaici di una trasformazione continua del cosmo e del mondo: come il rettile ciclicamente cambia muta, allo stesso modo il mondo stesso continuamente si rinnova distruggendosi per poi ricrearsi. Da ciò, il probabile motivo per cui tre civiltà tanto lontane nel tempo e nello spazio come quella indù, norrena e andina abbiano fatto ricorso allo stesso simbolo per spiegare ciò che non può essere spiegato se non per simboli.


Bibliografia:

  1. Aurelio Carmona Cruz, La cosmovisión dual de los Inkas (Ministerio de Cultura Cusco, Lima, 2013).
  2. Ignatius Donnelly, Atlantis. The Antediluvian World [ed it.: Platone, l’Atlantide e il Diluvio] (Mondo Ignoto, Roma, 2005).
  3. Mircea Eliade, Nostalgia delle origini (Morcelliana, Brescia, 2000).
  4. Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (Mediterranee, Roma, 1969).
  5. Ernst Jünger, Al muro del tempo (Adelphi, Milano, 2012).
  6. Walter Kafton-Minkel, Mondi sotterranei (Mediterranee, Roma, 2012).
  7. Mario Polia, Il sangue del condor. Sciamani delle Ande (Xenia, Milano, 1997).
  8. Snorri Sturluson, Edda (Adelphi, Milano, 1975).
  9. Gary Urton, Inca myths (British Museum Press, London, 1999).

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