Nella decadenza di un mondo governato da soli uomini, unβintrepida monaca dallo spirito guerriero non esita a sferzare le coscienze di papi e imperatori. Mistica e profetessa, teologa e filosofa, leader e predicatrice, compositrice e medico, quella di Ildegarda di Bingen Γ¨ una delle voci piΓΉ originali del XII secolo. Ne ripercorriamo insieme le avventurose vicende.
di Claudia Stanghellini
Considerato lβalto tasso di mortalitΓ infantile, quella di Hildebert di Bermersheim, ministerialis del vescovo di Spira, e Mechtilde di Merxheim Γ¨ una famiglia piuttosto numerosa anche per lβepoca. Ildegarda, nata a Bermersheim β regione tedesca fra il Reno e la Nahe β nellβestate del 1098, Γ¨ lβultima di dieci fratelli, ma a differenza di tutti gli altri, come riporta il suo biografo Theodoric di Echternach [1], sin da piccola manifesta il dono profetico della visio ed Γ¨ tormentata da gravi disturbi, identificati oggi come βemicrania classicaβ, che la accompagneranno per il resto della vita [2]. Spinti forse dalla sua particolare condizione, i genitori decidono ben presto di offrirla alla vita religiosa (oblatio), unβusanza piuttosto diffusa per la societΓ del tempo. CosΓ¬ allβetΓ di circa otto anni, Ildegarda viene allontanata dalla sua famiglia dβorigine per essere affidata alle cure materiali e spirituali di una giovane nobildonna, Jutta di Sponheim, che si era consacrata a Dio e portava avanti il suo noviziato tra le mura domestiche [3] sotto la guida spirituale di una nobile vedova devota, Uda. Negli anni trascorsi a Sponheim, Γ¨ Jutta a prendersi cura della formazione di Ildegarda, che si dedica allo studio del latino e dei Salmi, e impara a suonare il salterio.
Dalla Vita Juttae [4] si apprende che alla morte della madre Sophia, avvenuta tra il 1110 e il 1111, Jutta coltivi il desiderio di partire per un pellegrinaggio. Il fratello Meinhard, tuttavia, profondamente contrario, riesce a distoglierla dai suoi propositi con lβaiuto del vescovo di Bamberg, che la persuade a legarsi a una fondazione monastica per condurre una vita secondo gli ideali anacoretici come inclusa. Jutta approva la soluzione e lβ1 novembre 1112, insieme a Ildegarda ormai quindicenne, fa il suo ingresso nel monastero benedettino di Disibodenberg, seguito poco dopo dalla professione solenne di entrambe. La fama di santitΓ di Jutta, rinchiusasi per amor Dei in una minuscola cella e provata da pratiche ascetiche che oggi si direbbero estreme [5], si estende ben presto per tutta la regione, ispirando altre giovani donne a porsi alla sua sequela. Mentre il cenobio femminile di Disibodenberg inizia a crescere, Ildegarda sβinserisce fruttuosamente nella vita monastica, benchΓ© la malattia la renda spesso talmente debole da non riuscire nemmeno a camminare. Ma non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze: non vi sarΓ fragilitΓ fisica che potrΓ frapporsi tra questa donna e i suoi obiettivi. Al contrario, per una mente creativa come la sua diventerΓ persino unβinaspettata risorsa per rafforzare la sua autoritΓ spirituale e politica in un mondo in cui la cultura e il potere sono di esclusiva competenza maschile.
Il 22 dicembre del 1136, Jutta vola al cielo giΓ in odore di santitΓ e Ildegarda prende il suo posto come abbadessa [6] delle monache di Disibodenberg. La scelta delle consorelle Γ¨ unanime. Non solo Γ¨ la discepola della magistra, ma possiede tutte le caratteristiche indispensabili per guidare la comunitΓ : concretezza politica e diplomazia, un carattere deciso e risoluto e, non ultima, lβattitudine da combattente. Ma la morte di Jutta Γ¨ anche lβoccasione per un incontro che sarΓ di capitale importanza nella vita di Ildegarda. Su suo suggerimento, lβabate Kuno decide di far mettere per iscritto la vita di Jutta e incarica per la stesura Volmar, monaco Β«sobrio, casto, sapiente nell’animo e nellβeloquioΒ» [7], che lavorando fianco a fianco con lβabbadessa alla realizzazione dellβopera, ne conquisterΓ la piΓΉ sincera stima e fiducia, tanto da divenirne prima magister e successivamente segretario. Volmar sarΓ destinato a divenire uno dei piΓΉ cari e intimi amici di Ildegarda e a condividerne fino in fondo la missione profetica che di lΓ¬ a poco si vedrΓ assegnatale.

Vedere cose che gli altri non vedono puΓ² essere pericoloso in un tempo in cui la Chiesa teme una diffusione delle eresie sempre piΓΉ capillare e incontrollata, e il confine tra mistica e possessione Γ¨ piuttosto labile. Per questo Ildegarda, che fino ai quindici anni Γ¨ solita parlare con naturalezza e spontaneitΓ delle sue visioni, entrata a Disibodenberg diventa dβun tratto molto piΓΉ riservata e schiva in proposito. A parte Jutta, solo Volmar e lβabate ne sono a conoscenza. Tuttavia, come ci rivela lei stessa nella Praefatio dello Scivias, nel quarantatreesimo anno della sua vita ode una voce dal cielo: Β«O fragile essere umano (homo), [β¦] dΓ¬ e scrivi le cose che vedi e sentiΒ». Ma essendo Ildegarda Β«timida per parlarne, semplice per darne una spiegazione e incolta (indocta [8]) per scriverneΒ» dovrΓ farlo esattamente nel modo in cui le vedrΓ e sentirΓ . In un mondo in cui le donne non hanno accesso a unβistruzione pari a quella maschile, Γ¨ la Sapienza stessa a istruirla [9]:
Nellβanno 1141 dellβincarnazione del Figlio di Dio, GesΓΉ Cristo, quando avevo quarantadue anni e sette mesi: il chiarore infuocato di un lampo fortissimo, venendo dal cielo che si era aperto, penetrΓ² totalmente il mio cervello e infiammΓ² tutto il mio cuore e il petto, come fiamma che non brucia, ma riscalda, come il sole riscalda ciΓ² su cui posa i suoi raggi. E dβun tratto ero diventata sapiente e capivo come commentare i libri, cioΓ¨ il salterio, il vangelo e gli altri volumi cattolici sia dellβantico che del nuovo testamento, anche se non ero in grado di spiegarne le parole alla lettera nΓ© lβarticolazione in sillabe nΓ© conoscevo i casi o i tempi.
Nonostante la potenza della chiamata, Β«per lβincertezza dubbiosa, temendo i giudizi malevoli e le chiacchiere della genteΒ», Ildegarda in un primo momento si rifiuta di scrivere, finchΓ© non cade a letto malata Β«sferzata da DioΒ». A quel punto si confida con Volmar, che si rende disponibile ad aiutarla per la revisione formale del testo. Per suo stesso tramite, un primo frutto del loro lavoro viene reso noto allβabate Kuno, il quale dopo unβiniziale riluttanza, appurata lβortodossia dei contenuti, dΓ il permesso a Ildegarda e Volmar di collaborare permanentemente alla stesura delle visioni, che verranno successivamente presentate anche ad Heinrich, arcivescovo di Meinz. Questo primo nucleo di scritti costituisce il principio dello Scivias, opera che inaugura la trilogia profetica di Ildegarda e verrΓ ultimata solo nel 1151, dopo un lavoro della durata di ben dieci anni.

Per via del suo incredibile dono, Ildegarda si vede chiamata ad assumere il ruolo di profetessa, nonostante le paure e le ansie che ne scaturiscono. Un dono di cui si rende progressivamente consapevole nel corso del tempo, fino a delinearne una vera e propria fenomenologia sia nei tratti piΓΉ autobiografici dei suoi testi, che in risposta a chi volesse indagare ulteriormente la natura di questo straordinario fenomeno. Di particolare rilievo, a questo proposito, Γ¨ la corrispondenza che Ildegarda intrattiene con Guibert di Gembloux, destinato a diventare, tra lβaltro, il suo ultimo segretario dopo la morte di Volmar.
Nellβepistola 103r, Ildegarda, sollecitata dalle domande di Guibert, descrive le sue percezioni extra-sensoriali con dovizia di particolari. Innanzitutto, precisa, tutto ciΓ² che vede e sente Γ¨ visto e sentito non attraverso i cinque sensi esterni, bensΓ¬ con lo spirito, mentre i suoi occhi rimangono ben aperti ed ella Γ¨ perfettamente sveglia. Non cβΓ¨ infatti la minima sospensione delle normali facoltΓ : le sue visioni non hanno nulla a che fare col sogno, con la trance o lβextasis, fenomeni invece comunemente attestati, tanto che giΓ i contemporanei riconoscono lβeccezionale raritΓ della modalitΓ di visione ildegardiana, del tutto concomitante con la vista fisiologica. Ildegarda sottolinea poi come il suo dono sia inesorabilmente correlato alle sofferenze della malattia, che non le dΓ tregua dallβinfanzia. Si percepisce con forza, attraverso le sue parole, il contrasto tra la passivitΓ del suo corpo fragile, spesso e volentieri costretto immobile a letto, e la leggerezza del suo spirito che grazie al dono della visio puΓ² innalzarsi fino alle altitudini paradisiache: Β«Ma io protendo le mie mani verso Dio, cosΓ¬ che possa sollevarmi come piuma, che priva di ogni pesantezza e forza vola per il ventoΒ» [10].
Poi va ancora oltre e dice di vedere una luce, da lei battezzata Β«ombra della Luce ViventeΒ» (umbra viventis luminis), che senza confini si estende su ogni cosa ed Γ¨ piΓΉ brillante dei raggi di sole che filtrano attraverso le nuvole. Su questa luce si riflettono le Scritture, i sermoni, le virtΓΉ e le opere degli uomini. Nella visio tutto Γ¨ immediatamente intuito: Β«E nello stesso tempo vedo e ascolto e comprendo, e quasi in un istante ciΓ² che comprendo apprendoΒ» [11]. Le parole che Ildegarda vede e ode, nelle sue visioni, non assomigliano a quelle del linguaggio umano, ma sono come fiammelle ardenti e le nuvole che si muovono attraverso lβaria tersa. La forma di questa luce, prosegue Ildegarda, non la si puΓ² afferrare piΓΉ di quanto non si possa sostenere lo sguardo fisso nel sole e tuttavia Γ¨ sempre presente al suo spirito, da qui la sua capacitΓ permanente di interpretare la realtΓ con sguardo profetico. A volte le capita, infine, di vedere unβaltra luce nellβΒ«ombra della Luce ViventeΒ», la Β«Luce ViventeΒ» (lux vivens), ma la sua ineffabilitΓ Γ¨ tale, da rendere quasi impossibile lβimpresa di descriverla [12]:Β
E in quella medesima luce vedo talvolta, non di frequente, unβaltra luce, che chiamo Β«Luce viventeΒ», che sono senza dubbio meno in grado di spiegare come io la veda, rispetto alla prima [lβombra della Luce vivente]. E mentre vi fisso attentamente lo sguardo, ogni tristezza e ogni dolore viene allontanato dalla mia memoria, cosΓ¬ allora da non aver piΓΉ le maniere di una vecchia donna, ma di unβingenua ragazza.
In sintesi, Ildegarda vede, con lβocchio interiore, immagini che si presentano come figure e segni. Questi sono poi immediatamente compresi grazie a una voce spirituale che le spiega il significato figurale o allegorico delle immagini. Nelle sue opere visionarie questo processo, per sua natura uniforme e indivisibile, viene astratto nelle sue due componenti essenziali, ossia quella immaginativa, oggetto di interpretazione allegorica, e quella interpretativa, lβallegoresi stessa.

La decade che va dal 1137 al 1147 vede la progressiva accettazione di Ildegarda da parte del potente mondo maschile circostante, dapprima nel ristretto contesto di Disibodenberg e successivamente nellβambito dellβarcivescovato di Mainz. Occorre, tuttavia, unβinvestitura piΓΉ solenne affinchΓ© la sua caratura profetica sia a tutti gli effetti riconosciuta e posta al riparo da qualsiasi genere di messa in discussione. Γ questo un momento storico particolarmente delicato, che ancora non vede la piena riconciliazione fra Chiesa e Impero e in cui le eresie, come quella catara, continuano a diffondersi. Serve dunque una grande prudenza per presentare al mondo ecclesiastico qualunque genere di novitΓ sul piano teologico. Da questo punto di vista lo Scivias, benchΓ© a livello contenutistico sia un compendio della dottrina cristiana paragonabile ad altri scritti del suo tempo, mostra una assoluta originalitΓ per la forma profetica in cui Γ¨ concepito e redatto. Oltre a questo, come sottolinea Pereira [13], cβΓ¨ anche la questione della valorizzazione dellβunitΓ psicosomatica umana che, pur essendo in contrasto con le derive eretiche dualiste sostenute in Occidente dai catari, avrebbe potuto essere malvista, soprattutto in ambiente monastico, a fronte della definizione agostiniana dellβuomo come Β«anima razionale che si avvale di un corpo terreno e mortaleΒ» [14]. E poi dallo Scivias traspare chiaramente la convinzione di Ildegarda, di ordine etico-politico, che il generale decadimento che affliggeva la societas, sempre piΓΉ corrotta e pervertita nei suoi costumi, sia legato alla fiacchezza morale che pervade la Chiesa stessa, spesso e volentieri disponibile a lasciarsi inquinare dalle logiche di potere proprie del mondo laico, mentre Β«il cibo vitale delle divine Scritture si Γ¨ giΓ intiepiditoΒ» [15].
Γ per questo motivo che Ildegarda, tra il 1146 e il 1147, decide di ricercare preliminarmente lβapprovazione di Bernardo di Chiaravalle, una delle massime autoritΓ teologiche del tempo, nonchΓ© strenuo difensore dellβortodossia, che aveva giΓ avuto parte attiva nei tentativi di condannare pensatori come Abelardo, Guglielmo di Conches e Gilberto di Poiters. Quella che emerge dalla missiva di Ildegarda Γ¨ una fine intelligenza strategica e politica che, facendo leva sulla retorica dellβumiltΓ e non senza una certa captatio benevolentiae, non esita a domandare lβautorizzazione a procedere sulla strada intrapresa. La risposta di Bernardo, a tratti militaresca, non lascia dubbi [16]:
Del resto, sei unta dal Signore, la Sapienza Γ¨ dentro di te e ti istruisce su ogni cosa, che potremmo noi insegnarti o consigliarti?
Il dado Γ¨ tratto. Non rimane che un ultimo ostacolo: papa Eugenio III. Informato dallβarcivescovo di Meinz, Heinrich, manda due legati a Disibodenberg per ritirare una copia degli scritti di Ildegarda. Siamo nel 1148 e il pontefice sta presiedendo il sinodo di Trier quando gli viene consegnato la versione piΓΉ recente, e ancora incompleta, dello Scivias. Eugenio legge lβopera di fronte allβintera assemblea, che nel complesso si pronuncia favorevolmente. Bernardo di Chiaravalle Γ¨ tra i membri a favore. Ildegarda ha finalmente lβautorizzazione formale che le occorre per proseguire insieme a Volmar il suo lavoro di messa per iscritto delle visioni.

Lβintervento del papa al sinodo di Trier ratifica dunque lβautoritΓ profetica di Ildegarda, che dovrebbe essere tutelata da eventuali contestazioni. La prassi, tuttavia, spesso e volentieri non si adegua alla teoria, soprattutto se in gioco ci sono forti interessi economici e politici.
CosΓ¬ quando, non molto tempo dopo, avendo necessitΓ di fare spazio a una comunitΓ in costante crescita, Ildegarda riceve in visione lβordine di fondare un nuovo convento sul colle di Ruperstberg β a circa una trentina di chilometri di distanza da Disibodenberg β, non solo non incontra il sostegno dei suoi confratelli, ma, addirittura una strenua opposizione. Lβabate Kuno non puΓ² certo tollerare lβallontanamento della principale fonte di prestigio e ricchezza del monastero, tanto piΓΉ adesso che la fama di santitΓ di Ildegarda, Β«Sibilla del RenoΒ», si Γ¨ sparsa per tutta la regione, attirando un gran numero di pellegrini, carichi di offerte. Inoltre le giovani monache sottoposte alla sua autoritΓ sono tutte di estrazione aristocratica e con le loro ricche doti hanno largamente contribuito al benessere di Disibodenberg. Ma Ildegarda non Γ¨ disposta a cedere e cade in uno stato di terribile malattia, cosΓ¬ potente da costringerla a letto paralizzata.
Kuno e gli altri confratelli, stupefatti dalla singolaritΓ di tale fenomeno, devono arrendersi di fronte al fatto che si tratti di un ammonimento divino e sono costretti a far cessare ogni tipo di opposizione. Grazie alla loro resa, Ildegarda puΓ² rimettersi in forze, ma la strada che lβattende per portare a termine il compito che le Γ¨ stato affidato Γ¨ ancora lunga e tortuosa. Grazie allβintervento della potente marchesa Richardis von Stade, riesce a ottenere il permesso dellβarcivescovo di Mainz β sotto cui cade la giurisdizione ecclesiastica di Ruperstberg β a procedere con la fondazione. Quando, tuttavia, insieme alle sue venti monache si reca sul posto per cominciare a predisporre il futuro insediamento, deve scontrarsi con lβabbandono cui era andato incontro quel luogo. Le prospettive sono talmente desolanti che persino le sue consorelle cominciano a mormorare contro di lei, ma Ildegarda non si lascia abbattere e di lΓ¬ a qualche tempo molte famiglie benestanti cominciano a elargire donazioni e a scegliere Ruberstberg come luogo di sepoltura per i loro cari defunti.
Finalmente, nel 1150, puΓ² avvenire lβinsediamento vero e proprio. Ma la battaglia Γ¨ appena agli inizi e lβindipendenza finanziaria e amministrativa del suo monastero ancora tutta da conquistare. Se Ildegarda puΓ² infatti contare sullβappoggio dellβarcivescovo di Mainz, Heinrich, e del suo successore Arnold, che, di comune accordo con gli abati, prima Kuno e poi, alla sua morte, Helengerus, decretano lβindipendenza della fondazione e dei suoi possedimenti da Disibodenberg, lo stesso non vale per la comunitΓ dβorigine, tanto che lβabbadessa si vede costretta a tornarvi per chiudere la faccenda una volta per tutte. La causa della tensione Γ¨ in parte di natura economica e riguarda tutte quelle proprietΓ portate in dote dalle consorelle al momento del loro ingresso a Disibodenberg. Ildegarda dimostra comprensione e diplomazia: avrebbero potuto conservarle, unitamente allβassegnazione di una consistente somma di denaro, cosΓ¬ da soffocare sul nascere qualsiasi genere di pretesa economica futura, a patto che venga assicurata lβassoluta separazione dei recenti possedimenti acquisiti da Ruperstberg. Vi Γ¨, tuttavia, un punto dellβaccordo su cui Ildegarda non puΓ² transigere: la designazione di Volmar a guida spirituale della neonata fondazione. Trattandosi di uno dei confratelli piΓΉ eruditi e capaci, la comunitΓ si oppone, suscitando lβindignazione di Ildegarda che, forte della sua investitura profetica, lancia un pesantissimo strale su Disibodenberg, laddove i monaci non acconsentano alla partenza di Volmar [17]:
Tuttavia se mai tentaste di strapparci via il pastore della medicina spirituale, allora vi dico che sareste simili ai figli Belial perchΓ© non osservate la giustizia di Dio; e per questo motivo la giustizia di Dio vi distruggerΓ .
Un tale ammonimento non avrebbe potuto passare inascoltato, e i confratelli si vedono costretti a cedere. Dopo tanti ostacoli, Ildegarda puΓ² finalmente assistere al progressivo sbocciare della nuova comunitΓ di monache benedettine da lei fondata. Circa una quindicina di anni dopo, nel 1165, grazie alla straordinaria fama, alle alte protezioni ottenute e allβappoggio dellβarcivescovo di Mainz, riuscirΓ anche ad aprire un convento a Eibingen, nei pressi di RΓΌdesheim, sulle rovine di una fondazione agostiniana distrutta dallβimperatore Federico Barbarossa, destinato allβaccoglienza delle monache di estrazione sociale inferiore. Le due comunitΓ sorelle, collocate sulle sponde opposte del fiume Nahe, si manterranno sempre in stretto rapporto.

A una vittoria, tuttavia, non sempre ne segue unβaltra. Ildegarda, al momento della sua professione solenne, ha rinunciato scientemente a ogni tipo di affezione terrena, lo ribadisce a piΓΉ riprese sia nelle note autobiografiche che costellano i suoi scritti, che nei Carmina. Ma ci sono due persone nella sua vita da cui non potrebbe mai distaccarsi: Volmar β e si Γ¨ vista qual Γ¨ stata la sua reazione allβidea che non potesse trasferirsi a Ruperstberg β e Richardis von Stade, consorella e discepola che considera alla stregua di una figlia. Se il cognome suona familiare, Γ¨ perchΓ© sua madre Γ¨ la potente marchesa che con la sua influenza e il suo potere economico ha massicciamente contribuito a sostenere la nuova fondazione e che ora desidera per Richardis una posizione migliore. Non Γ¨ passato neanche un anno dallβinsediamento a Ruperstberg che Richardis decide di accettare la nomina ad abbadessa del monastero di Bassum.
Ormai conosciamo sufficientemente Ildegarda per immaginare quale possa essere stata la sua reazione. Dallo sconvolgimento iniziale, passa rapidamente allβazione. Dapprima fa appello alla marchesa von Stade, ben consapevole che sia lei, mossa da logiche di ordine tuttβaltro che spirituale, la mente allβorigine di tali macchinazioni. Non essendo riuscita nellβintento di persuaderla, si rifiuta categoricamente di lasciar partire Richardis, al punto che deve intervenire lβarcivescovo di Meinz. Ildegarda, allora, in veste profetica, oppone allβautoritΓ umana del suo superiore quella divina, e arriva ad accusare lβarcivescovo, neanche troppo velatamente, di essere un simoniaco; i suoi ordini, pertanto, sarebbero stati disattesi [18]:
O pastori, lamentatevi e piangete in questo tempo, perchΓ© non sapete quello che fate quando disperdete i doveri costituiti in Dio nelle ricchezze, nel denaro e nellβinsensatezza degli uomini corrotti, che non hanno timore di Dio. E perciΓ² le vostre parole ingannevoli, minacciose e maledette non devono essere ascoltate.
Per quanto vi siano sufficienti elementi per ritenere lβelezione irregolare, va anche detto che tutte le mire politiche della famiglia von Stade e il favore delle gerarchie ecclesiastiche non sarebbero bastati se Richardis avesse deciso di opporre un fermo rifiuto di fronte alle possibilitΓ di carriera che le venivano prospettate, ma cosΓ¬ non Γ¨ stato. Quali siano state le motivazioni che lβabbiano spinta ad accettare la carica, se le dure condizioni del primo anno di vita a Ruperstberg, le pressioni della sua famiglia dβorigine o lβambizione personale, non lo sapremo mai con certezza. CiΓ² che sappiamo Γ¨ che Ildegarda, nonostante lo sconcerto e il profondo dolore di madre tradita, continua a non darsi per vinta e dopo il trasferimento della ragazza scrive anche ad Hartwig, fratello di Richardis, che in quanto arcivescovo della diocesi di Bassum avrebbe avuto il potere di invalidare lβelezione, ma le sue accorate suppliche cadono nel vuoto. Non le rimane che il papa e Ildegarda, non volendo lasciare nulla di intentato, ci prova. La sua lettera Γ¨ andata perduta, ma non la risposta di Eugenio, che evade salomonicamente la sua petizione: la faccenda, dichiara, Γ¨ giΓ stata delegata allβarcivescovo di Mainz β quello stesso Heinrich che Ildegarda aveva tacciato di simonia β , il quale avrebbe provveduto ad assicurarsi che la Regola fosse rigidamente osservata nel monastero di Bassum e che, in caso contrario, Richardis sarebbe stata rimandata a Ruperstberg senza indugio. Non resta altro da fare che rassegnarsi agli eventi.
Il medievista e interprete ildegardiano Peter Dronke annota come in talune occasioni sia possibile avvertire da parte di Ildegarda un certo abuso del suo ruolo profetico, che non sarebbe sfuggito nemmeno a papa Eugenio, il quale, nel corpo centrale della sopracitata lettera, la mette in guardia dal peccato di orgoglio e presunzione. Chiosa Dronke: Β«Non Γ¨ mai men che certa di conoscere la volontΓ di Dio: fare la volontΓ di Dio e fare la propria volontΓ sono considerate cose identicheΒ» [19]. Se, tuttavia, si presta fede alla testimonianza stessa di Ildegarda, secondo cui: Β«La mia anima tuttavia in nessun momento Γ¨ priva di quella luce, chiamata ombra della luce vivente, che vedo come se vedessi attraverso una nube luminosa il firmamento senza stelle; e in questa stessa luce vedo le cose di cui spesso parlo e a chi mi interroga do risposte secondo lo splendore della luce viventeΒ» [20], cade ogni accusa di megalomania nei suoi confronti. Al di lΓ di ogni speculazione possibile sulle intenzioni, Γ¨ evidente che quello nei confronti di Richardis Γ¨ un attaccamento materno talmente forte, da spingerla a lottare con tutti gli strumenti che le sono disponibili per evitare che la sua adorata figlia spirituale cada in errore. E, tuttavia, come ogni madre, alla fine anche Ildegarda non puΓ² far altro che arrendersi allβinevitabile, ossia al fatto che Richardis debba libera di prendere le sue decisioni, anche se sbagliate. Γ con questa consapevolezza che la mistica, nel 1152, scrive allβabbadessa Richardis in cerca di riconciliazione [21]:
Figlia, ascolta me, tua madre in spirito, che ti dico: Il mio dolore aumenta. Il dolore uccide la grande fiducia, il grande conforto che trovai in un essere umano [β¦] Ora nuovamente dico: AhimΓ¨, madre, ahimΓ¨, figlia! PerchΓ© mi hai abbandonata come unβorfana? Amavo la nobiltΓ del tuo comportamento, la tua saggezza e castitΓ , la tua anima, tutta la tua vita, tanto che molti dicevano: che stai facendo? Ora, che tutti coloro che provano un dolore come il mio piangano con me, tutti coloro che mai, per lβamore di Dio, hanno provato in cuor loro e nellβanima un amore profondo per un essere umano come io per te, per una persona strappata loro in un attimo, come tu sei stata strappata a me. Ma possa precederti lβangelo di Dio, il figlio di Dio proteggerti, sua madre difenderti. Ricorda la tua povera madre Ildegarda, che non venga meno la tua felicitΓ .
Richardis morirΓ il 29 ottobre del 1152, circa un anno dopo la sua partenza da Ruperstberg. Γ Hartwig a darne notizia a Ildegarda in una toccante lettera, dalla quale traspare, tra le righe, lβamara consapevolezza a posteriori dellβaver commesso un errore β un errore che Hartwig imputa a se stesso, prima ancora che alla sorella β nellβaver allontanato Richardis da Ruperstberg. In un tempo in cui ogni evento si fa segno, Γ¨ facile immaginare che la prematura dipartita dellβabbadessa di Bassum non lasci indifferenti quanti si sono adoperati per contrastare i severi ammonimenti di Ildegarda. Stando alle parole di Hartwig, pare inoltre che Richardis si fosse pentita della sua decisione e che, se la morte non glielo avesse impedito, sarebbe tornata a Ruperstberg non appena le fosse stata concessa lβautorizzazione. Lβarcivescovo di Brema conclude la sua lettera con un caldo ringraziamento, prova che egli abbia infine compreso che lβapparente ostinazione di Ildegarda, altro non fosse che la chiara dimostrazione di una dedizione totale nei confronti dellβamata figlia nello spirito. La risposta di Ildegarda ad Hartwig sancirΓ definitivamente la riconciliazione tra i due a proposito della travagliata vicenda. La morte di Richardis, dβaltra parte, Γ¨ letta alla luce della fede nella Provvidenza, che lβha strappata alle grinfie del mondo, inimico amatori, per consegnarla alle braccia amorose di Cristo.

Negli anni successivi, grazie ai fitti scambi epistolari il lavoro di apostolato di Ildegarda comincia progressivamente a rivolgersi anche al mondo esterno al claustrum. Nei suoi interventi Γ¨ evidente la costante preoccupazione nei confronti della politica imperiale e del potere secolare β si ricordi la crisi scismatica, avvenuta tra il 1159 e il 1177, che vede lβopposizione tra Pontefici e antipapi, eletti dallβimperatore β, ma soprattutto della Chiesa, percorsa da spinte diverse e tra loro contrastanti, come il pauperismo di certi movimenti spirituali, la diffusione di concezioni ereticali come quella catara, il profetismo e la formulazione di dottrine teocratiche. Tra i suoi corrispondenti piΓΉ illustri, oltre a Bernardo di Chiaravalle, si annoverano quattro papi, i due imperatori Corrado III e Federico Barbarossa, Enrico II dβInghilterra e anche Eleonora dβAquitania. Ma la progressiva maturazione della figura pubblica e profetica di Ildegarda non si limita alla carta scritta.
A partire dal 1158 β quando lβabbadessa ha giΓ la veneranda etΓ di sessantβanni β inizia a predicare in diverse aree della Germania. Γ incredibile se consideriamo che allβepoca non tutti i tragitti potevano essere percorsi per via fluviale, ma certi necessariamente via terra, e il raggio dei suoi spostamenti Γ¨ piuttosto ampio: tra il 1158 e il 1161, si reca in varie comunitΓ della regione lungo il Meno; una seconda campagna di predicazione si svolge nel 1160 tra la Renania e la Lotaringia; una terza nella regione del Reno tra il 1161 e il 1163 e infine una quarta in Svevia, tra il 1170 e il 1171. Si badi bene che Ildegarda rivolge sermoni non solo ai monaci nelle loro abbazie, ma anche ai vescovi e al clero nel corso dei loro sinodi e ai laici nelle cittΓ , laddove la predicazione pubblica, nella prassi ordinaria, Γ¨ interdetta alle donne, in quanto prerogativa dei sacerdoti. Lβeccezione, nel suo caso particolare, Γ¨ resa possibile dallβavvenuta attestazione formale del suo dono profetico, che la pone in una posizione del tutto straordinaria rispetto alle disposizioni canoniche. I contatti con le comunitΓ e, al loro interno, con le singole persone, sono poi spesso occasione di successivi scambi epistolari, grazie ai quali i legami istituiti hanno modo di consolidarsi. Ildegarda diviene cosΓ¬ per molti un vero e proprio punto di riferimento: come profeta, come magistra e per lo scioglimento di controversie teologiche. Questo perchΓ© allβindubbia elezione divina sβaggiunge una profonda capacitΓ di comprensione, maturata dallβesperienza di guida della sua comunitΓ , che le consente di consigliare per il meglio quanti si rivolgano a lei per un aiuto o un indirizzamento spirituale. Γ molto nota anche per la sua profonda conoscenza delle erbe e dei rimedi tradizionali, richiestale, per altro, dal ruolo stesso di abbadessa: i monasteri benedettini infatti non si preoccupano solo della cura dei propri monaci, ma rispondono anche alle necessitΓ mediche delle popolazioni circostanti. Ildegarda poi, alla conoscenza maturata sul campo, affianca unβattivitΓ di riflessione che per lβepoca possiamo dire βscientificaβ. Il risultato Γ¨ compendiato nel Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum, unβenciclopedia medico-naturalistica che nella tradizione manoscritta viene distinta in due trattati a sΓ© stanti: la Physica, che passa in rassegna analiticamente il mondo vegetale, animale e minerale, e il Causae et curae, in cui affronta argomenti di cosmologia e cosmografia per giungere alle cause di alcune malattie e per presentare le rispettive terapie.
Capita spesso, dunque, che venga interpellata a proposito delle sue abilitΓ di guaritrice (vetula). Uno dei casi che ha piΓΉ segnato lβimmaginario dei contemporanei, vista la ricorrente presenza nelle fonti, Γ¨ quello di Sigewize, una giovane del basso Reno posseduta da un demone. Dopo sette anni di peregrinazioni questa donna giunge al monastero di Brauweiler, dove spera di essere liberata per intercessione di San Nicola. Tuttavia il demone che si Γ¨ legato a lei, interrogato, dichiara che non se ne sarebbe andato a meno che ciΓ² gli fosse stato imposto da una certa vetula del Reno, detta, in modo derisorio, Scrumpilgardis. CosΓ¬, nel 1169, lβabate scrive a Ildegarda spiegandole la situazione e allegando la richiesta che fosse lei a praticare lβesorcismo. Lβabbadessa renana ci racconta che in un primo momento Γ¨ costretta a rifiutare a causa delle sue cattive condizioni di salute, ma che in seguito cambia idea e accetta di guarire la ragazza scrivendo per lei una complessa messa in scena che avrebbe avuto il potere di scacciare il demone. Le sue istruzioni vengono seguite fedelmente, ma gli effetti dellβesorcismo risultano solo temporanei e lβabate, a questo punto, intercede presso Ildegarda perchΓ© riceva personalmente Sigewize nel suo monastero. BenchΓ© lβabbadessa e le monache siano terrorizzate dalla prospettiva, accettano e dopo settimane di preghiere comuni e pratiche ascetiche condivise ottengono come risultato la graduale β e finalmente definitiva β convalescenza di Sigewize.

In questi stessi anni, oltre a occuparsi dellβordinaria amministrazione della sua fondazione, coltivare rapporti di ordine politico e spirituale col mondo esterno e intraprendere quei numerosi viaggi di predicazione cui si Γ¨ avuto modo di fare cenno, Ildegarda intensifica anche la sua produzione scritta. Nellβarco di tempo che va dal 1151 al 1158 oltre al Liber subtilitatum compone lβOrdo virtutum, la prima rappresentazione sacra del Medioevo, un βdramma musicaleβ in cui Γ¨ messa in scena con figure allegoriche la vittoria dellβanima sul diavolo con lβaiuto delle virtΓΉ. Ma il corpus musicale di Ildegarda non si esaurisce qui e comprende anche settantasette canti, riuniti secondo lβindicazione dellβautrice nella Symphonia harmonie caelestium revelationum, dove lβessere umano, attraverso la sua anima, sperimenta in sΓ© la sacra sinfonia delle creature e delle realtΓ rivelate. Sempre a questo periodo risale poi la Lingua ignota, una vera e propria lingua artificiale composta di 1013 parole, tracciate in un alfabeto inventato, riportato nel testo Littera ignota.
Dal 1158 in avanti, le sue energie vengono invece dedicate al completamento della trilogia profetica, inaugurata quasi una ventina di anni prima dallo Scivias, con la stesura dei due testi fondamentali del Liber vitae meritorum e del Liber divinorum operum, culmine della sua produzione teologica, cheraccoglie in un disegno complesso, ma unitario, tutto il sapere e lβesperienza dellβabbadessa renana, che ha ormai maturato, col sopraggiungere dellβetΓ avanzata, un estremo grado di consapevolezza profetica. Nel 1173, prima che lβoperasia conclusa, viene a mancare Volmar, che ha fedelmente condiviso con lei lβonere della missione profetica per trentasette lunghi anni. Nonostante il dolore per una perdita incolmabile, Ildegarda deve terminare la sua ultima fatica e per farlo puΓ² contare sullβaiuto di Ludwig, abate di SantβEucario di Trier, e del nipote Wezelin, prevosto di SantβAndrea a Colonia. In seguito da Disibodenberg inviano un monaco, Gottfried, che diviene il suo nuovo segretario. Questi, tra le altre cose, recupera il materiale biografico che era stato collezionato negli anni precedenti da Volmar, compresi alcuni passi dettati dallβabbadessa stessa, e redige un libellus, che coincide con i sette capitoli della prima parte della Vita Hildegardis. Gottfried, tuttavia, muore nel 1176, troppo presto per portare a termine il suo lavoro. Destinato a farsi erede di tale incarico, dopo la prematura scomparsa degli altri due successori designati, Γ¨ un monaco dellβabbazia di Villers, Guibert di Gembloux, che tra il 1175 e il 1177 intreccia una stretta corrispondenza con Ildegarda che lo condurrΓ presto a Ruperstberg, dove diventerΓ il suo ultimo segretario e condividerΓ con lei quel poco tempo che le rimarrΓ da vivere. Qui nel corso degli anni raccoglierΓ e assembleerΓ quanto piΓΉ materiale biografico possibile, con lβidea di portare a termine la redazione della Vita, proposito che non gli riuscirΓ mai di realizzare. A concludere lβopera sarΓ il giΓ citato Theodoric, magister scholarum a Echternach, che sβincaricherΓ del lavoro su commissione degli abati Ludwig di Echternach e Gottfried di SantβEucario, amici di Ildegarda, pur non avendo mai conosciuto lβabbadessa renana di persona.

Nel 1178, lβormai ottantenne Ildegarda, un anno prima di morire, deve fronteggiare un ultimo amarissimo scontro, che potrebbe determinare la tragica distruzione della sua comunitΓ . Lβabbadessa, si legge nella Vita [22], ha infatti acconsentito alla sepoltura in terra consacrata di un Β«un certo ricco filosofoΒ» che da miscredente si era infine ricreduto ed era diventato uno dei piΓΉ ferventi sostenitori della comunitΓ benedettina retta da Ildegarda. Tuttavia i prelati di Mainz, non credendo alla sua conversione e sapendolo scomunicato, in nome del loro arcivescovo ingiungono a Ildegarda di disseppellire immediatamente il cadavere dellβuomo e di gettarlo in terra sconsacrata. In caso di rifiuto, la pena sarebbe la scomunica dellβintera comunitΓ di monache, con il conseguente impedimento a partecipare allβEucaristia e a cantare lβUfficio divino. Ma Ildegarda con un atto che potremmo definire oggi di disobbedienza civile, decide di sfidare lβinterdetto: con il suo baculus β il bastone emblema della sua autoritΓ di abbadessa β traccia il segno della croce sulla tomba ed elimina ogni indizio che potrebbe portare alla sua identificazione, cosΓ¬ da non poter essere profanata.
Si avvertono, in questa vicenda, gli echi dello scontro tra Antigone e Creonte, tra la pietas e la legge. Ancora una volta, come giΓ era avvenuto per la fondazione di Ruperstberg e la nomina di Richardis ad abbadessa di Bassum, Ildegarda non si mostra disposta a rispettare lβautoritΓ umana, laddove sia in manifesto contrasto con la volontΓ di Dio e la propria coscienza. Allo stesso tempo, perΓ², dando prova di umiltΓ e obbedienza, accetta di assumersi tutte le responsabilitΓ che il suo atto di ribellione comporta e cosΓ¬, pur con sommo dolore, astiene sΓ© stessa e le consorelle dal partecipare allβEucaristia e dal cantare le lodi divine.
In una visione, tuttavia, come lei stessa racconta, apprende che ciΓ² non Γ¨ bene per la sua comunitΓ e che avrebbe dovuto fare appello allβautoritΓ dei suoi superiori, i prelati di Mainz, affinchΓ© ritirassero il loro interdetto, in quanto ingiustificato. Da qui la tanto lunga, quanto intensa lettera a loro indirizzata, celebre per la particolare concezione filosofica e teologica della musica in essa esposta. Quella del canto, per Ildegarda, Γ¨ unβarta sacra e potente, capace di ripristinare lβarmonia originaria della patria celeste, perduta dopo la Caduta. Per questo motivo il diavolo lβha in odio e cerca in tutti i modi di distruggere lβinsegnamento e la bellezza delle lodi divine, talvolta agendo anche nel cuore della Chiesa. Ildegarda avverte pertanto i prelati, con tono forte e deciso e parole che lasciano poco spazio allβinterpretazione, di prestare molta attenzione e cautela laddove si tratti di prendere decisioni che chiudano la bocca ai cori che cantano le lodi a Dio [23]:
Per questo coloro che tengono le chiavi dei cieli [sacerdoti], facciano molta attenzione a non aprire ciΓ² che deve rimanere chiuso e a chiudere ciΓ² che deve rimanere aperto, poichΓ© coloro che governano su queste cose saranno giudicati con durezza, qualora, come dice lβApostolo, non lo facciano con sollecitudine.
Il monito di Ildegarda Γ¨ una lama che cade implacabile sul collo dei prelati dei Mainz. Questa lettera, unitamente allβintervento dellβarcivescovo di Colonia che ha raccolto le testimonianze di coloro che avevano assistito al pentimento dello scomunicato, valgono a far cadere lβinterdetto.
Ildegarda morirΓ pochi mesi dopo, il 17 settembre 1179. Al crepuscolo di quella domenica sera, le consorelle testimoniano di assistere allβapparizione nel cielo di due arcobaleni luminosissimi, che si allargano fino a coprire tutta la terra, uno da nord a sud, lβaltro da est a ovest. Dal punto piΓΉ alto, dove i due archi si uniscono, erompe una luce chiara, da cui fa capolino una croce splendente, che pian piano si ingrandisce e viene circondata da innumerevoli cerchi di colori diversi, su cui risaltano tante piccole croci luminose, una per ogni circolo e tutte piΓΉ piccole della prima. Spargendosi per tutto il firmamento, affluiscono in maggior numero verso Oriente e scendono verso terra, illuminando tutto il colle di Ruperstberg.

Note:
[1] Cfr. Theodoricus Epternacenses, Vita S. Hildegardis Virginis in M. Klaes (a cura di), Vita Sanctae Hildegardis, CCCM, 126, Brepols Publishers, Turnhout 1993, pp. 1-71.
[2] Si tratta di una malattia che si manifesta con una fase di βauraβ nella quale possono darsi anche allucinazioni visive e che secondo il neurologo Oliver Sacks puΓ² essere considerata insieme come una struttura le cui forme sono implicite nel repertorio del sistema nervoso, e una strategia che potrebbe essere utilizzata per qualsiasi scopo emotivo o, invero, biologico (cfr. O. Sacks, Le visioni di Hildegard in Lβuomo che scambio sua moglie per un cappello, Adelphi, Milano 1986, pp. 222-226).
[3] Si Γ¨ ritenuto a lungo che lβoblazione di Ildegarda fosse coincisa con il suo ingresso al monastero di Disibodenberg. Questa tesi Γ¨ stata tuttavia messa in discussione alla luce di una riesamina sistematica delle fonti biografiche. Si veda: A. Silvas, Jutta & Hildegard: The Biographical Sources, Brepols Publishers, Turnhout 1998.
[4] Cfr. Vita domnae Juttae inclusae, tr. ing. a cura di A. Silvas in A. Silvas, Jutta & Hildegard: The Biographical Sources, cit., pp. 65-88. Da qui in avanti Vita Juttae.
[5] Oltre agli intensi e prolungati digiuni, cui si aggiungeva lβastinenza permanente dalle carni, Jutta indossava giorno e notte il cilicio e alla sua morte si scoprΓ¬ che portava anche una pesante catena di ferro che le aveva scavato tre solchi profondi nella carne. Tali pratiche Jutta le riservava a se stessa e non le estendeva alle sue allieve, cui si limitava a dare lβesempio. Cfr. Vita Juttae, IV-VI;VIII cit., pp. 70; 72-74; 80.
[6] Quello che in origine era il reclusorio di Jutta, con la sua morte diviene ufficialmente una fondazione monastica femminile, che tuttavia continuava a dipendere tecnicamente dallβabate di Disibodenberg. Ildegarda quindi, dal punto di vista formale, negli anni di Disibodenberg non fu mai abbadessa in senso stretto, per quanto ne avesse a tutti gli effetti le prerogative. In molti documenti, il titolo che le viene attribuito Γ¨ quello di magistra.
[7] Guibert di Gembloux, Guiberti Gemblacensis Epistolae, a cura di A. Derolez, CCCM, 66A, Brepols Publishers, Turnhout 1998-1989, vol. 2, ep. 38, p. 377. Traduzione mia.
[8] Quello dellβistruzione di Ildegarda Γ¨ un problema storiografico che rimane ad oggi oggetto di viva discussione. Dalle fonti biografiche si sa infatti per certo che ricevette unβeducazione rudimentale dalla sua magistra Jutta, che includeva lβapprendimento del latino e dei Salmi. Diversi interpreti, tuttavia, tra cui il Dronke, ritengono che la sua cultura e le sue competenze grammaticali, pur non formalmente acquisite a scuola, siano venute costantemente arricchendosi nel corso della vita, cosΓ¬ come le sue fonti che includerebbero, oltre alle Scritture, anche i testi dei Padri della Chiesa e classici latini come il De natura deorum di Cicerone, la Pharsalia di Lucano, le Questiones Naturales di Cicerone e le Metamorfosi di Ovidio (cfr. P. Dronke, Problemata Hildegardiana, Β«Mitellateinisches JahrbuchΒ», 16, (1981), pp. 107-114). Lβinsistenza con cui Ildegarda si ostinerebbe a definirsi indocta sarebbe pertanto dovuta alla necessitΓ di mantenere un profilo basso e umile, indispensabile per fugare ogni dubbio circa lβautenticitΓ delle sue visioni.
[9] Ildegarda di Bingen, Sanctae Hildegardis Scivias sive visionum ac revelationum libri tres, Praefatio in Patrologia Latina, vol. 197, coll. 1065-1082A. Da qui in avanti Scivias. Traduzione di M. Pereira in Ildegarda di Bingen. Maestra di sapienza nel suo tempo e oggi, Gabrielli Editori, Verona 2017, p 36.
[10] Ildegarda di Bingen, Hildegardis Bingensis Epistolarium, a cura di L. van Acker β M. Klaes, CCCM, 91-91B, Brepols Publishers, Turnhout 1999-2001, vol. 2, ep. 103r, p. 260; pp. 258-265. Da qui in avanti Epistolarium. Traduzione mia.
[11] Ibi, ep. 103r, p. 262. Traduzione mia.
[12] Ibi, p. 262. Traduzione mia.
[13] Cfr. M. Pereira, Ildegarda di Bingen. Maestra di sapienza nel suo tempo e oggi, cit., pp. 62 ss.
[14] Agostino, De moribus ecclesiae, cap. XXVII, col. 1132 in Patrologia Latina, vol. 32, coll. 1309-1378. Traduzione mia.
[15] Ildegarda di Bingen, Scivias, cit., III, 11, coll. 0714C-0714D. Traduzione mia.
[16] Ildegarda di Bingen, Epistolarium, cit., vol. 1, ep. 1r, p. 6 s. Traduzione mia.
[17] Ildegarda di Bingen, Sanctae Hildegardis Explanatio symboli Sancti Athanasii ad congregationem sororum suarum, coll. 1065C-1066B in Patrologia Latina, vol. 197, coll. 1065-1082A. Traduzione mia.
[18] Ildegarda di Bingen, Epistolarium, vol. 1, ep. 18r, p. 54. Traduzione mia.
[19] P. Dronke, Donne e cultura nel Medioevo. Scrittrici medievali dal II al XIV secolo, a cura di P. Cesaretti, Il Saggiatore, Milano 1986, p. 208.
[20] Ildegarda di Bingen, Epistolarium, cit., vol. 2, ep. 103r, p. 262.
[21] Ibidem. Traduzione di P. Dronke in Donne e cultura nel Medioevo. Scrittrici medievali dal II al XIV secolo, cit., p. 208 s.
[22] Theodoric di Echternach, Vita Hildegardis, II, 12, cit., p. 37.
[23] Cfr. Ibi, p. 65.
