Con Abraham Merritt sul Vascello di Ishtar

Grazie ai tipi de il Palindromo, i lettori italiani hanno adesso l’occasione di leggere l’edizione originale e integrale de “Il vascello di Ishtar” di Abraham Merritt, romanzo iniziatico incentrato sul Mistero della ‘coincidentia oppositorum’.


di Marco Maculotti

 

Nato nel 1884 nel New Jersey e trasferitosi con la famiglia fin dalla tenera età a Filadelfia, Abraham Merritt — di origine gallese come Arthur Machen  è forse noto ai più soprattutto come giornalista, occupazione che gli consentì lauti guadagni con cui foraggiò i numerosi viaggi in giro per il mondo, nonché come archeologo: sono celebri soprattutto le sue spedizioni in Messico, alla ricerca dei leggendari templi sepolti dei Maya [1]:

« Il racconto delle sue esplorazioni è spesso arricchito da dettagli avventurosi che già prefigurano le vicende dei suoi personaggi: a Tulum, tra rovine inesplorate immerse nella giungla pluviale, si imbatte in indigeni che lo costringono a una fuga rocambolesca; a Chichén-Itza, invece, localizza un tesoro… e viene “battezzato” da un membro importante di una tribù locale attraverso un rito di sangue. »

Nondimeno, in questa sede ci concentreremo sul Merritt romanziere, autore di prove letterarie ascrivibili al filone del “Fantastico”, del “Weird” e del “Pulp” delle quali Il vascello di Ishtar (The Ship of Ishtar, 1924) che qui ci apprestiamo a recensire  costituisce uno dei tentativi più riusciti, nonché più apprezzati dal pubblico anglofono che ebbe modo di conoscerlo nella prima metà del secolo scorso.

Il merito di questa riscoperta nel panorama editoriale italiano va ai ragazzi della collana I tre sedili deserti” de il Palindromo di Palermo, cui si deve la recente pubblicazione del romanzo, finora inedito in Italia nella sua forma integrale [2]. Infatti, finora solo la seconda versione, più stringata — che Merritt redasse nel 1926 per la pubblicazione in volume  era stata tradotta e pubblicata da Fanucci (1978), in un volume che ospitava anche il breve saggio introduttivo di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco Fantascienza e mitologia, mantenuto anche in prefazione a questa nuova edizione. Ad arricchire ulteriormente questa novità editoriale, il lettore avrà modo di apprezzare le illustrazioni originali dell’epoca di Virgil Finlay, nonché le puntualissime appendici di Andrea Scarabelli e Maria Ceraso, la prima di carattere mitico-tradizionale-simbolico, la seconda biografico-letterario.

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L’esordio letterario di Merritt avvenne nel 1917 con la pubblicazione di Attraverso lo specchio del drago (Through the Dragon Glass), a cui seguì l’anno successivo Il popolo dell’abisso (The People of the Pit). Il successo giunse immediatamente con la sua terza opera, Il pozzo della luna (The Moon Pool), anch’essa uscita nel 1918, basata sul mitologema della civiltà avanzata dimorante nel Mondo Sotterraneo [3] — e, in questo caso, anche subacqueo , intuizione che con tutta probabilità ispirò a sua volta H.P. Lovecraft per la sommersa R’lyeh dove l’abominevole Cthulhu giace in attesa del futuro risveglio [4].

Sebbene sia bene ricordare con lo Scarabelli come «il campo d’azione degli eroi di Merritt è costituito da quelle stesse forze “cosmicamente indifferenti”» [5] che affascinarono il Maestro di Providence, vi è da sottolineare però che Lovecraft fu solo uno dei suoi molteplici ammiratori. Fra gli altri si può ricordare anche Ira Levin — autrice del romanzo-culto Rosemary’s Baby  che venne influenzata dagli studi e ricerche su pratiche di stregoneria, sopravvivenze di sacrifici umani e credenze folkloriche compiuti dal Nostro in Pennsylvania, nonché dai suoi romanzi ascrivibili al filone demoniaco-stregonesco: Sette passi verso Satana (Seven Footprints to Satan, 1927), Brucia strega brucia (Burn Witch Burn!, 1932) e il suo seguito Striscia, Ombra! (Creep, Shadow!, 1934).

E ancora il pittore russo Nicholas Roerich, di cui era amico intimo, nonché l’indagatore del “realismo magico” Jacques Bergier, che nella sua autobiografia racconta come uno degli scopi del suo viaggio negli Stati Uniti nel 1947 fosse appunto quello di incontrare di persona Merritt… che sfortunatamente era morto da quattro anni. Non mancò comunque di rendergli plauso in un saggio a lui completamente dedicato, in cui scrisse [6]:

« Merritt è senza ombra di dubbio, e l’ha rivendicato sempre con fermezza, un razionalista. Il suo universo è quello della scienza e non l’universo magico di Machen. Ma si tratta di un cosmo estremamente ampio e molto simile a quello de “Il mattino dei maghi” [7]. Vi si trovano civiltà scomparse, altre tuttora esistenti al di sotto degli oceani o in luoghi segreti de globo terrestre, la memoria genetica, la parapsicologia, porte spalancate su altre dimensioni. »

Bergier nel suo scritto analizza doverosamente tutte le opere di Merritt [8], prodigandosi a recensire in maniera particolarmente entusiastica proprio Il vascello di Ishtar [9]:

« Un capolavoro straordinario, che si distingue dal resto della sua opera tanto per l’erotismo quanto per la circostanza estremamente originale di svolgersi in una realtà priva di tempo. In questo mondo, difficilmente accessibile al nostro, naviga in eterno il vascello di Ishtar, la dea dell’amore, e di Nergal, il dio delle tenebre. La nave è composta per metà di ebano e per metà d’avorio. La lotta tra le forze dell’amore e della distruzione, tra il calore e il grande gelo cosmico, vi esplode, senza fine. »

Ed è proprio questo Mistero della coincidentia oppositorum, come egregiamente “s-velato” dallo Scarabelli nel suo encomiabile saggio in appendice all’edizione in esame in questa sede a permeare tutto il romanzo, «il mysterium coniuctionis di cui ha parlato Carl Gustav Jung, l’unione di Animus e Anima, il  maschile nel femminile e il femminile nel maschile, sciogliendo la catena del divenire nella quale i contrari vivono nella e della propria insufficienza» [10]. Un Mistero che ci riserviamo di accantonare momentaneamente, e su cui torneremo in chiusura di articolo.

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Ritratto di Abraham Merritt.

Per quanto riguarda gli espedienti narrativi qui utilizzati da Merritt, vi è da notare che, come spesso accade con questo genere di autori, il protagonista John Kenton è in una certa misura una sorta di alter-ego del suo autore, che ne tratteggia un ritratto nel capitolo iniziale del romanzo [11]:

« Da sempre udiva il richiamo del passato. Nel corso degli anni vi aveva prestato orecchio, errando per terre dimenticate e sostando presso luoghi appartenuti a civiltà estinte, imperi tramontati e città scomparse. Aveva trascurato l’amore, preferendovi quella spettrale passione in luogo di una umana. Colto, quasi un asceta, lasciato da parte ogni vissuto sentimentale, aveva acquisito un’erudizione altra, profonda abbastanza da suscitare nei dotti un rispettoso silenzio quando proferiva parola. »

Se sappiamo dalla biografia di Merritt che egli si guardò bene dal trascurare l’amore e ogni vissuto sentimentale, parimenti siamo a conoscenza della sua passione per il mondo antico, per le civiltà scomparse e per l’archeologia (più o meno) “mysteriosa” di cui si interessò attivamente in prima persona. Queste sue predilezioni, unitamente alle rocambolesche avventure narrate nelle sue opere letterarie, ne fanno una sorta di “padrino” ante-litteram di Indiana Jones et similia [12], nonché uno dei più papabili responsabili di “innesti” di carattere archeologico-occultistico nel filone letterario e cinematografico horror della seconda metà del ‘900 (un esempio su tutti: il ritrovamento nell’incipit de L’esorcista dell’infausta statuetta di Pazuzu).

Ed è proprio con un’espediente “archeologico” che ha inizio l’avventura narrata ne Il vascello di Ishtar: tutto comincia quando John Kenton riceve da un collega un blocco di pietra rinvenuto durante una campagna di scavi in Medio Oriente, al cui interno è custodito il “modellino” di una nave di gemme intagliate. Ben lungi dall’essere un comune manufatto, esso è un vero e proprio stargate, un portale per l’Altrove [13], grazie al quale da un momento all’altro il nostro eroe si troverà catapultato in un mondo altro, ubicato in un segmento spazio-temporale distinto dal nostro, sebbene in qualche modo sovrapposto ad esso [14]:

« Di fronte aveva una vasta nebbia: vapori globulari argentei discendevano su di lui; il ventre curvo di un altro mondo. Quel mondo si stava scontrando col suo? No! Vi si stava sovrapponendo! […] Grazie ai lumi di questa rivelazione, Kenton vide la propria Terra non per quello che sembra, ma per ciò che è: una vibrazione eterica negli intervalli tra le pulsazioni elettroniche di mondi su mondi che si intersecano, mondi originati dalla forza primigenia di cui queste vibrazioni sono espressione, nelle forme a noi note e in quelle che ignoriamo. […] Mondi che si incrociano secondo frequenze differenti, più alte o più basse, nella totale inconsapevolezza di queste tangenze. Mondi che si muovevano attorno e attraverso di noi, che si trovavano a coincidere in modo casuale, come segnali radio intercettati da un apparecchio non sincronizzato. Mondi sovrapposti come flussi di informazioni che, senza interferire l’uno con l’altro, scorrevano insieme sullo stesso cavo, grazie alla diversità delle vibrazioni. Il vascello di Ishtar navigava su uno di questi mondi paralleli. Il gioiello di gemme non era l’imbarcazione stessa, bensì una chiave capace di aprire un passaggio dalla dimensione di Kenton verso quella del vascello: un dispositivo che adattava le vibrazioni materiche del suo corpo a quello del mondo della nave. »

Quello dell’oggetto “incantato” che funge da soglia per altre dimensioni è un topos che Merritt utilizza sin dalle prime prove letterarie: in Attraverso lo specchio del drago è una lastra di giada a portare magicamente il protagonista in «un mondo fantasma, dove sette lune artificiali ruotano in eterno attorno a una valle, velata di nebbia e cinta da mura di fuoco» [15]. Ne Il pozzo della luna è invece un’apertura lucente, in presenza della luna piena, a condurre alle gigantesche caverne poste al di sotto dell’Oceano Pacifico, dove risiede una civiltà tanto malevole quanto avanzata pressoché ignorata dagli ignari abitanti di superficie (cioè noi esseri umani). Ne Gli abitatori del miraggio (The Dwellers in the Mirage, 1932), infine, è un abietto complesso di piramidi nere rinvenute in Alaska a rappresentare una soglia d’accesso per l’Altrove assoluto.

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Due illustrazioni di Virgil Finlay per “The Ship of Ishtar” (ed. 1949).

Come già detto, sottesa dietro l’intera narrazione de Il vascello di Ishtar vi è la concezione di un dualismo che permea tutto ciò che esiste nel cosmo: una dicotomia di cui Ishtar, dea dell’Amore, e Nergal, dio della Morte, sono l’emblema, ma che lungi dall’esaurirsi nelle rispettive ipostasi divine si estende per innumerevoli livelli al di sotto di esse, permeando la stessa foggia della nave solcante l’oceano senza tempo e le sue due caste sacerdotali.

E tuttavia, a differenza dei capolavori dell’ “orrore cosmico” di Lovecraft, l’essere umano non si trova nell’infausta posizione di mero ingranaggio del sistema cosmico, vittima sacrificale di un universo indifferente: da scrittore squisitamente pulp Merritt predilige, di pari passo alla creazione di atmosfere fantastiche e oniriche degne di Lord Dunsany, l’azione eroica, lo slancio avventuroso, l’anelito amoroso e, perché no, erotico. Ed è proprio qui, nella congiunzione estrema fra Eros e Thanotos, che si realizza il Mistero Ultimo, l’unione degli opposti, la congiunzione e il superamento finale tra il Sacro Mascolino e il Sacro Feminino e di tutte le dicotomie esistenti nella realtà empirica e sperimentabile mediante i nostri sensi umani, troppo umani.

Ovviamente non tutti i personaggi presenti sul vascello sono degli “eroi” o dei “risvegliati”: certo è che «sono tutti medium più o meno consapevoli dell’antica rivalità [tra Ishtar e Nergal, ndr], che non agiscono ma sono agiti da Dei che da secoli conducono una battaglia spietata, senza vinti né vincitori, il cui teatro è la nave, che hanno lanciato “su questo strano mare, in questo strano mondo, campo di battaglia per Amore e Odio”» [16]. Nondimeno, in mezzo a tanti “medium inconsapevoli”, sono i pochi eletti che si spingono ai bastioni del consentito e dello scibile a influire pesantemente sul destino beffardo del vascello  e dell’esistenza dei suoi occupanti.

La stessa “creazione” dell’imbarcazione incantata trova la sua origine in questa hybris eroica, in questa volontà di potenza di un uomo e di una donna, Zarpanit e Alusar, che osarono, in un’epoca avvolta dalle nebbie del tempo, sfidare gli dèi che avevano l’onore — e l’onore — di rappresentare in Terra: i due sacerdoti massimi di Ishtar e Nergal osarono amarsi, nonostante l’opposizione ontologica che caratterizzava le rispettive funzioni sacre, cui erano stati adibiti dagli dèi. Accadde l’irreparabile: i due, in seguito a un concilio divino, vennero severamente puniti dai loro Signori, esiliati per sempre sul vascello che è destinato a solcare senza posa e per l’eternità l’oceano atemporale. Questa è pura hybris, la quale come sappiamo è riservata unicamente agli eroi.

E tuttavia, come si confà agli eroi, nemmeno sulla “nave-prigione” i due amanti smisero di sfidare gli dèi di cui erano ministri, alla ricerca di una concidentia oppositorum che, essa soltanto, avrebbe potuto salvarli dalla dannazione perenne del dualismo manicheo. Così, incontrandosi esattamente nel punto della nave in cui la “metà Ishtar” cozza con la “metà Nergal”, dopo aver “accolto” le rispettive deità nel proprio corpo, riuscirono con un ultimo ed eccezionale slancio ad abbracciarsi e baciarsi, finché non caddero sul ponte, ormai senza vita; morti stretti l’uno all’altra.

Un preludio alla loro salvezza e rinascita in una forma di coscienza più elevata, superiore alla struttura dicotomica del mondo sublunare, di cui Ishtar e Nergal non sono solo garanti supremi ma, in ultima analisi, finanche schiavi senza speranza alcuna di evasione, poiché privi del libero arbitrio e della possibilità di ascesa che è concessa solo all’essere umano illuminato. Così, dopo la morte fisica dei due amanti, uno degli estasiati testimoni del “miracolo” narra [17]:

« Vi fu un bagliore pari al baluginio di migliaia di folgori. La nave oscillava e sussultava. Ma prima di tutto ciò, credo di aver visto due fiamme splendenti innalzarsi dai loro corpi, volteggiare per un istante, per poi sfrecciare l’una verso l’altra, unirsi e scomparire. Né Ishtar né Nergal avevano vinto. No. A prevalere erano stati l’amore dell’uomo e l’amore della donna. Le fiamme erano libere, invitte di fronte agli Dei. »

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Una delle illustrazioni di Virgil Finlay per “The Ship of Ishtar” (ed. 1949).

Note:

[1] M. Ceraso, Nota biografica di Abraham Merritt, appendice a A. Merritt, Il vascello di Ishtar, Il Palindromo, Palermo, 2018, p. 453.

[2] La traduzione di questa nuova edizione, a cura di Giuseppe Aguanno, è basata sull’edizione pubblicata nel 1949 da Borden Publishing Company, riedita nel 2009 da Pablo Publishing, che rispecchia la pubblicazione avvenuta a puntate per sei settimane sulla rivista Argosy All Story Weekly a partire dal novembre 1924.

[3] Cfr. M. Maculotti, Civiltà “sotterranee” nel mito, nell’occultismo e nella “realtà alternativa”, su AXISmundi e M. Maculotti, Civiltà del mondo sotterraneo nella narrativa fantascientifica, su Dimensione Cosmica n°2, Primavera 2018, Edizione Tabula Fati.

[4] Su H.P. Lovecraft, si veda S. Fusco, Lovecraft, o l’inconsistenza del reale, A. Scarabelli, Bestie, uomini o dèi: i culti alieni di H. P. Lovecraft e M. Maculotti, “Oniricon”: H.P. Lovecraft, il Sogno e l’Altrove, su AXISmundi.

[5] A. Scarabelli, Mysterium Coniunctionis, appendice a A. Merritt, op. cit., p. 429.

[6] Cit. in A. Scarabelli, op. cit., p. 419.

[7] L. Pauwels e J. Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, Milano, 1964.

[8] Per una lista completa delle opere letterarie di Merritt, si veda M. Ceraso, op. cit.

[9] Cit. in A. Scarabelli, op. cit., p. 420.

[10] Ivi, p. 435.

[11] A. Merritt, op. cit., cap. I, pp. 23-24.

[12] Come suggerito da G. Fucile, Divinità, eroi e lettori a bordo del fantastico. L’edizione integrale di un classico della letteratura pulp: Il vascello di Ishtar di Abraham Merritt, su Quaderni d’altri tempi.

[13] Cfr. M. Maculotti, L’accesso all’Altro Mondo nella tradizione sciamanica, nel folklore e nelle “abduction”, su AXISmundi.

[14] A. Merritt, op. cit., cap. IV, pp. 48-49.

[15] M. Ceraso, op. cit., p. 455.

[16] A. Scarabelli, op. cit., p. 433.

[17] A. Merritt, op. cit., cap. VII, p. 72.

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