LโAde omerico รจ mutato in uno spazio paradisiaco; anche se dissonanti le due tradizioni concordano su di un punto: la localizzazione nel Nord di una terra โaltraโ, legata a un diverso livello di esistenza.
di Ezio Albrile
Dove andiamo? Da dove proveniamo? Chi siamo? Siamo liberi solo a metร ? Ogni cultura ha prodotto le sue cosmologie e i suoi miti. Ogni gruppo ha avuto la sua storia delle origini, invocando tane sotterranee o montagne sacre da cui scendevano i fiumi della vita. Le domande sono rimaste le stesse, ma le risposte hanno preso altre strade: senza una direzione, senza scopo. Una soluzione a tale dilemma la troviamo nel mito manicheo, un mito secondo il quale la creazione ha come unica finalitร il recupero della scintilla luminosa intrappolata nelle tenebre. Condizione quindi antitetica al sentire ebraico-cristiano, che vede la demiurgia quale compimento di un piano divino e ยซantropicoยป: in ciรฒ il manicheismo si rifร ad una mentalitร arcaica, definibile come indo-iranico-gnostica, in cui due princรฌpi combattono per la supremazia sul tutto. Col manicheismo [1] un nuovo umanesimo si diffonde per larga parte del continente euroasiatico, soprattutto sulle vie di comunicazione e dei commerci, nelle metropoli e negli empori, tra intellettuali e mercanti. Nel manicheismo le civiltร del mondo antico, dallโOccidente greco e romano allโOriente vicino e medio, allโAsia centrale e alla Cina, sโincontrano scambiandosi stimoli e idee alla luce di una spiegazione ultima che svela lโessenza del tutto, nella speranza della redenzione dal male, sia degli individui che dellโintera umanitร .
Il manicheismo considera le tenebre un principio essenzialmente, esistenzialmente e originariamente indipendente dalla luce. Tuttavia, aggredendola, le tenebre si mescolano alla luce nella vita presente e nellโessere umano, come pure in tutta la creazione [2]. II mondo attuale รจ pertanto un miscuglio dei due princรฌpi, della luce e delle tenebre, a cui proprio la creazione deve porre fine ripristinando gradualmente la loro originaria separatezza, in condizioni tali perรฒ, che rendano impossibile un nuovo miscuglio. I due princรฌpi, o ยซradiciยป, non sono generati e non hanno nulla in comune: essi sono irriducibilmente contrapposti in ogni manifestazione. La luce รจ buona e identificata con Dio; le tenebre sono malvagie e identificate con la Materia, la Hylฤ. Dal momento che essi sono coevi e coeterni, il problema dellโorigine del male viene risolto nel modo piรน estremo. La sua esistenza non puรฒ essere negata: รจ dappertutto e puรฒ essere sconfitto soltanto dalla conoscenza, la gnลsis che porta alla salvezza attraverso il discernimento da parte dellโuomo di ciรฒ che in lui รจ estraneo e superiore allโessere contingente, corporeo, condizionato dai suoi legami materiali, temporali e ambientali. In questo consiste la ยซseparazioneยป (greco chลrismos, medio-persiano wizฤriลกn) della luce dalle tenebre.

Il manicheismo รจ dunque una ยซgnosi dualisticaยป [3], un dualismo radicale e assoluto. I due princรฌpi hanno nature antiteticamente distinte: la saggezza per la luce e lโignoranza per le tenebre. La loro contrapposizione ha uno sviluppo dinamico in tre tempi: uno antecedente, dove la luce e le tenebre sono ancora separate lโuna dalle altre; uno attuale o mediano, in cui le tenebre invadono la luce dando luogo allo stato di ยซmiscuglioยป; ed uno futuro, in cui esse si trovano nuovamente e definitivamente separate. Questa dottrina รจ variamente attestata nelle fonti, dal Compendio cinese a SantโAgostino โ initium, medium et finis โ, e scandisce la vicenda dellโanima caduta nella materia e liberata dal suo Nous mediante la conoscenza e lโanamnesi. Lโuomo โ e qui รจ lโessenza dellโuniversalismo manicheo โ puรฒ quindi contribuire in misura determinante ad accelerare il processo naturale della separazione dei due princรฌpi grazie allโazione salvifica della gnosi, che รจ nello stesso tempo consapevolezza dello stato di miscuglio, riconoscimento dellโordine cosmico e sforzo costante per ottenere la liberazione della luce dalle tenebre.
ร la conoscenza, non la fede, che salva: ยซlโuomo non deve credere finchรฉ non ha visto con i propri occhi [4]. Nellโindividuo la gnosi รจ conoscenza di sรฉ e di Dio e nello stesso tempo riconoscimento dellโorigine celeste del proprio io luminoso. Lโanima umana รจ parte dellโAnima universale, frazione o particella della luce divina. Perciรฒ nel manicheismo di espressione iranica lโUomo Primigenio, il protagonista del dramma dellโesistenza dapprima caduto preda delle tenebre e poi da esse liberato, porta il nome di Ohrmazd, che nello zoroastrismo compete al Dio trascendente e creatore.
Le tragiche vicissitudini dellโUomo Primigenio sono centrali nello sviluppo del mito manicheo: la strategia adottata dal mondo della luce prevede che egli si consegni volontariamente in preda ai demoni dellโoscuritร , affinchรฉ la luce sia letale alle tenebre, come chi volendo annientare il proprio nemico ยซmescolasse in un dolce un potente velenoยป. Lacerato nei penetrali della tenebra, lโUomo primigenio innalza una preghiera al mondo del Padre luminoso, anelando alla salvazione; essa si concretizza nella figura dello Spirito Vivente, il quale con un ยซgridoยป demiurgico desta lโUomo primigenio dal sonno di tenebra.ย

La cosmogonia nel manicheismo รจ frutto dello smembramento degli Arconti: lo Spirito Vivente utilizza la pelle ed i corpi dei demoni per fabbricare il mondo. Nel loro corpo รจ intrappolata la luce, che solo attraverso la cosmogonia puรฒ essere restituita alla condizione di puritร iniziale. La Luna ed il Sole hanno una parte centrale nel processo di salvezza della luce intrappolata nel mondo, poichรฉ rappresentano le ยซruoteยป di un meraviglioso meccanismo attraverso cui la sostanza luminosa ritorna nel mondo del Padre della Grandezza.
Un testo manicheo in medio-persiano [5] descrive dettagliatamente la cosmogonia come un sovrapporsi di strati, di terre oscure vegliate da Angeli. Qui lโangelo traccia una striatura nellโordine cosmico [6], in sintonia con il pensiero di san Paolo โ e di certi testi dellโantichitร cristiana โ dove si avanza una riserva rispetto agli angeli in quanto ยซelementi del mondoยป (stoicheia tou kosmou), che soggiogano e impongono la loro legge agli uomini [7]. Piรน recentemente, a partire dal XII secolo lโangelo รจ diventato un doppio assimilato allโangelo custode. Analogamente allโeidฤ platonica ยซcustodisceยป un modello che fa da contrappunto alle storie particolari, ma che tuttavia vi si mescola, alla stregua dellโangelo che durante la notte lotta con Giacobbe in un combattimento tra lโideale e il reale. Per questo san Tommaso dโAquino cerca di salvare la possibilitร per lโuomo di comunicare direttamente con Dio mentre, da unโaltra parte, gli รจ necessario assicurare un ordine cosmologico [8]. Lโangelo si situa al punto dโincontro di tale antinomia, tra la trasversalitร teologica della parola e la gerarchizzazione metafisica degli esseri. Anche se a Cartesio, allโalba della modernitร , la speculazione tomista sugli angeli รจ parsa ยซassurdaยป, essa esplicita rigorosamente le conseguenze derivanti dallโopzione filosofica, la quale afferma unโanterioritร metafisica dellโessere, il to on parmenideo, rispetto alla parola: รจ necessario essere per favellare.

Sempre nel medesimo testo manicheo, apice delle terre oscure รจ una montagna che rappresenta lo spazio di confine fra luce e tenebre, il luogo di transito delle anime verso il Paradiso di Luce. Troviamo una reminiscenza iranica nel picco di Harฤ, il ยซmonte Hukairya, il verdeggiante, che merita ogni lodeยป [9], il luogo di passaggio delle anime beate al cielo. Su di esso รจ collocata lโaltra sponda del ฤinvatล pษrษtu (> pahlavi ฤinwad puhl), il ponte ฤinwad, il ponte che รจ posto sia sul cammino dei morti che su quello degli iniziati [10], e che si restringe sino ad assumere le dimensioni di una lama di rasoio piรน lโanima che lo attraversa รจ impura e contaminata.ย
Ciรฒ che si dischiude alla visione dellโiniziato รจ il mondo dellโanima, una realissima terra mistica, una terra spiritualis, che nel misticismo persiano prende nome di Hลซrqalyฤ. ร la ยซterra delle cittร di smeraldoยป, dominata dal sublime lโAlborz, lโantico Harฤ, il picco inviolato madre di tutte le montagne del mondo, ad essa collegate per ramificazioni e vene sotterranee, che nella sua altezza esprime la volontร della terra a congiungersi con il cielo. Ecco dunque la Terra perfetta con la sua sfolgorante montagna, sede degli Arcangeli e dei Keruvฤซm. La Terra dove Hermes sperimenta la cognitio matutina, immerso nella preghiera in quel tempio che รจ il suo corpo e che รจ lโuniverso intero, allorchรฉ il sorgere del Sole ยซrisveglia lโanima a se stessaยป [11].
Il picco cosmico รจ quindi il punto di transito per una dimensione โaltraโ, un confine tra Oriente e Occidente non solo concettuale. Se osserviamo le antichitร latine, nei Punica di Silio Italico (ca. 25- ca. 101 d.C.) leggiamo come le Alpi siano paragonate [12], per la loro smisurata altezza, al Tartaro [13]. Tale legame fra la montagna e lโAde [14] รจ sottolineato nel caso dellโestrazione mineraria: sacrilego รจ lโuomo che non esita a scendere nelle viscere della terra, dove immediato รจ il contatto con gli inferi, per cercare ricchezze nascoste. Nei passi dei Punica dedicati allโattraversamento delle Alpi [15] riecheggia fortemente lโantitesi tra lโuomo che conquista, e la natura e gli dรจi che si oppongono tentando di ostacolarlo [16]. Di fatto lโimpresa di Annibale nellโattraversamento delle Alpi (autunno del 218 a.C.) รจ comparata a quella di Eracle. Annibale coglierร sรฌ qualche vittoria, ma tutto ciรฒ presagirร alla lontana e futura rovina finale.

Il libro 33 della Naturalis historia di Plinio (23-79 d.C.) รจ interamente dedicato allโestrazione e allโuso dellโoro e dellโargento, e contiene una vibrata condanna contro la febbrile attivitร esplorativa nelle viscere della terra, configurata come una sacrilega aggressione alla natura [17]. Tale aggressione, che mira allโesaurimento delle risorse e a portare alla luce ciรฒ che la natura stessa ha provvidamente celato, ha quasi un aspetto titanico: Plinio ricorre allโimmagine dei Giganti [18] nel descrivere la ciclopica e tracotante estrazione dellโoro; in questo sembra seguire lโermeneutica di Cicerone (106-43 a.C.) [19] che citava la guerra intrapresa dai Giganti intenti a sovrapporre i monti Ossa e Pelio per dare la scalata al cielo, impresa eminentemente contraria alle leggi di natura [20].
Una profanazione parzialmente sconfessata da unโopera proveniente dal mondo bizantino come la Topografia cristiana di Cosma Indicopleuste (VI sec. d.C.). Un manuale di geografia sacra teso a conciliare la rivelazione cristiana con i dati della cosmografia tolemaica [21]. Lโopera, espressione dei cristiani nestoriani dellโIran sasanide [22], offre degli interessanti percorsi geografici, etnologici e culturali in cui lโautore narra le esperienze dei suoi viaggi in Etiopia (chiamata ยซBarbariaยป) con la descrizione del palazzo reale di Axum e allโisola di Ceylon (ยซTaprobaneยป), importante snodo commerciale e punto dโincontro fra Cina, Africa orientale, Iran e Bisanzio. Gli argomenti tradizionali di derivazione classica appaiono riciclati attraverso un percorso di risignificazione del dato culturale preesistente: lโereditร ยซpaganaยป รจ accolta nella misura in cui si traduce nel sistema simbolico cristiano; per mezzo dellโinterpretazione allegorica il testo originario รจ ricondotto al suo vero significato, quello sovrannaturale che rimanda a Dio come unico referente possibile [23].

Il libro nono della Topografia di Cosma esordisce disputando sul moto degli astri [24], provocato ciclicamente da una folta schiera di Angeli. Questa teoria รจ raffigurata plasticamente da un cosmogramma zodiacale in cui i relativi segni sono rimpiazzati da Angeli che tengono in mano un astro [25]. Al centro del cosmogramma si staglia la montagna cosmica, significativamente chiamata Hyperborea [26]. Il nome non รจ scelto a caso e viene usato da Cosma per indicare lโestremo Nord per antonomasia. Esso fa riferimento al mitico popolo degli Iperborei, menzionato giร da Esiodo nel Catalogo delle donne, un repertorio delle donne mortali che, amate dagli dรจi, avevano generato eroi [27]; un popolo ricordato in un Inno omerico (7, 29 [= a Dioniso]) e, come attesta Erodoto (4, 32), negli Epigoni di Omero.
Tutte le fonti concordano nel descrivere questa etnรฌa favolosa immersa in una condizione di perfetta felicitร e devota al culto di un unico dio, Apollo [28]. Questa gente felice vive in uno spazio paradisiaco in cui si alternano sei mesi di luce continua e sei mesi di notte profonda: il Sole sorge solo una volta allโanno, nellโequinozio di primavera, lโequinozio degli dรจi, per tramontare poi in quello invernale. Il clima รจ mite, perfetto, spira sempre una brezza leggera; i frutti maturano precocemente e spontaneamente, si hanno due raccolti lโanno. In questo paese non vi sono nรฉ contrasti, nรฉ malattie; gli Iperborei vivono piรน di mille anni, anzi quando sono sazi della vita sono soliti interromperla di loro iniziativa, gettandosi nel mare da unโalta rupe: ritengono che questa sia la fine migliore e il genere di sepoltura piรน adatto a loro [29]. LโAde omerico รจ mutato in uno spazio paradisiaco; anche se dissonanti le due tradizioni concordano su di un punto: la localizzazione nel Nord di una terra โaltraโ, legata a un diverso livello di esistenza. Entrambe le tradizioni parlano di un luogo posto nellโaldilร , infero o paradisiaco. Il popolo dei morti di Omero รจ mutato nel popolo beato, prediletto da tutti gli dรจi, ma anchโesso estinto, dipartito da questa realtร , poichรฉ in relazione continua con gli dรจi, in particolare con Apollo.
NOTE:
[1] Gh. Gnoli, ยซIntroduzione generaleยป, in Id. (cur.), Il manicheismo, I. Mani e il manicheismo, Fndazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 2003, pp. XII ss.
[2] M. Tardieu, Il manicheismo, trad. it. cur. G. Sfameni Gasparro, Lionello Giordano, Cosenza 19962, pp. 110-111; E. Albrile, ยซAlessandro di Licopoli e il manicheismoยป, in Teresianum, 48 (1997), pp. 737-759; Id., ยซSignaculum sinus. La gnosi manichea tra ascetismo ed erotismoยป, in Laurentianum, 41 (2000), pp. 335-351.
[3] H. J. Polotsky, s.v. ยซManichรคismusยป, in PWRE, Supp. IV, Alfred Druckenmรผller, Stuttgart 1935, col. 265 (trad. it. Il manicheismo. Gnosi di salvezza tra Egitto e Cina, cur. C. Leurini-A. Panaino-A. Piras, Il Cerchio, Rimini 1996).
[4] Keph. CXLII, cit. in H.-Ch. Puech, Le manichรฉisme. Son fondateur, sa doctrine (Publications du Musรฉe Guimet. Bibliothรจque de diffusion, 56), Civilisation du Sud, Paris 1949, p. 157, n. 281; Gnoli, ยซIntroduzione generaleยป, p. XLII.
[5] M 98/I-M 99/I, trad. C. Cereti, in Gh. Gnoli (cur.), Il manicheismo, III. Il mito e la dottrina. Testi manichei dellโAsia centrale e della Cina, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 2008, pp. 16-18; una prima ricostruzione grafica delle otto terre era stata data da A. V. W. Jackson, ยซThe Manichaean Cosmological Fragment M. 98-99 in Turfan Pahlavi. Appendix to Study IIยป, in Researches in Manichaeism with special reference to the Turfan fragments, Columbia University Press, New York 1932, pp. 72-73; 74 (diagramma).
[6] M. De Certeau, Il parlare angelico. Figure per una poetica della lingua (Secoli XVI e XVII) (Saggi di ยซLettere Italianeยป, XXXVIII), cur. C. Ossola, trad. it. D. De Agostini, Olschki, Firenze 1989, pp. 199-200.
[7] Gal. 4, 3; 9; Col. 2, 8; 20.
[8] De Certeau, Il parlare angelico, p. 207.
[9] Yaลกt 5, 96; cfr. Bundahiลกn 17, 18.
[10] Gh. Gnoli, ยซAลกavan. Contributo allo studio del libro di Ardฤ Wirฤzยป, in Gh. Gnoli- A. V. Rossi (cur.), Iranica (Istituto Universitario Orientale/ Seminario di Studi Asiatici, Series Minor, X), Istituto Universitario Orientale, Napoli 1979, p. 418.
[11] H. Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste. DallโIran mazdeo allโIran sciita (Il ramo dโoro, 11), trad. it. G. Bemporad, Adelphi, Milano 1986 (ed. or. Paris 1979), pp. 103-103.
[12] S. Giorgelli Bersani, ยซIl sacro e il sacrilego nella montagna antica: aspetti del divino nelle testimonianze letterarie e nelle fonti epigraficheยป, in Id. (cur.), Gli antichi e la montagna. Ecologia, religione, economia e politica del territorio (Atti del Convegno โ Aosta, 21-23 settembre 1999), Celid, Torino 2001, p. 30.
[13] Pun. 3, 483-486 (Duff).
[14] Plin. Nat. hist. 33, 1, 2-3.
[15] Giorgelli Bersani, ยซIl sacro e il sacrilegoยป, p. 33.
[16] Pun. 3, 500-502 (Duff).
[17] Giorgelli Bersani, ยซIl sacro e il sacrilegoยป, p. 39, n. 22.
[18] Nat. hist. 33, 1, 70.
[19] De sen. 5.
[20] Sil. It. Pun. 3, 494-495 (Duff).
[21] S. Impellizzeri, La letteratura bizantina. Da Costantino a Fozio, Sansoni-Accademia, Firenze-Milano 1975, pp. 186 ss.
[22] Impellizzeri, La letteratura bizantina, p. 188; E. Albrile, ยซLa liturgia dellโAsino. Elementi di una transizione simbolicaยป, in Aa.Vv., La Persia e Bisanzio. Convegno Internazionale (Roma 14-18 ottobre 2002) (Atti dei Convegni Lincei, 201), Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2004, pp. 458 ss. (= Id., Le visioni dellโUnicorno rosso. Momenti di una mitologia, La Biblioteca di Babele, Modica [Ragusa] 2008, pp. 48 ss.).
[23] R. Mengucci, ยซI popoli iperborei: la concettualizzazione del nord nel modo classico e nellโAlto Medioevoยป, in G. Mazzoleni (cur.), Same, I. La dimensione remota (Chi siamo, 10), Bulzoni, Roma 1981, pp. 50-51.
[24] Topogr. 9, 1-3 (Wolska-Conus III, pp. 204-207).
[25] Topogr. 9, 6 (Wolska-Conus III, p. 211; il cosmogramma si rifร anche e soprattutto a Topogr. 9, 1-3).
[26] Topogr. 2, 48 (Wolska-Conus I, p. 357); e III, 66 (p. 507); H. M. Werhahn, s.v. ยซHyperboreerยป, in RAC, XVI, A. Hiersemann, Stuttgart 1994, col. 985.
[27] Fr. 150, 21 (Merkelbach-West); 98, 21 (Most II, pp. 170-171) = Strab. 15 (Oxyrhynch. papyr.).
[28] E. Albrile, Iperborea. Il mito polare tra simbologia, estasi e immaginazione, Il Cerchio, Rimini 2018, pp. 13-17.
[29] M. Mayer, s.v. ยซHyperboreerยป, in W.H. Roscher (Hrsg.), Ausfรผhrliches Lexikon der griechischen und rรถmischen Mythologie, I/2, Teubner, Leipzig 1886-1890 (repr. Olms, Hildesheim-New York 1978), coll. 2805-2841.
