Storia segreta della conquista del PerΓΉ: il sogno profetico dell’Inca Viracocha e la venuta degli Spagnoli

di Marco Maculotti

In un saggio precedente di questo ciclo [cfr. Viracocha e i miti delle origini: creazione del mondo, antropogenesi, miti di fondazione] abbiamo avuto modo di distinguere, nella tradizione andina, tre tipi di personaggi denominatiΒ “Viracocha”: il dio creatore delle origini, che abbiamo chiamato “Viracocha divino”; l’eroe civilizzatore dell’inizio dell’Γ¨ra del “Quinto Sole”, creatore di Tiahuanaco, che abbiamo definito “Viracocha leggendario”; e infine un personaggio storico, l’ottavo sovrano Inca, l’Inca Viracocha. Se dei primi due abbiamo detto a sufficienza, ci rimane adesso da indagare il ruolo del terzo, rifacendoci alla cronaca piΓΉ indicata nello studio della dinastia realeΒ incaica dei “Figli del Sole”. Stiamo parlando ovviamente dei Commentari Reali di Garcilaso Inca de la Vega, unica fonte antica che ha il sommo merito di elencare, unoΒ dopo l’altroΒ e con relative imprese, i dodici Inca che governarono nei secoli l’impero del Tahuantinsuyu.

GarcilasoΒ descrisse con grande efficacia come, ancora bambino, fu portato dal futuro cronista Polo de Ondegardo a visionare una fila di mummie appoggiate a una parete, in una stanza della sua casa a Cusco: i corpi degli inca passati, che egli aveva salvato dalla distruzione. Il piccolo Garcilaso rimase molto colpito da una delle mummie la quale, a differenza delle altre, aveva i capelli β€œbianchi come la neve”. Ondegardo gli disse che quella era la mummia dell’ottavo principe del sole, l’ β€œInca bianco”: Viracocha.Β Da una testimonianza simile, verrebbe naturale desumere che il suo nominativo regale derivasse proprio dalla sua somiglianza esteriore con il Viracocha leggendario, cosΓ¬ come tramandato dal mito. GliΒ antichi cronisti affermano che tale sovrano eraΒ di pelle bianca e barbuto, e nondimeno definiscono sua moglie β€œbianca come un uovo” [HonorΓ©, p.22]. Tuttavia, secondo altriΒ autori, l’ottavo Inca avrebbeΒ preso il nome dalla divinitΓ  suprema del pantheon andino in virtΓΉ della restaurazione, avvenuta sotto il suo comando, del culto originario di Viracocha ai danni del culto di Inti, dio del Sole.

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L’Inca Viracocha, ottavo sovrano del Tahuantinsuyu.

Il sogno profetico e la venuta dei “viracochas”

Ma il redattore dei Commentari RealiΒ ipotizza un’altraΒ tesi: egli affermaΒ [Libro V, p.191]Β che l’ottavo IncaΒ sarebbe stato denominato cosΓ¬ a causa diΒ un sogno profetico, in cui gli apparve il dio in persona per avvertirlo della futura venuta degli Spagnoli. In questa visione notturna fu mostrato all’Inca come un giorno sarebbero giunti uomini bianchi e barbuti che avrebbero postoΒ fine sia all’impero dei “Figli del Sole” che ai culti ancestrali. Tenuto conto delle implicazioni nefasteΒ di una simile rivelazione al popolo, si decise che tale profezia avrebbeΒ dovuto rimanereΒ segreta e trasmessa oralmente da ogni sovrano Inca al suo successore, β€œin modo che la dignitΓ  degli Inca e la loro presunta origine soprannaturale non siano messe in alcun modo in dubbio”.

C’è qui da sottolineare come, in virtΓΉ del ricordo del sogno profetico dell’ottavo sovrano del Tahuantinsuyu, oltre che per le peculiariβ€”per una popolazione di etnia amerindiaβ€”caratteristiche fisiognomiche (ricordiamo che la barba era una prerogativa dei Viracochas, misteriosi costruttori di Tiahuanaco che si credevano legati al mito della creazione dell’umanitΓ  del “Quinto Sole”) [cfr. L’enigma di Tiahuanaco, culla degli Inca e β€œIsola della Creazione” nella mitologia andina], gli Spagnoli al loro arrivo furono ritenuti essereΒ dai nativi “i figli e gli inviati del dio Viracocha”, e questo Γ¨ il motivo per cui venivano genericamente chiamati viracochas [Libro V, p.192].

Cieza de LeΓ³n scrisse che il nome β€œViracocha” fu attribuito per la prima volta agli Spagnoli dai seguaci di Huascar (il quale al tempo del loro arrivo contendeva il potere con il fratello Atahualpa, reo di orribili stragi nei confronti della fazione opposta), ai quali i conquistadores apparirono come liberatori, simili a dΓ¨i.Β Sarmiento de Gamboa scrisse che gli SpagnoliΒ erano apparsi improvvisamente e misteriosamente dal quel medesimo mare verso il quale, un tempo, il dio Viracocha era partito: anche la direzione di provenienza dei vascelli degli Spagnoli, dunque, contribuirono a dare credito alle antiche profezie.Β Con gli argomenti che abbiamo appena esaminato gli storici generalmente interpretano l’atteggiamento, altrimenti inspiegabile, degli invasi di fronte all’invasore e il tono, tra lo struggente e il surreale, con cui gli ultimi Inca accettarono passivamente la conquista cheΒ era in procinto di compiersi.

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Prodigi funesti antecedenti la conquista

Nel libro IX dei Commentari Reali Garcilaso descrive, con la solita prosa ricca di avvenimenti al confine tra lo storico e il mitico, una serie di prodigi negativi che si verificarono nell’impero inca tre anni avanti lo sbarco dei primi invasori Spagnoli, sotto il regno di Huaina Capac, dodicesimo e ultimo sovrano. Durante l’Inti Raimi, la tradizionale festa del Sole che si celebrava durante i solstizi, un’aquila reale (secondo altri un condor) venne abbattuta da uno stormo di avvoltoi e cadde proprio ai piedi di Huaina Capac, implorando il suo aiuto. I sacerdoti del tempio, ricordando il sogno dell’Inca Viracocha, videro con orrore nell’impotente rapace agonizzanteΒ l’impero dei “Figli del Sole” che giungeva al suo termine, e nei sinistri avvoltoi i suoi futuri invasori: gli Spagnoli.

A questo prodigio seguirono eventi sempre piΓΉ sinistriΒ e catastrofici: si verificarono terremoti, inondazioni e un numero sempre crescente di comete solcΓ² i cieli. Infine, in una notte inusualmente luminosa, β€œuna curiosa, misteriosa paura aleggiΓ² su tutto il PerΓΉ, quando la Luna apparve con un grosso alone formato da tre anelli: il primo era colore del sangue, il secondo nero verdastro e il terzo sembrava essere fatto di fumo” [Libro IX, p.357].Β Gli operatori del tempio interpretarono inorriditi anche questo segno: il primo anello svelava che il sangue della stirpe sarebbe stato versato e irrimediabilmente sparso; il secondo anello veicolava l’idea di una costrizione esterna che avrebbe stritolato ed eliminato l’organizzazione imperiale e i culti ancestrali; l’anello di fumo, infine, stava a significare che β€œtutto ciΓ² che gli antenati hanno compiuto, svanirΓ  come fumo” [Libro IX, p.358]: le tradizioni antiche saranno perdute per sempre. Naturalmente, questa spaventosa serie di auspici avversi non faceva altro che confermareΒ il sospetto che giΓ Β serpeggiava da tempoΒ nella corte reale, eΒ l’arrivo da lΓ¬ a breve dei primi Spagnoli non fece che confermare ulteriormente che la profezia dell’Inca Viracocha stava per avverarsi.

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Ci si permetta ora un breve excursus riguardante questi “prodigi”. L’appassionato di cronache storiche avrΓ  notato come non di radoΒ nelle narrazioni riguardanti fatti epocali nella storia di una civiltΓ β€”fatti che spesso costituiscono il puntoΒ di passaggio da un’epoca alla successiva (nella trad. andina: pachacuti)β€”, ai cambiamentiΒ cosmiciΒ si accompagnino fenomeni empirici di natura eccezionale, quali appunto catastrofi e prodigi. In questo senso, notiamo comeβ€”in ambiti territoriali cosΓ¬ lontaniβ€”le narrazioni tradizionali colleghino sempre un accadimento particolarmente infausto (ad es. il sogno nefasto dell’Inca Viracocha, l’assassinio di Giulio Cesare, la morte di GesΓΉ Cristo)* a una serie di prodigi naturali (l’eclissi di luna o di sole, terremoti ed eruzioni vulcaniche) e sovrannaturali (quali l’apparizione dei morti, o gli animali dotati di parola), come se la natura stessaβ€”e l’intelligenza occulta che la governaβ€”si unissero in cordoglio alle doglie dell’umanitΓ  sofferente, quasi ci fosse una comunione financo empiricamente sperimentabile tra la coscienza interiore dell’uomo e la rappresentazione esteriore del Mundus.


* Fu Virgilio a narrare i fatti straordinari che occorsero dopo l’assassinio di Giulio Cesare: innanzitutto si assistette ad un’eclissi solare (il Poeta scrive: β€œChi osa chiamare mendace il sole? Talvolta anche ci avverte che covano ciechi tumulti e perfidie, e in segreto fomentano guerre. Ed anche alla morte di Cesare pianse con Roma, coprendosi di oscura caligine il volto splendente e il maledetto secolo temette la tenebra eterna.”); poi precipitarono β€œglobi di fuoco” e piogge di fiamme dal cielo, ovvero i vulcani eruttarono (β€œQuante volte vedemmo nei campi dei Ciclopi dell’Etna dilagar dalle rotte fornaci, rovesciando globi di fuoco e liquide lave!”); si udirono boati e altri rumori strani provenire dal cielo, e apparvero creature mai viste prima (β€œLe scolte in Germania udirono in cielo clangore d’arme e tremuoti insoliti scossero l’Alpi. PiΓΉ volte anche fu udita nei taciti boschi una grande voce e furono visti strani, pallidi spettri nell’ombra della notte.”). Infine, simbolo definitivo del ribaltamento completo di ogni ordine naturale, furono visti, β€œinaudito, parlare gli animali”, i fiumi si fermarono, avvennero terremoti, all’interno dei templi le statue di bronzo degli dΓ¨i prodigiosamente sudarono.Β Per quanto riguarda laΒ tradizione giudaico-cristiana, secondo i vangeli sinottici, in seguito alla morte sulla croce di GesΓΉ egualmente si verificarono simili prodigi: occorse una eclissi di Sole che durΓ² alcune ore, durante le quali avvenne un terremoto che distrusse il velo del tempio di Gerusalemme e a cui seguirono infine le β€œapparizioni dei morti”, similmente al racconto di Virgilio (Matteo 51-53: β€œEd ecco il velo del tempio si squarciΓ² in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella cittΓ  santa e apparvero a molti.”).


Giustamente, a nostro parere, ipotizzΓ² JΓΌnger quando scrisseΒ [Al muro del tempo, p.217]:

β€œChe una spinta organica sia non solo accompagnata ma anche preannunciata da segni cosmici e tellurici Γ¨ estremamente probabile; si potrebbe pensare a una sorta di contrazione, di periodiche doglie di cui la natura intera soffre.”

In queste β€œperiodiche doglie” della naturaβ€”o, per meglio dire, del cosmo inteso come “ordine dello spazio-tempo”β€”possiamoΒ individuare le intersezioni tra leΒ Γ¨re, etΓ  o β€œSoli” delle dottrine tradizionali, i pralaya tra le varie β€œespirazioni e inspirazioni di Brahma” della tradizione indΓΉβ€”e in questi fenomeni particolarmente significativi quali la morte dell’eroe o il sogno profetico dell’Inca Viracocha scorgiamo le manifestazioni sul piano cronico e terrestreβ€”potremmo quasi dire le β€œpietre miliari” poste sull’autostrada di Kronosβ€”, annuncianti l’imminente cambiamento di stato del cosmo e, di conseguenza, del mondo-Terra e, in ultima analisi, dell’umanitΓ  stessa.

In questi momenti criticiΒ di transizione da un ciclo al successivo, cui la tradizione andina si riferisce con il termine pachacutiΒ [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina], tutto appare invero rivoltato come un guanto: l’ordine sociale, il destino dell’eroe, i movimenti tellurici e il procedere degli astri, il dono della parola alle bestie. E tuttavia, proprio tale inversione nel funzionamento del cosmoβ€”che, come si sarΓ  notato, si verifica su piΓΉ livelli: cosmico, tellurico, umano; vale a dire i β€œTre Mondi”, celeste terreste e sotterraneo, della tradizione andinaβ€”proprio tale ribaltamento della norma Γ¨ funzionale a esteriorizzare unΒ imminente cambiamento di stato che ha da verificarsi, non tanto per particolari colpe dell’umanitΓ  quanto per il necessario rinnovamento del cosmo.

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Huaina Capac, dodicesimo e ultimo Inca.

Huaina Capac, Atahualpa e il compimento dellaΒ profezia

Abbiamo detto che l’ultimo dei dodici sovrani Inca riconosciuti dagli annali di Garcilaso fu Huaina Capac. In seguito alla sua dipartita, il Tahuantinsuyu conobbe una feroce guerra civile tra i sostenitori di Huascar e quelli di Atahualpa, entrambi figli di Huaina Capac, per la presa del potere. Atahualpa, figlio “bastardo” di Huaina, si dimostrΓ² particolarmente crudele nei confronti del fratello (che formalmente avrebbe dovuto diventare il 13esimo Inca) e dei suoi adepti, che uccise in grandissimo numero in quella che oggi la storiografia ricorda come una vero e proprio massacro.Β Ancora prima dell’arrivo degli Spagnoli, dunque, il popolo andino giΓ  si era calato in unΒ dramma collettivoΒ di caos e morte, probabilmenteΒ anche per effetto delle sinistre profezie cui sempre piΓΉ spesso si faceva riferimento. D’altronde, proprio riallacciandosi al sogno profetico dell’Inca Viracocha,Β Huaina Capac, si rivolse ai suoi figli prima di esalare l’ultimo respiro, pronunciando queste parole [Garcilaso,Β Libro IX, pp.360-361]:

“Nostro Padre il Sole ci rivelΓ² molto tempo fa che ci sarebbero stati dodici Inca, suoi stessi figli, a regnare; [e ci rivelΓ² che] dopo di essi, sarebbero arrivate genti sconosciute; che avrebbero ottenuto il comando sottomettendo il nostro regno al loro Impero, cosΓ¬ come sarebbe accaduto a molte altre terre. Io credo che le persone che sono giunte di recente sulle nostre coste sono colui a cui [Nostro Padre il Sole] si riferiva. Sono uomini forti, potenti, che vi supereranno in ogni cosa. Il regno dei dodici Inca finisce con me […] Io vi ordino di obbedire loro e di servirli, allo stesso modo in cui ognuno dovrebbe servire chi gli Γ¨ superiore; perchΓ© la loro legge sarΓ  migliore della nostra, e le loro armi piΓΉ potenti e invincibili.”

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Atahualpa, figlio “bastardo” di Huaina Capac.

Di queste raccomandazioniβ€”con tutte le estreme conseguenze storiche che si sono poi verificateβ€”terranno conto gli ultimi inca quando si troveranno al cospetto degli Spagnoli. Per questo motivo, Atahualpa si rivolse ad essi in maniera reverenziale oltreΒ l’assurdo [Garcilaso, Libro X, p.403]:

“Noi riteniamo che voi siate figli del nostro grande dio Viracocha e messaggeri di Pachacamac. Nostro padre ci ha lasciato le istruzioni per servirvi e venerarvi […] e nessuno oserΓ  impugnare le armi contro di voi. Potete fare di noi quello che desiderate, e se Γ¨ vostro desiderio che noi periamo, sarΓ  per noi motivo di orgoglio e gloria morire per mano dei messaggeri di Dio. Le vostre azioni e il vostro solo arrivo ci ha dato, invero, prova che Dio vi comanda e che vi ha inviato a noi.”

A conferma dell’atteggiamento che possiamo definire di “nichilistica passivitΓ ”, Γ¨ significativo come GarcilasoΒ affermi che per Atahualpa resistere agli Spagnoli sarebbe stato contemporaneamente β€œvano e criminale”, ovvero inutile e peccaminoso.Β Solo successivamente egliΒ si renderΓ  pienamente conto che le azioni degli Spagnoli non corrispondono affatto agli atti di un ideale squadrone di messaggeri divini: le feroci stragi ingiustificate di nativi non lasciavano dubbi a riguardo.Β Per questo, in un secondo momento, AtahualpaΒ esprime la sua costernazione agli invasori, dopo un lungo preambolo con il quale si riallaccia nuovamente ai contenuti mitici del sogno profetico dell’ottavo Inca, dicendo loroΒ [Garcilaso, Libro X, pp.415-416]:

“[Mio padre, Huaina Capac] ci ha ordinato, nel suo capezzale, di servire e onorare gli uomini barbuti, come voi stessi, che sarebbero giunti nella nostra terra dopo la sua dipartita […] e ci ha detto che le loro leggi, i loro costumi, la loro scienza e il loro coraggio sarebbero stati piΓΉ grandi dei nostri. Questo Γ¨ il motivo per cui vi chiamiamo Viracochas, con ciΓ² intendendo che siete i messaggeri del grande dio Viracocha: la sua volontΓ  e la sua indignazione non possono essere che giusti, e d’altra parte chi puΓ² resistere alla forza delle sue braccia? Ma egli Γ¨ anche pieno di pietΓ  e misericordia, e quindi voi, che siete i suoi messaggeri e i suoi ministri, voi che non siete umani ma divini, come potete permettere una simile serie di crimini, di devastazioni, di saccheggi, e tutte le altre crudeltΓ  che si sono ripetute a Tumbez e nelle altre regioni in cui siete passati?”

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Incontro tra Francisco Pizarro e Atahualpa.

I quattro Viracocha

La visione dell’Inca Viracocha e le raccomandazioni di Huaina Capac, alla luce di quanto seguirΓ , assumono un significato che va oltre il surreale e il drammatico: il Mito e la Storia, intersecandosi, influenzandosi a vicenda, ci forniscono l’esemplificazione della dottrina incaica del pachacuti e dello scorrere ciclico delle Γ¨re cosmiche.Β In questo snodarsi, da secolo in secolo, di vicende esemplari, la Storia ci fornisce infatti il simbolo supremo della ciclicitΓ  del tempo: nel filo d’oro delle narrazioni mitiche, appare da una parte il Viracocha leggendario (che visita in sogno l’Inca Viracocha, avvisandolo della futura venuta degli Spagnoli), dall’altra il Viracocha storico, ottavo sovrano del Tahuantinsuyu, dalla cui visione onirica verrΓ  influenzata tutta la storia a seguire.

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Maβ€”ci viene da notareβ€”un altro “Viracocha” si impone, infine, sulla scena. Dopo un Viracocha creatore, uno civilizzatore e uno riformatore, ecco il quarto e ultimo: un “Viracocha distruttore”, nei panni, ovviamente, di Francisco Pizarro, il quale, in virtΓΉ della potenza delle armi, non ci mise molto tempo a guadagnarsi il titolo di β€œViracocha” e di β€œInca”. D’altra parte, gli andini stessi credevano che egli fosse un avatar del dio, giunto a punirli per le loro inadempienze.Β Questo quadruplice schema rintracciabile nella tradizione andina sin dal suo mito piΓΉ antico (la divisione del Tahuantinsuyu;Β il computo dei “Soli” escluso il primo, che si ritiene avvolto da una sorta di “tenebra primordiale” e perciΓ² si differenziaΒ ontologicamente dai 4 successivi) ben si presta ad un confronto con le dottrine tradizionali del mondo antico, e segnatamente in questa sede con quelle riguardanti l’essenza ciclica del tempo, la sua composizione in eoni e la suddivisione di questi ultimi in quattro periodi, quali gli yuga indΓΉ e le etΓ  della tradizione greco-romana [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina].

Devesi a questo propositoΒ sottolineare quanto giΓ  ribadito da molti autori, tra cui il filosofo Ernst JΕ«nger, e cioΓ¨ che β€œla suddivisione fatta dagli antichi in etΓ  dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro non si riferisce ai metalli in senso materiale”—come si fa comunemente in geologia parlando diΒ  β€œetΓ  della pietra”, β€œetΓ  del bronzo”, etc.β€”, ma piuttosto Γ¨ β€œaffine al modo in cui gli alchimisti parlano dei metalli: le proprietΓ  sono virtΓΉ dell’essere” [Al muro del tempo, p.105].Β Con questa premessa, ritornando a quanto dicevamo in precedenza, idealmente potremmo enumerare nella tradizione (mitico-storica) inca quattro Viracocha, che potremmo definire esiodamente:

1. Un β€œViracocha d’Oro”: il dio creatore delle origini, connesso alla creazione del cosmo e dell’uomo e al ricordo sbiadito di un’etΓ  aurea primordiale. L’oro Γ¨ tradizionalmente legato al Sole, e quindi alla creazione e alla nascita (connessa al simbolo dell’Alba), oltre che ad uno stato primigenioΒ e puro, ancora indiviso e indifferenziato, dell’essere.

2. Un β€œViracocha d’Argento”: l’eroe culturale dalla barba canuta, pallido come la luna, iniziatore delle arti e della cultura; l’argento essendo tradizionalmente legato all’astro selenico, e quindi alla notte e all’iniziazione. In questa fase (l’inizio del “Quinto Sole”) l’umanitΓ  appare simile alla razza d’argento di Esiodo, descritta come “fanciullesca” e “immatura”, lontano dai fasti dell’etΓ  precedente.

3. Un β€œViracocha di Bronzo”: il Viracocha storico, importante riformatore religioso nonchΓ© arditoΒ sovrano, noto per aver attuato tattiche militari di grande successo sin dalla giovane etΓ  e per aver governato con saggezza l’impero durante tutto il suo regno, reintroducendo il culto di Viracocha. Essendo il bronzo una lega di rame con un metallo variabile (che puΓ² essere alluminio, nichel, berillio o stagno), ed essendo il rame tradizionalmente legato a Venere, Γ¨ significativo ritrovare nel suo personaggioΒ tutte quelle caratteristiche eroiche e per cosΓ¬ dire titaniche che la tradizione connette al simbolismo del β€œPortatore di Luce” (Venere/Lucifero/Prometeo). D’altronde, l’Inca Viracocha ricopre alla perfezione il duplice simbolismo dell’astro piΓΉ luminoso: da una parte di Stella del Mattino, in quanto iniziatore di una nuova Γ¨ra di culto, dall’altra di Stella della Sera, avendo annunciato con la sua visione la futura fine dell’Impero.

4. E infine, un β€œViracocha di Ferro”, vale a dire il conquistador Pizarro, il quale, similmente al metallo che lo rappresenta, influisce sulla storia andina unicamente con la forza bruta, facendo ciΓ² che Γ¨ tradizionalmente tipico del ferro: ferire indelebilmente (l’anima collettiva del popolo andino per i secoli a seguire) e tagliare (con lui si conclude la storia della civiltΓ  andina). Si potrebbe miticamente direΒ che egli, nell’economia della tradizioneΒ inca, incarniΒ l’archetipo del “dio irato” che, tornato alΒ suo popolo dopo una lunga assenza, lo punisce per le sue “inadempienze”, ponendo fine alla sua esistenza con una catastrofe (diluvio, pioggia infuocata, etc.). D’altro canto, Sarmiento de Gamboa tramanda che Atahualpa identificava senza alcun dubbio Pizarro con il dio in persona, tornato da Oriente per riprendere possesso dell’impero da lui creato [Hemming, p.514].

Pensiamo di aver messo abbastanza carne al fuoco e riteniamo che ai fini della comprensione mitica piΓΉ che storica del ciclo andino-incaico siano piΓΉ pertinenti analisi fondate sul simbolo e sull’archetipo piΓΉ che su spiegazioni di tipo storico-razionale; ragion per cui eviteremo di operare una disamina riguardante il ruolo prettamente storico di Pizarro e dei conquistadores, avendo perΓ² sottolineato doverosamente la loro funzione simbolico-archetipica all’interno della concezione tradizionaleΒ del pachacuti. PerciΓ², per concludere, ci limitiamo a citareΒ un illuminato (e poco conosciuto) aforismaΒ di Ugo Foscolo, che recita testualmente [cit. in Leonardi, p.67]:

“Dalla favola sotto apparenza di storia e dalla storia vestita di favola, emerge ugualmente la realtΓ  nuda di quei fatti che sono certi e perpetui perchΓ© essi stanno nella natura invariabile delle cose.”

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Bibliografia:

  1. John Hemming, La fine degli Incas (Rizzoli, Milano, 1975).
  2. Ernst JΓΌnger, Al muro del tempo (Adelphi, Milano, 2012).
  3. Garcilaso Inca de la Vega, The Royal Commentaries of the Inca (El Lector, Arequipa, 2008).
  4. Pierre HonorΓ©, Ho trovato il Dio bianco (Garzanti, Milano, 1963).
  5. Evelino Leonardi, Le origini dell’uomo (1937).

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