Il “sangue del Sole”: sul sacrificio umano nella tradizione precolombiana

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Le antiche tradizioni dell’America centrale e meridionale ritenevano che il Sole, così come l’acqua, la terra e gli stessi dèi, per prosperare e garantire la continuazione del mondo, doveva essere regolarmente alimentato con sangue umano, un concetto che proprio presso gli Aztechi divenne di un’importanza assoluta, se non propriamente ossessiva; nondimeno, la medesima concezione si ritrovava anche presso i Maya, i Toltechi, gli Olmechi e gli Inca, come dimostrano le fonti storiche che ci sono giunte.


di Jari Padoan
originariamente pubblicato su CentroStudiLaRuna

 

Secondo un evidente concetto analogico, diffusissimo e ricorrente nelle più disparate tradizioni, la carne e il sangue degli animali e/o degli esseri umani immolati nel sacrificio ed eventualmente consumati, rappresentano una evidente forma di comunione con la divinità (come già sostenevano nel XIX secolo pionieri dell’antropologia come E.B. Tylor e William Robertson Smith).

La prassi sacrificale più diffusa nella storia della civiltà Maya sembra essere stata quella dell’asportazione del cuore; una evidente sede di sacrifici di questo tipo è il grande viale del cosiddetto Tempio dei Guerrieri a Chichèn Itza. Qui troviamo un monumentale e celebre esempio della tipologia di “altare” a funzione sacrificale detto chacmool, ritenuto un altro prodotto dell’eredità culturale tolteca: Chichèn Itza significherebbe infatti «pozzo degli Itza», nome di un popolo tolteco o di un popolo Maya comunque profondamente influenzato dalla cultura messicana.

Il chacmool si presenta come una scultura di pietra in forma di essere umano sdraiato in una particolare posizione, con la testa rivolta a ovest. Nel punto dell’immolazione tramite il taglio del petto e l’estrazione del cuore era posto un piccolo recipiente, che una volta riempito del sangue del sacrificio veniva posto nel tempio. Diffusi soprattutto in epoca postclassica, i chacmool caratterizzano zone, come si è accennato, fortemente influenzate dalla cultura tolteca.

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Presso i Maya vi erano differenti tipologie e gradi di officianti del culto solare: il sacerdote detto ahkin o ah Kin (letteralmente «quello del Sole») era il più importante e assumeva soprattutto la funzione di profeta ispirato dalla divinità, conoscitore della scrittura e custode della sapienza iniziatica (che veniva insegnata agli ahkin in apposite scuole o circoli detti calmecac, istituzione che conserverà la stessa funzione e lo stesso nome presso gli Aztechi). I quattro chac (l’omonimia con il dio della pioggia della tradizione non è casuale, in quanto gli officianti impersonavano proprio il suddetto) disponevano e immobilizzavano la vittima sull’altare sacrificale, mentre il sacerdote detto nacom aveva la funzione di squarciare il petto con un coltello di selce ed estrarre il cuore, per volgerlo in direzione del Sole; il chacmool raccoglieva in questo modo il sangue sgorgante.

È notevole come gli addetti all’operazione sacrificale fossero divisi e organizzati in una precisa struttura gerarchica, secondo la quale ogni tipologia di officiante si occupava di una singola e delineata funzione; ed è questa una caratteristica che si riscontra anche nella sfera cultuale di alcuni popoli di tradizione indoeuropea. Basti pensare al sacrificio vedico dello Agni-şţoma, la «Lode del Fuoco», ricordato nella Chāndogya Upanişad e presieduto da quattro sacerdoti (il brahman, lo hotar, lo adhvaryu, lo udgātar) che svolgevano funzioni differenti e interconnesse.

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Tra le principali divinità della tradizione Maya vi era la figura di Itzamna, fondatore dello studio e della scrittura, padre del Sole e associato al culto del fuoco, che nel mito assume anche i tratti di eroe civilizzatore dalle caratteristiche sacrali. Il culto di Itzamna avrebbe inoltre gradualmente soppiantato la più misteriosa figura di Hunab Ku, un dio creatore dai tratti molto più assolutistici e soprattutto sfuggenti (anche se secondo il Popul Vuh tra i più importanti dèi primigeni vi erano le due coppie Tzacol e Bitol e Alom e Qaholom, oltre alla divinità creatrice serpentiforme Gucumatz/Kukulcan). Questa indecifrabilità di Hunab Ku, del quale non sono pervenute neppure raffigurazioni, è stata spiegata avanzando le ipotesi di una sua particolare antichità oppure, al contrario, di essere una figura sincretistica risalente al periodo coloniale europeo, date certe sue caratteristiche decisamente affini a quelle del Dio di tradizione giudaico-cristiana: il ruolo di creatore dell’universo, la definizione di “Padre”, inconoscibilità della sua vera essenza.

Molto importante, in quanto legato alla sostanza fondamentale dell’alimentazione e della cultura dei Maya era anche il culto di Yum Caax, o Yam Caax, dio del mais e della vegetazione. La coltivazione del mais, assieme a quella del fagiolo (tzizé) era praticata nell’area mesoamericana almeno dal IV millennio a.C., in coincidenza dei primi insediamenti urbani e i primi prodotti del vasellame. Si comprende quindi l’importanza del culto di Yum Caax, rappresentato come una figura dalle sembianze perennemente giovanili, al quale, si ritiene, venivano sacrificati ragazzi onde favorire e imprimere nuovo vigore ai più fortunati coetanei.

Nel periodo postclassico, probabilmente per influenze dell’assimilazione tolteca, assume grande importanza, soprattutto in un centro come Chichèn Itza, il celebre culto del serpente piumato Kukulcan (che, come accennato, assume il nome di Gucumatz presso i Maya Quiché), lo stesso che verrà venerato come Quetzalcoatl dagli Aztechi. La festa di Kukulcan cadeva nel mese di Xul, corrispondente al pieno autunno. Era nelle cerimonie perpetrate in simili ricorrenze, la tradizione sanciva la pratica dei sacrifici richiesti dagli dèi. Come avverrà per gli Aztechi più tardi, i Maya sfruttavano in un duplice modo i prigionieri di guerra: quelli ritenuti più valorosi venivano destinati al sacrificio, gli altri utilizzati come schiavi.

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Uno storico esempio del sacrificio di un nemico prestigioso, ricordato nelle incisioni della Stele 2 di Aguapietra, è il caso di «Artiglio di Giaguaro», sovrano di Seibal, catturato dalle armate del signore di Dos Pilas detto «Sole Giaguaro», dopo la battaglia tra i regni di Dos Pilas e Seibal tra VII e VIII sec. d.C. “Artiglio di giaguaro” venne mantenuto in vita per 12 anni per poi essere sacrificato previa una particolare congiunzione di Venere; in questa occasione sarebbe stata rilevante anche una decisiva partita a pok a tok. Questo era un antico gioco di società che prendeva il nome di pok a tok presso i Maya, di tlacthli o ilatchli presso gli Aztechi e in seguito denominato pelota, basato sul lancio di una palla di caucciù all’interno di un apposito sferisterio, con riferimenti simbolici ai moti astrali (in particolare i cicli di Venere, e soprattutto del Sole presso gli Aztechi) e spesso culminante in un sacrificio finale, probabilmente perpetrato sul perdente.

Diffuso pressoché in tutte le culture mesoamericane, pare che già gli antichi Olmechi praticassero questo particolare e importante “sport” che, come tutto ciò che concerne la visione del mondo di un popolo tradizionale, era ovviamente insignito di precise e profonde simbologie rituali. Infatti, come il principale punto di connessione tra il mondo umano e il mondo superiore era naturalmente il tempio, il gioco del pok a tok veniva praticato in un apposito spazio (un campo da gioco tracciato a forma di H) che simboleggiava il cosmo, e i partecipanti assumevano i ruoli degli dèi primigeni in connessione con le energie cosmiche.

Una importante e precisa rappresentazione dei preparativi per il sacrificio umano si ritrova nelle bellissime pitture murali del tempio di Bonampak, nel Chiapas; un affresco della seconda sala mostra la presentazione dei prigionieri al sovrano di Bonampak, Chaan Muan. Su una piattaforma è raffigurato il signore, ornato con piume colorate, monili di giada e pelli di giaguaro, simbolo di grande valore guerriero. Il sovrano è circondato da vari dignitari e, ai suoi piedi, sono posti i prigionieri in atto di sottomissione e preparati per essere sacrificati. Un’altra prassi diffusa perlopiù nel periodo postclassico era il sacrificio nella sede del cosiddetto cenote (tzonoot in maya antico, «pozzo sacro»), atto rituale tipicamente connesso al ciclo agricolo7 e alle piogge, attuando sacrifici rivolti al dio Chac.

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Teatro di sacrifici umani forse meno cruenti di quelli che si svolgevano sulle scalinate dei grandi templi, i cenote erano grandi cavità naturali riempite d’acqua piovana in cui venivano gettati i prescelti, spesso fanciulle vergini ma anche uomini. Le grandi provvigioni d’acqua erano fondamentali nei periodi di siccità, ritenute una benedizione del dio Chac al quale erano diretti i sacrifici come ringraziamento o invocazione. Il più grande e celebre è probabilmente il cenote presso Chichen Itzà.

Per quanto riguarda le modalità di auto-sacrificio per evidenti fini ascetici, un caso del genere è illustrato nel cosiddetto rilievo della Dama Xoc, presso Yaxchilàn, risalente al 709 d.C. circa. Nell’immagine viene illustrato una tipologia di rito sacrificale forse risalente agli stessi Olmechi, consistente nella perdita di grandi quantità di sangue attraverso un traforo della lingua. È rilevante che l’immagine raffiguri una donna di nobile lignaggio (come si evince dai gioielli indossati, dalla pettinatura e dal copricapo piumato), poiché pare che la tradizione dell’auto-mutilazione sacrificale fosse caratteristica dei nobili e dei potenti e si svolgesse in presenza di musicisti e danzatori, nonché previa l’assunzione di sostanze psicotrope come il peyotl, tutti elementi che favorivano uno stato allucinatorio necessario a probabili fini iniziatici.

Sostanzialmente, le fonti dirette di cui disponiamo sulla civiltà degli Aztechi o Mexica sono quelle fornite dai cosiddetti codici, ossia numerosi testi incisi su carta amatl, contemporanei e perlopiù posteriori alla conquista spagnola. Tra questi vi sono il celebre Codex Borgia, il Codex Telleriano-Remensis, il Codex Borbonicus e i posteriori Codex Ramirez (noto anche come Codex Tovar o Relación del origen de los indios que hábitan esta Nueva España según sus Historias, attribuito a Juan de Tovar), e il Codex Huexotzinco, contemporaneo all’invasione degli uomini di Cortés che assedieranno Tenochtitlán nel 1521 (peraltro coadiuvati da contingenti locali come i guerrieri tlaxtalani, popolo nemico storico degli Aztechi contro i quali perorò una quarantennale resistenza) ponendo fine all’impero di Montezuma II.

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Molto importante per le informazioni sulla religione e sulla mitologia azteca è soprattutto la Historia General de las cosas de la Nueva España scritto dal francescano Bernardino di Sahagún all’epoca della conquista spagnola e pubblicato nel 1569. I primi insediamenti aztechi nella valle del Messico risalgono soltanto alla metà del XIII secolo. Il popolo era organizzato come una società guerriera dai tratti ugualitari, formata essenzialmente da militari e contadini, in cui spiccavano i sacerdoti dell’antico culto del dio Uitzilopochtli.

Secondo il mito, il popolo azteco proveniva da Chicomòztloc, il «luogo delle 7 caverne» posto a Nord, oppure da un’altra terra settentrionale, la mitica isola di Aztlán (che ha suggerito una lontana provenienza “atlantidea”, secondo le correnti di pensiero tradizionaliste) e, sempre secondo la tradizione, la conquista delle nuove terre sarebbe stata consacrata dall’osservazione di un particolare presagio: la lotta tra un’aquila e un serpente, a cui è ispirata una significativa immagine del Codex Mendoza (testo che ha fornito grande contributo per la decifrazione della scrittura pittografica azteca).

È interessante osservare come, notoriamente, anche presso la tradizione delle civiltà classiche del vecchio continente questi animali assumessero ruoli simbolici pregni di significato (oltre ad essere rievocati nello Zarathustra di Nietzsche). L’immagine dell’aquila viene infatti assunta dall’impero azteco come emblema della propria gloria militare (singolare coincidenza, appunto, con il vessillo guerriero di Roma e con la simbologia legata allo Zeus ellenico), rivestendo quindi un’importanza culturale paragonabile solo a quella del giaguaro. Anche presso la cultura azteca caratteristiche come il valore, la forza, il prestigio e il potere erano associate al nome del felino (detto ocelotl) da parte di sovrani, guerrieri e sacerdoti, nonché, si tramandava, dagli stessi dèi.

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La rilevanza e l’antichità di tale simbolo sono testimoniate anche dalla tradizione mitologica, che vedeva l’era cosmica primordiale sorgere attorno a Ocelot-tonaituh, il primo «Sole-giaguaro». Notevoli combattenti e dominatori, gli Aztechi assimilano a loro volta molti tratti delle culture precedenti innestandovi però un particolare senso mistico-guerriero (già consono alla tradizione tolteca, essendo Tula retta dalla casta militare); in meno di due secoli, dopo numerose battaglie con i popoli conterranei e una tormentata ascesa politica, il vecchio gruppo nomade diviene padrone del Messico, conquistando importanti centri politici e religiosi come Tula e Teotihuacán. A suggello di ciò venne in essere la costruzione nel 1345 di Tenochtitlán, la grande capitale del Quinto Sole sorta sulle acque del lago Texcoco.

Nella perpetrazione di istituzioni e usanze dei popoli antichi, gli Aztechi praticano il culto di Kukulcan/Quetzalcoatl e di varie altre deità di origine mixteca, tolteca o maya, oltre ad osservare il calendario rituale tradizionale, in parte riadattato. Presso la nuova civiltà statale il calendario assunse il nome di tonalpouhalli, di cui se ne ha la più celebre rappresentazione nella magnifica “Pietra del Sole”, il monolito di basalto di venti tonnellate risalente al XVI secolo conservato al Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico. Il tonalpouhalli computava un anno di 260 giorni suddivisi in venti serie di tredici giorni; a ciascun mese di venti giorni era attribuito un preciso “segno” come cipactli (coccodrillo), ozomatli (scimmia), eecatl (vento) e via dicendo, e ogni mese di 20 giorni era inoltre “dominato” dal segno del suo primo giorno, che stabiliva se il mese sarebbe stato fasto o nefasto.

Come da tradizione, in occasione delle numerose festività sancite dal calendario venivano praticate varie forme di sacrificio. Per gli Aztechi, mentre i guerrieri caduti in battaglia divenivano compagni del Sole nella regione orientale del Tlalocan, così come i morti affogati e le donne morte di parto (una forma di decesso considerata altrettanto eroica, in quanto la donna moriva adempiendo alla sua naturale e nobile missione), i prigionieri di guerra erano solitamente le vittime prescelte per i sacrifici. Non a caso, il termine per “morte sacrificale” era huitzilopochtli, e la stessa parola identificava il nome del dio solare della guerra, capo delle antiche tribù nomadi, ipostasi del Sole di mezzogiorno e divinità patrona di Tenochtitlán.

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Il mito di Uitzilopochtili («colibrì del Sud»), probabilmente di origine tolteca, descrive questa importante divinità come un umano, in possesso però di caratteristiche eccezionali di guerriero e sciamano; secondo alcune versioni era figlio del dio androgino originario Ometeotl, secondo altre della dea della Terra Cotlicue o, ancora, da una sacerdotessa della suddetta dea. Le caratteristiche archetipiche di Uitzilopochtili sono quelle del combattente e dell’eroe civilizzatore: nasce infatti già armato di dardi e di scudo sul monte Coatpec, nella regione di Tula, nel giorno del Solstizio d’Inverno (analogamente a Quetzalcoatl).

In modo analogo alle figure di Itzamna presso i Maya e di Kukulcan nella cultura tolteca, Uitzilopochtili agisce pionieristicamente sterminando con il suo coltello di turchese i quattrocento «fratelli meridionali», le stelle del Sud, e la sorella Coyolxauhqui, dea delle tenebre. Protettore dei guerrieri, per la tradizione Uitzilopochtili sarebbe stato l’instauratore del culto del giaguaro e dei sacrifici umani. Collegato a Uitzilopochtili, alla sfera bellica e alla tradizione dei sacrifici umani è il culto di Tezcatlipoca, dio astrale dell’Orsa Maggiore e del cielo notturno, che, secondo il mito tolteco, aveva scacciato da Tula Quetzalcoatl (un riferimento al ciclo cosmico delle fasi di Venere).

Anche quella di Tezcatlipoca è una figura dai tratti decisamente “marziali”, ma il suo ruolo è soprattutto quello di divinità garante dell’ordine e della giustizia: chiamato lo «Specchio fumante», veniva raffigurato munito di specchi d’oro attraverso i quali osservava e giudicava le azioni degli uomini. Anche le figure delle due deità principali sono quindi collegate, nella concezione religiosa azteca, all’idea tradizionale mesoamericana che il Sole (così come l’acqua, la terra e gli stessi dèi), per vivere e prosperare garantendo la vita al mondo, doveva essere regolarmente alimentato con sangue umano, un concetto che proprio presso gli Aztechi divenne di un’importanza assoluta, se non propriamente ossessiva.

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Raffaele Pettazzoni (Introduzione alla storia delle religioni, 1965) indica questa concezione del sacrificio parlando di «sacrificio-dono», basato sull’uccisione della vittima che funge da nutrizione delle divinità (o, non meno frequentemente, di altre tipologie di esseri sovrumani, come gli antenati mitici) che in caso contrario ne soffrirebbero. Stipulando in questo modo un patto con la divinità, i sacrificanti si assicurano la sua benevolenza attraverso il sacrificato. L’atto può anche avere il significato ulteriore di «sacrificio-comunione» con l’entità superiore, ad esempio quando la vittima è concepita come identica o assimilata alla divinità: si possono ricordare i casi della Grecia classica con l’uccisione delle cerbiatte sacre ad Artemide e dell’omofagia dionisiaca, in cui il capro sacrificato e mangiato crudo doveva ripetere il destino di Dioniso fanciullo, sbranato e divorato.

Nel Messico tradizionale si riscontra in questo senso un sacrificio come quello praticato nella cerimonia azteca del Tlacaxipeualitzchli (si veda più avanti). Sorgente da Est (in azteco Acatl), dal regno paradisiaco dell’abbondanza tropicale sotto la protezione di Tlaloc, l’antico dio della pioggia e dei venti presso i Teotihuacani, il Sole era visto dagli Aztechi come ipostasi di Uitzilopochtili che ogni anno doveva rigenerarsi attraverso il sangue dei sacrifici, in un tipico rapporto di identità tra mondo umano e regioni uraniche.

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Si deve inoltre tenere in considerazione che le condizioni climatiche e geologiche della valle del Messico erano caratterizzate da frequenti calamità naturali: nelle cronache della storia azteca era sopravvissuto il ricordo di un violento uragano risalente al 1464, di un’epidemia nel 1480 e di successivi, lunghi periodi di grande siccità. Uno stato di cose che non poteva che fomentare sistematicamente, nel popolo, il terrore ancestrale per la fine del Quinto Sole. Se il grande astro non fosse stato nutrito non avrebbe avuto l’energia per risorgere, interrompendo il suo ciclo naturale e mettendo così l’universo in gravissimo pericolo.

Estremamente importante a questo proposito era la celebrazione della cosiddetta «legatura degli anni» o del «Nuovo Fuoco», svolta per la prima volta secondo la tradizione nel XII secolo sulla montagna di Coatpec, e prevista dal tonalpouhalli ogni 52 anni. Era in questo giorno che il terrore per la possibile fine del Sole si insinuava particolarmente nel popolo, allo scadere di un anno iniziato il giorno 1 cipactli e terminante il 13 xochtil. La cerimonia, sicuramente uno degli spettacoli più suggestivi e significativi del mondo azteco, prevedeva uno spegnimento collettivo di ogni fuoco nell’area di Tenochtitlán. La città sprofondava così in un totale oscuramento mentre sulla cima del monte Uixcachtecatl i sacerdoti, osservando i moti delle Pleiadi, accendevano l’unico fuoco visibile nel raggio di chilometri sul petto di un prigioniero sacrificato, con metodi che prevedevano l’uso del bastone magico detto tlequauitl. Se il rito aveva successo, i messaggeri riferivano in città che il mondo aveva ripreso il suo ciclo regolare per altri 52 anni.

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Come si è visto, il rito sacrificale veniva spesso e principalmente praticato su prigionieri catturati nelle battaglie, i quali assumevano per la legge azteca il ruolo di tlatlacotin, inesattamente tradotto come “schiavi” ma in realtà indicante persone non libere e obbligate a svolgere una funzione volta al servizio della collettività. La morte eroica del condannato poteva avvenire anche nella forma del cosiddetto tlahuicole. Così era chiamato questo tipo di sacrificio dal nome di Tlahuicolli, nobile tlaxcalano catturato dagli uomini di Montezuma II e del quale rifiutò la grazia concessagli, che si svolgeva in forma di scontro gladiatorio all’arma bianca riservato ai nemici più valorosi, di cui si misuravano le loro abilità competitive in combattimenti mortali.

Ma non solo: le vittime uccise in occasione delle grandi celebrazioni festive erano spesso scelte anche tra donne e bambini appartenenti allo stesso popolo azteco. Gli amministratori principali del culto religioso, coadiuvati e diretti dalla sacerdotessa detta «donna serpente», erano i due sommi sacerdoti di Uitzilopochtili e di Tlaloc; il principale edificio di culto, il grande tempio di Tenochtitlàn, chiamato Teocalli, dedicato appunto ai due dèi. Spesso anche l’imperatore (ovvero il Tlatoani, «colui che comanda» o «colui che parla», nome dell’antica carica di comando militare) non si esimeva di uccidere personalmente vittime sulla sommità del tempio. Le vittime sacrificali venivano solitamente bardate con i particolari paramenti attribuiti agli dèi delle rispettive festività, in modo da rappresentare fedelmente la morte e resurrezione dei suddetti. Ciò avveniva nel caso di cerimonie come quelle di Tlacaxipeualitzli e di Teotleclo. Teotleclo, il «ritorno degli dèi» dedicato a Tezcatlipoca, veniva celebrato tra autunno e inverno (la cerimonia rappresentava il cammino percorso dal Sole nel corso dell’anno, la sua temporanea “morte” allo zenit e la sua futura rinascita).

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Il prigioniero di guerra considerato più degno veniva scelto per impersonare il dio; per un intero anno veniva onorato come un re, ricoperto degli ornamenti di Tezcatlipoca e poteva disporre di ben quattro donne e di un piccolo seguito personale. Al giorno convenuto, veniva recato in cima al tempio di Tenochtitlàn, afferrato da quattro sacerdoti e steso su lastra di pietra sacrificale. Il cuore veniva strappato, e la testa mozzata, dopo essere stata fatta rotolare giù per la scalinata occidentale (evidente riferimento alla discesa del Sole al tramonto), andava poi collocata nell’apposito tzompantli del tempio. Questo era un tipo di intelaiatura in legno documentata in diverse culture mesoamericane, che veniva usata per l’esposizione pubblica dei teschi umani delle vittime sacrificali.

La prassi della decollazione pare fosse in auge, secondo l’usanza tipicamente mesoamericana e sudamericana, come riflesso del concetto di una totale appropriazione dell’energia vitale della vittima. Questa idea del cranio come sede del potere dell’individuo sarebbe riscontrabile già dall’epoca olmeca (considerando le caratteristiche sculture litiche a forma di gigantesche teste, rinvenute nel sito di La Venta e San Lorenzo e risalenti al I millennio a.C.); il medesimo concetto ritorna nella cultura Maya come si può osservare negli affreschi di Bonampak, nella raffigurazione di un prigioniero sconfitto e trattenuto per i capelli da un capo militare, fino alle culture indigene dei Caxinauà brasiliani, degli Uitoto diffusi tra Perù e Colombia e degli Jivaros ecuadoriani (presso i quali è caratteristica la pratica della conciatura del cranio decapitato detta tzantza, termine dalla singolare assonanza con l’azteco tzompantli).

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Le donne azteche venivano sacrificate in riti finalizzati a propiziare la fertilità della terra. In sacrifici come questi, le donne danzavano rappresentando le dee della terra, prima di essere uccise dai sacerdoti. Questo esempio dimostra come spesso i riti aztechi assumessero la forma della pantomima, accompagnata da musica sacra (analogamente a quanto avveniva presso i Maya). Anche la festività dal programmatico nome di Tlacaxipeualitzli era un’accezione particolarmente macabra di questa tipologia di rituale. Il nome della celebrazione significa infatti «scorticamento di uomini», la festa del dio Xipe Totec (il «Signore scorticato», divinità di origine mixteca che gli Aztechi adottano come altra manifestazione di Tezcatlipoca), in occasione dell’equinozio di primavera.

L’usanza era di rivestire le vittime prescelte con le pelli dei prigionieri di guerra uccisi, prima che subissero l’asportazione del cuore. La simbologia dello scuoiamento si riferiva alla maturazione del seme di mais, che perde la scorza esterna per germogliare; allo stesso modo, Xipe Totec si era scorticato per nutrire l’umanità. Ovviamente era fondamentale, nell’officio dei riti, che i minimi dettagli venissero rispettati; numerose osservanze dovevano essere tenute in considerazione nella celebrazione, come digiuni, astinenza sessuale e tabù alimentari. Punizioni come ammende o penitenze corporali erano previste per gli officianti che non agivano correttamente.

Spesso ai sacrifici seguivano episodi di cannibalismo rituale, usanza particolarmente in auge nell’epoca tarda dell’Impero azteco, quando le uccisioni sacrificali divennero una pratica di livello collettivo e statale di cui un caso indicativo rimane l’inaugurazione del tempio di Tenochtitlán, quando, secondo fonti differenti, sarebbero stati trucidati diecimila o addirittura ventimila nemici prigionieri. Nella visione dell’Europea moderna, una pratica come quella dei sacrifici di massa con modalità alquanto efferate (celebre è l’aneddoto delle portate di carne umana, ovvero «cibo degli dèi», offerte agli uomini di Cortés come segno di rispetto e ospitalità) non poteva che venire incompresa e condannata, e ancora maggiore è la perplessità che può nascere, ad occhi moderni, di fronte ai netti e inconciliabili contrasti che paiono caratterizzare l’antica cultura azteca.

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Tale dualismo emerge evidente nel considerare, da una parte, le innegabili atrocità di massa compiute in ambito sacrificale e dall’altra opere come le graziose sculture rappresentanti il dio Xochipilli, simbolo della giovinezza, della musica e dei giochi, oppure nello scorrere celebri brani dell’antica lirica nahuatl, diversificata in numerosi generi come i «canti di guerra», i «canti fioriti» o i canti religiosi detti teocuicatl. Attribuita ad autori come sacerdoti e sovrani, da certa produzione poetica emerge una vena sognante e malinconica che vagheggia i mitici regni degli dèi e lamenta la finitudine della vita umana.

Ma proprio da una analisi in chiave tradizionalista si potrebbero desumere i motivi dell’esasperazione dei riti sacrificali che caratterizzò il tramonto della civiltà azteca, un fenomeno che si verificò in modo analogo nel periodo finale del mondo Maya. È stato sottolineato, ad esempio nel celebre Rivolta contro il mondo moderno di Evola, come al tempo della conquista spagnola la civiltà messicana si presentasse ormai decaduta in un «sinistro dionisismo» in cui il tema della guerra sacra e della morte eroica era ormai confuso e quasi surclassato dalla frenesia dei sacrifici di massa, in una sistematica distruzione della vita come disperato tentativo di mantenere il contatto con il Divino (anche fomentato, come si è detto, da condizioni ambientali estremamente ardue).

Lo stile di vita in cui versava l’impero azteco nel XVI secolo, quindi, starebbe a testimoniare che la grande tradizione messicana si trovava già da tempo sulla sua china discendente, poco prima del tragico epilogo a cui andò incontro per mano degli invasori spagnoli. I quali, per crudele ironia del destino, vennero peraltro accolti nelle terre di Montezuma proprio come emissari di Quetzalcoatl, ritornante dal suo antico esilio oltre il grande mare orientale. Corrispondenze nella pratica del sacrificio umano all’interno dei culti solari (e lunari) presso le culture tradizionali del Perù.

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Anche ad una visione superficiale, è evidente come nelle tradizioni mitologiche dell’America meridionale ricorrano figure ed eventi affini a quelli tramandati dalle culture messicane e nordamericane. È il caso degli dèi creatori o degli eroi civilizzatori, così come il ricordo di ere cosmiche precedenti (che, peraltro, rimanda naturalmente alla immane questione delle innegabili affinità, con le dovute differenze, riscontrabili in ambito indoeuropeo nella dottrina degli Yuga hindu e in quella delle età cicliche del mondo presso la tradizione ellenica e quella norrena) e di razze umane distrutte prima della creazione di quella attuale, di cui si ritrova traccia, ad esempio, presso la mitologia dei Caribi della Guyana.

Particolarmente significativo e ricorrente in questo senso è il mito del diluvio, tramandato presso gli Incas e presente nella mitologia mesoamericana: come accennato, un diluvio universale avrebbe infatti sancito la fine del Sole e del mondo precedente secondo la tradizione maya e azteca, e il medesimo mito ritorna, con le ovvie e peculiari variazioni, presso i Caxinauà brasiliani.  Ancora, anche nella mitologia del Perù arcaico i più importanti riti di rigenerazione cosmica vengono messi in atto nella volta celeste da quelli che venivano considerati i tre astri principali ovvero Sole, Luna e Venere, alla cui osservazione veniva attribuita un’importanza analoga a quella che si riscontra presso le culture del Mesoamerica.

Non sorprende quindi constatare presso i più antichi popoli delle zone andine, che fondarono nel corso di secoli una serie di organizzate civiltà statali (in seguito assoggettate alla supremazia ed egemonia culturale dell’impero Inca), l’usanza di riti sacrificali con caratteristiche e modalità affini a quelle delle culture mesoamericane. Ad esempio, analogamente alle deità come Quetzalcoatl e Uitzilopochtili, anche una importante figura della mitologia peruviana come il dio solare Inti è una ipostasi cosmica che deve percorrere il mondo notturno e ctonio, morire tramite un autosacrificio per poi rinascere ad una nuova identità recuperando il proprio ruolo nel cosmo. La stessa simbologia solare di morte e rinascita veniva assimilata alla divinità in forma di giaguaro che era venerata dall’antica cultura andina di Chavìn de Huàntar, civiltà sviluppatasi nelle Ande centrali tra il 1200 e il 400 a.C..

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Stele Raimondi, Chavin de Huantar, Perù

 

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