Lupercalia: le celebrazioni catartiche della Februa

(Articolo scritto da Ascanio Modena Altieri, originariamente pubblicato su L’Intellettuale Dissidente, in data 14 febbraio 2017.)

I primi raggi della civiltà di Roma e del mito nazionale Italico iniziano la loro grandiosa opera tra le contrade della Terra. Il colle Palatino è dimora della Lupa, la nutrice, salvatrice della divina coppia di infanti dalle acque del Tevere e dal maligno re di Alba Longa Amulio. Alle pendici del futuro colle dei Principi, dalle alte querce e dai favolosi boschi, si trova il Lupercale, la mitica grotta, casa della fatale fiera, ove il sangue delle prede e il latte delle mammelle si mischiano in un binomio di colori che, fra qualche secolo, diverrà imperitura impronta rituale e celebrativa. Non potevano tardare però ausili del fausto destino: i pastori consanguinei, Faustolo e Plistino, trovarono i due nobili in fasce e, previo sacro consenso della femminea bestia, decisero di portare i due nella loro capanna sul colle, pronti un giorno, a raccontare quale dignitosissimo sangue è quello che sgorga nelle loro vene. In principio fu Acca Larenzia, moglie di Faustolo, a prendersi cura dei figli del Dio Marte e di Rea Silvia, nella casa sul Palatino, finché i due non si appropriarono, in modalità differenti, delle già segnate sorti.

Nelle sue Vite Parallele, più specificatamente di Romolo e Cesare, Plutarco ci racconta capillarmente, dall’origine, fino agli svolgimenti in epoca imperiale, cosa sono e rappresentano i Lupercali. Ancora prima, Dionigi di Alicarnasso nelle sue Antichità romane ci narra del prodigioso evento incentrato sul ritrovamento dei gemelli e del loro allattamento.

Mito e realtà, simboli perduti e reperti ritrovati, fonti storiche e leggende, ci permettono di ricostruire in modo più dettagliato il corso di questo divino accadimento, divenuto rito ed infine atto folkloristico.

In qualità di festa essa risulta estremamente arcaica, preromana a livello culturale, potendo essere accostabile ad altre celebrazioni ancestrali come quelle degli Hirpi Sorani – dal Sabino hirpus, ovvero lupo –  sacerdoti preposti al culto di Soranus, una divinità ctonia venerata in un santuario sul Monte Soratte da numerosi popoli centro italici, spesso accumunata a Tinia Calusna – Giove infernale – oppure al ben più noto Apollo Sur o Suri – rispettivamente “Nero” o “Dal luogo oscuro” ovvero il regno di Dite – una antica rappresentazione del sole nero. Vediamo dunque, come queste due divinità, già conosciute soprattutto nel mondo etrusco e umbro/latino, siano state sincretizzate in un unico culto iniziatico ma allo stesso tempo di carattere pubblico, volto a ingraziarsi e richiamare le potenze divine, in vista del nuovo anno – religiosamente parlando, i nostri Avi festeggiavano capodanno il 1° marzo – e in attesa della primavera oramai alle porte.

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I Lupercalia in uno studio di Annibale Carracci.

Febbraio infatti, era il mese della purificazione grazie ai forti acquazzoni che andavano a inondare la terra preparandola per le stagioni migliori. Già per gli Etruschi e per i Sabini, come ci riporta abbondantemente Ovidio nei Fasti, tale mese serbava la celebrazione catartica di Februa/Februatio e molte altre importanti festività: la fondazione del Tempio di Juno Sospita il 1°, i Ludi Genialici l’11, il Regifugium il 24 e gli Equirria il 27, giusto per citarne alcune. Queste, attorniavano le grandi celebrazioni dei Parentalia, la festa di nove giorni che partiva dal 13, dì della fondazione del tempio di Fauno sull’Isola Tiberina, per giungere fino al 22 con i Caristia, sugellati il 23 dai Terminalia, istituiti per la prima volta dal Re Numa Pompilio in onore al Dio Terminus, patrono dei confini.

Nel vasto arco dei Parentalia, ritroviamo anche i Quirinalia il 17 e i Feralia il 21, mentre i Lupercalia si innestavano al centro del mese, fra il 13 e il 15. Februus ne fu la divinità allegorica, colui che purifica e che si accosterà poi alla romana Febris, Dea delle febbri e della malaria e pertanto, collegata al mondo infero e ctonio. La catarsi coincide dunque con la morte e l’imminente rinascita, come vedremo a brevissimo. Fin dall’epoca ancestrale, secondo le tradizioni regie, la schiera dei luperci, retti in un gruppo unico, erano suddivisi in due fazioni da dodici membri, rispettivamente formate dai Fabiani – Gens Fabia, una delle tribù originarie di Roma – e dai Quinziali – Gens Quinctia, la quale appare per la prima volta in epoca primo repubblicana – poi affiancati per breve tempo da un terzo gruppo creato appositamente da Caio Giulio Cesare a dittatura perpetua già ottenuta, ovvero i Giuliani – Gens Iulia – secondo quanto ci riporta anche il grande storico dei popoli indoeuropei Georges Dumézil [cfr. Metamorfosi e battaglie rituali nel mito e nel folklore delle popolazioni eurasiatiche].

Le modalità del rito prevedevano una completa dedizione sia da parte dei diretti partecipanti che dalla popolazione dell’Urbe, pertanto, la festa veniva celebrata in ambito dei dies nefasti, i giorni del completo distacco dalle attività giudiziarie e più in generale lavorative – i dies fasti ne sono la naturale controparte – ma prima di passare alle specifiche è giusto ricordare il cambio di rango effettuato per tale festività. Dagli inizi, fino al Divo Augusto, i partecipanti diretti alle celebrazioni derivavano, in modo intuibile, da famiglie patrizie, solo dal primo Imperatore in poi, i giovani membri nobili vennero sostituiti dagli equestri, per questioni di decoro. Sempre Plutarco, ci spiega la dimensione iniziatica del rito:

ogni anno, due nuovi luperci venivano selezionati per i gruppi e successivamente condotti nella dimensione metafisica e spirituale della festa.

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Ara dedicata agli Dei Marte, Venere e Silvano, tre divinità strettamente collegate ai gemelli. Sul bassorilievo, similmente alla scena dell’Ara Pacis, viene rappresentato il Lupercale con annesso allattamento, circondato da animali boschivi. Al centro, nei pressi della grotta, si trovano Faustolo e Plistino, mentre ai lati troviamo due allegorie geografiche: in alto a sinistra il Palatino, in basso a destra il Tevere. A difendere il Lupercale ritroviamo l’aquila, qui simboleggiante Giove e la regalità divina dei gemelli.

Il 15, dunque, tutti i partecipanti al rito si introducevano all’interno della splendida e magnificamente decorata grotta della Lupa, il tempio Lupercale. I principianti assistevano al sacrificio di un numero non ben precisato di capre, probabilmente di sesso maschile e di un cane, in quanto animale strettamente legato al lupo e coerente vittima del luperco, ossia il venator; poco dopo era il turno delle vergini Vestali, le quali bruciavano pani ottenuti con le spighe della mietitura dell’anno passato. Mentre i luperci già scafati scuoiavano i caproni spirati e ne indossavano le pelli – coprendosi le nudità – i due iniziati ricevevano un marchio, posto sulla fronte per mezzo di un coltello intinto del sangue degli animali sacrificati. Marcato il segno, esso veniva poi asciugato con candida lana intinta nel latte caprino e qui, si univano nuovamente le due cromie ancestrali, mentre i nuovi sacerdoti luperci sbottavano in una fragorosa risata, reazione da ricondurre alla nascita – il pianto liberatorio del neonato – a sua volta collegata al latte purificatore del sangue, qui inteso come simbolo di trapasso.

Già è chiara, nella fase ermetica del rito, l’intenzione di percorrere l’iter naturale della dipartita fisica alla conseguente rinascita metafisica, in un’ottica purificatrice e rinnovatrice.

L’uomo, non potendo completamente comprendere la potenza divina, si ritrova proiettato in un regno soprannaturale, scortato dai compagni iniziati, i quali ne annientano le doti mondane e ne risvegliano contemporaneamente quelle mistiche, conferendo all’individuo non solo un memento mori, ma anche una consapevolezza delle potenzialità magiche dell’essere mortale. I sacerdoti si sono trasmutati, similmente a come narrano le leggende dei primi sciamani paleolitici indoeuropei, signori di portenti e grandi conoscitori della magia: da uomini, sono diventati capre, tentando di somigliare al Dio Lupercus/Faunus/Pan, custode dei segreti silvani ed entità protettiva dei campi e dei raccolti, nonché ultimo vero patrono dei Lupercalia [cfr. Da Pan al Diavolo: la ‘demonizzazione’ e la rimozione degli antichi culti europei].

Dopo il banchetto rituale, consumato voracemente, tutti i sacerdoti, blandamente coperti dalle pelli di capra,si catapultavano rocambolescamente fuori dalla grotta brandendo lunghe listarelle, sempre in pelle caprina, chiamate februa o amiculum Iunonis, ottenute durante lo scuoiamento degli animali. In un frenetico giro attorno al Palatino, seguendo l’arcaica tradizione di tracciare l’invisibile quadrato sacro attorno ai greggi per proteggerli dai lupi, i sacerdoti assumevano una terza identità sacra, quella dei lupi stessi, divenendo così uomini capra/lupo. Onorando Pan Liceo, l’uomo diventava animale e dunque, si immergeva in una dimensione caotica ma allo stesso tempo dominata dalle leggi naturali, fattisi così baluardi e tramiti fra il mondo reale e quello magico, i sacerdoti principiavano la fase pubblica del rito. Una moltitudine di persone, soprattutto donne, giungevano attorno al Palatino ad assistere alla corsa sacra; in epoca arcaica, esse prestavano il ventre, invece, in tempi più recenti, solo le mani, affinché i sacerdoti bestia, detentori di un immane potere magico, potessero fustigarle con le fruste caprine e di conseguenza renderle fertili, come il suolo che già da qualche momento stavano battendo, con la medesima finalità, attorno alle pendici del sacro colle. Non deve stupire un simile approccio: la donna è assimilata alla Terra, mentre l’uomo è irrigatore e fertilizzatore di essa, tutto è secondo il volere cosmico.

L’uomo, nella sua accezione faunesca e caprina, diventa fecondatore animalesco, mentre in quella di lupo, protettore apotropaico; si chiude così la primordiale celebrazione della ierogamia tellurica a beneficio della comunità, prima rilegata alla realtà italica, poi divenuta totalizzante nel mondo mediterraneo.

Storicamente, rimangono celebri i Lupercali del 44 a.e.v. quando Cesare, in modo più o meno preimpostato, venne ritualmente assalito da Marco Antonio, brandente un diadema regale. Plausibilmente,Cesare sperava di potersi far incoronare re durante le concitate celebrazioni dal suo luogotenente, tuttavia il popolo mal tollerò il gesto, così il grande condottiero rifiutò la corona servitagli d’improvviso e di tutta risposta, la offrì al Tempio di Giove Capitolino. In qualità di festa popolare, i Lupercali continuarono ad essere celebrati anche dopo gli idioti editti teodosiani – dobbiamo iniziare a permetterci di definire le plateali indecenze storiche per quel che sono – per una parte del V secolo p.e.v. una volta sotto Antemio Procopio – Imperatore d’Occidente dal 467 al 472 – fino all’episcopato di Gelasio I, quando a Roma, un certo senatore Andromaco non la fece ristabilire affinché le antiche divinità potessero placare una gravissima pestilenza che aveva oramai decimato la popolazione urbana.

Il vescovo di Roma, scritta una brutale e violenta invettiva contro tale proposta – Adversus Andromachum senatorem – nell’anno 495 p.e.v. proibì alla cittadinanza cristiana di partecipare al rituale. Nel VII secolo, affinché non vi potessero essere più appigli per tornare a festeggiare i Lupercali, la chiesa cattolica impose la celebrazione della “Candelora” il 2 febbraio, andando così a coprire il retaggio delle festività in onore di Giunione Sospita e della Februa.

Oggi, siamo capaci di poter cristallinamente riconoscere la buona dalla malafede storica e religiosa, per simili motivi quindi, non possiamo che rallegrarci di aver sconfitto l’ignoranza e, a modo nostro, il furbesco e lestofante monoteismo.

Marte e Venere, nella narrazione di Esiodo della Teogonia generano quel calore, quel tepore che apparirà a noi come Amore, l’antropomorfa manifestazione dell’universale sentimento che ci lega alle nostre tradizioni indigene e ai nostri cari. Il rito ci è lontano, ma non il memento, per questo, onorando la selvaggia e silvana natura, onoriamo anche gli spiriti custodi e i loro antichi sacerdoti. Anziché perderci in inutili consumismi e pagliaccesche e scopiazzate idolatrie mascherate, torniamo ad amarci e a fecondare consapevolmente, che sia un bosco fisico o astratto o una vita esistente o in attesa di vedere la luce, in memoria della festa dei Lupercalia.

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Mosaico raffigurante il Dio Pan/Faunus, sincretizzabile con Luperco. L’opera è databile ad un periodo che spazia dal regno di Antonino Pio, fino a quello di Commodo ed oggi è conservato presso il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

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