Storia segreta della conquista del Perù: il sogno profetico dell’Inca Viracocha e la venuta degli Spagnoli

In un saggio precedente di questo ciclo [cfr. Viracocha e i miti delle origini: creazione del mondo, antropogenesi, miti di fondazione] abbiamo avuto modo di distinguere, nella tradizione andina, tre tipi di personaggi denominati “Viracocha”: il dio creatore delle origini, che abbiamo chiamato “Viracocha divino”; l’eroe civilizzatore dell’inizio dell’èra del “Quinto Sole”, creatore di Tiahuanaco, che abbiamo definito “Viracocha leggendario”; e infine un personaggio storico, l’ottavo sovrano Inca, l’Inca Viracocha. Se dei primi due abbiamo detto a sufficienza, ci rimane adesso da indagare il ruolo del terzo, rifacendoci alla cronaca più indicata nello studio della dinastia reale incaica dei “Figli del Sole”. Stiamo parlando ovviamente dei Commentari Reali di Garcilaso Inca de la Vega, unica fonte antica che ha il sommo merito di elencare, uno dopo l’altro e con relative imprese, i dodici Inca che governarono nei secoli l’impero del Tahuantinsuyu.

Garcilaso descrisse con grande efficacia come, ancora bambino, fu portato dal futuro cronista Polo de Ondegardo a visionare una fila di mummie appoggiate a una parete, in una stanza della sua casa a Cusco: i corpi degli inca passati, che egli aveva salvato dalla distruzione. Il piccolo Garcilaso rimase molto colpito da una delle mummie la quale, a differenza delle altre, aveva i capelli “bianchi come la neve”. Ondegardo gli disse che quella era la mummia dell’ottavo principe del sole, l’ “Inca bianco”: Viracocha. Da una testimonianza simile, verrebbe naturale desumere che il suo nominativo regale derivasse proprio dalla sua somiglianza esteriore con il Viracocha leggendario, così come tramandato dal mito. Gli antichi cronisti affermano che tale sovrano era di pelle bianca e barbuto, e nondimeno definiscono sua moglie “bianca come un uovo” [Honoré, p.22]. Tuttavia, secondo altri autori, l’ottavo Inca avrebbe preso il nome dalla divinità suprema del pantheon andino in virtù della restaurazione, avvenuta sotto il suo comando, del culto originario di Viracocha ai danni del culto di Inti, dio del Sole.

brooklyn_museum_-_viracocha_eighth_inca_1_of_14_portraits_of_inca_kings_-_overall
L’Inca Viracocha, ottavo sovrano del Tahuantinsuyu.

Il sogno profetico e la venuta dei “viracochas”

Ma il redattore dei Commentari Reali ipotizza un’altra tesi: egli afferma [Libro V, p.191] che l’ottavo Inca sarebbe stato denominato così a causa di un sogno profetico, in cui gli apparve il dio in persona per avvertirlo della futura venuta degli Spagnoli. In questa visione notturna fu mostrato all’Inca come un giorno sarebbero giunti uomini bianchi e barbuti che avrebbero posto fine sia all’impero dei “Figli del Sole” che ai culti ancestrali. Tenuto conto delle implicazioni nefaste di una simile rivelazione al popolo, si decise che tale profezia avrebbe dovuto rimanere segreta e trasmessa oralmente da ogni sovrano Inca al suo successore, “in modo che la dignità degli Inca e la loro presunta origine soprannaturale non siano messe in alcun modo in dubbio.

C’è qui da sottolineare come, in virtù del ricordo del sogno profetico dell’ottavo sovrano del Tahuantinsuyu, oltre che per le peculiari—per una popolazione di etnia amerindia—caratteristiche fisiognomiche (ricordiamo che la barba era una prerogativa dei Viracochas, misteriosi costruttori di Tiahuanaco che si credevano legati al mito della creazione dell’umanità del “Quinto Sole”) [cfr. L’enigma di Tiahuanaco, culla degli Inca e “Isola della Creazione” nella mitologia andina], gli Spagnoli al loro arrivo furono ritenuti essere dai nativi “i figli e gli inviati del dio Viracocha”, e questo è il motivo per cui venivano genericamente chiamati viracochas [Libro V, p.192].

Cieza de León scrisse che il nome “Viracocha” fu attribuito per la prima volta agli Spagnoli dai seguaci di Huascar (il quale al tempo del loro arrivo contendeva il potere con il fratello Atahualpa, reo di orribili stragi nei confronti della fazione opposta), ai quali i conquistadores apparirono come liberatori, simili a dèi. Sarmiento de Gamboa scrisse che gli Spagnoli erano apparsi improvvisamente e misteriosamente dal quel medesimo mare verso il quale, un tempo, il dio Viracocha era partito: anche la direzione di provenienza dei vascelli degli Spagnoli, dunque, contribuirono a dare credito alle antiche profezie. Con gli argomenti che abbiamo appena esaminato gli storici generalmente interpretano l’atteggiamento, altrimenti inspiegabile, degli invasi di fronte all’invasore e il tono, tra lo struggente e il surreale, con cui gli ultimi Inca accettarono passivamente la conquista che era in procinto di compiersi.

db5cu

Prodigi funesti antecedenti la conquista

Nel libro IX dei Commentari Reali Garcilaso descrive, con la solita prosa ricca di avvenimenti al confine tra lo storico e il mitico, una serie di prodigi negativi che si verificarono nell’impero inca tre anni avanti lo sbarco dei primi invasori Spagnoli, sotto il regno di Huaina Capac, dodicesimo e ultimo sovrano. Durante l’Inti Raimi, la tradizionale festa del Sole che si celebrava durante i solstizi, un’aquila reale (secondo altri un condor) venne abbattuta da uno stormo di avvoltoi e cadde proprio ai piedi di Huaina Capac, implorando il suo aiuto. I sacerdoti del tempio, ricordando il sogno dell’Inca Viracocha, videro con orrore nell’impotente rapace agonizzante l’impero dei “Figli del Sole” che giungeva al suo termine, e nei sinistri avvoltoi i suoi futuri invasori: gli Spagnoli.

A questo prodigio seguirono eventi sempre più sinistri e catastrofici: si verificarono terremoti, inondazioni e un numero sempre crescente di comete solcò i cieli. Infine, in una notte inusualmente luminosa, “una curiosa, misteriosa paura aleggiò su tutto il Perù, quando la Luna apparve con un grosso alone formato da tre anelli: il primo era colore del sangue, il secondo nero verdastro e il terzo sembrava essere fatto di fumo” [Libro IX, p.357]Gli operatori del tempio interpretarono inorriditi anche questo segno: il primo anello svelava che il sangue della stirpe sarebbe stato versato e irrimediabilmente sparso; il secondo anello veicolava l’idea di una costrizione esterna che avrebbe stritolato ed eliminato l’organizzazione imperiale e i culti ancestrali; l’anello di fumo, infine, stava a significare che “tutto ciò che gli antenati hanno compiuto, svanirà come fumo [Libro IX, p.358]: le tradizioni antiche saranno perdute per sempre. Naturalmente, questa spaventosa serie di auspici avversi non faceva altro che confermare il sospetto che già serpeggiava da tempo nella corte reale, e l’arrivo da lì a breve dei primi Spagnoli non fece che confermare ulteriormente che la profezia dell’Inca Viracocha stava per avverarsi.

Ci si permetta ora un breve excursus riguardante questi “prodigi”. L’appassionato di cronache storiche avrà notato come non di rado nelle narrazioni riguardanti fatti epocali nella storia di una civiltà—fatti che spesso costituiscono il punto di passaggio da un’epoca alla successiva (nella trad. andina: pachacuti)—, ai cambiamenti cosmici si accompagnino fenomeni empirici di natura eccezionale, quali appunto catastrofi e prodigi. In questo senso, notiamo come—in ambiti territoriali così lontani—le narrazioni tradizionali colleghino sempre un accadimento particolarmente infausto (ad es. il sogno nefasto dell’Inca Viracocha, l’assassinio di Giulio Cesare, la morte di Gesù Cristo)* a una serie di prodigi naturali (l’eclissi di luna o di sole, terremoti ed eruzioni vulcaniche) e sovrannaturali (quali l’apparizione dei morti, o gli animali dotati di parola), come se la natura stessa—e l’intelligenza occulta che la governa—si unissero in cordoglio alle doglie dell’umanità sofferente, quasi ci fosse una comunione financo empiricamente sperimentabile tra la coscienza interiore dell’uomo e la rappresentazione esteriore del Mundus.


* Fu Virgilio a narrare i fatti straordinari che occorsero dopo l’assassinio di Giulio Cesare: innanzitutto si assistette ad un’eclissi solare (il Poeta scrive: “Chi osa chiamare mendace il sole? Talvolta anche ci avverte che covano ciechi tumulti e perfidie, e in segreto fomentano guerre. Ed anche alla morte di Cesare pianse con Roma, coprendosi di oscura caligine il volto splendente e il maledetto secolo temette la tenebra eterna.”); poi precipitarono “globi di fuoco” e piogge di fiamme dal cielo, ovvero i vulcani eruttarono (“Quante volte vedemmo nei campi dei Ciclopi dell’Etna dilagar dalle rotte fornaci, rovesciando globi di fuoco e liquide lave!”); si udirono boati e altri rumori strani provenire dal cielo, e apparvero creature mai viste prima (“Le scolte in Germania udirono in cielo clangore d’arme e tremuoti insoliti scossero l’Alpi. Più volte anche fu udita nei taciti boschi una grande voce e furono visti strani, pallidi spettri nell’ombra della notte.”). Infine, simbolo definitivo del ribaltamento completo di ogni ordine naturale, furono visti, “inaudito, parlare gli animali”, i fiumi si fermarono, avvennero terremoti, all’interno dei templi le statue di bronzo degli dèi prodigiosamente sudarono.
Per quanto riguarda la tradizione giudaico-cristiana, secondo i vangeli sinottici, in seguito alla morte sulla croce di Gesù egualmente si verificarono simili prodigi: occorse una eclissi di Sole che durò alcune ore, durante le quali avvenne un terremoto che distrusse il velo del tempio di Gerusalemme e a cui seguirono infine le “apparizioni dei morti”, similmente al racconto di Virgilio (Matteo 51-53: “Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.”).

Giustamente, a nostro parere, ipotizzò Jünger quando scrisse [Al muro del tempo, p.217]:

“Che una spinta organica sia non solo accompagnata ma anche preannunciata da segni cosmici e tellurici è estremamente probabile; si potrebbe pensare a una sorta di contrazione, di periodiche doglie di cui la natura intera soffre.”

In queste “periodiche doglie” della natura—o, per meglio dire, del cosmo inteso come “ordine dello spazio-tempo”—possiamo individuare le intersezioni tra le ère, età o “Soli” delle dottrine tradizionali, i pralaya tra le varie “espirazioni e inspirazioni di Brahma” della tradizione indù—e in questi fenomeni particolarmente significativi quali la morte dell’eroe o il sogno profetico dell’Inca Viracocha scorgiamo le manifestazioni sul piano cronico e terrestre—potremmo quasi dire le “pietre miliari” poste sull’autostrada di Kronos—, annuncianti l’imminente cambiamento di stato del cosmo e, di conseguenza, del mondo-Terra e, in ultima analisi, dell’umanità stessa.

In questi momenti critici di transizione da un ciclo al successivo, cui la tradizione andina si riferisce con il termine pachacuti [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina], tutto appare invero rivoltato come un guanto: l’ordine sociale, il destino dell’eroe, i movimenti tellurici e il procedere degli astri, il dono della parola alle bestie. E tuttavia, proprio tale inversione nel funzionamento del cosmo—che, come si sarà notato, si verifica su più livelli: cosmico, tellurico, umano; vale a dire i “Tre Mondi”, celeste terreste e sotterraneo, della tradizione andina—proprio tale ribaltamento della norma è funzionale a esteriorizzare un imminente cambiamento di stato che ha da verificarsi, non tanto per particolari colpe dell’umanità quanto per il necessario rinnovamento del cosmo.

huayna-capac.jpg
Huaina Capac, dodicesimo e ultimo Inca.

Huaina Capac, Atahualpa e il compimento della profezia

Abbiamo detto che l’ultimo dei dodici sovrani Inca riconosciuti dagli annali di Garcilaso fu Huaina Capac. In seguito alla sua dipartita, il Tahuantinsuyu conobbe una feroce guerra civile tra i sostenitori di Huascar e quelli di Atahualpa, entrambi figli di Huaina Capac, per la presa del potere. Atahualpa, figlio “bastardo” di Huaina, si dimostrò particolarmente crudele nei confronti del fratello (che formalmente avrebbe dovuto diventare il 13esimo Inca) e dei suoi adepti, che uccise in grandissimo numero in quella che oggi la storiografia ricorda come una vero e proprio massacro. Ancora prima dell’arrivo degli Spagnoli, dunque, il popolo andino già si era calato in un dramma collettivo di caos e morte, probabilmente anche per effetto delle sinistre profezie cui sempre più spesso si faceva riferimento. D’altronde, proprio riallacciandosi al sogno profetico dell’Inca Viracocha, Huaina Capac, si rivolse ai suoi figli prima di esalare l’ultimo respiro, pronunciando queste parole [Garcilaso, Libro IX, pp.360-361]:

“Nostro Padre il Sole ci rivelò molto tempo fa che ci sarebbero stati dodici Inca, suoi stessi figli, a regnare; [e ci rivelò che] dopo di essi, sarebbero arrivate genti sconosciute; che avrebbero ottenuto il comando sottomettendo il nostro regno al loro Impero, così come sarebbe accaduto a molte altre terre. Io credo che le persone che sono giunte di recente sulle nostre coste sono colui a cui [Nostro Padre il Sole] si riferiva. Sono uomini forti, potenti, che vi supereranno in ogni cosa. Il regno dei dodici Inca finisce con me […] Io vi ordino di obbedire loro e di servirli, allo stesso modo in cui ognuno dovrebbe servire chi gli è superiore; perché la loro legge sarà migliore della nostra, e le loro armi più potenti e invincibili.”

1995.29.14.bt_SL1.jpg
Atahualpa, figlio “bastardo” di Huaina Capac.

Di queste raccomandazioni—con tutte le estreme conseguenze storiche che si sono poi verificate—terranno conto gli ultimi inca quando si troveranno al cospetto degli Spagnoli. Per questo motivo, Atahualpa si rivolse ad essi in maniera reverenziale oltre l’assurdo [Garcilaso, Libro X, p.403]:

“Noi riteniamo che voi siate figli del nostro grande dio Viracocha e messaggeri di Pachacamac. Nostro padre ci ha lasciato le istruzioni per servirvi e venerarvi […] e nessuno oserà impugnare le armi contro di voi. Potete fare di noi quello che desiderate, e se è vostro desiderio che noi periamo, sarà per noi motivo di orgoglio e gloria morire per mano dei messaggeri di Dio. Le vostre azioni e il vostro solo arrivo ci ha dato, invero, prova che Dio vi comanda e che vi ha inviato a noi.”

A conferma dell’atteggiamento che possiamo definire di “nichilistica passività”, è significativo come Garcilaso affermi che per Atahualpa resistere agli Spagnoli sarebbe stato contemporaneamente “vano e criminale”, ovvero inutile e peccaminoso. Solo successivamente egli si renderà pienamente conto che le azioni degli Spagnoli non corrispondono affatto agli atti di un ideale squadrone di messaggeri divini: le feroci stragi ingiustificate di nativi non lasciavano dubbi a riguardo. Per questo, in un secondo momento, Atahualpa esprime la sua costernazione agli invasori, dopo un lungo preambolo con il quale si riallaccia nuovamente ai contenuti mitici del sogno profetico dell’ottavo Inca, dicendo loro [Garcilaso, Libro X, pp.415-416]:

“[Mio padre, Huaina Capac] ci ha ordinato, nel suo capezzale, di servire e onorare gli uomini barbuti, come voi stessi, che sarebbero giunti nella nostra terra dopo la sua dipartita […] e ci ha detto che le loro leggi, i loro costumi, la loro scienza e il loro coraggio sarebbero stati più grandi dei nostri. Questo è il motivo per cui vi chiamiamo Viracochas, con ciò intendendo che siete i messaggeri del grande dio Viracocha: la sua volontà e la sua indignazione non possono essere che giusti, e d’altra parte chi può resistere alla forza delle sue braccia? Ma egli è anche pieno di pietà e misericordia, e quindi voi, che siete i suoi messaggeri e i suoi ministri, voi che non siete umani ma divini, come potete permettere una simile serie di crimini, di devastazioni, di saccheggi, e tutte le altre crudeltà che si sono ripetute a Tumbez e nelle altre regioni in cui siete passati?”

cuau95_2
Incontro tra Hernando Pizarro e Atahualpa.

I quattro Viracocha

La visione dell’Inca Viracocha e le raccomandazioni di Huaina Capac, alla luce di quanto seguirà, assumono un significato che va oltre il surreale e il drammatico: il Mito e la Storia, intersecandosi, influenzandosi a vicenda, ci forniscono l’esemplificazione della dottrina incaica del pachacuti e dello scorrere ciclico delle ère cosmiche. In questo snodarsi, da secolo in secolo, di vicende esemplari, la Storia ci fornisce infatti il simbolo supremo della ciclicità del tempo: nel filo d’oro delle narrazioni mitiche, appare da una parte il Viracocha leggendario (che visita in sogno l’Inca Viracocha, avvisandolo della futura venuta degli Spagnoli), dall’altra il Viracocha storico, ottavo sovrano del Tahuantinsuyu, dalla cui visione onirica verrà influenzata tutta la storia a seguire.

Ma—ci viene da notare—un altro “Viracocha” si impone, infine, sulla scena. Dopo un Viracocha creatore, uno civilizzatore e uno riformatore, ecco il quarto e ultimo: un “Viracocha distruttore”, nei panni, ovviamente, di Hernando Pizarro, il quale, in virtù della potenza delle armi, non ci mise molto tempo a guadagnarsi il titolo di “Viracocha” e di “Inca”. D’altra parte, gli andini stessi credevano che egli fosse un avatar del dio, giunto a punirli per le loro inadempienze. Questo quadruplice schema rintracciabile nella tradizione andina sin dal suo mito più antico (la divisione del Tahuantinsuyu; il computo dei “Soli” escluso il primo, che si ritiene avvolto da una sorta di “tenebra primordiale” e perciò si differenzia ontologicamente dai 4 successivi) ben si presta ad un confronto con le dottrine tradizionali del mondo antico, e segnatamente in questa sede con quelle riguardanti l’essenza ciclica del tempo, la sua composizione in eoni e la suddivisione di questi ultimi in quattro periodi, quali gli yuga indù e le età della tradizione greco-romana [cfr. Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina].

Devesi a questo proposito sottolineare quanto già ribadito da molti autori, tra cui il filosofo Ernst Jūnger, e cioè che “la suddivisione fatta dagli antichi in età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro non si riferisce ai metalli in senso materiale”—come si fa comunemente in geologia parlando di  “età della pietra”, “età del bronzo”, etc.—, ma piuttosto è “affine al modo in cui gli alchimisti parlano dei metalli: le proprietà sono virtù dell’essere” [Al muro del tempo, p.105]. Con questa premessa, ritornando a quanto dicevamo in precedenza, idealmente potremmo enumerare nella tradizione (mitico-storica) inca quattro Viracocha, che potremmo definire esiodamente:

1. Un “Viracocha d’Oro”: il dio creatore delle origini, connesso alla creazione del cosmo e dell’uomo e al ricordo sbiadito di un’età aurea primordiale. L’oro è tradizionalmente legato al Sole, e quindi alla creazione e alla nascita (connessa al simbolo dell’Alba), oltre che ad uno stato primigenio e puro, ancora indiviso e indifferenziato, dell’essere.

2. Un “Viracocha d’Argento”: l’eroe culturale dalla barba canuta, pallido come la luna, iniziatore delle arti e della cultura; l’argento essendo tradizionalmente legato all’astro selenico, e quindi alla notte e all’iniziazione. In questa fase (l’inizio del “Quinto Sole”) l’umanità appare simile alla razza d’argento di Esiodo, descritta come “fanciullesca” e “immatura”, lontano dai fasti dell’età precedente.

3. Un “Viracocha di Bronzo”: il Viracocha storico, importante riformatore religioso nonché ardito sovrano, noto per aver attuato tattiche militari di grande successo sin dalla giovane età e per aver governato con saggezza l’impero durante tutto il suo regno, reintroducendo il culto di Viracocha. Essendo il bronzo una lega di rame con un metallo variabile (che può essere alluminio, nichel, berillio o stagno), ed essendo il rame tradizionalmente legato a Venere, è significativo ritrovare nel suo personaggio tutte quelle caratteristiche eroiche e per così dire titaniche che la tradizione connette al simbolismo del “Portatore di Luce” (Venere/Lucifero/Prometeo). D’altronde, l’Inca Viracocha ricopre alla perfezione il duplice simbolismo dell’astro più luminoso: da una parte di Stella del Mattino, in quanto iniziatore di una nuova èra di culto, dall’altra di Stella della Sera, avendo annunciato con la sua visione la futura fine dell’Impero.

4. E infine, un “Viracocha di Ferro”, vale a dire il conquistador Pizarro, il quale, similmente al metallo che lo rappresenta, influisce sulla storia andina unicamente con la forza bruta, facendo ciò che è tradizionalmente tipico del ferro: ferire indelebilmente (l’anima collettiva del popolo andino per i secoli a seguire) e tagliare (con lui si conclude la storia della civiltà andina). Si potrebbe miticamente dire che egli, nell’economia della tradizione inca, incarni l’archetipo del “dio irato” che, tornato al suo popolo dopo una lunga assenza, lo punisce per le sue “inadempienze”, ponendo fine alla sua esistenza con una catastrofe (diluvio, pioggia infuocata, etc.). D’altro canto, Sarmiento de Gamboa tramanda che Atahualpa identificava senza alcun dubbio Pizarro con il dio in persona, tornato da Oriente per riprendere possesso dell’impero da lui creato [Hemming, p.514].

Pensiamo di aver messo abbastanza carne al fuoco e riteniamo che ai fini della comprensione mitica più che storica del ciclo andino-incaico siano più pertinenti analisi fondate sul simbolo e sull’archetipo più che su spiegazioni di tipo storico-razionale; ragion per cui eviteremo di operare una disamina riguardante il ruolo prettamente storico di Pizarro e dei conquistadores, avendo però sottolineato doverosamente la loro funzione simbolico-archetipica all’interno della concezione tradizionale del pachacuti. Perciò, per concludere, ci limitiamo a citare un illuminato (e poco conosciuto) aforisma di Ugo Foscolo, che recita testualmente [cit. in Leonardi, p.67]:

“Dalla favola sotto apparenza di storia e dalla storia vestita di favola, emerge ugualmente la realtà nuda di quei fatti che sono certi e perpetui perché essi stanno nella natura invariabile delle cose.”

c658442cde0a3d42dc150f76538417a8


Bibliografia:

  1. John Hemming, La fine degli Incas (Rizzoli, Milano, 1975).
  2. Ernst Jünger, Al muro del tempo (Adelphi, Milano, 2012).
  3. Garcilaso Inca de la Vega, The Royal Commentaries of the Inca (El Lector, Arequipa, 2008).
  4. Pierre Honoré, Ho trovato il Dio bianco (Garzanti, Milano, 1963).
  5. Evelino Leonardi, Le origini dell’uomo (1937).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...