Le lontane origini del Carnevale sardo

Un avvincente viaggio alla scoperta del legame tra le festività carnevalesche, fiore all’occhiello del folklore della Sardegna, e i culti ancestrali che ne segnarono il passato


di Alberto Massaiu

Articolo originariamente pubblicato sul blog dell’autore in data 15 febbraio 2015. Dal momento che la relazione qui riportata riprende temi già trattati nel nostro sito, verrà fatta menzione di articoli precedente pubblicati laddove essi possano chiarificare alcuni punti del discorso che altrimenti potrebbero risultare oscuri.


Quello che sto per andare a raccontavi in questo articolo è frutto delle suggestioni derivate dalla lettura di un libro di Dolores Turchi, una studiosa di tradizioni popolari mediterranee. La fama delle arcaiche, affascinati e inquietanti maschere sarde raggiunge lidi ben più estesi di quelli nazionali. Stranieri da tutto il mondo si recano in Sardegna durante il periodo carnevalizio, oppure durante le sagre estive o ancora in celebri sfilate come la Cavalcata Sarda di Sassari, a maggio, occasione unica dove si possono trovare, concentrate in un unico luogo, le maschere più famose, come i celeberrimi mamuthones, i boes e i merdùles.

Bene, questo articolo si addentrerà nelle tenebre della tradizione orale e della consuetudine. Poco o nulla di cui parleremo proviene dalla tradizione storica, perlomeno nell’accezione accademica dove per storia intendiamo quanto possiamo provare su testi, documenti, reperti. Insieme vagheremo nel mondo del folklore più antico e di una religione pagana antichissima. Il nostro cammino si basa soprattutto su ricordi di anziani, su ricostruzioni ipotetiche, su collegamenti e accostamenti con riti e tradizioni da lungo tempo perdute. Allacciatevi le cinture e preparatevi ad immergervi in un mondo per noi totalmente alieno.

Iniziamo con alcune considerazioni storiografiche (si, saranno le uniche, ve lo garantisco) che ci aiuteranno ad inquadrare meglio quello che andremo a vedere assieme. Le origini del carnevale sardo risalgono ad almeno a 3.000 anni fa e hanno subito, nei secoli, tutta una serie di infiltrazioni, contaminazioni, rivoluzioni e sovrapposizioni culturali da parte dei tanti popoli venuto da oltremare. Il colpo più grosso, da un punto di vista antropologico, venne sferrato in seguito all’affermarsi del Cristianesimo, che come sua consuetudine cercò di sovrapporsi e di inglobare la tradizione pagana, “addomesticandone” le parti più in contrasto con i suoi principi e svuotando del senso originario gesti e rituali.

[cfr. Maculotti, Da Pan al Diavolo: la ‘demonizzazione’ e la rimozione degli antichi culti europei]

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Una rappresentazione del Secondo Concilio di Nicea.

Fu un compito lungo, durato generazioni e generazioni, ma non impossibile. Questo perché il Cristianesimo poteva avvalersi di dotti e sapienti che scrivevano e annotavano tutto. Potevano facilmente trasferire informazioni, disposizioni e regole, a cui univano un sistema di amministrazione vasto, potente, ricco e centralizzato. Dai primi Concili di Nicea (325 d.C.), di Efeso (431 d.C.) e Calcedonia (451 d.C.), seguiti poi dalla prassi delle bolle papali del Medioevo, tutto venne codificato, archiviato e studiato. Un sistema ben più solido e organizzato rispetto alle tradizioni orali del Paganesimo classico e misterico.

La procedura era semplice e relativamente indolore. Il Vescovo, che stava in una città grande e popolosa dove il proselitismo era più semplice, iniziava ad informarsi dei culti agresti dedicati a Dioniso, Demetra, Diana e migliaia di altri, spesso legati ai cicli della natura e delle stagioni, oppure delle acque o ancora della fertilità. A questo punto era solo un’operazione di creatività prima e di propaganda poi. Si trovava un Santo – meglio ancora un bel martire – locale, gli si attribuiva un miracolo connesso con il culto che si praticava nel santuario pagano e lo si associava alla festa locale. Spuntarono quindi santi e sante che avevano fatto miracoli legati alle piogge nei Pozzi o nelle Fonti Sacre, o altri che curavano specifiche malattie dove i pagani credevano si potesse ottenere fortuna e salute e ancora alcuni capaci di tutelare i raccolti dove si venerava Cerere e divinità a lei affini e via dicendo.

[cfr. Maculotti, Imbolc, la triplice dea Brigit e l’incubazione della primavera]

Tutto questo lo ritroviamo anche nella stessa lingua. Sapete da dove viene il termine spregiativo di pagano? Dal termine tardo latino pagus, ovvero colui che abitava nelle campagne. I pagani erano coloro che, vivendo lontano dalle città, che venivano cristianizzate più rapidamente, continuavano a praticare gli antichissimi culti locali e campestri dei loro avi. Per questo motivo la Sardegna ha conservato tanto a lungo i resti delle sue antiche tradizioni. Perché, tranne che nelle coste, non ha mai avuto un grande sviluppo urbano. Oltretutto era molto difficile trattare con i popoli dell’interno, arroccati sulle loro aspre montagne e nelle impenetrabili selve, che rimasero quasi del tutto pagani fino al IX secolo, se non oltre.

Di sicuro sull’isola l’opera di sovrapposizione col Cristianesimo avvenne in epoca più tarda rispetto ad altre zone d’Europa e soprattutto in maniera molto più superficiale. È per questo motivo che vi si possono ritrovare rimandi molto più chiari e precisi dei riti che vi si compivano migliaia di anni fa. Le maschere del Carnevale sardo cambiano da zona a zona, da paese a paese, ma mantengono tutta una serie di tratti comuni, rimandando quasi tutte (soprattutto quelle dell’interno) ad un’origine unica. Un culto antico e probabilmente violento, legato alla fecondazione della terra e al sacrificio dionisiaco.

Abbiamo rischiato anche grosso. A cavallo della I° Guerra Mondiale, con tanti giovani sardi richiamati e morti al fronte (oltre 13.500 caduti nelle trincee del Piave, dell’Isonzo e sul Carso), con lo sradicamento dai paesi d’origine delle nuove generazioni ci fu un gap culturale, il vero colpo mortale per una tradizione orale; molti giovani non appresero dagli anziani le loro tradizioni. I vari carnevali vennero abbandonati, cadendo in desuetudine. L’industrializzazione, l’urbanizzazione e un modernismo esasperato (che a cavallo di XIX e XX secolo portava alla “riqualificazione” dei centri storici, eufemismo col quale si giustificava l’abbattimento di edifici medievali, torri, mura e perfino castelli per far spazio a nuovi edifici di gusto più contemporaneo) fecero il resto. Per fortuna negli ultimi decenni, dietro la spinta di una nuova generazione di studiosi, dall’interesse turistico e culturale per le antiche tradizioni, si è cercato di ricostruire almeno la forma esteriore di quegli antichi culti perduti.

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Mamuthones e issohadores, Carnevale di Mamoiada.

Ma andiamo a vedere più da vicino alcune di queste maschere. Abbiamo, più famosi tra tutti, i mamuthones e gli issohadores di Mamoiada, il Carnevale sardo più conosciuto. I primi hanno maschere di legno nero, tinto a carbone, con inquietanti tratti umanoidi. Indossano pelli ovine e pesanti campanacci sulla schiena, che ne segnalano l’arrivo da lontano, come un tempo in guerra si terrorizzavano i nemici con il cupo suono di corni e tamburi da battaglia. I mamuthones marciano solenni, eseguendo i passi di una danza fatta di balzi ritmici, volti a fare più rumore possibile, cercando di ricordare i suoni di un grande gregge in avvicinamento. Gli issohadores sono invece degli umani, anche loro trasfigurati e disumanizzati da criptiche maschere bianche, vestiti con giubbe rosse e pantaloni di ugual colore delle loro maschere. I mamuthones cercano di scappare dagli issohadores che, armati di lacci, ogni tanto ne catturano uno, che si contorce e lamenta. Ora il tutto ha assunto un tocco divertente e folcloristico, dove gli issohadores si preoccupano di più nel “catturare” una giovane turista che assiste allo spettacolo, ma un tempo questo era un vero e proprio rituale che affondava le radici nel mondo agro-pastorale e dove, probabilmente, i mamuthones catturati rappresentavano delle vittime simboliche (e forse in epoche veramente antiche non solo) di un sacrificio legato alla prosperità degli armenti e dei raccolti.

Ad Ottana abbiamo invece delle figure un pochino meno conosciute, nonostante siano molto importanti nella tradizione carnevalesca sarda: il boe, il merdùle e la Filonzana. Il Carnevale di Ottana è forse il più famoso dopo quello di Mamoiada e ha conservato alcuni dei riferimenti più antichi della tradizione pagana. I boes sono, come potete immaginare, la rappresentazione dei buoi. Hanno grandi velli di pecora o capra, una fascia di campanacci giganteschi – che arriva a pesare 30-35 kg – e bellissime maschere bovine con foglie intagliate all’altezza delle guance e con uno strano simbolo sulla fronte, a forma di stella, il cui significato rimane oscuro. Completano la maschera gli occhi, a mandorla e sempre all’insù, il muso pronunciato e le alte corna, tradizionalmente di 15-20 cm, dritte o ricurve verso l’interno.

I merdùle sono una versione differente degli issohadores. Vestono con le stesse pelli dei boes, hanno pantaloni di velluto nero e un fazzoletto dello stesso colore sul capo. Portano maschere umanoidi nere come la brace, deformi e ghignanti come se fossero vecchi pastori piegati dalla fatica. Sulle spalle portano “sa taschedda”, una borsa di pelle marrone conciata, dove si mettevano un tempo le provviste. Camminano faticosamente tenendosi ad un bastone detto “su mazzuccu” ed emettendo strani e lugubri lamenti.

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Boes e merdùles, Carnevale di Ottana.

I boes sono spesso aggiogati tra loro e spronati dai merdùles, che interpretano i loro padroni umani. I boes possono scalciare, imbizzarrirsi, lasciarsi cadere per terra. Qui si realizza l’antica pantomima, dove i merdùles devono inginocchiarsi e calmare l’animale, accarezzandolo sul muso e spronandolo affinché questi si rimetta in piedi e ricominci nel suo duro lavoro per dissodare il terreno in un rito arcaico di fecondazione della terra. Particolarmente inquietanti sono le due figure che chiudono in genere il corteo, il merdùle che porta con sé “s’orriu”, un cilindro di sughero ricoperto di pelle conciata che al suo interno ha una lunga cordicella che viene sfregata dalle mani, appositamente unte di grasso, del merdùle. Questo gesto produce un suono cupo e basso che serve ad intimorire i boes, rendendoli più mansueti e docili verso i loro padroni.

Se poi i boes continuano a ribellarsi interviene l’ultimo e più terribile personaggio del Carnevale ottanese, la Filonzana. Questa maschera rappresenta una vecchia, tutta vestita di nero come le vedove sarde con gonna e scialle, piccola e gobba, quasi rattrappita in se stessa. Porta un fazzoletto nero sul capo e una maschera fatta di legno di pero selvatico, l’albero sacro di tutta una serie di divinità lunari e infere come Persefone, Zeus Katactonios e di Kronos-Pluvio, diffuse in tutto il Mediterraneo sebbene con altre denominazioni, tinta di nero anch’essa. L’uomo (per tradizione nessuna maschera del Carnevale è interpretabile da una donna) si muove in maniera sgraziata e ciondolante. In totale silenzio, che risalta ancora di più in contrasto coi lamenti e i muggiti delle altre figure, porta con sé un fuso e delle grandi forbici. La Filonzana è colei che tesse il filo della vita, figura criptica, paurosa e oscura, che fa scendere un brivido lungo la schiena quando si avvicina a qualcuno per minacciarlo di recidere l’esile filo della sua esistenza.

Nel mondo arcaico questa maschera aveva un valore sacrale potentissimo. Era la Parca della tradizione ellenica, la padrona dei destini e del Fato. Una figura che, se non rispettata e temuta a dovere, poteva portare sventura, maledizione, carestia e morte ai dissacratori del Rito. In un antico mondo agro-pastorale come era, e in piccola parte è ancora, quello sardo, legato al capriccio delle stagioni e a forze naturali incomprensibili, la superstizione e la benevolenza delle divinità giocavano un ruolo fondamentale e la Filonzana era il loro araldo nel mondo.

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La Filonzana, Carnavele di Ottana.

Questo ci permette anche di comprendere il livello di sincretismo religioso, di contaminazione e di traslazione di riti da una cultura all’altra del Mediterraneo. In Sardegna, come nella Magna Grecia italiana, si praticavano i Misteri Eleusini e quelli Dionisiaci, fortemente ancorati alla natura, ai cicli lunari e alle stagioni, alla terra e all’acqua. Molti di questi riti, tipicamente campestri, erano legati in epoche antichissime a sacrifici di animali ma anche, molto probabilmente, umani. Di certo questi sacrifici erano violenti e avevano nel sangue il loro principio salvifico. Il sangue, che porta con sé la vita, è la sola cosa capace di fecondare la terra e richiedere benevolenze e favori particolari agli dei.

Prima di scandalizzarci di fronte ad un atto di tale barbarie per la nostra civiltà moderna ed evoluta, mettiamolo a contesto con quel mondo perduto nelle tenebre della storia. La vita era molto più precaria, la morte una continua costante. Per una lieve influenza oppure di parto, o per un banale taglietto, ci si poteva lasciare le penne. L’agricoltura e l’allevamento permettevano una ben magra sussistenza e solo i nobili, le caste sacerdotali, i guerrieri e forse i primi mercanti arrivavano si e no a 40 anni. I contadini morivano a 20-25 se gli andava bene e la mortalità infantile e delle donne era altissima. Si era abituati alla morte in maniera molto più spiccata rispetto a noi e, soprattutto, questa era vissuta come un fenomeno collettivo. Nei piccoli villaggi il funerale di chiunque era condiviso dall’intera comunità e quindi già da piccoli, se si aveva avuto la fortuna di superare la zona rossa dell’infanzia, si assisteva a tantissimi trapassi. A tutto questo aggiungiamo la guerra, le faide e la schiavitù, in un mondo dove il concetto di diritto umano non esisteva e i valori massimi erano ricompresi nelle “Leggi dell’Ospitalità” – care ai greci, come ci racconta Omero, ma anche ai sardi, dove sono tutt’ora ben vive – e nella pietas religiosa.

Guardiamo ai miti mesopotamici, egiziani, ebraici, greci, etruschi, latini, celtici, germanici. Abbiamo divinità, semidei, eroi e principi che uccidono a tradimento, tagliano a pezzi, stuprano, torturano, fanno persino banchettare coi figli e figlie i padri (vi ricordate la maledizione degli Atridi, la stirpe di Agamennone?), praticano l’incesto, la pedofilia, l’assassinio di consanguinei, perfino la zoofilia e la necrofilia. Se vi prendete il tempo per leggere alcuni miti greci o egizi vi ritroverete ad esplorare un film horror alquanto perverso per i nostri standard. Ma anche la Bibbia non scherza, partendo dal buon Vecchio Testamento, con città spazzate via, diluvi universali, omicidi e così via fino al sacrificio finale, che doveva proprio porre fine a tutti gli altri sacrifici, dello stesso figlio di Dio, Gesù Cristo (sapevate che una accusa che i romani facevano ai cristiani, naturalmente non comprendendo la profondità e il significato di quel gesto, era proprio quella di “deicidio”?) .

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Sfilata con il fantoccio del Don Conte, Carnevale di Ovodda.

Molti studiosi delle religioni antiche vi potranno spiegare che molto spesso questi miti avevano un significato che, a loro modo, serviva ad educare le perone sulle cose da non fare. Lo faceva in modo duro e crudo, con esempi terribili, perché il mondo nel quale si viveva all’epoca era ancora più duro e terribile dei miti stessi. Giustamente abbiamo tutto il diritto di scandalizzarci, sebbene pure noi, tra guerre mondiali, armi atomiche, sfruttamento del terzo mondo, droga e quant’altro non siamo a nostra volta dei verginelli di primo pelo. Tutto questo ragionamento l’ho fatto per introdurre, con la mente sgombra da tutta una serie di preconcetti morali “buonistici” che noi innalziamo per proteggere la nostra psiche, l’ultima parte di questo articolo, relativa alle figure più controverse e inquietanti del Carnevale e a quello che io reputo fosse il suo significato più cupo e recondito.

Per introdurlo vediamo rapidamente tutta una serie di maschere che, con le naturali e ovvie peculiarità dovute alle differenze di celebrazione di paese in paese, hanno comunque un rimando abbastanza chiaro allo schema che abbiamo delineato per Mamoiada e Ottana. Abbiamo “sos corriolos” di Neoneli, in provincia di Oristano. Scoperto recentemente grazie a dei documenti del XVIII secolo, indossa un copricapo di legno di sughero, sui quali vengono applicate corna di cervo o daino, è vestito con pelli di riccio e porta sulla schiena delle ossa di animale al posto dei campanacci, che vengono scosse con dei movimenti ritmici simili a quelli dei mamuthones o dei boes. Probabilmente, ma questo è un mio parere personale, questa maschera rappresentava la chiusura del ciclo dei lavori agresti, ovvero la caccia, che completava la triade composta con agricoltura e allevamento. I suoi animali di riferimento erano chiaramente selvatici, non domestici o semi-domestici come buoi, pecore o capre o maiali e ricordava quindi l’epoca dove una folta e numerosa selvaggina viveva nelle selve di Sardegna. Stessa origine doveva avere “is cerbus” di Sinnai, in provincia di Cagliari, anche questo in ricordo di antiche battute venatorie.

A chiudere questa sezione, la penultima dell’articolo, vorrei citare i turpos di Orotelli, totalmente vestiti con mantelli scuri e cappuccio, senza maschere ma col volto tinto di nero col carbone e che portano a tracolla piccola campanelle. Anche loro entrano nella falsariga della tradizione di Mamoiada e Ottana, in quanto rappresentano tutta una serie di pantomime del mondo pastorale e contadino, con gioghi per le bestie, piccoli aratri e lacci per catturare bestie e turisti.

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I turpos del Carnevale di Orotelli.

Benissimo. Eccoci ora alla parte finale e conclusiva del nostro viaggio “iniziatico” nell’esplorazione di un culto più antico della civiltà classica. Per farlo useremo alcune delle maschere più cupe e tragiche del Carnevale sardo. Ora conoscerete le “Mascaras Bruttas” più tenebrose. Col termine mascaras bruttas si indicavano quelle maschere che avevano richiami troppo evidenti alla tradizione pagana e perciò erano fortemente osteggiate dalla Chiesa durante la sua opera di evangelizzazione (peraltro in questo caso fu un tentativo abortito, in quanto per fortuna, almeno nelle forme, queste cerimonie si sono conservate fino all’alba del XX secolo), che le divideva dalle “Mascaras Nettas”, ovvero da quelle considerate più innocue e perciò ammesse.

[cfr. Maculotti, Il substrato arcaico delle feste di fine anno: la valenza tradizionale dei 12 giorni fra Natale e l’Epifania]

Ecco a voi le “vittime” del Carnevale: il S’Urzu di Samugheo, S’Orku foresu di Sestu, Don Conte di Ovodda e il più celebre “Su Battileddu” di Lula. S’Urzu è la vittima dei mamutzones (leggermente diversi dai mamuthones di Mamoiada) di Samugheo. Questi, con pesanti campanacci e una danza antichissima ritmica, inseguono l’Urzu, vestito di pelle di caprone nero, porta un solo campanaccio appeso al collo ed è tenuto al laccio da S’Omadore, il suo pastore. La maschera portata dall’Urzu è zoomorfa, spesso una vera e propria testa di capra imbalsamata con larghe corna e il figurante ha il volto tutto scurito da carbone e fuliggine. S’Omadore e i mamutzones spingono e pungolano la povera vittima per tutta la processione che in un lontanissimo passato, si concludeva probabilmente davanti ad un altare sacrificale.

Stessa triste storia anche per S’Orku foresu, anche lui legato, spinto, percosso e pungolato dai mustayonis con verghe di canne e olivastro (forse in antichità erano di ferro e appuntiti), i suoi mamuthones ante litteram. È carico anch’esso di campanacci, ha una maschera con le corna, vesti nere e tutto il resto. Quando questi cadeva, morendo nella finzione scenico-drammatica della pantomima, i mustayonis gridano forte “S’Orku foresu pedditzoi!”. Ma, in un gesto che andava a significare la ciclicità della vita in un processo di morte e rinascita, bastava gettare vicino all’Orku un po’ di paglia e acqua per vederlo magicamente rinascere, come doveva fare la terra dopo l’inverno.

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S’Urzu.

Molto simile nel significato ma ancora più tragico nella rappresentazione abbiamo il Don Conte. Questi è il protagonista assoluto della rappresentazione del paese di Ovodda, ma non è interpretato da nessuno. È un fantoccio composto da stracci neri, con una maschera di sughero o cartapesta deforme. Viene portato in processione su di un carro trainato da un asino e celebrato per le vie del paese come una sorta di “Re del Carnevale”. All’imbrunire, però, questi viene simbolicamente giustiziato, bruciato e i resti gettati da una scarpata alla periferia del paese. A questo punto gli astanti vanno a festeggiare tutti assieme con un grande banchetto  comune fino a notte fonda. Se andiamo a leggere oltre le righe della festa folkloristica, fa venire i brividi il pensare che un tempo, forse, al posto di quel fantoccio poteva esserci un essere umano. Probabilmente era un prigioniero di guerra, uno straniero, un matto, uno schiavo o un criminale, che fungeva da vero e proprio capro espiatorio per i peccati della comunità, in un antichissimo rito violento di purificazione.

[cfr. Maculotti, Cicli cosmici e rigenerazione del tempo: riti di immolazione del ‘Re dell’Anno Vecchio’]

Ultimo tra tutti, ma non per importanza, abbiamo il Battileddu. Figura tragica e maschera impressionante, è la vera e proprio rappresentazione sia del concetto di capro espiatorio, sia del sacrificio orgiastico d’impronta “dionisiaca”. Chiariamoci, con “dionisiaco” non voglio intendere che in Sardegna si venerava esattamente il Dioniso greco-classico. Dioniso era infatti una figura antichissima, probabilmente una divinità della natura comune a tutti i popoli indoeuropei, tanto che la sua espansione cultuale (con nomi diversi, s’intende) spazia dall’Iran fino alla Francia e alla Spagna. Dioniso era una divinità legata alla fertilità, alla natura, al ciclo della vita e delle stagioni. Nel suo mito, anche nel mondo greco, moriva in modo violento e rinasceva in continuazione, come la natura faceva d’inverno e in primavera.

[cfr. Maculotti, Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’]

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Il Battileddu.

Come molti di coloro che hanno fatto studi classici sapranno, i culti dionisiaci erano caratterizzati da esplosioni di violenza e brutalità fuori dal comune. Gli uomini e le donne che vi partecipavano entravano in uno stato di trance mistica tanto forte da farli sembrare più simili a bestie, piuttosto che a uomini. Se ricordate il mito di Orfeo, questi viene ucciso e fatto a pezzi da un gruppo di baccanti, sacerdotesse di Dioniso. Ecco, la maschera del Battileddu ha il viso sporco di sangue, annerito dalla fuliggine e porta due grandi corna di capra. Ha il corpo ricoperto di pelli di pecora e montone, sotto le quali viene messo uno stomaco di bue riempito di sangue e porta dei campanacci.

“Su Battileddu” è la vittima sacrificale del Carnevale e intorno a lui si muovono maschere dal volto nero che lo aggrediscono più volte fino a ucciderlo. Con spilloni e piccoli coltelli bucano lo stomaco del malcapitato, facendo fuoriuscire il sangue dell’animale che, con un drammatico significato ancestrale, andrà a fecondare la terra. Anche qui, come col Don Conte, il Battileddu morente viene fatto sfilare su un carro tra le incitazioni della folla, ma alla fine risorgerà, come nel mito dionisiaco. D’altro canto in lingua sarda il Carnevale si dice “Karrasegare” che nel significato più antico va letteralmente a significare “tagliare” o “segare” la carne, a perenne memoria della violenza di certi lontanissimi rituali.

Siamo proprio in chiusura. Spero di non avervi traumatizzato troppo con il mio racconto sulle maschere sarde. La mia opinione è frutto di una serie di letture, ragionamenti e collegamenti, ma non ha ad avvalorarla testi scritti (tranne un sermone di Sant’Agostino, Vescovo di Ippona in Africa, che nel V secolo d.C. lamentava le movenze vergognose, i canti e le vesti bestiali, le corna di cervo o di capra e i sacrifici pagani della provincia di Sardinia) o prove archeologiche, se non ricostruzioni fatte da studiosi del folklore e delle tradizioni orali. Noi sappiamo per certo che Dioniso aveva numerosi dei suoi altari nelle selve, nelle fonti e in luoghi inaccessibili; sappiamo che si manifestava spesso in forma caprina o di cervo e che in Sardegna una divinità di quel tipo si chiamava Maimone, almeno fin dall’epoca nuragica (mamuthone, mamutzone, mustayone) ed era legata alla forza virile e alla fecondità. Io ho tratto alcune conclusioni per me affascinanti, ma non mi arrogo il diritto di dire che queste sono la verità rivelata.

Ad ogni modo auguro a tutti voi di venire in Sardegna e assistere a questi echi di epoche lontane nelle feste e nelle sagre che in questo periodo si tengono a Bosa, a Mamoiada, a Samugheo, ad Ottana e in tantissimi altri paesini dell’interno. Se invece volete un’infarinatura rapida tutta in un giorno approfittate della Cavalcata di Sassari, a maggio, dove potrete ammirare non solo le maschere del folklore, ma anche gli antichi costumi tradizionali della mia terra. Sono uno spettacolo da non perdere per nessun motivo al mondo, anche perché il loro destino, come tutte le tradizioni orali e consuetudinarie, sono pesantemente minacciate dal pressapochismo e dalla superficialità della nostra società moderna e consumista.

 

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