“Ipocrisia antica” e “ipocrisia moderna”: la maschera e il “daimon”

Nove glosse (e un appendice) sul significato intimo di “ipocrisia”, sulla maschera come forma di disciplina sacra, sull’impersonificazione del “daimon” o dell’anti-self di Yeats; e ancora sul Rito, sulla “Caduta”, e sull’Amore.


di Daniele Capuano
immagine: maschera tragica proveniente dell’antica Grecia


IpocrisiaΒ deriva dal verbo grecoΒ hypokrinein, “entrare nel dialogo sulla scena”, “interpretare una parte”. Nella suaΒ archè l’ipocrisia Γ¨ dunque la simulazione, la risposta agli eventi di chi entra nella dialettica della cultura, delΒ sentimentoΒ [1], Γ¨ la recita come espressione mediata del proprioΒ typos: mediata perΓ² dal sentimento stesso, dalla sua capacitΓ  di rispondere alle circostanze, di riecheggiarle, di imitarle o di farle risuonare mimeticamente nel gesto, nella messinscena culturale.

Occorre discernere tra questa ipocrisia – che chiamerei l’ipocrisia archetipica – e quella maledetta da GesΓΉ, e distinguere ulteriormente quest’ultima dall’ipocrisia comunemente intesa. GesΓΉ non predicava in greco, ma i Vangeli sono scritti nellaΒ koinè dei primi secoli dell’era volgare, e la parolaΒ hypokritΓ¨s, usata soprattutto nelle violente tirate contro iΒ perushimΒ (farisei), al lettore di formazione classica finirΓ  per suggerire il religioso β€œcommediante”, l’eterna caricatura dell’uomo che manipola o subisce la scissione inerente ad una pratica spirituale imperfetta.

Ma tale accezione Γ¨ meglio veicolata dal corrispettivo termine ebraico: in un famoso passo del trattato talmudicoΒ SotahΒ (22b) si dice che non bisogna temere i farisei o i non-farisei, ma Β«gli ipocriti che scimmiottano i farisei, perchΓ© i loro atti sono quelli di Zimri ma si aspettano una ricompensa come quella di Pinchas» [2]. La parola tradotta con ipocriti è tzevuΚ»in, letteralmente β€œi dipinti”, β€œi colorati”: qui l’immagine non Γ¨ tratta dalla sfera del teatro e dell’oratoria, ma da quella della tintura e della cosmesi.

Si tratta come si vede di due β€œipocrisie” ben diverse: quella maledetta da GesΓΉ Γ¨ l’ipocrisia di un ordine sacro nel suo complesso, un’ipocrisia collettiva e soprattutto inconscia, mentre l’ipocrisia della fantasia popolare e del brano talmudico Γ¨ soprattutto cosciente, anche se il piΓΉ delle volte si tratta di una coscienza spezzata, dimidiata, compressa [3]. In un caso come nell’altro, tuttavia, il monoteismo sembra vincolato a vedere nelΒ tricksterΒ mercuriale, nell’imbroglione delle favole e dei miti, solo un laido manipolatore e profanatore, e nell’attore, nel travestito, nel declamatore e interprete dionisiaco solo un β€œcembalo che tintinna” – e un ipocrita.Β 

⁂ ⁂ ⁂

Epitteto insegna che i nostri doveri sono commisurati alle relazioni (tois schesesi), colte perΓ² nella loro trasparenza archetipica: Β«β€œMa il mio Γ¨ un cattivo padre!” Per la natura delle cose sei forse stato messo in rapporto con un buon padre? No: semplicemente con un padreΒ» (Ench. 30). Devi dunque trattarloΒ come un padre – come il Padre.

Uno dei β€œcavalieri” di Eranos, Henry Corbin, geniale riscopritore dell’Islam iranico, ha indicato nell’idea di ʻālam al-mithālΒ la via per riportare gli archetipi nell’esperienza terrestre, per ricondurre gli dei tra noi: laΒ via regiaΒ della psicologia archetipica. Lo ʻālam al-mithāl, da lui tradotto con l’espressione latinaΒ mundus imaginalis, il piano ontologico che media fra quello spirituale sovraformale e quello materiale – il piano dell’anima – Γ¨ mondo delle immagini proprio in quanto β€œmondo della similitudine”, mondo delΒ come seΒ [4].

Nel 1978 James Hillman scriveva che Β«le immagini non significano nienteΒ» (non sono il rivestimento di concetti, non sono sentieri che guidino ad un significato ulteriore o superiore) e citava Edward S. Casey: l’immagine non è ciΓ² cheΒ si vede, maΒ il modo in cuiΒ si vede [5]. Queste espressioni, cosΓ¬ ben intonate con lo spirito del migliore pensiero novecentesco, suggeriscono che gli archetipi sonoΒ stiliΒ di comportamento, non il β€œche cosa”, il contenuto dell’immagine, che viene astratto dall’immagine stessa, ma il β€œcome”, l’immagine nel comportamento e il comportamento nell’immagine.

⁂ ⁂ ⁂

Compito dell’uomo Γ¨ impersonare l’archetipo, dargli (nel linguaggio di Ibn Κ»ArabΔ«) unΒ mazhar, un β€œricettacolo epifanico”, un luogo, unΒ doveΒ per la sua manifestazione. Per questo deve primaΒ fareΒ e poiΒ ascoltareΒ (e pensare), secondo la grande parola del Sinai: Β«Tutto ciΓ² che il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremoΒ» (EsΒ 24,7).

Ogni disciplina Γ¨ creazione diΒ abiti, di abitudini: attraverso le azioni si entra nell’aura, nello stile dell’archetipo che si vuole impersonare e lo si lascia entrare sempre piΓΉ in profonditΓ , incarnandolo. L’adesione interiore piena, intera, avviene quando si scopre che si Γ¨ giΓ  data un’adesione preliminare, che si Γ¨ giΓ  prestato un assenso, che l’unica via per superare i conflitti della volontΓ  e del pensiero Γ¨ quella di lasciarsi plasmare da un destino segnato, inciso, radicato in unΒ pragma, in un organismo di azioni significative – ovvero in un mito, una cultura, un nesso archetipico.

Qui non si dΓ  β€œlibertΓ  di scelta”: faremo, e ascolteremo. Anche il Corano parla di un β€œpatto” (mithāq) preesistenziale, in cui tutte le creature hanno dato il loro assenso alla signoria divina (rispondendo Β«Sì» alla domanda di Allah: Β«Non mi manifesto io come vostro signore?» [6]). Nelle pagine forse piΓΉ intensamente autobiografiche diΒ Anna Karenina, Tolstoj fa ritornare il suo Kostja Levin alla fede β€œmaterna”, che precede ogni domanda, ogni rovello, che tutto fonda e sostiene nella sua silenziosa permanenza [7]. Per dirla con le parole di Chesterton, c’è nell’uomo Β«una lealtΓ  che viene ben prima di ogni ammirazione» [8].

Su questo piano la scelta è hairesis, eresia. Uno dei termini-chiave di Epitteto Γ¨ inveceΒ proairesis, che potremmo tradurre con β€œdecisione preliminare, impegno,Β voto”. Voto e scelta sono tutt’altro che sinonimi: non sono nemmeno due contrari logici, ma il loro rapporto sembra quello di un’opposizione dialettica. Il voto Γ¨ una volontΓ  che precede e abbraccia la volontΓ , che le porge un contesto. Il voto Γ¨ contenitore, non contenuto: Γ¨ un grandeΒ settingΒ terapeutico che (come ogniΒ setting) sembra contrarre la vita e invece la accoglie e plasma [9]. Implica che ogni cosa – ogni β€œscelta” e ogni β€œfatalità” dell’esistenza – venga riferita alla sua prioritΓ , al suo concretoΒ a priori: quindi non si dovrΓ  dire soloΒ tuΒ es sacerdos in aeternum, ma ancheΒ tu es pater, magister, maritus etc. in aeternum.

Il matrimonio Γ¨ un esempio piuttosto impressionante di voto, e ci mostra come del voto si possano dare due letture contrastanti. Da un lato il voto comeΒ giuramento: GesΓΉ insegna a non giurare (MtΒ 5,34), perchΓ© noi non possediamo noi stessi, il contenuto della vita, che Γ¨ contingenza, volontΓ  di Dio; dall’altro il voto come impegno, comeΒ contenitoreΒ della vita: attraverso di esso restiamo fedeli alla contingenza nella necessitΓ , ritualizziamo la vita, la viviamo al cospetto delleΒ archai, alla luce delleΒ archai,Β sub specie aeternitatis.

⁂ ⁂ ⁂

I desideri, le aspirazioni, non possono attendere pienezza dal mondo, dagli altri: ciΓ² Γ¨ impossibile, Γ¨ laΒ rettoricaΒ nel senso di Michelstaedter, Γ¨ la nevrosi, la non-iniziazione dell’eros infantile, che nell’adulto si avvelena e avvelena: iniziazione,Β persuasioneΒ sarΓ  appunto capovolgere la prospettiva, morire, rendere embrionalmente presente ciΓ² che si attendeva dal futuro e dall’ipocrisiaΒ malignaΒ dei propositi, della scissione interiore, del libero arbitrio angosciato; in tal modo si diventa fecondi, si crea, si Γ¨ presenti all’archΓ¨, al principio.

LEGGI ANCHE  Video-diretta: Maschere divine e riti di passaggio invernali, con Alessandro Norsa

In principio era l’azione (Goethe), ovvero l’azione rituale (Wittgenstein) [10]: il rito placa l’angoscia proprio perchΓ© ne arresta l’oscillazione illimitata, Γ¨ redenzione dell’infanzia dalle sue passioni incontrollate (Β«se non diventereteΒ comeΒ bambiniΒ», non Β«se non ritornerete bambiniΒ»), il recupero di un’infanzia passata attraverso il crogiuolo della morte [11].

⁂ ⁂ ⁂

Da anni ormai mi vado convincendo che la nostra cultura, basata sulla sinceritΓ  e sulla realizzazione di sΓ©, ci rende miti e passivi e che il Medioevo e il Rinascimento avevano ragione a basare la loro cultura sull’imitazione di Cristo o di un eroe classico. San Francesco e Cesare Borgia riuscirono a diventare personalitΓ  dominanti e creative passando dallo specchio alla meditazione su una maschera.

Se non riusciamo a immaginarci diversi da quello che siamo e ad assumere quel secondo sΓ©, non possiamo imporci una disciplina, anche se possiamo accettarne una da altri. La virtΓΉ attiva, che Γ¨ diversa dall’accettazione passiva di una regola, Γ¨ perciΓ² teatrale, consapevolmente drammatica, Γ¨ indossare una maschera. Wordsworth, per quanto grande come poeta, Γ¨ cosΓ¬ spesso piatto e tedioso anche perchΓ© il suo senso morale – disciplina che egli non si Γ¨ creato autonomamente, ma Γ¨ semplice obbedienza – non possiede alcun elemento teatrale [12].

La rivendicazione moderna dellβ€™β€œautenticità” Γ¨ il piΓΉ delle volte rivendicazione dell’ego, quindi dell’identitΓ  falsificata dalle passioni: Γ¨ l’affermazione (angosciata) del diritto alla passione (Β«non posso farci nullaΒ», «è la mia naturaΒ», Β«quando ci vuole, ci vuoleΒ»). Il rito invece Γ¨ mediazione, è vidyāmāyā, illusione come sostrato della conoscenza e quindi della veritΓ : nel rito non c’è l’inquietudine egoica della β€œscelta”, si Γ¨ giΓ  in ballo e si balla, Γ¨ unoΒ statusΒ che si suppone fondato da una parola, da un ordine archetipico e che Γ¨ dato ripetere-rinnovare comeΒ voto, iniziazione.

Come profetizzava Nietzsche, la separazione-opposizione tra veritΓ  e apparenza, tra autenticitΓ  e finzione, ha portato l’Occidente a cadere nel nichilismo, che Γ¨ l’esperienza del nulla. Yeats ribadisce quello che Γ¨ insieme un paradosso e un truismo (come tutti i buoni paradossi e i buoni truismi): l’autenticitΓ  Γ¨ un’illusione, l’essenza della vita Γ¨ artistica. Non si Γ¨ se stessi se non indossando una maschera: e per Yeats la maschera Γ¨ anzitutto unΒ anti-self, un anti-sΓ© o secondo sΓ©, un sΓ© posto di fronte al sΓ©.

⁂ ⁂ ⁂

Il daimon non visita ciΓ² che gli Γ¨ simile ma va alla ricerca del proprio opposto perchΓ© l’uomo e il daimon nutrono la brama l’uno nel cuore dell’altro. Il fantasma Γ¨ semplice, l’uomo eterogeneo Γ¨ confuso, e perciΓ² essi si congiungono solo quando l’uomo trova una maschera i cui lineamenti gli permettono di esprimere tutto ciΓ² che non ha (che Γ¨ forse ciΓ² che maggiormente teme) e solo quello.

⁂ ⁂ ⁂

Se penso alla vita come a una lotta con il daimon, che vorrebbe sempre che ci dedicassimo all’opera piΓΉ difficile fra quelle non impossibili, comprendo il motivo della inimicizia profonda fra l’uomo e il proprio destino e perchΓ© l’uomo ama solo il proprio destino. E allora la mia immaginazione va dal daimon all’amata, e intuisco un’analogia che sfugge all’intelletto. Penso agli antichi greci che invitavano a cercare le stelle primarie, che governano sia l’inimicizia che l’amore, fra quelle che stanno per tramontare, nella settima casa, direbbero gli astrologi; e che forse β€œl’amore sessuale” che β€œΓ¨ fondato sull’odio spirituale”, Γ¨ un’immagine del conflitto che esiste fra uomo e daimon; e mi chiedo perfino se non ci sia una comunione segreta, un mormorio nel buio fra il daimon e l’amata [13].

IlΒ daimon, che Γ¨ piΓΉ noi di noi stessi, si incontra mettendo sul volto le maschere degli avi: leΒ imaginesΒ romane, maschere funebri deiΒ maioresΒ indossate dai discendenti nelle cerimonie solenni. Dobbiamo β€œdiventare” l’anima, ilΒ daimonΒ che β€œsiamo”, e quindi diventare la storia, il passato, ma solo e sempre nella sospensione del β€œcome se”, nelΒ mundus imaginalis, sempreΒ per speculum in aenigmate, sempre in modo teatrale, ipocrita.

È lo statuto ontologico delΒ daimon – uno statuto mediano e mediatore – a imporre l’ipocrisia artistica, perchΓ© noi, a rigor di termini, non β€œsiamo” l’anima e ilΒ daimon: la tensione e lo scarto sono ineliminabili. Noi conosciamo noi stessi, secondo il precetto delfico e quindi apollineo, solo nell’alteritΓ  dionisiaca dell’immagine, della maschera che, come ilΒ daimon, Γ¨ noi-non noi, nostra-non nostra.

Giustamente Yeats parla della lotta tra noi e ilΒ daimon, e la paragona a quella con l’amata: ciΓ² che ci Γ¨ piΓΉ prossimo vieta ogni indiscreta intimitΓ , ogni volgare immediatezza. L’amor fati è comeΒ l’amore per una donna, che ne Γ¨ spesso il veicolo: il coraggio necessario ad abbracciare l’ombra e l’alteritΓ  non Γ¨ quello monolitico, unilaterale dell’io solitario, ma un continuo scambio, un gioco di parti, vero perchΓ© ipocrita, una fuga sui crocicchi e i trivi di Hermes che sono anche gli incroci e le croci dell’opposizione tragica, di Apollo e Dioniso.Β 

⁂ ⁂ ⁂

La maschera Γ¨ ilΒ voltoΒ del rito: l’identitΓ  comeΒ dramatis persona, come personaggio del dramma. È l’identitΓ  dionisiaca: l’eroe tragico si consuma nel suoΒ daimon, che non Γ¨ un’identitΓ  umana, un io, Γ¨ anzi in tensione con l’io, Γ¨ una potenza mediatrice, una manifestazione del dio.

Il destino nobile, tragico, si consuma attraverso l’ananke, Γ¨ iniziazione al proprio volto eterno; il destino ordinario, comico, si scioglie nel mero spettacolo dellaΒ tyche. Al mattino la maschera piange, la bocca curvata sotto il giogo dell’individuazione: alla sera ride [14], il travaglio umano nell’impersonare gli archetipi si fa risata liberatrice (DionisoΒ Lysios) dalla gravitΓ , gli archetipi sono colti nella buffonesca e ancor piΓΉ iniziatica contingenza della loro incarnazione (la lacrimosa Caduta si fa grottesco capitombolo, culata).

⁂ ⁂ ⁂

Anche chi ha scritto queste brevi glosse Γ¨ un personaggio, unΒ typos, unaΒ dramatis personaΒ richiesta dal dialogo del pensiero, dalla sua dialettica, unoΒ hypokritesΒ che risponde alle sollecitazioni dell’Antagonista: e anche la sua maschera Γ¨ unΒ anti-self, perchΓ© solo un moderno ossessionato dall’autenticitΓ , angosciato dalla festa, sradicato dal rito, poteva sciogliere un canto di lode alla sacrosanta ipocrisia.

tumblr_oq7zssskvz1tbghqao1_1280
Maschera tragica, Pompei.

Note:

[1]Β La funzione sentimento Γ¨ (con la funzione pensiero) una delle funzioniΒ razionali, in quanto legata alla valutazione. Nel sistema simbolico classico potrebbe corrispondere al cuore solare come la funzione pensiero al cervello lunare: sarebbe dunque, per cosΓ¬ dire, il sole dell’anima o della persona. In essa l’opposizione tra autenticitΓ  e finzione (e quindi tra teoretica, etica ed estetica) Γ¨ conciliata, perchΓ© il sentimento percepisce leΒ aureΒ culturali, la trama significativa delle situazioni, non nessi di oggetti e tantomeno oggetti isolati: Γ¨ interioritΓ  e comunitΓ  insieme.

[2]Β InΒ NumΒ 25 gli israeliti si accampano a Shittim, dove trasgrediscono le loro norme sulla purezza sessuale e matrimoniale congiungendosi con donne straniere e praticando insieme a loro il culto di BaΚ»al-PeΚ»or (il Beelphegor della traduzione greca). Tale Zimri introduce nella sua tenda un’amante madianita: Pinchas, il Sommo Sacerdote, li segue e li trafigge entrambi con un solo colpo di lancia, squarciando il β€œbasso ventre” della donna (probabile significato diΒ qavatah): cosΓ¬ fu arrestata la β€œpiaga” che decimava Israele. Il passo talmudico significa perciΓ² che l’ipocrita, pur agendo come Zimri, l’idolatra dissoluto, si aspetta la ricompensa destinata agli zelanti (noi diremmo fanatici) come il sacerdote Pinchas.Β 

LEGGI ANCHE  Il dio degli incroci: nessun luogo Γ¨ senza genio

[3]Β Chiamerei la prima β€œipocrisia tragica” o β€œapocalittica” e la seconda β€œipocrisia morale”.

[4]Β L’intuizioneΒ metodologicaΒ del β€œcome-se” andrebbe studiata nella sua complessa genealogia, che dalla raffinata revisione di Hillman risale, attraverso Adler, all’originale esegesi kantiana di Hans Vaihinger, autore appunto del testo fondamentaleΒ Philosophie des Als ObΒ (1911). Al di lΓ  degli spunti pragmatico-costruttivistici, ampiamente sviluppati dalla filosofia del Novecento, ci sembra che la matrice kantiana del concetto resti insuperabile (con tutto il suo portato di dualismo tra cosa in sΓ© e fenomeno, tra veritΓ  irraggiungibile e apparenza inconsistente) finchΓ© non si recuperi uno sguardo realistico e platonico insieme: come quello di NiccolΓ² Cusano, che definisceΒ congettureΒ le conoscenze umane positive in quanto partecipano della veritΓ  nell’alteritΓ , ovvero nell’immagine, e quello dei commentatori neoplatonici di Aristotele come Simplicio, che riconciliano lo Stagirita e gli Eleati assegnando alle proposizioni della fisica (ovvero concernenti il mondo del divenire) uno statuto diΒ verosimiglianza, oggi diremmo di modello o ipotesi.

[5]Β Entrambe le citazioni in J. Hillman,Β Enciclopedia del Novecento, voce β€œPsicologia archetipica”, Treccani, Milano, 1981.

[6]Β Sura 7 – Le altezze (al-AΚ»rāf) – v.172: Β«Quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli di Adamo tutti i loro discendenti e li fece testimoniare su se stessi (lett. sulle loro anime): “Non sono io il vostro Signore? (alastu bi-rabbikum)”, ed essi risposero: “SΓ¬, lo attestiamo (balā shahidnā)”Β».

[7]Β Cfr L. N. Tolstoj,Β Anna Karenina, p. 8, capp. 12-13. È una sorta di β€œlingua materna” dell’anima: dunque niente di letteralmente innato o istintivo, ma una sorta di strato primario dell’acculturazione – anteriore all’iniziazione paterna, ma giΓ  caratterizzato, in quanto tale, da una differenziazione che Γ¨ l’operazione stessa del radicamento, dell’accesso alla comunitΓ . Tale linguaggio materno, tale fede materna, non puΓ² essere propriamente perduto e forse nemmeno rinnegato: tuttavia lo si puΓ² distorcere, camuffare, frantumare e cosΓ¬ via. Non Γ¨ ovviamente una garanzia di salvezza e nemmeno di stabilitΓ : anzi, proprio per questo Γ¨ essenziale l’intervento paterno, che contrae e ritualizza il rito primario (ponendosi quindi in una posizione inizialmente secondaria, derivata) – le minacce della ninna-ninna vengono portate su un proscenio al tempo stesso piΓΉ ampio e piΓΉ ristretto, piΓΉ illusorio e piΓΉ trasformante, piΓΉ rigidamente fissato e piΓΉ aperto al commento. Non Γ¨ un caso che GesΓΉ muoia invocando il Padre assente con un testo dei suoi padri morti (un salmo di Davide) cantato nella lingua materna, l’aramaico. Come dire che la fede materna non Γ¨ che lo sfondo sul quale accade l’iniziazione crocifiggente: non una rete di protezione, ma proprio8 la tomba – che non si sente e non si puΓ² sentire come utero (cosΓ¬ come nell’utero non si Γ¨ sentita la nascita come nascita), ma proprio come vuoto e negazione e proprio nel momento stesso in cui affiora alle labbra, alla memoria, al corpo nella forma del canto.

[8]Β G. K. Chesterton,Β Orthodoxy, c. V, traduzione mia. In un altro capitolo (IV) Chesterton porge unΒ koanΒ che Γ¨ una chiave per l’ipocrisia della fede: commentando la fiaba dellaΒ Bella e la Bestia, osserva: Β«Una cosa dev’essere amataΒ primaΒ che sia amabileΒ».

[9]Β Oppure diciamo: la contrae davvero, ma nel senso che la riscatta dalla sua caotica indeterminatezza, dalla sua presunta e morbosa β€œspontaneità”.

[10]Β Solo per la mente moderna l’Azione di Goethe e la Parola del Vangelo giovanneo (e del libro della Genesi) sono distinte e anzi incompatibili: per la mente antica e in special modo per l’uomo biblico,Β davarΒ Γ¨ sia la parola-ordine che l’azione-cosa pronunciata-ordinata.

[11]Β Anche se nelle culture tradizionali, rituali, si tratta di una morte forse piΓΉ dolce, perchΓ© il senso della solitudine individuale Γ¨ meno sviluppato, ogni individuo Γ¨ un embrione che nuota nell’utero della comunitΓ  e del cosmo ed Γ¨ accompagnato alla sua maturitΓ , la percezione tragica del mondo Γ¨ da un lato piΓΉ forte proprio perchΓ© l’occhio Γ¨ allenato al rito, allo spettacolo, alla recita, ma dall’altro Γ¨ meno angosciante, meno logorante, meno disperante, proprio perchΓ© quell’occhio, quello sguardo, preserva l’individuo dall’insensatezza, dalla lacerazione che accompagna la perdita del rituale.

[12]Β W. B. Yeats,Β Per amica silentia lunae, a cura di G. Scatasta, SE, Milano, 2009.

[13]Β Ibid.

[14]Β Nel contesto delle Grandi Dionisie, le tragedie venivano rappresentate al mattino, le commedie di sera.


Richard Baxter - Narcisus and Echo
Richard Baxter, “Narcisus and Echo”.

Appendice:Β Ancora sulla “ipocrisia”,
sulla Caduta e sull’Amore

Β« L’amore non Γ¨ un sentimento. L’amore viene messo alla prova, il dolore no. Nessuno dice: “Quello non era un vero dolore, altrimenti non sarebbe finito cosΓ¬ presto”. Β» (Wittgenstein)

Una sorta di glossa al β€œdebito amore” di Dante, che per i moderni Γ¨ unaΒ contradictio in adiecto.Β Dunque l’amore Γ¨ libero, mentre il β€œsentimento” (non nel senso di Jung), lo β€œstato” mentale ed emotivo, non lo Γ¨.Β La Caduta rende impossibile l’autenticitΓ , o per dir meglio la trasferisce oltre l’ultimo orizzonte, nel Giorno che rivela a ciascuno il suo vero nome.

Rilke ha intuito che il mito di Narciso merita una lettura diversa da quella solitamente negativa – moralistica, neoplatonica, psicoanalitica. Amando l’immagine riflessa Narciso ama davvero un altro, e al contempo se stesso: ma nell’estasi erotica, nel salto della nascita-morte l’identitΓ  Γ¨ dimenticata, perduta, offerta, e risorge come il torpido aroma di un fiore. Per diventare frutto, Narciso oltre all’erosΒ dovrebbe sperimentare l’obbedienza, laΒ hypakoΓ¨. L’obbedienza Γ¨ l’ipocrisia suprema: supera l’incantesimo erotico dell’occhio – al livello del quale l’ipocrisia Γ¨ β€œpittura”, trucco superficiale – con la profonditΓ  dell’ascolto (hyp-akoΓ¨) tutto proteso al Verbo.

All’inizio l’uomo la sperimenta come doppiezza: il Verbo Γ¨ una spada a doppio taglio che separa l’anima dallo spirito, ma come nella Genesi, per imprimere al caos della falsa immediatezza (l’immediatezza caduta) la direzione delΒ kosmos, in cui interno ed esterno corrispondono armoniosamente (come profetizza la preghiera di Socrate nelΒ Fedro, culmine della rivelazione erotica). In tal modo si Γ¨ semplici come colombe – volti a unΒ telosΒ che tutto unifica, spiritualmente monogami – e astuti come serpenti – capaci di aggirare omeopaticamente la doppiezza del Serpente con il taglio operato in noi dall’obbedienza.

Nella creatura caduta l’identitΓ  si svela infinitamente non solo e non tanto attraverso gli altri, maΒ negliΒ altri eΒ comeΒ gli altri. Amerai il prossimo tuoΒ comeΒ te stesso: non Γ¨ una similitudine, che separa, ma l’intuizione vissuta di un vincolo che unifica senza dissolvere. Siamo tutti colpevoli di tutto davanti a tutti, diceva il fratello di Zosima neiΒ Karamazov: l’unitΓ  del purgatorio che Γ¨ giΓ  intimamente paradisiaca.Β La Torah non inizia con la prima lettera, laΒ alef, ma con la seconda, laΒ beth, che come preposizione (β€œin, attraverso”) indica inerenza, localitΓ , mediazione – relazione.

LEGGI ANCHE  "Solo maschere? Ed il volto?"

L’ipocrisia Γ¨ l’imitatioΒ DeiΒ nel tempo intermedio dell’attesa: la Legge non puΓ² essere osservata perchΓ© la volontΓ  dell’uomo Γ¨ incatenata e il suo occhio interiore offuscato, ma vivendo alla luce del comandamento, votati al comandamento, si riceve la grazia di incarnarlo, di non essere piΓΉ all’esterno del comandamento, ma la sua manifestazione nel mondo.Β L’espressione perfetta dell’ipocrisia messianica in dialettico e potente contrasto con l’ipocrisia dell’ordine sacro costituitoΒ (MtΒ 6, 16-18):

Β« Quando digiunate, non diventate scuri in volto come gli ipocriti, poichΓ© essi annientano i loro volti affinchΓ© sia manifesto agli uomini che stanno digiunando: amen, io vi dico, hanno giΓ  ricevuto il loro salario. Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo e lavati il volto, affinchΓ© non sia manifesto agli uomini che digiuni, ma al Padre tuo che Γ¨ nel segreto. E il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserΓ . Β»

L’ipocrita β€œreligioso” è in tristitia tristis: manifesta sul volto la tristezza del digiuno, del lutto, dell’esilio, fa del volto una maschera dell’interioritΓ  esule, della lacerante attesa. L’ipocrita che annienta il proprio volto sta biblicamente annientando il proprio cuore, e in tal modo si intona debitamente allo spirito di nostalgia dell’esilio; ma l’esilio portato sul volto ha concluso la sua parabola, arrestato il suo dinamismo, gli uomini lo vedono, lo imitano e hanno giΓ  il loro salario, la consolazione rituale di sperimentare la vicinanza allaΒ ShekhinahΒ divina esiliata.

Proprio perché lacerante, l’attesa chiede all’uomo di essereΒ in tristitia hilaris: il volto sia festoso, quindi anche il cuore, per quanto possibile; si anticipi ipocritamente il banchetto del Regno, e il dolore stia lΓ¬, come una terra scura, unΒ humusΒ calpestato – dove solo Dio, il vero attore dell’esilio, possa vederlo, cioΓ¨ assumerlo in sΓ©. In tal modo il PadreΒ apodosei soi, ti darΓ  la ricompensa che hai giΓ  iniziato adΒ impersonare, a manifestare: ovvero, secondo il primo significato del veroΒ apodidomi, β€œrestituire”, ti restituirΓ  te stesso, la tua identitΓ  prima e ultima, oltre doppiezza e autenticitΓ . Β Β Β 

Accusando di ipocrisia la legge religiosa antica per il suo atteggiamento nei confronti della sessualitΓ , ad esempio quella che oggi si chiama sbrigativamente omosessualitΓ  ed Γ¨ l’espressione sessuale dell’omoerotismo, si dice la parola opportuna senza comprenderne l’opportuno significato, come Caifa nel sinedrio. Il concetto di omosessualitΓ  non poteva nascere nellβ€™β€œipocrita” mondo antico: infatti Γ¨ nato nel sentimentale e brutale mondo moderno, nel XIX secolo positivista e sottilmente sadiano (la β€œnatura insopprimibile” alternativamente colpevolizzata o giustificata).

La legge religiosa proibiva certi atti: perchΓ© l’esistenza umana Γ¨ un rito, e il rito Γ¨ unΒ temenos, uno spazio circoscritto che opera un taglio, una scelta fra tutti gli atti possibili. Si obietterΓ  che condannare alcuni atti equivale a condannare l’individualitΓ  che li compie, la struttura interiore che in essi si manifesta: ma anche in questo caso Γ¨ un giudizio che si attaglia molto di piΓΉ alla nostra epoca e al suo culto dell’autenticitΓ  e dell’individuo.

La comunitΓ  antica non escludeva alcun sentimento, perchΓ© sapeva che il sentimento non Γ¨ in nostro potere, e nella sua radice Γ¨ creazione di Dio: vietava l’atto, non perchΓ© questo sia davvero in nostro potere in senso astratto, pelagiano, ma perchΓ© il divieto dell’atto Γ¨ un limite, un orizzonte, una forma per l’itinerario dell’anima. Il sentimento, l’esigenza profonda non solo non era negata, ma si trovava indirizzata ad una sfera di espressioni molto ricca e articolata: veniva benedetta come ogni creatura. Osserva J. M. Langer che la vita spirituale ebraica si Γ¨ mantenuta per secoli sull’equilibrio tra l’erosΒ paideutico che lega maestri e allievi e gli allievi fra di loro e la grande mistica dell’unione nuziale: l’affettivitΓ  profonda tra persone dello stesso sesso era chiamata ad un comune cammino di santificazione, purchΓ© l’atto sessuale restasse riservato al sacerdozio domestico, nuziale.

Questa Γ¨ ipocrisia: ma ipocrisia che invece di mutilare plasma. Oggi l’amore tra persone dello stesso sesso, assediato dall’onnipresente retorica dell’autenticitΓ , dei diritti, delloΒ statusΒ naturale, Γ¨ invece mutilato come tutti gli amori, condannato ad essere una variante emarginata (quindi alternativamente vergognosa e orgogliosa, come i poveri e tutte le altre β€œminoranze”) del gran mercato capitalistico dei sentimenti, un’opzione inessenziale nell’esistenza da schiavo dell’homoΒ oeconomicus.

L’atteggiamento del religioso dei nostri tempi nei confronti dell’omosessuale Γ¨ caratterizzato da quell’ipocrisia inconscia e tragica che accompagna da sempre e per sempre la permanenza dell’ordine sacro. Il religioso non sembra accorgersi quasi mai che lβ€™β€œomosessualismo” moderno Γ¨ l’altra faccia di un β€œeterosessualismo” per lo piΓΉ sconosciuto ai nostriΒ maiores: l’idea che l’amore sessuale tra l’uomo e la donna sia β€œnormale”. Su questo punto la distanza tra credenti e non credenti non Γ¨ essenziale: il piΓΉ delle volte entrambi ignorano che si tratta di un vino orribilmente nuovo, lo spirito dell’epoca, negli otri tragicamente vecchi del matrimonio o della passione sottratta al rito, alla piazza, alla comunitΓ . Quando sentiamo che qualcosa Γ¨ giustificato, invece che sospeso alla misericordia benedicente di Dio, abbiamo giΓ  ricevuto il nostro salario, il vino che consola per un po’ nella marcia dell’esilio. Ma l’ipocrisia della fede Γ¨ stupida di stupore nei confronti del rito cui si sottomette; non giudica: mette in scena, celebra, e attende.

Il β€œsecondo me” dei moderni Γ¨ una di quelle ridondanze che tradiscono il carattere di un’epoca.Β  Nella discussione, nella dialettica, come insegna Florenskij, si foggia unaΒ dramatis persona, un tipo, un personaggio, non si esprime β€œse stessi”. La complessitΓ  multidimensionale della persona non puΓ² esprimersi ed essere conosciuta direttamente e conclusivamente, come Dio non puΓ² essere conosciuto in sΓ©, nella sua essenza.

L’ipocrita Γ¨ un essere appeso al filo: il suo ego, l’aggregato degli stati corporei e mentali, Γ¨ un burattino di legno mosso dal Burattinaio che Γ¨ nei cieli. Per diventare un figlio di carne deve sapere che, in questo preciso momento, non Γ¨ altro che un Pinocchio, una marionetta,Β thauma, secondo la pregnante parola platonica.

Al termine del viaggio l’eroe arriva davanti ad una porta, infera e celeste, che deve varcare. I suoi battenti sono le coppie dei contrari: per entrare l’eroe dev’essereΒ in tristitia hilarisΒ eΒ in hilaritate tristis, sperare nella disperazione e disperare di ogni cosa nella speranza. L’eroe supera la soglia β€œsenza chiedere il permesso”, come dice il Talmud, sa che Γ¨ un suo diritto di nascita, ma non puΓ² esserne sicuro: il suo Γ¨ anche unΒ bluff, oltre alla semplicitΓ  del coraggio gli occorrerΓ  mostrare la doppiezza dell’ipocrisia, aggirare il guardiano Β«con molli discorsiΒ», secondo l’espressione di Parmenide.

isle_of_the_dead_by_izzi3bootz-dbuf1e4
“Isle of the Dead”, izzi3bootz, via DeviantArt.

 

5 commenti su ““Ipocrisia antica” e “ipocrisia moderna”: la maschera e il “daimon”

Rispondi

Scopri di piΓΉ da π€π—πˆπ’ ֎ πŒπ”ππƒπˆ

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere