Priapo “svelato” in un’antica tradizione molisana

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Gli antichi dèi possono nascondersi irridenti nelle pieghe più impensate della stratificata e vivace devozione popolare, come a Isernia in Molise, dove fino al 1780 si teneva una cerimonia connessa con gli antichi culti della fertilità.


di Anna MB
originariamente pubblicato su
La Misura delle Cose, blog dell’Autrice

 

Gli antichi dèi possono nascondersi irridenti nelle pieghe più impensate della stratificata e vivace devozione popolare, e un austero monastero di clausura benedettino essere dedicato a un martire al quale fino al Settecento veniva tributato nel Centro-Sud Italia un culto definito “indecente”; e infatti fu sospesa nel 1780 la festa che si celebrava presso Isernia, in Molise, per via della sempre più numerosa folla di devoti ormai ingestibile che si dava appuntamento il 27 settembre per assistere all’esposizione dell’“alluce di san Cosma”, con grande imbarazzo delle autorità cittadine. Una questione pruriginosa, ma non è tutto: il santo ogni anno rinnovava anche il miracolo della fertilità, e in molte, tra «zitelle, maritate, vedove e donne di piacere», dopo la festa tornavano a casa “graziate” da una gravidanza che altrimenti non riuscivano a ottenere.

A testimoniarlo sono due lettere, veri e propri documenti etnografici, la prima a firma di uno scozzese appassionato di cultura e antichità datata 1781, l’altra dell’anno precedente, scritta in italiano da una non meglio precisata «persona residente a Isernia» (a Person residing at Isernia) e fonte diretta del primo; entrambe sono state raccolte e pubblicate a Londra nel 1786 in un volume dal titolo An Account of the remains of the worship of Priapus, lately existing at Isernia, in the kingdom of Naples, da cui sono tratte anche le immagini. Le traduzioni sono mie.

Napoli, 30 dicembre 1781. Il ministro di sua Maestà sir William Hamilton scrive al connazionale Richard Payne Knight, parlamentare e illustre mecenate che come lui è interessato alle arti e alle lettere e che sarà curatore del volume:

« Ho fatto una curiosa scoperta l’anno scorso: in una provincia di questo Regno, a non più di 15 miglia dalla capitale, viene tributato un culto a Priapo, l’antica divinità oscena, sebbene con un altro nome, in circostanze che vale la pena registrare. Avevo già notato come, a Napoli e nelle periferie, le donne e i bambini delle classi sociali inferiori spesso indossano una sorta di amuleto, che loro ritengono allontani il mal occhii [sic], che molto somiglia a quelli che usavano gli antichi abitanti di queste terre. Questi oggetti spesso rappresentano una concha veneris {conchiglia, che simbolizza i genitali femminili [1]} o una mezzaluna e sono fatti d’argento, d’avorio, d’ambra, di corallo di cristallo o con sassi o gemme. Ma la forma più diffusa è quella di una mano aperta e stretta con la punta del pollice tra il dito medio e l’indice. Ebbene la prova che questi amuleti hanno una diretta connessione con Priapo è data da una piccola statuetta di bronzo del dio conservata al Museo di Portici e ritrovata tra le rovine di Ercolano: Priapo ha un enorme fallo e stende la mano destra con il gesto descritto prima; non solo: al British Museum sono conservati molti oggetti antichi dove la mano nella stessa postura stringe un fallo, ed è probabile che con il tempo negli amuleti sia rimasta solo la mano eliminando l’immagine più indecente. »

Il resoconto procede descrivendo le circostanze in cui lo scrivente fosse venuto a conoscenza di questa festa caratteristica che si svolgeva su una collina alle porte della «città sannitica di Isernia, tra le più antiche del Regno e ancora oggi molto popolosa» in quella che viene chiamata la Contada del Molise: un gentleman, persona liberale e colta che lavorava a un progetto infrastrutturale e alloggiava in città (l’anonimo della lettera originale), conoscendo gli interessi dell’amico gli scrive di aver assistito alla festa di san Cosmo e di esserne rimasto molto colpito per le similitudini con il culto del “dio dei giardini” (God of the Gardens) [2].

Purtroppo sir Hamilton non poté soddisfare la curiosità di parteciparvi: recatosi a Isernia quel febbraio stesso, gli fu riferito «dal governatore in persona che, per via dell’indecenza della cerimonia e della risonanza che negli ultimi tempi stava ottenendo» causa l’apertura di una nuova strada che andava verso la Provincia d’Abruzzo e attraversava la città, avevano deciso che da quell’anno in poi non sarebbe più stato esposto il grande alluce del santo.

La festa era annuale e durava tre giorni; «ogni anno il 27 settembre vi è una fiera della classe delle perdonanze (così detti negli Abruzzi li gran mercati […])» che si svolge «sopra una collinetta, che sta in mezzo a due fiumi, distante mezzo miglio da Isernia», dove sulla parte più elevata vi è un’antica chiesa con un vestibolo che si dice esser stata chiesa e monastero dei benedettini «quando erano poveri». Durante uno dei giorni di festa venivano esposte le reliquie dei santi e poi portate in processione dalla cattedrale alla chiesa sulla collina; anche l’alluce veniva portato in processione – quasi una falloforia dionisiaca, la cui aperta allusività non si addiceva a una composta e sobria cerimonia dedicata a un martire di Santa Romana Chiesa.

Quindi venivano pubblicamente offerti al santo molti ex voto di cera, di varie dimensioni, raffiguranti per lo più genitali maschili. I venditori se ne andavano per la fiera con un cesto pieno di questi oggetti appeso al braccio e un piatto per il denaro nell’altro gridando forte «san Cosmo e Damiano!», e se si chiede loro quanto costi un voto rispondono «più ci metti, più meriti». Presso l’altare centrale poi ci si può ungere con “l’olio del santo”, preparato secondo i canoni del Rituale romano ma con in più una preghiera ai due martiri, dove «infermi d’ogni male», scoprendo la parte malata, vengono unti con l’olio mentre si invoca l’intercessione. In particolare questa mistura miracolosa venduta in bottigliette è indicata per le patologie della regione lombare e parti adiacenti, e va a ruba (l’osservatore si chiede anzi se non sia troppo “lucroso” questo affare del miracolo rispetto a quelli che dovrebbero essere i canoni della Chiesa).

Laddove il britannico timidamente avanzava il sospetto che lo smercio di oggetti potesse nascondere scopi di lucro, l’italiano lo ammette apertamente: «tutta la gran festa s’aggira attorno al profitto dei membri della generazione», senza contare i guadagni derivanti da una vera e propria attività turistica, infatti si annota che «i canonici affittano le baracche, alcune 10, altre 15, 20 carlini l’una» e si affitta per tutti e tre i giorni anche l’osteria per 20 ducati inclusi «i commestibili» che per l’occasione vengono benedetti.

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La lettera originale del funzionario italiano “informatore” del diplomatico e letterato britannico è scritta con tono meno compito della prima, riporta qua e là qualche commento salace tra le righe e termina con una celia piccante («Se non le gusta, quando l’avrà letta / Tornerà bene farne una baldoria: / Che le daranno almen qualche diletto / Le monachine quando vanno a letto»). Ecco la descrizione della cerimonia. Il governatore regio nella qualità di Maestro di fiera ha il compito di dare inizio ai festeggiamenti: alza la bandiera con le insegne della città, e una processione con le reliquie parte dalla cattedrale fino alla chiesa sulla collinetta. Ma, chiosa laconico il nostro anonimo, «è poco devota».

La festa che si tiene dopo la celebrazione religiosa, quella sì, è molto sentita e frequentata: attorno alla chiesetta si raduna un «gran concorso di abitatori dal Motese, Mainarde ed altri monti vicini» [3]. Sono soprattutto donne, adornate con abiti di singolare «stranezza» e grande diversità, per chi non sia abituato a vederle, coloratissime, alle quali dedica righe di inaspettata poesia: dalla Terra del Gallo proviene un ordine femminile del Serafico cappuccino che veste alla “zoccolante”, le ragazze di Scanno invece sembrano giovani greche e quelle di Carovilli armene; alcune hanno sul capo fazzoletti rossi ricamati con filo bianco dal «gusto etrusco» e sono tutte una «vera bellezza».

Durante la fiera vengono venduti ai devoti «membri virili di cera di diverse forme, e di tutte le grandezze, fino a un palmo», in numero decisamente maggiore rispetto ad altre figurine che rappresentano gambe, braccia o altri organi. Questi membri di cera verranno poi raccolti in due bacili posti sulle tavole «nel vestibolo del Tempio», accompagnati da un’offerta in denaro, «come si è praticato sempre in tutte le presentazioni di membri». Nel vestibolo quindi i canonici raccolgono in un cesto i membri di cera e nell’altro le offerte per le messe e le litanie: i voti vengono sempre accompagnati da una moneta e una frase del tipo «santo Cosimo benedetto, così lo voglio», «a te mi raccommendo». La devozione è «tutta quasi delle donne» che si recano in gran numero a chiedere la grazia e l’intercessione di san Cosma, «baciando ogn’una il voto che presente».

Nonostante l’affitto di tutte le baracche a disposizione, era difficile trovare dove dormire per due notti «non essendoci in Isernia case locande per alloggiare tutto il numero di gente che concorre». Le donne venivano ospitate alcune nella chiesa dei frati minori dell’ordine degli zoccolanti, altre presso i cappuccini, mentre i luoghi esterni, come i portici, erano destinati agli uomini. La festa finisce con i canonici che si spartiscono cera e denari e «col ritornar gravide molte donne», con gran vantaggio delle province che vedono un cospicuo incremento della popolazione, non solo le «sterili maritate» che erano andate a chiedere la grazia di un figlio, ma spesso «la grazia s’estende senza meraviglia» anche alle donne sole che per due notti avevano dormito all’interno delle chiese «guardate dai guardiani, vicari e padri più di merito», col risultato di un’abbondanza di miracoli «senza incomodo delli santi».

La connessione tra fertilità e organo genitale maschile è più che un’allusione in questa festa popolare “scandalosa” che ha subito infatti il taglio della censura; ma i numeri parlano chiaro, e anche la composizione di genere: alle donne ‒ quelle che appartenevano a ordini femminili votate al rigore e al sacrificio e le belle e sognanti “puelle” dei villaggi di montagna, quelle sole e quelle accompagnate, le licenziose e le timorate ‒ era concesso di sospendere durante i tre giorni (e due notti) della festa quel comportamento contenuto che era loro imposto dal dovere sociale, “sottomettersi” al volere del santo e lasciarsi andare all’evento eccezionale, al “miracolo”.

Di Cosma e Damiano già gli Atti dei martiriologi greci riportano «elementi improbabili e fantasiosi, macroscopiche invenzioni, acclarate inverosimiglianze», una manipolazione ritenuta lecita forse dal fatto che i primi compilatori erano a conoscenza di notizie dirette [4]I santi sono definiti gemelli e taumaturghi che curano gratuitamente non solo gli uomini, ma anche gli animali: «Esperti dell’arte medica, non altra ricompensa per le terapie sollecitavano, se non la fede in Cristo» [5]. La loro festa, secondo il calendario liturgico, cade alle V Kalende di ottobre (27 settembre), ma la data del loro martirio non è concorde; di nobili origini arabe, vissero a Roma e morirono sotto l’imperatore Carino (283-285). In tutte le versioni vengono ricordate «l’eccellenza nell’arte medica» e le opere benefiche e gratuite soprattutto verso i poveri. Il culto a Roma si diffonde presto: papa Simmaco (498-514) dedica loro un oratorio vicino Santa Maria Maggiore e Felice IV (526-530) innalza una basilica che porta i loro nomi «in un luogo chiamato Via sacra», presso il tempio di Apollo [6].

Le loro spoglie sono state traslate più volte e se ne trovano parte in Italia, parte in Francia, in Inghilterra, Portogallo e Germania. A Monaco, ad esempio, sono custoditi i crani dei due martiri in un’arca ricoperta di bassorilievi dorati posta al centro della chiesa di san Michele arcangelo. Ogni anno le reliquie vengono esposte solennemente in occasione della supplica che si tiene la domenica compresa nell’ottava di Ognissanti, per commemorare la vittoria su Federico V del Palatinato conseguita a Praga nel 1620, festa istituita qualche anno più tardi dall’elettrice Maria Anna d’Asburgo. Nessun cenno dai commentatori locali su attività “scabrose” che seguono la celebrazione, nella fredda Baviera ‒ e forse un cranio si presta meno di un alluce a sottintesi di ordine erotico: si dice solo che la devozione dell’arciduchessa per i due martiri fu seguita dai cittadini con grande entusiasmo, e «molte statuette di cera e d’argento attestano quanto grande fosse la loro fede e la loro riconoscenza» [7].

In Italia molte e antiche sono le chiese dedicate ai due santi. In Abruzzo-Molise, oltre al celebre eremo di Isernia, altri luoghi di culto significativi sono a Sulmona, Roccascalegna, Caprara frazione di Spoltore, Cognano Amiterno, Castel di Sangro e Tagliacozzo (ivi, p. 83). Qui, in quel monastero di San Cosma che viene menzionato già nelle fonti carolinge con la nota in Heloritu (in un bosco di allori), risiedono ora le monache di clausura benedettine.

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Note:

[1] Sul simbolismo della concha veneris, si veda M. Maculotti, Il simbolismo della Spirale: la Via Lattea, la conchiglia, la “rinascita”, su AXISmundi.

[2] Qui sir William Hamilton, con la denominazione di “Dio dei Giardini”, si riferisce probabilmente al Green Man britannico, relazionato con il simbolismo della rinascita annuale del ciclo vegetativo-stagionale e della fertilità; a riguardo, si veda M. Maculotti, Da Pan al Diavolo: la ‘demonizzazione’ e la rimozione degli antichi culti europei, su AXISmundi.

[3] Abbiamo già parlato del folklore e dei riti riguardanti la regione delle Mainarde; a riguardo, cfr. M. Palmesano, La magia delle Mainarde: sulle tracce delle Janare e dell’Uomo Cervo, su AXISmundi.

[4] Cfr. A. Bucci, I santi medici Cosma e Damiano, Armando Editore, 2016.

[5] Ivi, p. 17.

[6] Ivi, p. 75.

[7] Ivi, p. 106.


 

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