Il risveglio di Pan nell’Inghilterra Vittoriana-Edoardiana: “Il Giardino del n.19” di Edgar Jepson

The Garden at 19 (1910) di Edgar Jepson, vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo, si presenta come pseudo-sequel del Grande Dio Pan di Arthur Machen, che di Jepson fu intimo amico: una novella folk-horror ambientata nella Londra edoardiana che fu apprezzata anche da Aleister Crowley, appena pubblicata in Italia da Dagon Press.

di Marco Maculotti

Ci fu una pausa; poi gridò in un tono in cui il trionfo si mescolava stranamente alla paura: “Pan non è morto!”.
Tremò, sussultò e la stanza divenne rapidamente luminosa. Il suo volto morto era irradiato da un’esaltazione trionfante.

— E. Jepson, The Garden at n.19, cap. XXIV

Fra le innumerevoli pubblicazioni recenti della piccola realtà editoriale Dagon Press — di cui abbiamo già parlato sulle nostre pagine e di cui senza ombra di dubbio torneremo a parlare in futuro — è per lo scrivente impossibile, data la venerazione provata nei confronti dell’opera letteraria di Arthur Machen, non accogliere con giubilo la traduzione italiana di The Garden at 19 (1910) di Edgar Jepson (1863 – 1938), che del gallese fu intimo amico e grande ammiratore, nonché, soprattutto in questa novel, in una certa misura imitatore. Il Giardino del n. 19, infatti, si presenta fin dalle prime battute come un omaggio al primo romanzo folk-horror di Machen, quel Great God Pan (pubblicato a puntate nel 1890, poi ampliato nel ’94) di cui la critica degli ultimi decenni ha parlato lungamente, facendolo emergere dall’abisso di oblio nel quale a lungo proprio i critici letterari di fine Ottocento lo avevano avventatamente riposto, giudicandolo un romanzo immorale ed eccessivo.

Già in altra sede abbiamo analizzato il romanzo in questione di Machen nonché l’importanza che l’archetipo terribile dell’arcaico dio Pan ricoprì nell’Inghilterra a cavallo tra XIX e XX secolo, tra l’avvento della seconda rivoluzione industriale e lo scoppio della prima guerra mondiale (cfr. M. Maculotti, Arthur Machen, profeta dell’avvento del Grande Dio Pan, in A.a.V..v., Arthur Machen: l’apprendista stregone, Bietti, Milano 2020). Non avevamo però menzionato, fra i racconti e i romanzi dell’epoca dedicati al terrifico dio dal piede caprino questa novel di Jepson, che col senno di poi ci sarebbe dovuta entrare di diritto, a fianco di The Touch of Pan di A. Blackwood, The Music on the Hill di Saki e Story of a Panic di E.M. Forster. Nei confronti del Pan di Machen, The Garden at 19 è debitore a tal punto da poter apparire quasi come un sequel del primo, arricchito da una sorta di “cammeo” dello scrittore gallese nei panni del personaggio di nome Ambrose Marks, in cui Jepson ha voluto ritrarre simpaticamente l’amico, prima ancora che il Maestro.

Jepson aveva già in precedenza omaggiato il dio Pan: il romanzo pubblicato nel 1904, sei anni prima di quello in analisi in questa sede aveva come titolo The Horned Shepherd, vale a dire «il Pastore Cornuto»… un palese riferimento alla divinità macheniana per eccellenza, che ha infestato come uno spettro mai sazio l’intera letteratura britannica dal periodo vittoriano in poi. È stato quello il momento in cui l’antica divinità benevola e pastorale che i poeti Romantici e i preraffaeliti fecero assurgere a imago dell’esistenza beata dell’aurea Arcadia mutò nel giro di una generazione o due in qualcosa di molto diverso, per così dire nel suo doppelganger oscuro, nella sua ombra che per millenni era stata, per dirla con Hillman, rimossa. Proprio dagli abissi del rimosso psichico della società borghese vittoriana sorge invitto il dio dal piede caprino, nuovamente accessibile alla psiche dei nuovi letterati d’oltremanica secoli dopo le abiette testimonianze dei sabba notturni e la caccia alle streghe.

Come sempre quando andavo a trovarlo, nel vederci disse, con la voce spessa e farfugliante, e ridendo la sua risata vacua: “Pan non è morto”. L’alienista trascorse con lui quasi un’ora, osservandolo, studiandolo, cercando di farlo parlare. Disse solo due volte: “Pan non è morto”.

(cap. XXIV)

Come scrive Bernardo Cicchetti, curatore dell’opera [Cicchetti è stato curatore anche di Cheetah, pubblicato da Dagon Press l’anno scorso con una nostra appendice sulle Femmine fatali e ferali nella letteratura fantastica], nella sua prefazione, già in The Horned Shepherd Jepson regalò ai propri lettori «incursioni nel mondo dell’esoterismo paganeggiante, dove il tema della presenza degli dei di religioni che furono e della loro circolazione nel nostro mondo sotto mentite spoglie, con il conseguente rifiorire di riti e pulsioni neoclassiche, non aveva mai smesso di affascinare e irretire intere schiere di artisti della parola, della musica e delle arti figurative». Tutto ciò è ovviamente da vedersi in relazione con il fiorire di società occulte e circoli esoterici, come la celebre Golden Dawn di cui fecero parte, tra gli altri, cultori del folklore celtico come lo stesso Machen e W.B. Yeats, oltre ad altri letterati come il già menzionato Blackwood, Rohmer e Stoker, oltre a “operatori magici” del calibro di Dion Fortune e Aleister Crowley. Proprio Crowley ebbe modo di leggere The Garden at 19 alla sua uscita, nel 1910, e gli piacque a tal punto da consigliarlo ai suoi adepti come lettura obbligatoria per sviluppare una visione realistica e moderna della stregoneria e dei culti della Old Religion al giorno d’oggi.

Se nel romanzo ispiratore macheniano le celebrazioni dei rituali proibiti vengono lasciate interamente all’immaginazione del lettore, fornendogli solo e unicamente una visione filosofica ed esoterica sul potere terribile del dio Pan in azione e qualche rara menzione delle conseguenze fisiche del suo operato nella nostra realtà, lo pseudo-sequel di Jepson si distingue invece dal primo proprio in virtù del fatto che gli accenni ai rituali officiati dai convenuti della villa al n.19 di Walden Road sono ripetuti attraverso tutta la narrazione, con indicazioni ben precise di carattere astrologico e accenni non banali a pratiche evocatorie di tipo goetico. Se le conoscenze in ambito occulto di Machen erano inestimabili — avendo tra le altre cose catalogato migliaia di titoli di difficile reperimento, nel sottoscala di una fornitissima libreria esoterica, durante i suoi anni londinesi giovanili — notevoli dovettero essere per forza anche quelle di Jepson, che non a caso intravide lo stesso Crowley. Quest’ultimo, leggendo The Garden at 19 in un pomeriggio londinese di più di un secolo fa, forse si avvide che talvolta racconti e novelle possono veicolare conoscenze che sono tutto fuorché illusioni; come avviene anche durante la lettura delle opere più significative di Machen e — forse ancor maggiormente — di Gustav Meyrink.

Si pensi tra le altre cose alla non comune menzione, nei primi capitoli, del rombo in qualità di oggetto cerimoniale: una menzione che presuppone una ricerca da parte dell’autore in campo etnografico (ad es. i riti degli aborigeni australiani o di certe tribù nordamericane) e in quello della storia delle religioni classica (il rombo era uno degli strumenti misterici per antonomasia nei rituali orfici, e nel mito figurava anche come uno dei “giocattoli” con cui i Titani avrebbero ingannato Dioniso bambino per catturarlo e smembrarlo). Nel VI capitolo viene fatto, oltre al nome di Pan, quello di Nodens, il «dio dell’abisso» già nominato da Machen in connessione con i riti proibiti officiati dalla legione romana di stanza a Carleon on Usk, nel suo Galles: un dio tremendo che di Pan sembra essere un doppio in piena regola. Il risveglio del dio dal piede caprino, anelito principale della setta che agisce nella novel di Jepson, passa non casualmente attraverso il famigerato «Rituale dell’Abisso», il quale comprende estenuanti danze di fronte a una statua «terribilmente viva» del dio che viene definita «affascinante» benché «terribile», coppia dicotomica benché non ossimorica di aggettivi presa pari-pari dall’opera macheniana di riferimento.

Gli zoccoli, le gambe pelose e i talloni la identificavano come una statua di Pan. […] I miei occhi caddero sulla faccia della statua; e rabbrividii. Lo scultore, un grande artista, si era prefissato di scolpire il volto del Pan del terrore panico, del Pan che faceva impazzire di paura chi lo vedeva; e non aveva fallito. Un’indicibile, maligna fierezza sfavillava in modo verosimile dai lineamenti scolpiti. Anche nella fredda pietra era terribile oltre ogni dire.

Più riflettevo su questo nuovo fatto che avevo appreso — che sotto la cupola c’era una statua di Pan — più me ne meravigliavo. Pan non mi sembrava il dio adatto a occupare il posto principale nel rituale dell’Abisso. Perché, sebbene la prima concezione del diavolo fosse probabilmente tratta da Pan, non potevo pensare che Woodfell e i suoi amici ne sarebbero stati influenzati. Mi chiedevo se non dovessi cambiare la mia visione delle creature dell’Abisso invocate nei riti. Marks aveva lasciato cadere una frase sulle forze della natura. Queste creature dell’Abisso erano divinità della natura e non demoni? Eppure, tra loro c’era Moloch — l’avevo sentito invocato — e sicuramente Moloch era un diavolo. Ero perplesso.

(cap. XXI, IX)

Infatti, oltre a Pan e a Nodens (suo “doppio” d’area celtica “romanizzata”), nel rituale dell’Abisso di cui si parla a più riprese nel romanzo di Jepson vengono invocate anche altre divinità: sette in tutto, come il numero dei cieli planetari e delle iniziazioni all’interno dei Misteri Mitraici. Ai riti di Pan e Nodens si aggiungono infatti, tra gli altri, quelli di Adone (grazie a un manoscritto rinvenuto nel 1902 in un monastero tibetano), Shiva e Moloch, quest’ultimo dio terrifico presso il cui altare infuocato i Cananei sacrificavano i propri primogeniti con abietti rituali che si sono poi diffusi in tutta l’area medio-orientale, tra Fenici ed Ebrei (ne abbiamo parlato in Carcosa svelata, cap. I): non è allora un caso se, nel capitolo conclusivo di Garden at n.19, la voce narrante ipotizza che, segnatamente al rituale di Moloch, Woodfell «avesse in mente da alcuni anni il sacrificio umano al posto del sacrificio dell’agnello». Tutto ciò perché Woodfell «non era certo che ci fosse più di un dio dell’Abisso, noto alle nazioni e adorato da loro con molti nomi; ma nondimeno credeva nell’efficacia di avvicinarsi a quel potere o a quei poteri attraverso i diversi sentieri antichi» (cap. XXIV).

Ognuno dei rituali viene celebrato in una lingua diversa e con gestualità proprie («Devono aver bisogno di molte istruzioni per quei riti… sette o otto lingue straniere»; cap. XX), e l’intero cerimoniale si conclude, come abbiamo già accennato, con il sacrificio cruento di un agnello. A queste sette fasi del rituale invocatorio ne viene infine aggiunta un’ottava, destinata a spalancare definitivamente l’Abisso nel giardino del n.19 di Walden Road, la quale vede come protagonista Astaroth, demonessa che gli storici delle religioni indicano come “erede” della Ishtar/Astarte sumero-babilonese, divinità su cui Abraham Merritt incentrò una delle sue creazioni letterarie più note, recentemente ristampata in italiano dai tipi de Il Palindromo (Il vascello di Ishtar, 1924).

Particolarmente riuscita è la descrizione, nei capitoli conclusivi della novella, delle trasformazioni “sottili” che interessano l’intera Walden Road in seguito alla celebrazione dei rituali dell’Abisso, una mutazione avvertita da tutti i convenuti che naturalmente trova il suo baricentro nel famigerato giardino del n.19 e che, nondimeno, misteriosamente non interessa la villetta al n. 20 in cui abita John Plowden, la voce narrante della vicenda; una mutazione sottile del territorio che ricorda quella che H.P. Lovecraft descriverà in due dei suoi racconti più riusciti: The Color Out of Space (1927) e The Shunned House (1924):

Poi l’oppressione dell’orrore invase la strada stessa. Di notte il silenzio minaccioso, divenuto più profondo, si posava sempre su di essa, tranne quando soffiava un forte vento, e il fruscio e lo scricchiolio degli alberi nel grande giardino dall’altra parte della strada lo rompevano. […] Quando arrivavo a metà strada dopo il tramonto, l’oppressione mi piombava addosso. Sentivo che mi stavo avvicinando a una presenza orribile e malefica.

Cominciai a osservare il giardino del n. 19 di notte dopo che Pamela vi era rientrata lungo la grondaia. Non c’era da meravigliarsi che, con i miei nervi così tesi, mi sembrasse pieno di strani suoni, di creature che mormoravano e sussurravano fra di loro sotto i sicomori. Una notte avrei giurato di aver sentito una risatina — l’unica parola per descriverla è risatina — in fondo al giardino. Mentre guardavo, cresceva la mia convinzione che la cupola fosse il vero centro dell’orrore che si espandeva, che sotto di essa ci fosse la bocca dell’Abisso.

(cap. XIII, XIX)

La menzione del terrificante Volto evocato da Woodfell per punire uno dei convenuti ai rituali, reo di avances troppo avventate nei confronti della di lui nipote Pamela, anticipa invece Il Volto Verde del già nominato Meyrink, pubblicato dallo scrittore austriaco sei anni più tardi del romanzo in analisi in questa sede (1916):

La faccia, Woodfell! Salvami dalla faccia! Portala via! […] Portala via! Portala via! Portala via! La faccia, Woodfell! La faccia! La faccia! Portala via! Ti do mille sterline per portarla via! La faccia! Woodfell! Mille sterline! La faccia! Mille sterline! Mille sterline! La faccia! Mil…

C’era una cosa che gravava in qualche modo sulla mia mente: la statua di Pan. Avevo la sensazione che fosse un fulcro di influenze malefiche. Non avevo dubbi che lo fosse stato; e non riuscivo a liberare la mente dalla fantasia che lo fosse ancora. A volte la sua faccia malefica entrava nei miei sogni.

(cap. XVI, XXIV)

La femme fatale archetipale che nel Pan di Machen era ovviamente rappresentata dalla famigerata Helen Vaughan, terribile progenie del dio dal piede caprino, trova un corrispettivo nella novella di Jepson nel personaggio dell’omonima Helen Ranger, scelta dal signor Woodfell per ricoprire il ruolo di sacerdotessa di Astaroth nella fase conclusiva del famigerato rituale dell’Abisso. Caratteristiche paradigmatiche come in primis i capelli fulvi ne fanno una “maschera” ideale della Donna Scarlatta di crowleyana memoria. Da parte sua, invece, Woodfell incarna l’archetipo del “ricercatore di frontiera/alchimista/operatore occulto”, omologo dello “scienziato pazzo” che nel Pan di Machen rende possibile l’incarnazione dell’antico dio-demone mediante esperimenti ultramoderni sul cervello umano. L’apparato operativo («Nella stanza che aveva usato come studio c’era una collezione di strumenti di stregoneria, molti dei quali, senza dubbio, recuperati nei suoi viaggi: un astrolabio, sfere di cristallo, rombi rotanti di diverse forme, amuleti, l’intero corredo di uno stregone del Congo e di uno sciamano amerindio»; cap. XXIII) e bibliografico che lo contraddistingue lo inserisce di diritto nella vastissima lista di personaggi similari nella letteratura fantastica e sovrannaturale a cavallo tra XIX e XX secolo.

Fra i moltissimi possiamo ricordare gli innumerevoli Herbert West (Herbert West, Reanimator), Wilbur Whateley (Dunwich Horror), Robert Suydam (Horror at Red Hook), Crawford Tillinghast (From Beyond) e dr. Munoz (Cool Air) lovecraftiani e altri analoghi nati dalla penna di autori vittoriani ed edoardiani del calibro di Montague Rhodes James e Arthur Christopher Benson. I suoi diari sono pieni «di fatti che rallegrano il cuore dell’etnologo e dello studioso di folklore» e registrano «i suoi vagabondaggi ai confini del mondo, alla ricerca della chiave del mistero nei popoli primitivi, nelle magie primitive e nelle menti semplici dei popoli selvaggi» (cap. XXIII).

Come nel caso di Machen, è evidente anche l’interesse del suo amico e collega Edgar Jepson per quanto riguarda le remote e fumose origini delle pratiche religiose nella (prei)storia dell’umanità: una peculiarità che contraddistinse svariati letterati e studiosi inglesi del XIX secolo, fra cui possiamo fare il nome di quel Richard Payne Knight — citato anche da Machen (The Red Hand) — che testimoniò la sopravvivenza cultuale, in epoca moderna nel Meridione italiano, di antichissimi culti della fertilità e della fecondità esemplificati iconograficamente da peculiari amuleti anatomici in onore del dio Priapo. E, a tal riguardo, è infine altamente significativo il fatto che lo stesso Jepson, nel capitolo conclusivo del Giardino del n.19, parli esplicitamente di un caso di “possessione panica” avvenuto nella città più importante del Sud Italia, arricchendolo con osservazioni che richiamano situazioni tipiche della Fairy-Faith gaelica (il vagare sulle colline “fatate”, l’aver subito uno shock improvviso e indecifrabile) così cara a Machen (White People, Novel of the Black Seal, Shining Pyramid):

È curioso che le sue uniche parole siano: “Pan non è morto”; perché c’è un contadino in un manicomio di Napoli che dice proprio quelle parole. È stato portato dalle colline, dove aveva vagato per diciotto mesi; e le autorità non sono mai riuscite a sapere a quale villaggio appartenesse, o quale shock gli avesse distrutto la mente.

(cap. XXIV)
Illustrazione originale della prima edizione inglese del 1910

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