L’Uomo eterno e i cicli cosmici

La specificitΓ  dell’uomo fra ipotesi evolutiva e prospettiva involutiva: immerso nei cicli del Cosmo, eppure perennemente uguale a se stesso.


di Michele Ruzzai
versione aggiornata dell’articolo “L’Uomo originario e l’inizio dell’etΓ  paradisiaca”, originariamente pubblicato su EreticaMente
note integrativeΒ (*) a cura di Marco Maculotti

Nell’articolo precedente [La fine dell’EtΓ  Primordiale e la Caduta dell’Uomo] avevamo cercato di inquadrare il particolare momento preistorico che vide il passaggio dalla fase paradisiaca a quella post-edenica della nostra umanitΓ , traendo in larga misura spunto da quanto hanno avuto modo di scrivere gli autori ascrivibili al filone culturale del cosiddetto β€œTradizionalismo integrale” (definito anche β€œPerennialismo”) come Julius Evola e RenΓ© Guenon, ma anche nomi quali Ananda Kentish Coomaraswamy, Frithjof Schuon, Titus Burckhardt, in parte Mircea Eliade ed altri ancora.Β La prospettiva qualificante di questa corrente di pensiero – Γ¨ utile ricordarlo – assume come essenziale punto di partenza il fatto che ai primordi si sia manifestato un retaggio conoscitivo, appunto una β€œTradizione Primordiale”, di origine essenzialmente non umana, che i nostri Avi non hanno inventato o costruito, ma essenzialmente ricevuto da forze e realtΓ  divine a loro trascendenti.

Se il sapere e le fonti piΓΉ profonde delle veritΓ  metafisiche e cosmologiche – una Philosophia perennis et universalis – non rappresentano quindi nulla di umanamente accumulato, Γ¨ facile comprendere come un altro degli elementi piΓΉ caratterizzanti del pensiero tradizionalista sia il deciso rigetto della visuale evoluzionista – biologica e culturale assieme – almeno nella sua accezione piΓΉ comune, ovvero quella di un processo generale che da un β€œmeno” conduce verso un β€œpiù”, o da un β€œbasso” procede verso β€œl’alto” (contrariamente al vero significato etimologico del termine che viene dal latino volvere, cioΓ¨ srotolare, svolgere e che quindi dovrebbe piuttosto esprimere il dispiegarsi delle possibilitΓ  di esistenza che sono giΓ  tutte contenute – senza procedere, passo dopo passo, l’una dall’altra – nella totalitΓ  dell’Essere); ma sono tutti concetti che verranno approfonditi in un prossimo articolo (β€œQuale Evoluzione?”).Β La prospettiva tradizionalista ci invita quindi a considerate l’uomo sotto una luce radicalmente diversa rispetto a quella darwiniana, con delle riflessioni che possono coinvolgere piΓΉ livelli.

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PeculiaritΓ  e β€œgenericità” dell’Uomo

Ha radici lontane, innanzitutto, quell’interessante linea di pensiero rintracciabile giΓ  nel Protagora, dialogo platonico nel quale si narra il mito della creazione dell’uomo da parte dei due fratelli Titani, Prometeo e Epimeteo: quest’ultimo crea le diverse specie animali dotandole di vari organi di difesa, ma inavvertitamente lascia l’uomo nudo e inerme. Un aspetto, a ben vedere, abbastanza incongruo se interpretato nell’ottica evoluzionista di un perfezionamento continuo e di un uomo visto come β€œapice” del mondo biologico.

Temi simili vennero successivamente toccati da Pico della Mirandola, Herder e Schopenhauer fino ad arrivare alla piΓΉ recente β€œantropologia filosofica” di Max Scheler e di Arnold Gehlen: l’uomo vi appare come un essere morfologicamente svincolato dall’ambiente circostante (con dunque pochi appigli da offrire alla selezione naturale), quindi β€œcarente”, β€œmanchevole” ed β€œa-specializzato”, di contro all’animale che invece vi Γ¨ intrinsecamente condizionato. Una genericitΓ  morfologica che perΓ², d’altro canto, Alain de Benoist ricorda anche accompagnata dal possesso di caratteristiche ed attitudini tipiche di specie molto differenti tra loro e che rendono l’uomo un soggetto unico per capacitΓ  cosΓ¬ variegate, un ventaglio posseduto come nessun’altra forma vivente.

L’animalitΓ  dunque si evidenzia come intrinsecamente β€œpiΓΉ omogenea” per il neurobiologo Alain Prochiantz, ma anche di conseguenza piΓΉ limitata e parziale, portando ad una singolare concordanza pensatori molto diversi come ad esempio Meister Eckhart – che inquadrava l’animalitΓ  come realtΓ  parziale e l’uomo invece come un microcrocosmo completo – e Konrad Lorenz, il quale mise in luce come non esista praticamente nessuna specie vivente che possa, sul piano delle prestazioni fisiche, realizzare la diversitΓ  di esercizio di cui anche l’uomo medio, in virtΓΉ della sua β€œnon specializzazione”, Γ¨ capace. Dunque la coppia β€œambiente-biologia” non Γ¨ in grado di fornire all’uomo dei dati comportamentali univoci e quindi, rileva l’antropologo Clifford Geertz, Γ¨ evidente come l’uomo viva in una vera e propria β€œlacuna di informazioni”: una lacuna che, di conseguenza, va riempita attingendo da altre fonti (cioΓ¨, in termini etnologici, dalla sua β€œcultura”).Β 

È quindi soprattutto sotto il profilo di una β€œchiusura”, di una perdita della pienezza delle possibilitΓ  omnidirezionali e β€œtotipotenziali” esistenti ab origine (un β€œprimitivismo” cioΓ¨ da interpretare in tutt’altra prospettiva rispetto a quella di un’arretratezza evolutiva) che andrebbe riletto il meccanismo di specializzazione morfologica di una data forma; riducendo la scala, ciΓ² ad esempio si verifica in un organo dalle iniziali caratteristiche piΓΉ generiche attraverso l’ipertrofia di alcune funzioni a spese di altre (che per la β€œlegge di Dollo” Γ¨ un fatto irreversibile). Il dato della specializzazione morfologica puΓ² quindi essere letto in modo completamente diverso rispetto alle visuali darwiniste: se Giorgio Manzi rileva come nella classe dei mammiferi vi siano raggruppamenti (ad esempio i cetacei o i pipistrelli) che presentano caratteri decisamente peculiari a confronto dei Primati, nell’ambito di questi ultimi, secondo il biologo Max Westenhofer, lo stesso uomo addirittura potrebbe essere inquadrato come il piΓΉ antico dei mammiferi in quanto, tra tutti, quello che sembrerebbe essersi meno allontanato dal loro ipotetico prototipo.

Altri ricercatori (ad esempio Klaatsch, DacquΓ¨, Samberger, Frechkop) arrivano addirittura ad ipotizzare per la linea umana una percorso filogenetico del tutto a sΓ© stante, tale da superare quello dell’ordine dei Primati se non addirittura, sorprendentemente, quello dei mammiferi. Per tempi piΓΉ vicini a noi ed in una prospettiva meno ampia, il genetista Giuseppe Sermonti sottolinea come la gran parte dei caratteri dell’uomo attuale siano da considerarsi β€œprimari”, cioΓ¨ vicini alle conformazioni tipiche dell’ordine, presenti quanto meno nei piΓΉ antichi primati fossili e collocandolo, contrariamente a quanto dovrebbe attendersi secondo la teoria evoluzionista, in una posizione filogenetica compatibile con quella di un mammifero della piΓΉ elevata antichitΓ : tra tutti, anche secondo Sermonti, forse il meno lontano da un ipotetico β€œprototipo” iniziale.

La forma umana sembrerebbe cioΓ¨ essere la primigenia tra tutte quelle dei mammiferi in quanto evidenzierebbe una specializzazione molto meno marcata; e ciΓ² non solo nei confronti, ad esempio, delle scimmie attuali, ma anche in rapporto a quelli che si vorrebbe fossero i nostri ipotetici precursori, ovvero le Australopitecine, gli Homo Erectus e gli Habilis. Al contrario, tali specie parrebbero invece denotare caratteri estremamente adattati a delle precise β€œnicchie” ecologiche (ed anzi, secondo Vittorio Marcozzi, giΓ  decisamente indirizzatesi in direzioni – in dei cul de sac – morfologicamente troppo divergenti per rappresentare le nostre antenate) rispetto ad altre forme piΓΉ prossime a quelle umane attuali. Da queste ultime, infatti, gli ominidi africani avrebbero mantenuto la stazione eretta – che dunque presenterebbe una grandissima antichitΓ  – ma ciΓ² stando ad indicare una loro derivazione da un tronco piΓΉ originario e β€œcentrale”, esistente giΓ  da tempi molto piΓΉ antichi di quanto si supponga.

Sotto questo profilo, altre interessati indicazioni possono essere tratte dalla conformazione del feto umano. È stato infatti osservato come questo manifesti in modo ancora piΓΉ evidente i caratteri generali dell’ordine a cui la specie appartiene, ed Γ¨ per tale motivo che si presenta in maniera morfologicamente molto simile in tutti i rappresentanti di questa stessa classificazione zoologica (ad esempio, il feto di uno scimpanzΓ¨ o di un gorilla sono quasi identici a quello umano): ma ciΓ² solo perchΓ© ancora libero da caratteri β€œsecondari” che verranno acquisiti in un secondo momento. Una specie poco specializzata, com’è quella umana, evidenzia infatti questa sua β€œprimarietà” proprio nella somiglianza che, nell’adulto, si mantiene con lo stadio di feto e di neonato, cosa che invece non Γ¨ osservabile in altre forme considerate a noi vicine: queste, ben presto, con la crescita dell’individuo si rivestono delle β€œsovrastrutture” organiche loro proprie.

È tale eterna fanciullezza che ha spinto autori come Louis Bolk ad inquadrare i caratteri somatici dell’uomo come condizioni fetali divenute permanenti anche in etΓ  adulta. È il fenomeno generale noto come β€œneotenia” nel quale, accanto all’aspetto legato agli elementi connessi alla β€œfetalizzazione” vi Γ¨ anche quello della β€œpedomorfosi” che comprende, ad esempio, anche il dato, assolutamente caratteristico della nostra specie, della prolungata educabilitΓ  per diversi anni da quando Homo Sapiens viene alla luce. Significativo anche il fatto che il biologo Adolf Portmann inquadri la β€œdifettività” umana (in coerenza con le summenzionate elaborazioni filosofiche) anche alla luce del primo anno di vita del bambino, che rappresenterebbe una vera e propria β€œgravidanza extrauterina”: solo al termine di questo periodo l’uomo acquisisce la statura eretta ed un rudimento di linguaggio che sono elementi vitali per la sua sopravvivenza e che invece altre specie di mammiferi, in proporzione alle loro caratteristiche, presentano fin da subito, appena nati.

Sono tutti elementi che dunque sembrano puntare in una ben precisa direzione: l’uomo non pare essere derivato da forme ancestrali animalesche, bensΓ¬ sono semmai queste che rappresentano delle linee laterali, derivate e senili di sviluppo. I caratteri primordiali, invece di essere di tipo β€œbestiale”, sono quelli fetali, quelli della incontaminata giovinezza. È piuttosto l’animale ad essere il prodotto di una β€œinvoluzione” a partire dall’uomo – quasi una sua β€œmalattia” – come ipotizzava anche lo stesso Platone che, ad esempio, vedeva nelle scimmie gli umani di un remoto passato, decaduti per aver perso la β€œscintilla sacra” (*). Probabilmente nella stessa direzione si puΓ² leggere lo stesso Julius Evola quando ricorda le potenzialitΓ  animali che il principio umano primordiale avrebbe recato in sΓ© stesso e che, significativamente prima dello stabilirsi della razza dei mortali, il pensatore romano inquadra nei termini di una vera e propria lotta avvenuta tra un impulso divino ed un altro di direzione teratomorfa, animalesca: direzione che tuttavia la corrente piΓΉ centrale avrebbe β€œlasciato dietro” nel momento in cui veniva a manifestarsi nelle forme piΓΉ consone a fornirgli pure una veste biologica.

(*)Β A tal riguardo, Γ¨ curioso notare come anche la tradizione mesoamericana, sia quella maya che quella azteca, ricordi come, in seguito a uno dei cataclismi che ha messo fine a un’Γ¨ra precedente a quella attuale, i membri dell’umanitΓ  di quel tempo furono letteralmente trasformati in scimmie. Nella tradizione nahuatl (tolteco-azteca) questa tradizione rimanda all’era del Secondo “Sole”, governata daΒ Quetzalcoatl. Al termine di questo ciclo, quando gli uomini sulla Terra smisero di dimostrarsi grati con gli dΓ¨i, furono trasformati in scimmie da Tezcatlipoca, dio del giudizio e della magia, nonchΓ© Sovrano del Primo “Sole”. Ma Quetzalcoatl, che amava gli uomini nonostante le loro mancanze, si addolorΓ² per la loro sorte, e soffiΓ² via tutte le scimmie dalla terra con un terribile uragano, ponendo cosΓ¬ fine al Secondo “Sole” e dando inizio al Terzo. A questa “tabula rasa” del mondo seguΓ¬ l’episodio mitico della discesa di Quetzalcoatl al Mondo Infero, per rubare le ossa del genere umano defunto e farlo rinascere rinnovato immergendolo nel proprio sangue [cfr.Β M. Maculotti, Una lettura cosmogonica del pantheon della tradizione mexica, in un’ottica di sincretismo religioso]. Il lettore avrΓ  modo di giudicare da solo la corrispondenza fra questo mitologema e quello del “rinnovamento” del genere umano di ciclo in ciclo, di Manvantara in Manvantara.

Anche se non precisamente nei termini di un conflitto di carattere interno ma da una prospettiva diversa, cioΓ¨ come l’infelice esito di una ribellione da parte di un’entitΓ  subordinata verso un Principio superiore, si possono ricordare concezioni che, nel risultato finale, paiono analoghe: ad esempio quelle che, secondo il Talmud o il Corano, vedrebbero la nascita delle forme scimmiesche ed imperfette come una conseguenza del rifiuto di Lucifero di prosternarsi davanti ad Adamo, oppure i vari accenni presenti nei miti dei nativi americani che ricordano gli esseri deformi nati come frutto dei tentativi di imitazione della figura umana, generata idealmente da uno Spirito Creatore, da parte di un maldestro trickster, il Coyote; se non il ricordo che quelli che sono oggi animali un tempo erano del tutto simili agli esseri umani e solo successivamente hanno acquisito quelle caratteristiche che distinguono le diverse specie.Β 

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Dunque dai miti antichi, passando per Platone e via via attraverso pensatori successivi, come ad esempio Joseph de Maistre, Wilhelm Schmidt (la cui β€œscuola di Vienna” formulΓ² l’idea nettamente antievoluzionista di una UrkulturΒ umana ormai scomparsa che avrebbe avuto anche una religione unitaria, l’Urmonotheismus) fino ai β€œperennialisti” dei nostri tempi, si configura e si consolida sempre piΓΉ un’idea che pare opposta a quella classica di β€œevoluzione” dal basso verso l’alto, ma Γ¨ piuttosto legata ad un concetto generale di β€œcaduta” e di β€œinvoluzione”. Ma tale idea puΓ² essere ulteriormente sviluppata tenendo conto di altri due aspetti piΓΉ specifici: uno piΓΉ incentrato sull’analisi dei legami sussistenti tra le varie forme biologiche, ed un altro piΓΉ intrecciato con lo sviluppo cronologico della storia planetaria.

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I rapporti tra le forme viventi

Il primo aspetto richiama necessariamente una questione, ben messa in evidenza da Roberto Fondi, paleontologo dell’UniversitΓ  di Siena, che rileva un punto di particolare importanza: tale rapporto di derivazione delle diverse forme animali a partire dall’uomo, non puΓ² essere inteso in termini direttamente biologici, ma solamente in chiave tipologica e superstorica. È un’osservazione in buona parte condivisibile, anche se lascia spazio a qualche ulteriore integrazione che proveremo a sviluppare. Sappiamo infatti che gli autori tradizionalisti mettono in luce le debolezze paleontologiche del macro-trasformismo darwiniano evidenziando l’assenza di un’ininterrotta catena graduata di forme che ora, pur davanti a circa 250.000 specie fossili, presenta una documentazione che non sostiene l’idea di una continua transizione evolutiva dei viventi; bisogna perΓ² anche osservare che non pare logico proporre una linea di direzione inversa che rimarrebbe sempre, problematicamente, a corto di β€œanelli mancanti”. Quindi, in termini generali, il trasformismo di larghissima scala, cioΓ¨ la cosiddetta β€œmacroevoluzione” postulata nel quadro darwiniano, va sottoposta a severa critica a prescindere dalla direzione di marcia prescelta, dall’uomo verso l’animalitΓ  o viceversa.

E ciΓ² anche se, Γ¨ bene sottolinearlo, all’interno della specie non vi Γ¨ nessun problema nell’ammettere la cosiddetta β€œmicroevoluzione”, che perΓ² quasi unanimemente i biologi rimarcano essere un fenomeno di scala completamente diversa e mai potrebbe spiegare la generazione di nuove; per intenderci la β€œmicroevoluzione” corrisponde alla possibilitΓ  di stabilizzare variazioni che corrispondono alle cosiddette β€œrazze” (tecniche note da tempo ed utilizzate, ad esempio, anche negli allevamenti), ovvero β€œsotto-specie” la cui diversitΓ  genetica tuttavia non arriva a compromette la possibilitΓ  di reciproco incrocio tra queste, con la generazione di ibridi fertili. La domanda che semmai puΓ² sorgere Γ¨ su quali leggi regolamentino gli ordini di grandezza intermedi tra la scala piΓΉ grande e quella piΓΉ piccola, come anche se quelli della specie siano da considerarsi confini davvero invalicabili, o invece soggetti ad una certa elasticitΓ . Quesiti che possono legittimamente sorgere quando, ad esempio, apprendiamo dalle piΓΉ recenti analisi paleogenetiche come una piccola ma significativa parte dell’attuale DNA Sapiens sembri derivare da ceppi diversi (il Neanderthal o il Denisova) avvalorando quindi l’idea di una certa interfeconditΓ  che avrebbe necessariamente dovuto sussistere tra forme diverse per poter condurre quelle remote tracce molecolari fino a noi. Forse allora bisogna ammettere che non sono ancora del tutto chiari i confini precisi oltre i quali la β€œmicroevoluzione” non possa spingersi e quanto peso abbia effettivamente il concetto di β€œstabilità” della specie biologica.

Ne consegue che pare opportuno tenere un punto di equilibrio tra due istanze opposte. Se da un lato va criticata la totale ed incessante β€œfluidità” di forme viventi pensata da Darwin (che non vedeva mai tipi individuali, per lui solo entitΓ  convenzionali), dagli ultimi dati paleogenetici vediamo d’altro canto che sempre meno sembra sostenibile il concetto di un rigido β€œfissismo” delle specie, assunto proveniente soprattutto da un approccio letteralista del testo biblico. Semmai, puΓ² apparire piΓΉ convincente l’idea di una certa plasticitΓ  del vivente, non assoluta ma relativa, che si sarebbe espressa attraverso un ventaglio di possibili β€œvariazioni sul tema” attorno ad un certo numero di β€œtipi” principali, diramatisi giΓ  in un ambito β€œsottile” ed ancora lontani dal piano biologico ma che su questo, quasi come su uno schermo cinematografico, avrebbero proiettato le aree entro le quali dispiegare tutti i possibili abbozzi di ciascuno di essi: ma comunque senza mai spingersi oltre ai confini di quella che tassonomicamente viene definita β€œfamiglia” e che per noi corrisponde agli β€œOminidi”. Sembra inoltre plausibile pensare che all’interno di ciascuno di questi β€œcampi di variazione”, vi possa essere una forma piΓΉ centrale e direttamente collegata quello che potrebbe essere un archetipo immateriale di riferimento, ed altre piΓΉ periferiche e laterali, magari collegate a questo archetipo proprio per il tramite della forma centrale: quindi arrivando a presupporre, in questi casi, un effettivo rapporto di derivazione filogenetica tra forme laterali e centrali.

Per quanto riguarda l’uomo, in quest’ottica il Sapiens non sarebbe quindi, come nella visuale evoluzionista, il culmine ascendente di una catena temporale ininterrotta di forme sempre piΓΉ lontane dall’animalitΓ , ma rappresenterebbe piuttosto questo punto centrale di sintesi: sintesi tra l’impulso antropogenetico proveniente da un livello esistenziale sovrastante e che in esso troverebbe, nell’incontro perfettamente perpendicolare tra l’asse verticale di caduta ed il piano cosmico orizzontale, la migliore fisicizzazione possibile nel mondo della vita.Β Se dunque Γ¨ la forma Sapiens a costituire il punto centrale e di tramite, nell’ambito della famiglia zoologica degli Ominidi, tra il livello sovra-biologico e le altre specie piΓΉ periferiche, possiamo quindi giungere ad immaginare la provenienza delle attuali scimmie, ed anche degli ominidi estinti, a partire da una forma molto simile, se non quasi identica, alla nostra. In effetti potrebbe essere questa la chiave per comprendere, ad esempio, il dato del minor numero di mutazioni del DNA mitocondriale umano stimate da A.R. Templeton (solo 13, contro 34 dello scimpanzΓ©) rispetto a quello di un ipotetico progenitore comune, da cui si evincerebbe che l’uomo attuale si sarebbe allontanato molto meno del cugino scimmiesco dal punto di partenza iniziale. CiΓ² andrebbe nella stessa direzione di quanto osservato da Louis Bolk, secondo il quale lo sviluppo dell’uomo appare come β€œconservativo” mentre quello della scimmia come β€œpropulsivo”.

Un dato coerente anche con le deduzioni di Morris Goodman, che confermΓ² una velocitΓ  evolutiva molto minore nella linea umana rispetto a quella dello scimpanzΓ©, desumendo quindi che l’antenato comune doveva essere molto piΓΉ simile all’uomo che alla scimmia. Bisogna infatti ricordare che non sono stati rinvenuti fossili particolarmente antichi di scimpanzΓ©, gorilla od orango, a riprova di una loro scarsa antichitΓ  rispetto a forme che invece denoterebbero una datazione molto piΓΉ profonda della stazione eretta; mentre invece sembrerebbero non trascurabili, anche se la paleoantropologia ufficiale non ne parla volentieri perchΓ© non spiegabili nel suo orizzonte evoluzionista, gli elementi a sostegno di una forte antichitΓ  della forma Sapiens, che sorprendentemente arriverebbe ad unaΒ  profonditΓ  temporale anche dell’ordine di qualche milione di anni. Per citare solo alcuni di questi ritrovamenti: nell’isola di Giava a Trinil, in California a Calaveras, in Argentina a Buenos Aires, Monte Hermoso e Miramar, in Kenia nei pressi del lago Turkana (cranio β€œKNM-ER 1470”), in Tanzania con le famose impronte di Laetoli, in Spagna a Burgos, in Inghilterra a Ipswich e Foxhall, in Francia ad Abbeville e Clichy, in Svizzera a Delemont, ed infine anche in Italia a Castenedolo e Savona.

Ma, uscendo dal perimetro degli Ominidi, ecco che i rapporti tra le varie specie – quelli di scala piΓΉ ampia – potrebbero invece essere del tipo ricordato da Fondi, ovvero di carattere effettivamente tipologico e superstorico. Sarebbe questo l’ambito che vedrebbe gli anzidetti archetipi β€œsquadernarsi” l’uno dall’altro, probabilmente procedendo anche secondo un processo gerarchico che via via β€œlascerebbe indietro”, come diceva Evola, alcune possibilitΓ  animali, per tenere in una direzione centrale quella specificatamente umana. Le possibilitΓ  animali sarebbero tuttavia sempre β€œinformate” da una loro particolare immagine che darebbe fondamento ontologico al concetto di β€œspecie”, il quale, come ci ricorda RenΓ© GuΓ©non, Γ¨ appunto analogo alla β€œforma” degli Scolastici ed a quello delle idee platoniche: cioΓ¨ principi essenziali e β€œqualitativi” degli enti manifestati.

Per il filosofo Edgard DacquΓ©, in effetti, le specie animali discenderebbero involutivamente da un’umanitΓ  che non Γ¨ tout court identificabile a quella attuale, ma che corrisponde ad un ceppo primordiale e non corporeizzato – lo definisce Urmensch – dal quale l’uomo materializzato, pur distinguendosene, tuttavia ne costituisce l’erede β€œperpendicolare” e piΓΉ diretto, come nell’immagine descritta sopra.Β Ecco quindi l’uomo odierno, con le sue facoltΓ  biologiche e razionali, che rappresenterebbe la β€œprecipitazione” piΓΉ approssimata e vicina di quest’Uomo originario, il quale non a caso anche Platone ebbe a sottolineare come dotato di una natura profondamente diversa da quella attuale. Il concetto di β€œspecie”, quindi accostato a quello delle β€œidee platoniche”, al primo termine del binomio indΓΉ β€œnama-rupa” (nome-aspetto), all’eidos greco inteso come forma esemplare che avrebbe svolto una funzione archetipica e la quale, lo menzioniamo solo di sfuggita, in molte delle elaborazioni teologiche di ambito cristiano si collega al tema dell’immagine di Dio: dagli alessandrini (Clemente Alessadrino, Origene, S. Atanasio, ecc…) a Gregorio di Nissa, a Giovanni Scoto Eriugena, tale elemento non si riferisce tanto alla parte biologica dell’uomo, ma a quella spirituale, al Nous. A ciΓ² che per RenΓ© GuΓ©non Γ¨ in fondo l’Uomo Universale omnicomprensivo di tutte le sue potenzialitΓ  (infatti ancora precedente alla scissione Adamo-Eva del mito biblico) in rapporto al quale noi, Homo Sapiens, non saremmo che dei decaduti: anzi addirittura una sorta di β€œimmagine seconda” di livello ancora piΓΉ basso rispetto al Principio primo, assolutamente trascendente rispetto alla Manifestazione cosmica, che attraverso l’imago Dei plasmΓ² tale Uomo primordiale. Ma dal cui impulso piΓΉ centrale, come detto, l’umanitΓ  attuale nacque quale sorta di β€œprecipitato” chimico, lungo una linea di caduta perfettamente verticale da un piΓΉ alto piano di esistenza.Β 

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Il fattore tempo

Il secondo aspetto al quale, in relazione al concetto di β€œinvoluzione”, si era accennato in precedenza, Γ¨ come detto piΓΉ connesso allo sviluppo cronologico della storia planetaria, secondo una dinamica sua propria che perΓ² puΓ² senz’altro essersi intrecciata con le linee β€œtipologiche” di piΓΉ ampio respiro descritte nel paragrafo precedente. È, questa, la prospettiva secondo la quale Γ¨ soprattutto l’origine delle forme ominidi piΓΉ o meno β€œlaterali” rispetto alla linea Sapiens che potrebbe essere ricondotta non tanto ad una ragione superstorica, come segnalato da Fondi, quanto soprattutto in funzione di un elemento temporale, per il fatto di derivare da cicli precedenti al nostro. Sono cicli che avrebbero riguardato umanitΓ  pregresse – di cui i summenzionati ritrovamenti Sapiens di datazione antichissima – e che corrisponderebbero a quelli che Tradizione indΓΉ definisce β€œManvantara” (un concetto che, come vedremo piΓΉ avanti, viene utilizzato da RenΓ© GuΓ©non ma non da Julius Evola). Il Manvantara Γ¨ cioΓ¨ il ciclo completo di vita di un’umanitΓ , che nell’interpretazione guΓ©noniana ha una durata di circa 65.000 anni e che a sua volta Γ¨ suddiviso in sezioni di ordine inferiore, nel mondo orientale definiti β€œYuga” (in totale 4: Satya, Treta, Dvapara e Kali Yuga), e nella Tradizione ellenica di impostazione esiodea, invece, β€œEtà” (e qui in totale sono 5, da cui la non perfetta sovrapponibilitΓ  di queste con gli Yuga indΓΉ: EtΓ  dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo, degli Eroi e del Ferro).

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Ad ogni modo, la separazione tra Manvantara ad opera di cesure temporali piuttosto nette, i β€œPralaya”, porterebbe ad un andamento assolutamente discontinuo della Preistoria umana, che, oltretutto, nelle ricadute biologiche potrebbe andare nella stessa direzione di quanto ipotizzato dallo stesso Fondi, che postula infatti un processo involutivo non graduale ma sviluppatosi β€œper salti”. Un andamento immaginato anche da Giuseppe Sermonti che prende ad esempio la rapida metamorfosi, ad esempio, della farfalla dal bruco o della rana dal girino. L’inesorabile conclusione di un ciclo potrebbe cioΓ¨ aver comportato uno scivolamento della relativa umanitΓ  verso livelli inferiori: eventi traumatici quali mutilazioni psichiche poi ribaltatesi sul piano fisico, prevaricazioni finite tragicamente, pratiche antropofaghe e quant’altro, vengono ad esempio ricordate in vari miti tibetani, nordamericani e siberiani come punto di origine di ceppi subumani, Sasquatch e pitecantropi. Terminato quindi il loro ciclo di competenza, tali popolazioni giΓ  Sapiens avrebbero perso la β€œcentralità” biologica cadendo traumaticamente, non gradualmente, in forme piΓΉ o meno dominate dall’animalitΓ . Una dinamica che avrebbe prodotto, magari anche ripetendosi – e quindi aggravandosi – nel succedersi dei vari Manvantara, quelle specie geneticamente piΓΉ lontane dalla nostra, ma che tuttavia sarebbero ancora contraddistinte da una relativa parentela zoologica individuabile nella comune appartenenza alla famiglia degli Ominidi. In altre parole, qui alla base ci sarebbe lo stesso β€œarchetipo” (e non la divaricazione ancora piΓΉ radicale, quella tipologica di Fondi, connessa cioΓ¨ al fatto di avere β€œarchetipi” diversi di riferimento): ma le modalitΓ  di β€œbiologizzazione” di questo, sarebbero state progressivamente compromesse e condizionate dal fattore temporale, come in un numero sempre piΓΉ elevato di β€œrifrazioni deformanti” intervenute.

Inoltre, non sarebbe da escludere nemmeno un’ulteriore possibilitΓ  regressiva, questa invece tutta interna allo stesso Manvantara, a partire cioΓ¨ direttamente dall’umanitΓ  biologicamente Sapiens vigente al momento, quale pericolo involutivo sempre pronto a riemergere sotto particolari condizioni: potrebbe trovarsi qui la spiegazione della nascita di ceppi fenotipicamente piuttosto diversi dal Sapiens, ma non troppo dissimili da esso rispetto alle linee residuanti dai Manvantara precedenti. È un’ipotesi teorica nella quale far rientrare, ad esempio, le ipotesi β€œdegenerative” dei biblici Cainiti (progenie di Adamo, quindi appartenenti alla presente umanitΓ ) come delineate da Attilio Mordini nel suo interessante β€œIl mistero dello Yeti”. Dal punto di vista genetico, perΓ², queste linee aberranti si sarebbero collocate in una posizione non cosΓ¬ distante dallo stock Sapiens di partenza da compromettere una certa interfeconditΓ  reciproca, proprio per il fatto che tale dinamica si sarebbe verificata tutta all’interno dello stesso ciclo umano. Potrebbe essere questa la spiegazione, ad esempio, dell’origine dei tipi neanderthaliani (Piveteau, ad esempio, li riconduce a dei Sapiens involuti) e denisoviani, dei quali la summenzionata letteratura ha ormai accertato la presenza di significative introgressioni molecolari all’interno del nostro genoma: in definitiva una sorta di β€œretroazione” nei confronti della stirpe dalla quale si sarebbero anticamente, e forse ripetutamente, allontanati.

Non Γ¨ poi agevole immaginare cosa in generale possa passare da un Manvantara a quello successivo: secondo RenΓ© GuΓ©non molto poco se non praticamente nulla, dal momento che ipotizza addirittura la β€œvolatilizzazione” e l’abbandono di questo piano manifestato di ogni residuo materiale ad esso attinente. Nella sua particolare interpretazione, il metafisico francese ricorda gli β€œantichi re di Edom” come traccia delle umanitΓ  dei precedenti cicli, trascorsi i quali sarebbero finite in una modalitΓ , perΓ² solamente extracorporea, del Manvantara presente. Per GuΓ©non, quindi, ogni singola umanitΓ  nel suo tempo partirebbe da una sorta di β€œtabula rasa”, con la sua propria EtΓ  dell’Oro, dell’Argento e via seguendo le altre, e non esisterebbero popolazioni β€œresiduali” (come invece, per inciso, potrebbe sembrare nella lettura evoliana, ad esempio, dell’origine dei β€œselvaggi” australi) in grado di superare i limiti fisico-temporali del proprio Manvantara per accedere a quello successivo; almeno non sul piano della manifestazione materiale. O, in alternativa, forse anche sΓ¬ – interpretando in tal senso il summenzionato passo platonico sulle scimmie – ma solo al durissimo prezzo di una animalizzazione senza ritorno (**).

(**) Nondimeno, tale concezione Γ¨ molto piΓΉ antica del GuΓ©non e della corrente “tradizionalista” o “perennialista” del XX secolo: giΓ  Esiodo ne “Le Opere e i Giorni” menzionava come, in seguito alla fine ciclica delle varie Γ¨re, le rispettive umanitΓ  dei precedenti cicli si tramutassero in “dΓ©moni”, vale a dire entitΓ  de-corporeizzate, dimoranti in piani di manifestazione sottili, differenti dal nostro, e tuttavia mantenessero in un certo senso la possibilitΓ  di influire sulla vita dell’umanitΓ  corporea del ciclo successivo. Per esempio, degli uomini dell’etΓ  aurea viene detto che Β«…dopo che la terra coprΓ¬ questa stirpe, essi diventarono dΓ©moni… benigni sulla terra; custodi degli uomini mortali…Β». E, sulla “stirpe argentea”: Β«E poi, quando anche questa stirpe la terra ebbe coperto, costoro vennero chiamati presso i mortali “inferi beati”, geni inferiori…Β».

Ma quella guΓ©noniana Γ¨ una posizione che pare problematica, se accolta nei termini piΓΉ larghi, proprio alla luce della presenza dei reperti riferibili, per la loro elevatissima datazione, ad umanitΓ  precedenti la nostra e che tuttora sono ben presenti nei livelli stratigrafici del pianeta. È tuttavia molto chiara la cesura temporale dei Pralaya tra i vari Manvantara, che significativamente potrebbero trovare un’interessante conferma scientifica nel fortissimo β€œcollo di bottiglia genetico” che pare l’attuale umanitΓ  abbia attraversato tra 60 e 70.000 anni fa, forse in concomitanza con un coevo disastro climatico, quella β€œCatastrofe di Toba” sulla quale sta ragionando anche l’attuale ricerca preistorica. Non sembra perΓ² secondario, d’altro canto, il tema tradizionale di un certo β€œfilo conduttore” a legare assieme i vari Manvantara, che ad esempio nella stessa Tradizione indΓΉ viene ricordato nella figura del Cinghiale Bianco, simbolo centrale non solo del presente ciclo umano, ma dell’intero Kalpa o β€œgiorno di Brahma” (composto da 14 Manvantara, dei quali noi attualmente stiamo vivendo le fasi finali del settimo): in definitiva lo sviluppo generale di un Mondo e che, nel nostro caso, Γ¨ chiamato Shweta-varaha-Kalpa, ovvero β€œciclo del Cinghiale Bianco”.

Se dunque, forse anche in termini antropologici, puΓ² sussistere un β€œfilo conduttore” tra i vari Manvantara, all’inizio del nostro, questo dev’essere stato esilissimo e non Γ¨ certo agevole capire se ciΓ² puΓ² aver implicato il passaggio fisico, dal ciclo precedente, se non di un’umanitΓ  nel suo complesso, almeno di una ridottissima schiera di Homo Sapiens rimasti ancora spiritualmente β€œcentrali”. O se invece con il Pralaya tale β€œdistillato” umano possa aver subΓ¬to (come in effetti ritiene GuΓ©non, che perΓ² allarga il tema della volatilizzazione a tutte le risultanze pregresse, anche quelle poi effettivamente riscontrate nei nostri livelli sedimentari) una sorta di sublimazione, divenendo il substrato germinale del ciclo futuro: substrato sul quale avrebbe poi agito un nuovo intervento β€œarchetipico” e β€œrestauratore” dall’alto. Forse, appunto, puΓ² essere plausibile una soluzione intermedia: sempre nella Tradizione indΓΉ sono infatti menzionati i pochissimi β€œsalvati” del ciclo precedente da quella figura – Satyavrata – che diventerΓ  anche il futuro Legislatore Universale del nuovo Manvantara, il Manu Vaivaswata. Il β€œmateriale di base” (forse anche genetico?) che verrΓ  in qualche modo trasfigurato dalla nuova rettificazione trascendente di inizio ciclo e rappresenterΓ  il punto, ma anche la nuova β€œsintesi”, dal quale partirΓ  l’umanitΓ  successiva. Una nuova β€œforma”, rinnovellata ma antica – e perenne – al tempo stesso.

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Verso un nuovo ciclo

Julius Evola, al contrario di RenΓ© GuΓ©non, non risulta abbia mai utilizzato il concetto di Manvantara quale β€œcornice” generale di un completo e conchiuso ciclo umano. Tuttavia, pur essendo egli piΓΉ vicino ad una prospettiva delle origini umane che si potrebbe definire β€œpolifiletica” (in questo, forse, ricalcando le linee del ricercatore tedesco-olandese Herman Wirth) Γ¨ interessante notare come almeno in un paio di passaggi abbia significativamente riconosciutoΒ in quella primordiale razza unitaria Hamsa, menzionata nel mito indΓΉ, la condizione di β€œanteriore ad ogni successiva differenziazione umana”. Inoltre, in un altro passaggio segnala – in termini analoghi – che, pur nella latente dualitΓ , vi Γ¨ una chiara unitΓ  di fondo del principio generatore che nutrΓ¬ i due gemelli Romolo e Remo, cosΓ¬ opposti (il primo votato alle divinitΓ  maschili, celesti e solari, il secondo a quelle femminili, ctonie e lunari), ma pur sempre nati dalla medesima Lupa e da Evola ricordati come chiave interpretativa delle stesse β€œorigini umane”. Il pensatore romano, quindi, non chiuse la porta alla possibilitΓ  di un momento autenticamente unitario agli albori del ciclo umano.Β 

Notoriamente molto piΓΉ di Evola, RenΓ© GuΓ©non ebbe modo di insistere su questo punto: ad esempio sottolineΓ² l’inesistenza di qualsivoglia irriducibilitΓ  assoluta giΓ  sul piano cosmologico, negando una dicotomia secca tra la prima di tutte le dualitΓ , cioΓ¨ quella che polarizza l’Essere Universale in β€œEssenza” e β€œSostanza”. Essenza e Sostanza da intendersi come concetti analoghi a Cielo e Terra, la cui separazione, sul piano ora antropologico, corrisponde chiaramente al polarizzarsi di quell’entitΓ  unitaria e primordiale che fu l’Androgino platonico (sul quale avremo modo di tornare) nei due soggetti separati – maschio e femmina – nella tradizione biblica identificati in Adamo ed Eva. CiΓ² costituisce il primo passo verso la diversificazione umana, che implica il manifestarsi delle varie modalitΓ  di esistenza le quali, partendo da una radice unica, troverΓ  la sua estrinsecazione attraverso la nascita delle varie razze della nostra specie.

Ma, come giΓ  ricordavamo, il metafisico francese rafforza questa impostazione, tendenzialmente piΓΉ β€œmonofiletica” di quella evoliana, anche attraverso il concetto di Manvantara. Ed, in rapporto a questo, sembra particolarmente significativo un altro elemento: la quasi totale assenza di reperti riconducibili a Homo Sapiens nel lasso di tempo posto tra 65.000 e 52.000 anni fa, ovvero nella sua primissima fase. È un dato che verrΓ  meglio evidenziato in un futuro articolo, β€œDiscontinuitΓ  nella nostra Preistoria”. Tale intervallo dovrebbe in effetti corrispondere al momento veramente primordiale della presente umanitΓ  e forse non Γ¨ casuale che l’assenza di siti archeologici copra un periodo di circa 13.000 anni, ovvero quello che, come dicevamo sopra, Γ¨ stato definito β€œGrande Anno”, pari a 1/5 esatto della durata totale del Manvantara. Il Grande Anno corrisponde alla metΓ  del ciclo precessionale terrestre e, come GuΓ©non ricorda, nelle varie mitologie tradizionali assume spesso un’importanza particolarmente significativa.Β 

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L’assenza, totale o quasi, di reperti databili tra 52.000 e 65.000 anni fa, oltre a sovrapporsi perfettamente al Primo Grande Anno del nostro ciclo, corrisponde anche alla prima metΓ  esatta del Satya Yuga: non Γ¨ improbabile che tale dato potrebbe trovare una spiegazione proprio con l’esistenza di quella Urmensch – la forma primordiale umana, sulla quale in futuro torneremo ancora – praticamente impossibile da rinvenire sotto forma fossile in quanto non ancora fisicizzata secondo i canoni odierni. Evento che si sarebbe verificato solo piΓΉ tardi, anche se – va sottolineato – ben addentro alla stessa etΓ  edenico-paradisiaca. È ovvio che quest’ultimo assunto presupponga un’idea piΓΉ articolata e dinamica dell’EtΓ  Primordiale (il Satya Yuga, appunto) rispetto a quanto, nella letteratura di riferimento, sembra darsi quasi sempre per scontato, e cioΓ¨ l’aver rappresentato, questa, un momento statico, una parentesi senza storia.Β 

Qualche breve e preliminare nota di ordine piΓΉ generale a questo punto ci sembra utile per fornire una cornice introduttiva ed accompagnare le considerazioni che, piΓΉ in lΓ , si cercherΓ  di svolgere in merito alla genesi umana.Β In effetti, come ci ricorda sempre GuΓ©non e come derivante da alcune interpretazioni dei Purana indΓΉ, il Satya Yuga si sarebbe protratto per circa 26.000 anni, una durata molto lunga per la quale, a ben vedere, sembra difficilmente sostenibile una totale assenza di discontinuitΓ  interna; d’altronde, non Γ¨ un caso se il metafisico francese in varie occasioni ebbe modo di sottolineare come, in ciascuna delle varie etΓ  del Manvantara, vi sia la possibilitΓ  di operare ulteriori significative suddivisioni interne, a partire da quella, basilare, nelle due relative metΓ . Il Satya Yuga, quindi, non sfugge a questa regola ed anzi Γ¨ rimarchevole il fatto che risulti composto esattamente da due β€œGrandi Anni” di quasi 13.000 anni ciascuno.

Oltretutto, Γ¨ stato rilevato come il transito da un Grande Anno a quello successivo sia sempre contraddistinto da un violento cataclisma che quindi, per l’etΓ  edenica, deve per forza aver avuto luogo in corrispondenza della sua metΓ , attorno a 52.000 anni fa (***). Anche da considerazioni legate al β€œciclo avatarico” di Vishnu (ciclo che suddivide il Manvantara totale in dieci parti uguali di 6.500 anni, ciascuna collegata ad una particolare β€œdiscesa” sulla terra del Principio per il ristabilimento della legge divina) lo stesso evento traumatico viene ricordato nel preciso momento del passaggio dal secondo Avatara (Kurma), al terzo (Varahi), quando dovettero verificarsi importanti modificazioni della geografia boreale, uno spostamento di Centro dal polo artico verso una zona piΓΉ nord-orientale (la terra di Beringia?) e, come ipotizza anche Gaston Georgel, una primissima ondata migratoria verso aree meno settentrionali del pianeta.Β  Β 

(***) È interessante rilevare che anche nella tradizione andina le varie Γ¨re cosmiche che si susseguono, denominate “Soli”, sono suddivise a loro volta in due parti uguali da una grande cesura che avviene verso la metΓ  di ogni “Sole”: sia le cesure mediane dei vari “Soli” che le cesure tra un “Sole” e il successivo vengono dette tradizionalmente PachakutiΒ [cfr. M. Maculotti,Β Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina].

CiΓ² che ne seguΓ¬, originΓ² quella che GuΓ©non ritiene la sede del centro spirituale primordiale di questo Manvantara, la citata Varahi o β€œTerra del Cinghiale”, dalle marcate caratteristiche solari: il fatto perΓ² che risulti collegata non al primo ma al terzo Avatara di Vishnu, ci fa supporre sia piΓΉ corretto collocare Varahi non nella fase aurorale ed indistinta, veramente iniziale, del nostro ciclo umano, ma invece nel Secondo Grande Anno, ovvero tra 52.000 e 39.000 anni fa. Ma la rilevanza particolare di Varahi Γ¨ forse riconducibile al fatto che essa fu la prima terra abitata dalla nostra stessa forma umana, mentre sedi precedenti, letteralmente polari, dovettero essere connesse a quella fase piΓΉ schiettamente primordiale – la Urmensch di DacquΓ©, l’Androgino platonico, la supercasta Hamsa – che a rigore fu sovrumana.Β  Β 

Ma sono tutte considerazioni che verranno approfondite nei prossimi scritti.Β 


Bibliografia consultata:

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  • Giuseppe Acerbi – Introduzione al Ciclo Avatarico, parte 1 – in: Heliodromos, n. 16 – Primavera 2000
  • Giuseppe Acerbi – Introduzione al Ciclo Avatarico, parte 2 – in: Heliodromos, n. 17 – Primavera 2002
  • Basilio M. Arthadeva – Scienza e veritΓ  – Edizioni Logos – 1987
  • Arvo – L’origine delle specie secondo l’esoterismo – Introduzione alla Magia – Vol. 3 – Edizioni Mediterranee – 1987
  • Francis Bertin – Corpo spirituale e androginia in Giovanni Scoto Eriugena – in: β€œAndrogino” (aa.vv. – a cura di Antoine Faivre e Frederick Tristan) – ECIG – 1986
  • Ugo Bianchi – Il dualismo religioso. Saggio storico ed etnologico – Edizioni dell’Ateneo – 1983
  • John Blanchard – Evoluzione, mito o realtΓ  ? – Passaggio – 2004
  • Maurizio Blondet – L’Uccellosauro ed altri animali (la catastrofe del darwinismo) – Effedieffe – 2002
  • Louis Bolk – Il problema dell’ominazione – DeriveApprodi – 2006
  • Alessandro Bongioanni / Enrico Comba – Bestie o Dei? L’animale nel simbolismo religioso – Ananke – 1996 Β  Β  Β  Β 
  • Antonio Bonifacio – La caverna cosmica. La potenza dello shamanismo nell’arte rupestre paleolitica – Simmetria edizioni – 2005
  • Titus Burckhardt – Scienza moderna e saggezza tradizionale – Borla – 1968
  • Eduardo Ciampi (a cura) – Gli esegeti della tradizione. Da Guenon agli studiosi della Sophia Perennis – Ed. Terre Sommerse – 2008
  • Giuseppe Cognetti – L’arca perduta. Tradizione e critica del moderno in RenΓ¨ Guenon – Angelo Pontecorboli Editore – 1996
  • Anna Maria Cossiga – IdentitΓ  a confronto. Breve manuale di antropologia dell’attualitΓ  – Eurilink – 2013 Β  Β 
  • Michael Cremo – Le origini segrete della razza umana – OM Edizioni – 2008
  • Nuccio D’Anna – Parashu-Rama e Perseo – in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990
  • Nuccio D’Anna – RenΓ© Guenon e le forme della Tradizione – Il Cerchio – 1989Β 
  • Alain de Benoist – Le idee a posto – Akropolis – 1983
  • Alain de Benoist – Uomini e animali. Il posto dell’uomo nella natura – Diana Edizioni – 2014
  • Piero Di Vona – Evola, GuΓ©non, De Giorgio – SeaR Edizioni – 1993
  • Julius Evola – I saggi della Nuova Antologia – Ar – 1982
  • Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988
  • Julius Evola – Sulla tradizione nordico-aria (Razze – Simboli – Preistoria mediterranea) – in: Esplorazioni e Disamine, gli scritti di β€œBibliografia Fascista” (volume primo: 1934-1939) – Edizioni all’insegna del Veltro – 1994Β 
  • Antoine Faivre – Esoterismo e Tradizione – ELLEDICI – 1999
  • Francesco Fedele – Neandertaliani fra noi? – in: Le Scienze, Quaderni n. 17 – Ottobre 1984Β 
  • Jean Flori / Henri Rasolofomasoandro – Creazione o evoluzione ? – Edizioni ADV – 2005
  • Roberto Fondi – Fratello Neandertal – in: Systema Naturae. Annali di Biologia Teorica. Vol. 2 – 1999
  • Roberto Fondi – La critica della scienza e il ripudio dell’evoluzionismo – in: β€œTestimonianze su Evola”, a cura di Gianfranco De Turris – Edizioni Mediterranee – 1985
  • Roberto Fondi – Organicismo ed evoluzionismo. Intervista sulla nuova rivoluzione scientifica – Il Corallo / Il Settimo Sigillo – 1984
  • Clifford Geertz – Interpretazione di culture – Il Mulino – 2010
  • Arnold Gehlen – L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo – Mimesis – 2010
  • Vito Genua – Antropogenesi e nozione di doppia creazione dell’uomo in Origene – in: Pan, vol. 23 – 2005
  • Gaston Georgel – Le quattro EtΓ  dell’umanitΓ . Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982
  • RenΓ© Guenon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987Β 
  • RenΓ© Guenon – Il Regno della QuantitΓ  e i Segni dei Tempi – Adelphi – 1995
  • RenΓ© Guenon – Il simbolismo della Croce – Luni Editrice – 1999
  • RenΓ© Guenon – L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta – Adelphi – 1997
  • RenΓ© Guenon – Simboli della scienza sacra – Adelphi – 1990
  • Hoffman Reynolds Hays – Dalla scimmia all’angelo: due secoli di antropologia – Einaudi – 1974
  • Giovanni Iammarrone – L’uomo immagine di Dio. Riflessioni su una spiritualitΓ  dell’immagine – in: Teresianum, A. 46, fasc. 2 – 1995
  • Martin Lings – Antiche fedi e moderne superstizioni – Il leone verde – 2002
  • Silvano Lorenzoni – Il Selvaggio. Saggio sulla degenerazione umana – Edizioni GhΓ©nos – 2005
  • Giorgio Manzi – Homo sapiens – Il Mulino – 2006
  • Giorgio Manzi – L’allegro passato di Denisova – in: Le Scienze – Marzo 2011
  • Vittorio Marcozzi – Alla ricerca dei nostri predecessori. Compendio di paleoantropologia – Edizioni Paoline – 1992Β 
  • Riccardo Martinelli – Uomo, natura, mondo. Il problema antropologico in natura – Il Mulino – 2004
  • Meister Eckhart – Commento alla Genesi (a cura di Marco Vannini) – Marietti – 1989
  • Raffaele Menarini / Gabriella Neroni – Neotenia, dalla psicoanalisi all’antropologia – Borla – 2009 Β  Β 
  • Giovanni Monastra – Le origini della vita – Il Cerchio – 2000
  • Attilio Mordini – Il mistero dello yeti – SocietΓ  editrice il Falco – 1977
  • Seyyed Hossein Nasr – L’uomo e la natura. La crisi spirituale dell’uomo moderno – Rusconi – 1977
  • Michel Robert Negus – Uomo, creazione e reperto fossile – in: β€œAA.VV. – Quale evoluzionismo? – Terre Sommerse – 2012”
  • Franco Prattico – Eva nera – Codice Edizioni – 2007
  • Daniel Raffard de Brienne – Per finirla con l’evoluzionismo. Delucidazioni su un mito inconsistente – Il Minotauro – 2003
  • Marco Respinti – Processo a Darwin – Piemme – 2007
  • Frithjof Schuon – Dal divino all’umano – Edizioni Mediterranee – 1993
  • Giuseppe Sermonti – Dimenticare Darwin. Ombre sull’evoluzione – Rusconi – 1999
  • Giuseppe Sermonti – La Luna nel bosco. Saggio sull’origine della scimmia – Rusconi – 1985
  • Giuseppe Sermonti – Le forme della vita. Introduzione alla biologia – Armando editore – 1981
  • Rutilio Sermonti – Evoluzionismo: scienza o frode ? – Scripta manent diffusione libraria – 2005
  • Rutilio Sermonti – Rapporto sull’evoluzionismo – Il Cinabro – 1985
  • L.M.A. Viola – Religio Aeterna, vol. 2. EternitΓ , cicli cosmici, escatologia universale – Victrix – 2004
  • Kate Wong – L’alba della nostra mente – in: Le Scienze – Agosto 2005Β 
  • Harun Yahya – L’inganno dell’evoluzione – Edizioni Al Hikma – 1999
  • Ubaldo Zalino – Cosmologia e evoluzionismo – in: Rivista di Studi Tradizionali, n. 35, luglio-dicembre 1971

4 commenti su “L’Uomo eterno e i cicli cosmici

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