Il “revival” dell’Astrologia nel ‘900 secondo Eliade, Jünger e Santillana

Il ritorno in auge nel secolo scorso della disciplina astrologica ha destato l’attenzione di alcuni dei più grandi pensatori del Novecento, che analizzarono il fenomeno filosoficamente e da un punto di vista mitico-tradizionale: da Ernst Jünger a Mircea Eliade, fino ad arrivare al “fatalismo” di Giorgio de Santillana.


di Marco Maculotti

 

Quando Mircea Eliade (1907 1986), nel 1976, riprendendo una serie di conferenze e articoli scritti nell’arco di dieci anni, pubblicò per l’Università di Chicago Occultism, Witchcraft and Cultural Fashions (ed. it.: Occultismo, stregoneria e mode culturali. Saggi di religioni comparate), non poté fare a meno di rilevare, in un saggio intitolato “L’occulto e l’uomo moderno”, il rinnovato interesse del mondo contemporaneo verso una delle discipline esoteriche più antiche della storia dell’umanità: l’astrologia [1].

Il libro Le retour des astrologues, pubblicato nel 1971 da alcuni psicologi e sociologi francesi, consente allo storico delle religioni romeno di collegare il successo di questo revival con le peculiarità dell’epoca storica in cui stiamo vivendo: in tal senso Eliade cita Edgar Morin, a parere del quale l’attrazione che la gioventù sente per l’astrologia «deriva dalla crisi culturale della società borghese», e a tal riguardo è significativo il fatto che le punte massime di questo rinnovato interesse «non si riscontrano nelle campagne, tra gli agricoltori, o ai livelli più bassi dell’occupazione lavorativa, ma nei centri urbani più densamente popolati e tra i colletti bianchi» [2]. Ne consegue che il Morin ritiene che, nella cultura giovanile, l’astrologia si configuri come «parte di una nuova gnosi, che professa una concezione rivoluzionaria della nuova era: l’Era dell’Acquario». Lo stesso Evola (1898 1974), d’altronde, rilevò come una «non peregrina interpretazione il fatto che la presente epoca sta sotto il segno dell’Acquario: le acque, nelle quali tutto torna allo stato fluido, informe» [3].

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Tuttavia, nota Eliade, i redattori de Le retour des astrologues mancarono di mettere in luce quella che egli definisce la funzione parareligiosa dell’astrologia, a suo parere assolutamente centrale per comprendere al meglio il perché di questo ritorno in auge. Ecco come, rivolgendosi al lettore, egli tenta di definire tale dimensione e funzione metafisica dell’astrologia [4]:

« …una volta scoperta la tua relazione con gli astri, non sei più l’individuo anonimo descritto da Heidegger e Sartre, uno straniero gettato in un mondo assurdo e privo di senso; non sei più condannato a esser libero, come diceva Sartre; non sei più un individuo con una libertà limitata alla tua situazione, condizionata dal tuo momento storico. L’oroscopo ti rivela una nuova dignità, ti mostra la tua intima connessione con l’universo intero. E se è vero che la tua vita è determinata dal movimento degli astri, è però anche vero che si tratta di una determinazione eccezionalmente grandiosa. Per quanto tu sia, in definitiva, un burattino mosso da fili e corde invisibili, fai pur sempre parte del mondo celeste. Inoltre, questa predeterminazione cosmica della tua esistenza costituisce un mistero; significa che l’universo si muove secondo un piano prestabilito; che la vita umana e la storia stessa seguono un disegno e procedono progressivamente verso una meta. Una meta segreta o al di là della comprensione umana; una meta, che dà senso a quel cosmo che per la maggioranza degli scienziati è il risultato della cecità del caso […] Questa dimensione parareligiosa dell’astrologia da alcuni è addirittura messa al di sopra delle religioni esistenti in quanto non implica difficili questioni teologiche; l’esistenza di un Dio personale o sovrapersonale, l’enigma della creazione, l’origine del male; e così via. Seguendo le direttive del tuo oroscopo, ti senti in armonia con l’universo e non sei assillato da problemi astrusi, tragici o insolubili. Al tempo stesso ammetti, coscientemente o incoscientemente, che ha luogo un grande, anche se incomprensibile, dramma cosmico e che tu ne sei parte… »

Sebbene Mircea Eliade, dopo aver posto la questione in tali termini, passi poi ad analizzare altre “mode culturali” della nostra epoca, si pongono alla nostra attenzione altri due testi che possono venirci incontro in questa sede, e che forse al tempo ispirarono lo storico delle religioni romeno: ci riferiamo ad An der Zeitmauer di Ernst Jünger (pubblicato nel 1959 e uscito in Italia con il titolo Al muro del tempo; e in particolare al capitolo “Tempo misurabile e Tempo del Destino: Riflessioni di un non astrologo sull’astrologia”) e alla raccolta di saggi edita in lingua italiana come Fato antico e Fato moderno (tit. or.: Reflections on Men and Ideas, 1968) di Giorgio de Santillana, maggiormente noto per il trattato di morfologia mitico-astronomica dal titolo Il mulino di Amleto, scritto a quattro mani con Hertha von Dechend.

Si dica subito che anche per Ernst Jünger (1895 – 1998) il ritorno in auge dell’astrologia è [§26], un «segno premonitore rivoluzionario», la spia di un cambiamento destinato a venire: dietro il rinnovato interesse per gli astri si cela «l’anelito a uscire dal tempo astratto che imprigiona l’uomo con mille lacci e lo opprime con un dominio vieppiù incontrastato» [§13] [5]. Questa intuizione, peraltro, sembra a sua volta tradire un’influenza concettuale dello stesso Eliade: ci riferiamo in particolare alla ben nota dicotomia “tempo sacro”/”tempo profano” e alle sue elucubrazioni sulla “rottura di livello” e sulla conseguente “uscita dal tempo (storico-profano)” per accedere appunto all’illud tempus, il “tempo sacro” delle Origini. Soffermandoci d’altra parte sul carattere “rivoluzionario” di questo revival, Giorgio de Santillana nota [6]:

« …in tutto il tempo moderno, rivoluzione ha significato l’irreversibile. Ha portato con sé la vera Storia. Che è la fuga in avanti. Pure c’è un vecchio senso che ci è ancora nascosto, noto ai rivoluzionari autentici: il ritorno alle origini. È quello a cui si è sempre pensato fin dai tempi arcaici, è la palingenesi, quando anche fosse in termini di rivolgimenti plurimillenari. Ogni visione apocalittica è un modo di ricongiungere la fine al principio, onde il tempo riacquisti un senso. Vi fu sempre l’idea di un Grande Anno, del rivolgimento della macchina del tempo, ad acquetare le menti. In quel tempo tutto tornava, non dico nel senso letterale dell’Eterno Ritorno, ma delle costanti dell’avventura umana, le grandi azioni, i grandi rivolgimenti di popoli, la fondazione di leggi. »

Si tratta di una rilevazione semantica già sottolineata da Julius Evola il quale, ricollegandosi all’etimologia latina del termine (derivante dal verbo latino volvere, «volgere, per lo più nell’accezione relativa a un moto circolare»), affermò che la vera “rivoluzione” è da considerarsi in relazione con tale carattere ciclico del cosmo, che ruotando su se stesso ritorna, di ronda in ronda, al punto di partenza. Re-volvere significa allora ritornare al punto di partenza, alle Origini, e quindi  in una concezione mitico-tradizionale — alla paradisiaca Età dell’Oro ricordata da tutte le tradizioni arcaiche.

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Ciò si deve leggere in connessione con quanto afferma Jünger a proposito della scienza delle stelle, vale a dire che essa «ci fornisce il modello di un metodo che connette la vita a più ampi processi», andando «molto al di là della comprensione biologico-storica sia degli individui singoli, sia delle civiltà» [§38]. A suo parere infatti l’astrologia, a differenza degli altri “giochi” e “oracoli”, si distingue per il fatto di disporre «non solo di un sistema di campi e segni» ma anche perché questi segni «possiedono il loro periodo, si allontanano, ritornano e fissano il tempo in modi definiti e misurabili» [§4]. Proprio il riconoscimento nel cosmo di tale perfezione geometrica e la possibilità di indagare il destino del singolo individuo in base a calcoli cosmico-matematici è, a suo parere, il segreto del ritorno in auge dell’astrologia, concordando in questo senso con la concezione “parareligiosa” di Eliade [§33]:

« Qui il giro della grande ruota viene visto ancora nel vecchio, familiare modo che infonde all’uomo il sentimento della sua centralità, di un’abitabile sicurezza. Sopra di sé egli ha ancora una volta celeste, ove ritornano i segni fissi e mobili in modo matematicamente calcolabile. Questa connessione tra una fuggevole data del destino e l’irremovibile corso dell’orologio cosmico conferisce all’astrologia la sua peculiare seduzione. » 

Altrove, sempre ne Al muro del tempo, il filosofo tedesco aggiunge che nell’ottica astrologica [§4] «è intorno all’uomo che ruota il grande teatro. Con ogni uomo, il mondo viene concepito nuovamente». Di più: non solo l’ineffabile visione dell’inesorabile, matematica danza degli astri e la sensazione di avvertirsi in una posizione di centralità da parte del consultante, ma anche il modo in cui quest’ultimo si avverte all’interno del sistema cosmico è significativo. Definendosi attraverso — non pensieri e azioni proprie della dimensione empirica e quotidiana, ma — simboli e archetipi, ricavati dal momento topico della nascita, l’individuo guarda a se stesso non come persona (nel significato originale latino di «maschera») inserita in una società, con i suoi determinati ruoli e funzioni, ma come uomo cosmico, indipendentemente da «questo mondo e i suoi beni». Rileva ancora Jünger [§4]:

« L’essere dell’uomo è quindi rapportato a un movimento indipendente sia dalla volontà sia da altri fattori, quali la razza o l’eredità, a tale movimento esso si ricollega solo mediante l’ora e il luogo dell’ingresso del mondo. Non questo mondo e i suoi beni, ma le stelle determinano la vera e propria casa. Una nuova, piccola ruota comincia il corso che le è stato prescritto all’interno dell’immensa rivoluzione cosmica. L’oroscopo dell’uomo funge da immagine dell’orologio cosmico. La sua configurazione decreterà la legge “secondo la quale l’uomo è entrato nel gioco”. »

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Ernst Jünger (1895 – 1998).

Un’altra caratteristica della disciplina astrologica, che deriva da quanto appena sottolineato, si può ricavare dal fatto che essa «nel suo insistere sulla singolarità del destino e sull’innata ineguaglianza degli uomini, tende anche a combattere il livellamento» [§26], di fronte alla minaccia del quale — afferma Jünger —, «l’astrologo non perde mai di vista l’innata dignità dell’uomo, e non presta orecchio alle astratte formule di uguaglianza e libertà: «è l’“essere-così” dell’uomo a fungere da presupposto. Egli ritiene che con il singolo individuo, e precisamente con ogni singolo individuo, nasca non solo una nuova immagine della specie, ma anche un nuovo mondo. Perciò l’astrologo assegna all’individuo un rango superiore rispetto a quello che gli possono accordare il pensiero astratto, un’astratta regola distributiva» [§31]. 

La visione epicurea di Giorgio de Santillana (1902 1974), sebbene più “fatalista”, inquadra egualmente la questione della “libertà umana” e del libero arbitrio nella stessa concezione dell’universo come una grande macchina cosmica che assegna ad ognuno la propria posizione e il rispettivo telos [7]«In queste condizioni che cosa può significare la libertà dell’individuo? Preso, incastrato, inscatolato da infinite forze convergenti, che cosa può essere da solo? I veri “abitanti” del mondo non siamo noi, sono le potenze stellari. E anch’esse necessitate perché sopra di loro sta il Numero». Ciò tuttavia non è da leggersi secondo l’accezione odierna di “fatalismo”, adombrata di un significato di segno negativo, di passiva rassegnazione, ma secondo la concezione di Fato propria degli antichi: da qui la distinzione operata dal Santillana fra “fato antico” e “fato moderno” [8]:

« Così nasce, credo, la chiarezza classica. Il rapporto del pensiero con la natura nei tempi classici era ben diverso dal nostro; non già ricerca di un punto di sfondamento da cui sopraffare l’avversario, ma la ricerca di un’armonia, di una proporzione, di un ritmo in cui ci si inserisce. L’uomo si concepisce come vivente in seno alla natura, non contrapposto ad essa — cittadino della grande repubblica degli dèi, degli uomini e di tutto ciò che è. Può essere un senso di focolare ritrovato, può essere disperata e grandiosa rassegnazione come in Marc’Aurelio; è sempre uno sforzo di giustificare il cosmo, di mostrarne l’ordine e la giustizia quali sono. La chiarità del vero ci salverà dal grande smarrimento, dalle orrende ambiguità che poi nel Medioevo faranno dell’uomo uno straniero al mondo. »

A quale prezzo il “mondo moderno” ha snaturato il concetto originale, cosmologicamente fondato, di libertà? Santillana risponde: «Il prezzo è la nevrosi. Là dove si dà scelta, possibilità, esitazione, ricerca, si è anche liberi. Chi si sottomette al destino soffre, ma la sorte lo protegge» [9]. E poi aggiunge: «Questo sì che è un universo astronomico. Per noi, abbastanza spaventoso. Eppure è in esso che lo spirito arcaico ritrovava la sua pace». Ci troviamo qui dinanzi a quello che gli antichi Romani definivano Amor Fati. Più avanti, lo storico e fisico italiano giustifica le sue precedenti asserzioni [10]:

« …nel sistema arcaico, non c’è capriccio sovrano della divinità, come non c’è d’altra parte da pensare a misericordia. Tutto è scienza. Necessità ho detto, dipendente da forze divine che esse stesse non hanno libertà di scelta, che si identificano con le leggi naturali. Tutto, la nostra sorte come quel che c’è attorno, è rigorosamente determinato; che dico, non solo determinato univocamente, come in meccanica, ma sovradeterminato su vari livelli cospiranti fra di loro, polisovrasaturo di determinazione alla scala del cosmo. Qui si scopre già il Dio di Spinoza, che comanda l’amor intellectualis, prima ancora che si sia formato l’intelletto astratto. Ma lì dove ci si rassegna, dove regna il Fato, si ritrova la libertà inerente al personaggio tragico, la pienezza della sua forma. “Geprägte Form, die lebend sich entwickelt”. Ed è proprio quella libertà che si rivela nei miti — linguaggio tecnico dell’inizio, ma così denso di forma e di suggestione che ha invaso la coscienza storica dei popoli, dove lo ritroviamo ancora oggi. È un caso, come direbbe Lévi-Strauss, di “immaginazione totalizzante”

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Tale visione arcaica e tradizionale concernente la libertà umana è intimamente connessa, come si può comprendere facilmente, ai fondamenti stessi della dottrina astrologica: la piccola ruota cosmica appartenente ad ogni individuo comincia a girare in un momento diverso; il luogo stesso della nascita è un altro fattore di differenziazione, e da ciò l’astrologia condurrebbe, come nota Jünger, «agli ambiti affrontati dallo studio delle razze, dei popoli e delle tribù» nonché «a quelli della climatologia e della fisiologia» [§27]. Su ciò, ci viene in soccorso anche Julius Evola, secondo il quale:

« In tutte le civiltà tradizionali il principio di una fondamentale uguaglianza della natura umana fu sempre ignorato e fu considerato come una visibile aberrazione. Ogni essere ha, con la nascita, una una nascita ‘propria’, il che equivale a dire un suo volto, una sua qualità, una sua personalità, anche se più o meno differenziata […] in ciò non veniva del resto veduto un ‘caso’, ma vi si presentiva l’effetto di una specie di elezione o di determinazione anteriore allo stato umano di esistenza. »

Ciò sarebbe, riallacciandoci alla tradizione classica, da mettere in relazione con la concezione platonica ed orfica dell’Anamnesisecondo la quale, come scrisse Evola [11]:

 « …l’esistenza quaggiù non è un caso, né una irrazionalità, né il dono non richiesto di un Creatore, bensì l’effetto di una scelta trascendentale prenatale fatta da ognuno, sebbene di un significato assai vario. L’adombramento di questa verità dovrebbe già sdrammatizzare tutto ciò che di tragico e di oscuro presenta una esistenza […] Ma a chi disponga di un più alto grado di coscienza — o di (quasi platonico) ricordo — quella verità dovrebbe fornire un ulteriore fondamento» di cui tenere conto. »

È, come rileva Santillana, la Ragione applicata al Numero: «è, in fondo, l’universo pitagorico, dove il Fato ultimo dell’uomo si esprime con il ritorno alle stelle (ciascuno alla sua, come è detto nel Timeo[12]. A ciò, ancora, è connessa l’importanza del «cader giusto» nel tempo, il καιρός pitagorico, «l’incidenza in virtù di cui la vita si scandiva nel suo flusso come nascono le misure geometriche del diagramma», per dirlo con le parole del Santillana [13].

Tenendo conto di quanto detto, vale la pena spingere oltre il discorso, menzionando come, secondo Jünger [§31], il crescente favore di cui gode l’astrologia è conseguentemente anche «sintomo di come l’uomo cominci a stancarsi dell’uniformazione che forse fino a poco tempo addietro ancora lo entusiasmava […] Il suo significato risiede nel fatto che qui, dapprima in forma velata e ambigua, comincia a risvegliarsi una forza che si oppone al Leviatano e trae origine da ben altre profondità rispetto all’individualismo liberale». Una forza, in altre parole, titanica e potremmo dire “luciferina”: una ὕβϱις che porterà infine l’«ultimo uomo» a giungere oltre il «Muro del Tempo»: da una parte aldilà degli Stati, dei comunitarismi e delle religioni istituzionalizzate, dall’altra oltre il razionalismo scientista, l’ateismo materialista e l’individualismo liberale. E si tenga conto, rilevando l’estrema attualità di tali parole, che esse sono state vergate sul finire degli anni Cinquanta, cioè quasi sessant’anni fa.

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Urge, in conclusione di questo nostro breve saggio, sottolineare come la dottrina astrologica appaia, in ultima analisi, strettamente connessa alla dottrina tradizionale dei cicli del mondo: proprio lo scorrere dei pianeti e delle costellazioni da una casa alla successiva determinerebbe gli inizi e le conclusioni di questi infiniti cicli e sotto-cicli, immagine straordinariamente efficace del grande orologio cosmico di cui ogni individuo rappresenta un ingranaggio. Da questa prospettiva deriva secondo Jünger (il quale ne Al  muro del tempo dedica alla questione dei “cicli del mondo” della tradizione mitica una larga trattazione) che «le più profonde trasformazioni dell’ordine umano si annunciano nella scienza delle stelle. Lo sguardo rivolto al cielo stellato traccia il primo, invisibile percorso» [§32].

D’altronde, secondo Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend [14], «fu l’attenzione agli eventi celesti a plasmare le menti degli uomini prima della storia documentata; ma poiché non esisteva ancora la scrittura, questi pensieri sono scesi — per dirla con gli astrofisici — al di là dell’“orizzonte dell’evento”. La loro sopravvivenza è affidata unicamente a frammenti di racconti e di miti, giacché questi costituivano l’unico linguaggio tecnico di allora». Emergerebbe, in conclusione, una significativa ed innegabile connessione esistente fra la scienza astrologica dei primordi e la “creazione” dei primi miti, e quindi fra il movimento della volta cosmica e il destino dell’uomo. «Questo pensiero — scrive Santillana [15] — è stato in essenza una cosmologia. E non, come si crederebbe, una prima forma del cosmo animistico e magico del Rinascimento, ma un cosmo strettamente astrale, in cui tutto si pensa in termini di moto regolare e misurato. Tutto il reale si impernia sulle potenze stellari: chi comanda il mutamento sono i pianeti». E ancora [16]:

« Che cosa si può scorgere di quel pensiero? Una visione dell’universo come un ordine rigoroso, dominata da una Necessità assoluta di natura matematica. E questa visione è già metafisica, se ebbe ragione Valery a dire che ogni metafisica esige che l’uomo sia partecipe di uno spettacolo che lo esclude. Nulla esiste, in senso ontologico, se non quell’ordine che non è tanto volontà degli dèi quanto la loro natura stessa, impassibile e inesorabile, portatrice di ogni bene e di ogni male […] La realtà, nel senso ontologico, è una, è quella regolarità della macchina cosmica. L’idea dei freddi calcolatori arcaici è molto vicina filosoficamente a quella della fisica attuale, ma quanto più impegnativa: perché quella macchina ci comanda, assai più che non possa l’attuale realtà fisica, di cui ci sembra di poterci servire, almeno per i nostri scopi limitati. »

In conclusione, la rinnovata intuizione del grande orologio cosmico conferisce all’uomo contemporaneo una nuova prospettiva, nuove lenti attraverso cui guardare il mondo: essa ci conduce dritti all’idea che la vita, come scrive Jünger, [§136] «fin dalle sue origini, si sia mossa di un unico moto, scorrendo regolarmente sul prossimo binario, traversina dopo traversina. Le stazioni cambiano, senza che i viaggiatori se ne accorgano; alla lunga, però, il cambiamento è notevole, man mano che si avanza. In fin dei conti, non esistono stazioni, non vi sono soste; c’è soltanto il viaggio». Questa metafora del treno e del viaggio verrà usata altre volte da Jünger ne Al muro del tempo, con riguardo soprattutto al tema della cosiddetta «accelerazione della corrente del tempo», la quale, nei tempi in cui viviamo, appare al filosofo tedesco (ma anche a Evola ed Eliade) sempre più irreversibile. Anche in questo senso, la corsa degli astri e il cammino dell’umanità appaiono legati, dal principio dei tempi, a doppio filo.

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Note:

[1] ELIADE: Occultismo, stregoneria e mode culturali, pp. 98 – 102

[2] TIRYAKIAN: Toward the Sociology of Esoteric Culture, p. 496

[3] EVOLA: Cavalcare la tigre, p. 27

[4] ELIADE, op. cit., pp. 101 – 102

[5] Per comodità, per quanto riguarda le citazioni de Al muro del tempo di Jünger, riporteremo nel testo dell’articolo i paragrafi da cui esse sono tratte, anziché citarne il numero della pagina dell’edizione Adelphi qui nelle note.

[6] SANTILLANA: Fato antico e Fato moderno, pp. 20 – 21. Di questo libro abbiamo pubblicato un estratto di un saggio sulle nostre pagine: G. de Santillana: “La storia da riscrivere”. Riflessioni su “Fato antico” e “afflizione moderna”

[7] Ivi, p. 30

[8] Ivi, pp. 33 – 34

[9] Ivi, p. 58

[10] Ivi, pp. 76 – 77

[11] EVOLA: Apolitia, pp. 95 – 96

[12] SANTILLANA, op. cit., p. 19

[13] Ivi, p. 27

[14] SANTILLANA & DECHEND: Il mulino di Amleto, p. 184

[15] SANTILLANA, op. cit., p. 13

[16] Ivi, p. 15


Bibliografia:

  • AA.VV.: Le retour des astrologues; 1971
  • ELIADE, Mircea: Occultismo, stregoneria e mode culturali. Saggi di religione comparata; Lindau, Torino 2018
  • EVOLA, Julius: Apolitia. Scritti sugli “orientamenti esistenziali” 1934 – 1973; Quaderni di testi evoliani n. 40; Fondazione Julius Evola, Roma 2004
  • EVOLA, Julius: Cavalcare la tigre; Mediterranee, Roma 2012
  • JÜNGER, Ernst: Al muro del tempo; Adelphi, Milano 2000
  • de SANTILLANA, Giorgio: Fato antico e Fato moderno; Adelphi, Milano 1985
  • de SANTILLANA, Giorgio & von DECHEND, Hertha: Il mulino di Amleto; Adeplhi, Milano 1983
  • TIRYAKIAN, Edward A.: Toward the Sociology of Esoteric Culture; 1972
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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. fabio painnet blade ha detto:

    Interessante citare, a questo proposito, l’esperimento delle due scimmie sottoposte a (minima) sevizia elettrica, di cui ci parla de Santillana, nel quale appare dimostrato che solo l’animale che individua una soluzione per limitare la sofferenza risulterà, alla fine, affetto da nevrosi somatizzante. Contributo che, al pari di questo post, suscita riflessioni.

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