I riti della notte di Pasqua come mistero iniziatico

L’accensione del fuoco, i testi che ripercorrono la storia sacra, il rito dell’acqua che evoca il mistero di morte-e-resurrezione del battesimo. Il Pasto Sacro del Corpo e Sangue di Cristo: «la più grande ierofania» secondo Mircea Eliade. La liturgia della veglia pasquale trasmette nei secoli un significato misterico ed iniziatico.


di “Gotico”
copertina: Matthias Grunewald, “Resurrezione di Cristo”

 

Nonostante l’ideologizzazione della Chiesa e la sua confluenza nell’ideologia decadente, e nonostante la perdita della forma più organica in latino, la celebrazione della notte del Sabato Santo – culmine dell’anno liturgico cattolico – esprime ancora l’essenza di un mistero: un mistero propriamente iniziatico. Nella sua forma odierna la celebrazione della notte di Pasqua evidenzia una scansione che evoca i quattro elementi, nella successione: Fuoco, Aria, Acqua, Terra.

Si incomincia con una suggestiva accensione del Fuoco, con forme che riecheggiano gli antichi culti zoroastriani. La fiamma che si sprigiona dalla legna viene utilizzata per accendere il Cero che simboleggia il Cristo, e infatti su di esso vengono piantati cinque grani di incenso a simboleggiare le quattro stimmate e la ferita al costato, da cui scaturì acqua e sangue. Sul cero è segnato l’anno corrente dalla nascita di Cristo e le lettere greche Alfa ed Omega a ricordare il detto dell’Apocalisse «Io Sono l’Alfa e l’Omega».

Il cero acceso è la Luce che splende nelle tenebre, che vince l’oscurità della morte. Questa Luce viene portata in processione lungo la navata centrale buia della chiesa. Il sacerdote avanza, seguono i ministranti e il popolo con lumini accesi in mano. È una processione di introito che evoca un’atmosfera propriamente misterica. Durante la processione il celebrante invoca la Luce di Cristo: Lumen Christi! Il popolo risponde Deo Gratias. Alla terza invocazione si accendono le luci della Chiesa. Da questo momento in poi tutta la celebrazione è all’insegna della gioia, dell’esultanza per il trionfo della vita sulla morte, della luce sulla tenebra.

Si passa a questo punto alla seconda fase: ai rituali del fuoco e della luce segue la liturgia della parola, le letture danno voce, fiato alla narrazione della storia sacra del mondo, per questo riteniamo che a questo punto si passi sotto il «dominio dell’Aria». Le letture possono arrivare fino al numero simbolico di sette. La prima è quella tratta dalla Genesi che descrive la Creazione, il disegno divino intelligente che dà impulso alla evoluzione delle fasi della Terra con la progressiva apparizione delle forme stellari e planetarie, degli elementi della terra, dei regni della natura fino alla figura culminante dell’Uomo: non un essere reietto ma signore e custode del creato.

La seconda lettura evoca la figura e l’atto di fede del patriarca Abramo, il suo affidarsi a Dio. Ma ricordiamo che nello stesso tempo Abramo si inginocchia a una figura misteriosa e superiore, una sorta di Re Sacrale: MelchidesechMentre Abramo compie il sacrificio «lunare» dell’agnello, il Re di Salem che unifica regalità e sacerdozio compie l’offerta «solare» del pane e del vino. È la stessa offerta che ritorna con la cena eucaristica e la consacrazione del pane e vino come corpo e sangue del Dio fatto Uomo.

Nella terza lettura scorre il ricordo del passaggio tra le acque come simbolo di vittoria sulla schiavitù (nel contesto dell’Esodo, dall’Egitto) e di liberazione. Nella Bibbia il tema delle acque come morte e risurrezione ritorna tre volte: in primo luogo. nel racconto del diluvio con Noè che genera una nuova umanità, racconto che somiglia con significativa analogia a un racconto riferito al Manu negli scritti sacri Indù. In secondo luogo nel racconto della fuga tra le acque del mar rosso e infine nella descrizione del battesimo: autentico rito iniziatico di morte-e-resurrezione con immersione nell’acqua corrente del fiume.

La Quarta e la Quinta lettura sono tratte dagli scritti di Isaia, il profeta che annuncia la nascita del fanciullo Salvatore, con toni che ricordano da vicino la IV Ecloga in cui Virgilio annuncia la nascita del Puer. Anche la sesta e settima lettura sono tratte dai Profeti, Baruc e Ezechiele; quest’ultimo, è il profeta che accenna alla resurrezione della carne, dunque a quel mistero che in altre tradizioni prende la forma della dottrina del corpo di gloria, del corpo di diamante-folgore. Il ciclo di letture termina dunque con lo splendido cantico del cuore nuovo:

« Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi. Abiterete nella terra che io diedi ai vostri padri; voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. Vi libererò da tutte le vostre impurità: chiamerò il grano e lo moltiplicherò e non vi manderò più la carestia. »

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Jean Delville, “L’Homme Dieu”, 1903

A questo punto si innalza il canto del Gloria. Anche il Gloria in Excelsis, così come l’accensione del Fuoco, evoca reminiscenze zoroastriane. Viene proclamato l’aspetto di Gloria del Signore Supremo, come lo proclamarono gli Angeli al momento della nascita del Salvatore, quando si fece luce come di Sole a Mezzanotte. La Gloria risplende nelle eccelse altezze dei cieli e si riflette in terra come Pax, pace per gli uomini di buona volontà: un’espressione che ricorda la Pax Imperialis romana (e in effetti la nascita di Cristo viene, con chiara espressione liturgica, connessa all’epoca di grande pace inaugurata da Augusto).

Agli uomini spetta di adorare, lodare, benedire questa Gloria Divina, traendone il beneficio più alto: la purificazione dei peccati, ovvero la liberazione dalle umane imperfezioni che conseguono alla perdita della condizione edenica, della beatitudine dell’età dell’oro. L’espressione più alta della Gloria di Dio Padre è la Resurrezione di suo Figlio. Ed è questa che ora si annuncia. La lettura della Epistola ai Romani di San Paolo chiarisce ora come tutti i fedeli attraverso il rito iniziatico del Battesimo possono partecipare, identificarsi con questo mistero di morte-e-resurrezione divina.

La liturgia della parola culmina nella lettura del Vangelo: il racconto dell’apparizione degli angeli alle donne all’alba della domenica di resurrezione. Le donne all’epoca non avevano capacità testimoniale (come ancora oggi in area islamica hanno una capacità testimoniale dimezzata): chi avesse voluto inventare un racconto per attestare una resurrezione inesistente mai avrebbe coinvolto la testimonianza di una donna, perché ciò avrebbe significato squalificare in partenza la narrazione che si intendeva avvalorare. Questo è uno dei tanti particolari che suggeriscono come il testo evangelico segua più il filo della spontaneità devota che non quello di una astuta artificiosità.

Dopo l’omelia del sacerdote sulla Parola Sacra, la liturgia si fa più densa. Si entra ora nel «dominio dell’Acqua». Se vi sono infanti vengono battezzati, se non vi sono l’intero popolo di fedeli rivive coscientemente l’esperienza del battesimo e ripete l’atto di credo nella Trinità Divina e la rinuncia solenne al compromesso con l’elemento satanico, ovvero con le forze ostacolatrici. In questa circostanza si riaccende la candela che evoca la Luce interiore, piccola, ma consustanziale alla Luce del Cristo.

Col Cero Pasquale per parziale immersione si benedicono i catini dell’Acqua. Lambita dalla fonte di Luce, l’acqua diventa acqua santa, benedetta, portatrice di forze eteriche-vitali. Il sacerdote asperge il popolo: l’acqua che bagna i volti e i corpi dei presenti trasmette la freschezza della rigenerazione delle forze eteriche, così come la liturgia della parola aveva ravvivato l’interiorità e il Fuoco acceso al principio della celebrazione aveva acceso la luce dell’IO SONO («Io Sono colui che Sono», dice Cristo di sé).

A questo punto si passa alla consacrazione eucaristica, ovvero alla transustanziazione della materia che diventa ricettacolo del corpo e del sangue del Dio fatto uomo. I «frutti della terra e del lavoro dell’uomo» vengono presentati a Dio Padre e diventano Corpo e Sangue di Cristo. Per preparare questa sacralizzazione radicale della materia il Sacerdote compie un gesto solenne: incensa l’altare. Ma quell’altare è in realtà tomba sacrificale, il lino che la ricopre simboleggia la Sacra Sindone che avvolse il Cristo prima della radiazione della Resurrezione.

L’incenso nell’antichità saliva agli Dei. Ora il Sacerdote dopo aver incensato l’altare e la croce, viene a sua volta incensato e anche il pubblico dei fedeli – reso partecipe della medesima dignità – viene incensato. Le parole della consacrazione ripetono le frasi dell’Ultima Cena nel racconto evangelico, si congiungono alle invocazioni alle schiere degli angeli, dei santi come un esercito protettore schierato in difesa degli uomini. Si ricordano anche i defunti.

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Salvador Dali, “Christ of St. John of the Cross”, 1951

Si attua in tal modo quella che Eliade definì come «la suprema ierofania»: il pane e il vino che diventano il corpo e il sangue. L’Ostia (da Hostia: essere sacrificato) viene offerta ai fedeli che diventano commensali. Il rito più arcaico, quello del pasto sacro, risalente alla notte dei tempi, quando i membri delle arcaiche confraternite guerriere dividevano le prede cacciate tra di loro secondo l’ordine gerarchico e con gli Dei che avevano propiziato la caccia, si rinnova stavolta in maniera incruenta, dal momento che il cristianesimo supera i sacrifici animali (mentre la forma regressiva dell’Islam li ripristina).

Con l’Eucaristia il passaggio attraverso gli elementi diventa completo:

  1. Fuoco della accensione del Lume simboleggiante il Cristo.
  2. Aria della liturgia della Parola.
  3. Acqua del rinnovamento del battesimo e dell’aspersione dei fedeli.
  4. Terra con la sacralizzazione radicale della materia del pane e del vino.

Queste quattro fasi ritualmente corrispondono alla esperienza iniziatica moderna (secondo la lezione di Steiner) dello sviluppo dell’Io che si connette coscientemente al Divino, del Corpo Astrale che diventa Sé Spirituale-Manas, del Corpo Eterico-Vitale che diventa Spirito Vitale-Buddhi e del Corpo Fisico che diventa Uomo Spirito-Atma o Corpo di Gloria. La celebrazione si conclude con la Benedizione. Il sacerdote trasmette la Benedizione, ovvero la promessa della benevolenza e della protezione divina nell’esistenza, sia nei suoi aspetti spirituali che in quelli materiali. Con questa Benedizione il rito ha compimento.

Ora la via dei nostri tempi esclude forme ritualistiche. Sono del tutto sterili i tentativi di richiamare alla vita antichi rituali e la stessa liturgia cattolica in sé non riesce più a trasmettere forze vive. Ma sicuramente l’Esercizio della Positività su queste forme misteriche trasmesse nei secoli e parzialmente decadute è un esercizio possibile e sicuramente proficuo.


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