“The Wicker Man”: dal folklore al folk-horror

Per la realizzazione di “The Wicker Man”, Robin Hardy e Anthony Shaffer hanno scavato nel folklore britannico e hanno modellato la cerimonia di Beltane e i suoi preparativi sugli antichi riti propiziatori di Calendimaggio e sulla processione di fine inverno, incentrata sul sacrificio rituale del “Fool”, “Re del Disordine”


di Marco Maculotti
versione aggiornata dell’articolo originariamente pubblicato su Noisey Italia

 

Scritto da Anthony Shaffer e diretto da Robin Hardy (ispirato al romanzo Ritual di David Pinner)The Wicker Man (1973) è ad oggi considerato come uno dei capisaldi di quella corrente cinematografica sui generis definita “folk horror”, che vide nella Gran Bretagna degli anni Settanta il suo apogeo (altri film degni di nota sono, ad esempio, Penda’s Fen di David Rudkin e Alan Clarke, Il Grande Inquisitore di Michael Reeves e La pelle di Satana di Piers Haggard) e che sta tornando oggi prepotentemente alla ribalta (possiamo menzionare The Witch di Robert Eggers, Midsommar di Ari Aster e The Ritual di David Bruckner).

Eppure, a ben vedere, Robin Hardy non ha mai definito The Wicker Man un film dell’orrore. In un periodo in cui il cinema britannico “di genere” era dominato da atmosfere gotiche e storie di fantasmi e vampiri (lo stesso Christopher Lee, che qui appare nei panni di Lord Summerisle, deve la sua fama anzitutto alle sue interpretazioni del Conte Dracula nei film della Hammer), Shaffer e Hardy furono intrigati dallo scontro ideologico tra cristianesimo e “paganesimo”, che per millenni (e, nel caso delle sperdute isole britanniche settentrionali, fino a pochi secoli fa) fu il sistema religioso dominante in Europa.

Sull’isoletta di Summerisle, nelle Ebridi scozzesi, il Cristianesimo è conosciuto, ma l’attenzione viene spostata sui suoi lati critici e paradossali, che vengono costantemente messi in ridicolo dalle autorità del villaggio. In questo modo, Shaffer e Hardy vogliono far riflettere lo spettatore sulla forte influenza che un credo, qualunque esso sia, può avere su una comunità separata spazialmente ed ideologicamente dal resto del mondo, costruendo le basi del suo codice etico e della sua peculiare cultura.

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Le fonti “tradizionali”

Per calare lo spettatore nell’atmosfera “pagana” che si respira a Summerisle, Hardy e Shaffer compiono una serie di scelte stilistiche e visive molto precise, disseminando la scena di simboli che tradiscono una certa ricerca “esoterica”: l’occhio sulla barca, il volto del Sole adorato dalla comunità, l’esagramma formato dalle spade in congiunzione durante il rito di Calendimaggio, le maschere zoomorfe indossate da tutti i membri della comunità, la Mano della Gloria, e via dicendo.

Non a caso una delle ispirazioni principali per Shaffer e Hardy, oltre ovviamente al romanzo di David Pinner che ispirò il film, fu Il Ramo D’Oro dell’antropologo scozzese sir. James Frazer, definito da Hardy come una sorta di «detective story that goes back to the origins of virtually all religions». Il film fu quindi concepito con l’intenzione di presentare gli elementi tradizionali in maniera obiettiva, con una colonna sonora autentica ed una ambientazione contemporanea credibile, allo scopo di mettere in risalto quelle credenze “magiche” su cui si fondò la vita delle comunità rurali delle isole britanniche (e non solo) prima dell’avvento del Cristianesimo.

Una religione morta, dunque, ma non del tutto: nella piccola isola di Summerisle tali riti e pratiche sarebbero stati reintrodotti proprio dopo che le comunità rurali hanno preso coscienza del fatto che valori e dettami cristiani non possono adeguatamente supplire ai bisogni di una comunità che ripone nella fertilità della terra e nella clemenza del cielo tutte le sue speranze di sussistenza e sopravvivenza. Il pensiero corre automaticamente ai Celti e al Druidismo, sebbene per alcuni studiosi, fra cui Lewis Spence, la religione druidica si sarebbe innestata su una pre-esistente, avente come base una sorta di “cosmografia circolare” [1], peraltro poi mantenuta nella concezione sacrale delle popolazioni celtiche stricto sensu.

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Testimonianze riguardanti queste “sopravvivenze pagane” sono d’altronde disseminate lungo i secoli all’interno della letteratura ecclesiastica britannica. Per esempio San Bernardo, nell’opera Vita di Malachia, arcivescovo di Armagh (1130), testimonia l’esistenza di due isolette nella laguna paludosa di Monincha, in Irlanda; su una vi è edificato un monastero maschile, sull’altra uno femminile. Giraldus Cambrensis, scrivendo nel XII secolo di questa comunità, la definì “La Chiesa dell’Antica Religione” e descrisse i suoi abitanti come “demoni” [2].


Il “Re di Malgoverno” e la “Sposa di Maggio”

Tra i riti che hanno ispirato maggiormente la realizzazione di The Wicker Man non si possono non menzionare i Saturnali romani, festa di fine anno durante la quale l’ordine sociale veniva sovvertito con l’elezione di un princeps (“Re per un giorno”) a cui veniva temporaneamente assegnato ogni potere, salvo poi essere immolato ritualmente. Il prescelto era solitamente vestito con una buffa maschera e un vestito sgargiante, e veniva considerato la personificazione di una divinità infera ed invernale, il cui sacrificio periodico avrebbe permesso ciclicamente il ritorno della Primavera e, quindi, fertilizzato il suolo per l’anno a venire. Non dissimile è il senso originario del Carnevale, tanto che nel personaggio omonimo possiamo riconoscere «un continuatore del Re dei Saturnali», come sottolineato dal Toschi [3]:

« Come questo, che, assunto il ruolo del Dio Saturno e del “Re della Baldoria”, veniva alla fine immolato, così il personaggio di Carnevale dopo aver preso parte a tutte le manifestazioni di allegria e di baldoria, veniva processato, condannato e bruciato. »

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In ambito britannico, speculare è la celebrazione egualmente invernale (6 gennaio) del Christmas Day o Old Reckoning, in cui il “Folle di Natale” o “Re del Disordine/Malgoverno” (King of Misrule), epifania invernale/infernale, veniva condotto in processione trionfale da individui mascherati da animali, danzatori dotati di spada e morris-men, prima di essere sacrificato ritualmente. In una canzone tipica che si può sentire ancora oggi a Revesby, nel Lincolnshire, i commedianti dopo aver ucciso il King of Misrule, loro padre, intonano [4]:

« Cut down our father like the evening sun
And here he lies in all his purple gore,
And we are afraid he will never dance more. »

A questa preoccupazione, nella pantomima britannica, puntualmente segue la rinascita del Padre-Re, non però come epifania invernale, ma altresì primaverile-estiva: il dio Lugh che verrà poi celebrato a inizio agosto, durante Lammas o Lughnasadh, la festività del primo raccolto. Ma centrale nella creazione di The Wicker Man è anche la celebrazione sacra precedente a quest’ultima, vale a dire Beltane o Calendimaggio, festa della fertilità incentrata sulla venerazione Dea tellurico-ctonia e del suo corrispettivo terreno, vale a dire la ragazza del villaggio che veniva eletta “Sposa di Maggio” o “Regina di Maggio” (nel film in questione la “reginetta” è naturalmente Rowan, la bambina scomparsa che il sergente Howie cerca disperatamente, convinto che sia stata sacrificata). Tutto confermato da Robin Hardy stesso in un’intervista in cui affermò:

« The Queen of the May is also a sacrifice in her own way. And both are offered up to the gods in supplication for the resurgence of the crops and the regeneration of life. In countries off the northwest coast of Europe, much of the year is spent in darkness with the sun barely rising off the horizon. Ancient peoples feared the sun might never up come again, and that was a powerful reason to propitiate the gods. When spring occurred, that blessing was attributed to the gods. »

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Filastrocche per un Sacrificio

Un ruolo centrale nell’economia del film è senz’altro da riconoscere alla splendida colonna sonora composta da Paul Giovanni e registrata con i Magnet, impreziosita da canzoni folk interpretate anche dagli stessi attori del film: per esempio, Lesley Mackie, che interpreta il personaggio di Daisy, presta la sua voce per il pezzo di apertura, mentre “Willow’s Song” è cantata da Britt Ekland. Le nenie e i canti accompagnano le scene principali, rendendo in qualche modo il film un “musical a metà” (cosa però sempre negata da Robin Hardy) e giocando un ruolo chiave nella costruzione dell’atmosfera. Si tratta d’altronde in larga misura di canti tradizionali, i cui contenuti ci possono aiutare a comprendere ancora meglio il sostrato sacrale su cui si fonda la “visione del mondo” degli abitanti di Summerisle.

Per esempio, l’incipit sonoro della scena iniziale è affidato a un dittico ispirato a due poemi di Robert Burns: “The Highland Widow’s Lament” del 1794 e “The Rigs O’ Barley” del 1783, cantati rispettivamente da voce femminile e maschile. Il secondo, ribattezzato “Corn Rings” è ispirato alla festività pagana di Lammas (“It was upon a Lammas night/ When corn rigs are bonie”) durante la quale, a inizio agosto, si festeggiava la prima mietitura dell’anno.

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Gently Johnny”, invece, è una ballata d’amore spettrale, in costante bilico tra erotismo (il testo è pieno zeppo di doppi sensi a sfondo sessuale) e ispirazione mistica, con una vena malinconica data dal tono di voce di Paul Giovanni, dai flauti e dagli archi. Si tratta di una ballata tradizionale inglese, citata da Cecil Sharp nel 1907 in versione edulcorata; Paul Giovanni ne riprese le parole la parte strumentale basandosi sugli accordi riportati dalla Sharp. La scena del film in cui risuona, girata nel “Green Man Pub” e nei campi limitrofi, è ispirata all’antico rito dei Greenwood Marriages, durante il quale, a Calendimaggio, i voti di fedeltà matrimoniale venivano momentaneamente sospesi e la comunità fornicava nei campi per rendere “gravido” il suolo.

Nella sequenza successiva, Lord Summerisle consegna un giovane alla procace figlia dell’oste, Willow — l’“Afrodite” della comunità, come viene chiamata — perché venga iniziato al mistero della sessualità (e della fertilità). La scena, intramezzata da due lumache che si accoppiano e dalle preghiere del protagonista, si conclude appunto con un’orgia collettiva notturna nei campi e tra le fronde. Come sottolinea Richard Heinberg [5] «questo rilascio sancito coordinato dell’energia procreativa serviva due scopi: rafforzare i legami all’interno della comunità, e stimolare e rivitalizzare la terra», a cui va aggiunto l’appunto di Mircea Eliade, secondo cui [6]:

« Dobbiamo stare attenti a non fraintendere questi eccessi licenziosi, perché qui non si tratta di libertà sessuale, nel senso moderno e dissacrante del termine. Nei tempi pre-moderni, la sessualità, come tutte le altre funzioni della vita, era investita di sacralità. Era un modo di partecipare al fondamentale mistero della vita e della fertilità. »

Peraltro, anche il nome di Willow non è casuale. Robert Graves attesta che il salice è tradizionalmente e ancor prima semanticamente connesso alle streghe: i termini witch willow derivano dalla stessa radice, così come dalla medesima derivano anche wicked («malvagio») e, per l’appunto, wicker («vimini»), vale a dire appunto il ramo del Salix viminalis, pianta utilizzata dai Celti per la realizzazione del fantoccio nella celeberrima pratica sacrificale del Wicker Man!

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La successiva sequenza del girotondo dei bambini della comunità di Summerisle intorno al Maypole (l’equivalente del nostrano “Albero della Cuccagna”, entrambe immagini simboliche dell’axis mundi) è cadenzata da una filastrocca infantile e al tempo stesso, agli occhi del sergente Howie, inquietante:

« In the woods there grew a tree
And a fine fine tree was he
And on that tree there was a limb
And on that limb there was a branch
And on that branch there was a nest
And in that nest there was an egg
And in that egg there was a bird
And from that bird a feather came
And of that feather was
A bed.

And on that bed there was a girl
And on that girl there was a man
And from that man there was a seed
And from that seed there was a boy
And from that boy there was a man
And for that man there was a grave
And from that grave there grew
A tree. »

La filastrocca, come si può intuire, è incentrata sul mistero dell’Eterno Ritorno, l’arcano della nascita-morte-e-reincarnazione degli esseri e dell’interdipendenza tra mondo umano, animale e vegetale. Il passaggio logico tra albero, vita animale, unione sessuale tra maschio e femmina, procreazione, morte e rigenerazione dell’Essere è, anche alla luce di altre pratiche e credenze sopravvissute sull’isola, illuminante. Ciò può essere messo in relazione con la “metafisica del seme” della dea ctonia Keridwen, per come esposta da Lewis Spence [7]. Tuttavia il sergente Howie, cristiano convinto, ne rimane sconvolto, quindi disinteressato a cogliere la saggezza tradizionale di una popolazione che non ha abiurato la propria posizione all’interno del “Sacro Cerchio” dell’Universo.

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La seguente “Fire Leap” è impostata su una melodia panica, supportata da flauti e zufoli tipici delle cerimonie orgiastiche dionisiache e dalla magnifica voce delle giovanissime Vestali del Fuoco, che danzano nude, volteggiando sulla fiamma per rimanere gravide del Fuoco Cosmico:

« Take the flame inside you
Burn and burn below
Fire seed and fire feed
To make the baby grow
. »

Agli occhi di Howie tutto ciò non può significare che superstizione e depravazione, ma Lord Summerisle replica con ironia e fermezza sul fatto che le giovani sono completamente nude. A parere di quest’ultimo, le credenze della sua comunità non sembrano più assurde degli insegnamenti contenuti nel Vangeli — un Dio fattosi uomo incarnandosi nel ventre di una vergine — ma ovviamente Howie è disgustato nel vedere gente così lontana dal senso cristiano del pudore e del peccato.

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Probabilmente la canzone più famosa della colonna sonora è la struggente “Willow’s Song”, rifatta in seguito da diversi artisti, tra cui i Nature and Organisation. In una delle scene clou del film, Willow danza nuda nella sua stanza, adiacente a quella di un Howie ormai al limite della sopportazione, battendo colpi sul muro che li divide per attirare la sua attenzione. Le parole, ancora una volta sul crinale tra il sogno e la lascivia («A stroke as gentle as a feather/ I’ll catch a rainbow from the sky/ And tie the ends together.” […] “How a maid can milk a bull/ And every stroke a bucketful»), rendono la scena onirica, spettrale e al tempo stesso naturalmente erotica, supportata dalla voce ansimante dell’attrice Britt Ekland, che si offre al sergente come una sorta di epifania luminosa:

« Would you have a wondrous sight?
The midday sun at midnight. »

La scena della processione di Beltane è cadenzata da una versione strumentale della tradizionale “Willy O’ Winsbury” (la prima versione conosciuta risale al 1775), rifatta peraltro anche da John Renbourn e dai Pentagle nell’album Solomon’s Seal. Rispetto alle versioni tradizionali e pop, il rifacimento di Paul Giovanni e dei Magnet è più grave e marziale. La comunità di Summerisle, trasfigurata con maschere zoomorfe, avanza come un esercito verso il luogo del gran rito finale, come in un racconto lovecraftiano. L’andamento è sottolineato da fiati solenni e rullanti decisi, in un crescendo che rende lo spettatore (e il sergente Howie stesso) consapevole che l’epilogo sta per arrivare.

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Naturale proseguimento della melodia che accompagna la processione è “Chop Chop!”, un ritmo cadenzato di zampogne, archi e tamburi, basato sulla filastrocca tradizionale “Oranges and Lemons”, che accompagna la morte simbolica di ogni membro della comunità, al fine di riportare nuova vita alla terra: ogni compaesano passa sotto il giogo della morte e della rinascita simbolica, offrendo la sua testa alle spade che i delegati intrecciano per formare una stella a sei punte (simbolo del Sole, nonché dell’unione del Cielo, il triangolo superiore, con la Terra — quello inferiore). Anche il sergente Howie, condotto con l’astuzia a vestire i panni del Fool, supera la prova indenne. Tuttavia, il ruolo che ha scelto di interpretare in questa assurda tragedia, lo sta conducendo inesorabilmente ad una situazione da cui non potrà fuggire.

A chiudere la pellicola, nella scena conclusiva i partecipanti al rito intonano all’unisono “Sumer is a-cumen in”, il più antico controcanto medievale conosciuto, risalente al XIII secolo, composto in Inghilterra da autore sconosciuto. L’immagine dell’Uomo di Vimini, all’interno del quale il “Re per un giorno” viene bruciato insieme ad ogni specie animale, tra i canti festosi della comunità e le grida atroci delle stesse bestie, in un olocausto senza pari nella storia del cinema dell’orrore, fu ispirata a Shaffer e Hardy da un passaggio dei Commentarii De Bello Gallico, dove Giulio Cesare descrisse come i Galli erano soliti immolare le vittime sacrificali (per lo più criminali e prigionieri di guerra) bruciandoli vivi in enormi colossi fatti di rami di vimini intrecciati. Shaffer descrisse la scena come «l’immagine più allarmante e imponente che abbia mai visto».

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Note:

[1] Lewis Spence, The Mysteries of Britain, p. 211

[2] Ivi, p. 231

[3] Paolo Toschi, Il folklore, p. 32

[4] Nigel Jackson, Masks of Misrule, pp. 65-6

[5] Richard Heinberg, I riti del solstizio, p. 122

[6] Mircea Eliade, Riti e Simboli di Iniziazione: i Misteri della Nascita e della Rinascita, p. 25

[7] Lewis Spence, The Mysteries of Britain, pp. 200-2


 

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Simone ha detto:

    Rinnovo per la terza volta i miei complimenti a voi tutti. Articoli sempre di ottimo livello. Questa notte, passata insonne, ho letto con piacere questo vostro approfondimento, che che sviscera uno dei miei “horror” preferiti di sempre. Grandi citazioni i Nature and Organisation, nonché Penda’s Fen.
    Mi aspettavo citato anche il magnifico film La Cinquième Saison, che, seppur recente, ha, io credo, moltissimi punti in comune con the Wicker Man. A voi il compito di un’eventuale approfondimento.
    Grazie ancora
    Simone

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    1. Marco Maculotti ha detto:

      Ciao Simone e innanzitutto grazie per il supporto.
      Non ho ancora avuto modo di visionare “La quinta stagione”, ma non è un caso che sia stato menzionato pure nei commenti a questo articolo sulla pagina Facebook. Tra l’altro ho visto che è degli stessi registi del bellissimo “Altiplano”, di cui avevo scritto qualche mese fa qui su AXIS, quindi lo vedrò sicuramente con grande piacere.
      Un caro saluto

      MM

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  2. Simone ha detto:

    Scusandomi per gli errori ortografici, (ripeto ero reduce da una notte insonne), attendo con curiosità l’eventuale approfondimento. Un saluto

    Piace a 1 persona

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