Charles Fort e l’inquietudine dello straordinario

Critico della scienza che lui definiva “esclusionista”, ovvero propensa ad accogliere solo dati che confermavano le teorie accettate e rifiutare i dati che le mettevano in dubbio, Charles Fort procedette, alla maniera degli antichi collazionatori di “prodigi”, a raccogliere e ad analizzare tutte le cosiddette anomalie, quei “fatti dannati” che non trovavano posto nei modelli scientifici, influenzando in una certa misura tutto l’ambito della “realtà alternativa” del XX secolo, come l’ufologia, l’archeologia spaziale e la criptozoologia.


di Francesco Cerofolini

 

Viviamo in un un universo molto più strano e folle di quanto crediamo. Di questo era convinto Charles Hoy Fort e per dimostrarlo passò gran parte della sua vita adulta negli archivi di biblioteche e musei a caccia di resoconti di eventi che la scienza non poteva spiegare. Supportato solo dalla moglie e da un ristretto gruppo di ammiratori, Fort arrivò ad accumulare nella sua casa trasformata in archivio quasi quarantamila note. In questa enorme mole di carte c’era di tutto: piogge di pesci, carbone, zolfo. Fenomeni aerei anomali. Apparizioni e sparizioni misteriose. Persone dotate di facoltà eccezionali. E la lista potrebbe andare avanti.

Da questa corposa documentazione Charles Fort trasse quattro libri, Il Libro dei Dannati, Lo!, New Lands e Wild Talents, con i quali voleva sottoporre questi scomodi dati alla Scienza dell’epoca, una Scienza che Fort considerava non meno dogmatica delle religioni del passato. Questa corposa offensiva alla cittadella della scienza si rivelò vana e alla sua morte Fort era, al di la di alcune ristrette cerchie, praticamente sconosciuto. Tuttavia la sua opera e le sue idee furono recepite da artisti e pensatori che sopratutto a partire dal secondo dopoguerra ne riscoprirono l’opera.

Oggi molte delle idee di Fort permeano la cultura popolare, basti pensare al termine ‘teletrasporto’ coniato proprio da Fort. Ripercorrendone la vicenda umana e riscoprendone il provocatorio pensiero si comprende come Fort non fu solamente un collezionista compulsivo di stranezze: la sua opera fu anche un atto di ribellione contro una società che, dietro la patina del progresso, era conformista e disumanizzante e che ambiva a disciplinare anche la percezione stessa della realtà.

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Charles Fort (1974 – 1932)

Lo Scrittore del Bronx

Nel 1887 il chimico Marcelin Berthelot scrisse che «d’ora in poi non c’è più alcun mistero nell’Universo». Nel 1895 il celebre fisico Lipmann sentenziò che la fisica era un campo di ricerca esaurito. Addirittura Heinrich Hertz considerava la ricerca sulle onde radio da lui scoperte di nessuna utilità pratica. Queste dichiarazioni sono indicative del clima culturale che si respirava a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo: la scienza avrebbe presto spiegato tutto, la natura era stata domata e l’uomo si avviava verso un futuro di pace e prosperità. In questo particolare panorama intellettuale crebbe Charles Fort.

Charles Fort nacque ad Albany il 6 Agosto 1874, secondogenito di un ricco mercante. La madre morì quando Charles era ancora piccolo. Il padre, uomo severo e autoritario, sottoponeva Charles e i fratelli ad una disciplina ferrea. Nella sua autobiografia mai pubblicata dal titolo Many Parts, Fort racconta come lui e i fratelli venivano chiusi per punizione in un ripostiglio, a volte anche per giorni. Queste esperienze fecero maturare in Fort una sfiducia e un ostilità verso ogni tipo di autorità, un’attitudine che si porterà dietro per tutta la vita.

Il piccolo Charles mostrò fin da subito una grande interesse per la natura: iniziò a collezionare prima conchiglie e stelle marine e poi ali e uova di uccelli che cacciava lui stesso con una fionda. Fu uno studente mediocre e indisciplinato, ma a casa divorava libri su qualsiasi argomento, dalla geografia alle lingue straniere, dalla storia naturale alla biologia. Durante l’adolescenza Fort scoprì di essere portato per la scrittura e così decise che sarebbe diventato uno scrittore. A diciotto anni si imbarcò per un viaggio in solitaria intorno al mondo. Fort sperava che conoscendo luoghi e persone diversi avrebbe accumulato materiale su cui scrivere. Per quasi due anni vagabondò tra Europa, America e Africa sostentandosi solo con lavoretti occasionali e con i pochi soldi inviati da casa. Le sue avventure si interruppero in Sud Africa dove contrasse la malaria e fu costretto a rientrare negli Stati Uniti.

Nel 1896 sposò Anna Filing. La coppia si stabilì a New York, dove vissero per diversi anni in stato di grave povertà nel Bronx. In questi anni Fort passava da un’occupazione all’altra mentre tentava di far decollare la sua carriera di scrittore. Durante i mesi più freddi la coppia era costretta a bruciare vecchi mobili per riscaldarsi e nei giorni di pioggia Fort non poteva uscire per cercare lavoro perché le sue scarpe erano bucate. Fort in quel periodo è spesso preda di depressione e pensieri suicidi. Tuttavia, perseverando, egli riuscì a vendere alcuni suoi racconti umoristici ad alcune riviste.

Il grande romanziere Theodore Dresier definì i racconti di Fort come «i migliori racconti umoristici prodotti in America […] erano realistici, ironici, saggi e a loro modo belli». Incoraggiato da questi piccoli successi, Fort decise di dedicarsi alla scrittura di romanzi. Dei tanti romanzi che pare abbia scritto, solo l’unico pubblicato — ovvero The Outcast Manufacturers — è sopravvissuto. Come i suoi racconti, anche questo romanzo era ambientato nei quartieri poveri e proletari dove Fort viveva, e seguiva le vicende di una coppia di truffatori. Il romanzo fu accolto calorosamente dalla critica ma si rivelò un insuccesso commerciale.

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La processione dei dannati

Nel periodo tra il 1910 e il 1918 la disillusione di Fort nei confronti della scienza e del mondo accademico raggiunse il suo zenith. Fort era un lettore vorace e conservava migliaia di note sui più svariati argomenti. Decise di bruciare le oltre venticinquemila note per fare spazio ad un archivio ancora più corposo in cui conservare e catalogare tutti gli eventi che la scienza convenzionale non solo non poteva spiegare ma che si rifiutava anche solo di prendere in considerazione. Questo nuovo archivio arriverà negli anni a contare — come detto — oltre quarantamila note. 

La continua ricerca di fatti strani e misteriosi divenne, nelle parole di Fort, una vera e propria ossessione che lo portava a setacciare più e più volte gli archivi delle biblioteche. La sua casa diverrà un bizzarro incrocio tra un archivio e un museo. Il modesto appartamento in cui Fort viveva era zeppo di schedari in cui lo scrittore custodiva il frutto delle sue ricerche, di collezioni di ragni, farfalle e insetti, di campioni di misteriose sostanze che si dice fossero piovute dal cielo e di annate su annate di riviste scientifiche. Fort, che adesso collezionava fatti impossibili con la stessa meticolosità con cui nell’infanzia collezionava insetti e conchiglie, ebbe l’intuizione che segnerà per sempre la sua vita: la via per la conoscenza passa attraverso lo studio delle anomalie.

In questo periodo Fort scrisse due libri, intitolati rispettivamente X e Y. I manoscritti dei libri furono bruciati da Fort dopo l’ennesimo rifiuto da parte di un editore. Dalle lettere che Fort inviò dall’amico Dresier apprendiamo che X esplorava l’ipotesi che gli eventi sulla Terra fossero influenzati tramite mezzi invisibili dagli abitanti di Marte. Dresier riferisce così alcune delle ipotesi che Fort aveva esposto nel manoscritto: «X era il misterioso qualcosa da quale questi raggi erano emanati. […] Questi raggi erano l’emanazione di qualcosa che era capace di usarli come mezzo di creare noi, tu, me, tutti gli animali, le piante, la terra in tutta la sua bellezza, varietà e stranezza». Fort paragonava l’azione di questi raggi sulla terra a quella della luce che imprime un immagine su una pellicola fotografica.

Y invece trattava di un’altra civiltà, stavolta situata al polo sud, che cospirava da tempo immemore contro l’umanità. Nel libro si ipotizzava perfino che Kaspar Hauser fosse un emissario di questa fantomatica civiltà. Questo periodo convulso fu segnato da rifiuti da parte degli editori, roghi di note e manoscritti, febbrili ricerche e continue riscritture che culminarono nel libro che regalerà a Fort la fama, ovvero Il Libro dei Dannati. Anche questo lavoro di Fort sarebbe stato destinato certamente a seguire la triste sorte dei suoi predecessori se non fosse stato per l’intercessione dell’amico romanziere Theodore Dresier, che letteralmente ricattò il suo editore, minacciandolo di abbandonare la casa editrice se non avesse dato alle stampe il lavoro di Fort. Pubblicato nel 1919 Il Libro dei Dannati divenne subito un caso editoriale e sebbene le modeste vendite non risolsero la precaria situazione economica di Fort, il libro gli garantì un piccolo ma fedele seguito di estimatori.

Il Libro dei Dannati è un’opera labirintica, una miscellanea di fatti bizzarri e misteriosi che divengono il punto di partenza per vertiginose speculazioni cosmologiche e ardite teorizzazioni sulla scienza e sulla conoscenza. Fort è solo l’ultimo autore a cimentarsi nella raccolta di prodigi, una tradizione che segue parte dallo storico latino Giulio Ossequente e dal suo Libro dei Prodigi, passando per i bestiari medievali e opere come il Libro delle Meraviglie di Gervasio di Tilbury, ma Fort affronta il meraviglioso e lo sconcertante con il piglio scettico e iconoclasta del suo tempo.

Anche se negli anni Fort è stato dipinto come un credulone o peggio ancora un ciarlatano, leggendolo scevri da pregiudizi risulta lampante come questo autore metta in pratica uno scetticismo radicale, per cui anche i fatti più assurdi e le speculazioni più fantasiose sono degne di un’attenta analisi. Lo scrittore di fantascienza Damon Knight, autore della biografia Charles Fort, Prophet of the Unexplained, sintetizza così l’attitudine di Fort verso l’indagine scientifica:

« È un luogo comune quello per cui gli scrittori da adolescenti sarebbero solitari e ribelli. Fort, avendo rinnegato l’autorità paterna più duramente della normalità – o essendo lui stato rinnegato da essa — sembrava essere deciso a mettere in discussione ogni autorità, e infine rinnegarla. »

Questa combinazione di curiosità intellettuale e ribellione esistenziale lo portò a prendere le parti di tutto ciò che la Scienza ufficiale considerava eretico. Sempre secondo Knight, egli «divenne il difensore, non delle sue ipotesi eccentriche, ma dei dati scartati stessi. Non era contrario alla scienza, o al metodo scientifico, ma al sistema chiuso della scienza, o all’elevazione dell’ipotesi a dogma». Questi dati scartati sono i “dannati” che danno il titolo al libro. Col suo consueto stile immaginifico, Fort apre così la sua opera:

« Con la parola dannati, intendo dire gli esclusi.

Avremo quindi una sfilata di dati che la Scienza ha escluso. Battaglioni di dannati, capitanati da diafani dati che ho esumato, si metteranno in marcia. Voi li leggerete… ossia loro marceranno. Alcuni di essi sono lividi, altri fiammeggianti, altri ancora putrefatti.

Alcuni di essi sono cadaveri scheletri, mummie che si contorcono, che camminano vacillando, animati da compagni che sono stati dannati da vivi. Ci sono giganti che passeranno vicini, ma saranno addormentati profondamente. Ci sono cose che sono teoremi e altre che sono solo stracci: esse sfileranno sotto braccio ad Euclide con lo spirito dell’anarchia. Qua e la svolazzeranno delle sgualdrinelle. Molti sono dei buffoni ma molti sono della massima rispettabilità. Alcuni sono assassini. Ci sono deboli fetori e scarne superstizioni, semplici ombre e malizie vivaci: capricci e amabilità. L’ingenuo e il pedante, il bizzarro e il grottesco, il sincero e l’insincero, il profondo e il puerile. […] Il potere che ha detto che tutte queste cose sono dei dannati è la Scienza Dogmatica. »

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Alla deriva nel Mare dei Super Sargassi

Nel vasto assortimento di eventi inspiegabili documentati da Fort un posto di rilievo lo occupano le precipitazioni anomale. Durante le sue ricerche Fort aveva appurato che dal cielo non cadono solo la pioggia e la neve. Numerosi resoconti parlano di piogge rosse, dette anche “piogge di sangue”. Il 12 e il 13 novembre del 1902 piogge rosse si abbatterono sull’Australia e l’anno successivo toccò all’Europa. Il 27 febbraio del 1903 piovve una strana sostanza rossa su Belgio, Olanda, Germania e Austria. Una nave in navigazione dell’Oceano Atlantico riferì di un fenomeno simile. Nello stesso periodo piogge di fango rosso si abbatterono sulla Russia e il Regno Unito. Scavando a ritroso si scopre che il fenomeno si ripete identico in luoghi e tempi diversi: in Cina nel 1877, a Siena il 28 Dicembre 1860, nel Mediterraneo nel 1888… e la lista potrebbe continuare.

Di volta in volta gli scienziati analizzano i campioni, alcuni appurano che si tratti di sabbia del deserto del Sahara, altri di materia organica. Si formulano teorie per spiegare gli sconcertanti avvenimenti. Ad esempio un certo E.G. Clayton ipotizza che le piogge rossastre sull’Inghilterra siano dovute al «pulviscolo trasportato dal vento dalle strade e viottoli del Wessex». Fort con il sarcasmo che lo contraddistingue commenta: «Ovvero ogni spiegazione è una spiegazione del Wessex: con questo cerco di interpretare l’enorme in termini di minuscolo».

Le menti degli scettici per Fort «si adagiano nel concetto di un piccolo mondo, isolato e confortevole, privo di contatti con la malvagità cosmica, al sicuro dalle astuzie stellari, indisturbato dalle invasioni e dai saccheggi stellari». Fort invece parte da questi fatti per lanciarsi in speculazioni selvagge e immaginifiche, decise tanto a provocare quanto a meravigliare il lettore. «Io personalmente penso che nel 1903 noi siamo passati attraverso i resti di un mondo polverizzato… reliquia di un’antica disputa interplanetaria e che da allora era rimasto nello spazio come un rosso monito». Nell’ipotesi di Fort la Terra era come un’isola in mezzo all’oceano verso cui le correnti trascinavano resti di pianeti e «provviste di viveri da parte di supervascelli schiantatisi nel traffico interplanetario».

Ma dal cielo cadono cose anche più strane. Fort raccolse resoconti di precipitazioni di sostanze simili a carne di manzo e a burro, di pietre e ferro e addirittura di manufatti caduti dal cielo in concomitanza di violente tempeste. In questa variegata casistica i fenomeni più sconcertanti sono sicuramente quelli che concernono piogge di animali: le più note sono sicuramente quelle di rane e rospi come quelli che caddero da una nube densa comparsa all’improvviso vicino a Tolosa nel 1804, così come quelle di pesci, documentate sin dall’antichità. Fort ci presenta una nutrita selezione di questi bizzarri eventi: pioggia di mitili in Germania nel 1892, pioggia di lucertole in Canada nel 1857, centinaia di serpenti “appaiono” dopo un violento temporale nel 1877 a Memphis nel Tennessee, pioggia di formiche in Inghilterra nel 1874. 

Gli scienziati liquidavano le storie come dicerie o resoconti esagerati, altri tiravano in ballo l’azione di trombe marine o trombe d’aria che “aspiravano” i gruppi di animali per poi depositarli nel luogo delle precipitazioni. A Charles Fort queste spiegazioni non bastavano e così costruì una delle sue ipotesi più visionarie e inverosimili. Per spiegare queste misteriose piogge Fort postulò l’esistenza del Mare dei Super Sargassi, una regione sopra l’atmosfera della Terra in cui finiva — a suo parere — tutto ciò che veniva catturato da misteriose forze cosmiche e li vi rimaneva in una sorta di limbo anche per anni o secoli prima di venire ributtato sulla Terra dalle tempeste che occasionalmente turbavano questo mare. Secondo Fort se avessimo potuto visitare questo mare avremmo trovato:

« Relitti, detriti, vecchi carichi provenienti da naufragi spaziali; cose proiettate in quel che è chiamato spazio delle convulsioni di altri pianeti, cose dei tempi degli Alessandri, dei Cesari e dei Napoleoni, di Marte e di Giove e di Nettuno; cose risucchiate dai cicloni della terra: cavalli e stalle ed elefanti e mosche e dodi e moa e pterodattili; tutti, comunque, che tendono a disgregarsi in fanghi o sabbia d’aspetto omogeneo, rosse o nere o gialle… autentici tesori per i paleontologi e per gli archeologi… depositi secolari… i cicloni d’Egitto, della Grecia, dell’Assiria… pesci disseccati e irrigiditi, li da poco tempo; altri da tempo sufficiente a putrefare. »

Fort nelle sue speculazioni “supergeografiche” (come lui chiamava lo studio del “Mare dei Super Sargassi”) si spinse ad ipotizzare una regione analoga alla Terra situata nel Mare dei Super Sargassi, un pianeta chiamato Genestrine su cui si sarebbero sviluppate primitive forme di vita che grazie alle tempeste di detto “mare” sarebbero “piovute” sulla Terra e l’avrebbero popolata.

Tra le tante stranezze cadute dal cielo, la più bizzarra è sicuramente quella che Fort trovò segnalata sul numero del 10 Settembre 1910 di Scientific American. Definito da Fort «uno dei più maledetti tra i nostri dati», l’articolo riferisce di «una strana pietra assomigliante ad un meteorite, [che] cadde nella Valle dello Yaqui, nel Messico, e da un’estremità all’altra del paese fece il giro la storia che era scesa sulla terra una pietra che portava incise iscrizioni umane». Fort riferisce di un altro aereolito con segni misteriosi, che sarebbe precipitato presso Brescia il 16 Febbraio 1883: stavolta il meteorite avrebbe recato l’impronta di una mano umana. Chi era il mittente di questi strani messaggi?

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Reperti da Altrove

Dal cielo arrivano cose strane e altrettanto strane sono le cose che vengono alla luce scavando sottoterra. Ampio spazio è dedicato da Fort ai ritrovamenti archeologici straordinari, i quali mettono in dubbio la storia del pianeta per come l’abbiamo conosciuta. Il catalogo è anche in questo caso ampio e variegato. Un agricoltore della Cass County in Illinois rinviene una moneta di bronzo recante l’iscrizione in greco antico «Re Antioco Epifane il Vittorioso». Fort ci riferisce della scoperta di una moneta romana in un tumulo dell’Illinois. Più ci si addentra nelle pagine che Fort dedica all’argomento più le scoperte diventano incredibili:

« Tavole di pietra con incisi sopra i dieci comandamenti in ebraico si dice siano state ritrovate in tumuli negli Stati Uniti. Emblemi massonici si dice siano stati ritrovati nei tumuli degli Stati Uniti. »

Nel 1838 fu rinvenuta in un antico tumulo funerario a Grave Creek nel West Virginia «una piccola pietra piatta ovale — o un disco — su cui erano incisi caratteri alfabetici». Questi reperti “fuori posto” sia dal punto di vista cronologico che geografico mettevano in dubbio la storia del continente americano. Tuttavia ce ne sono altri che Fort, con la sua sagacia e la sua immaginazione, usa per porre interrogativi ancora più inquietanti.

In Virginia vennero ritrovate minuscole croci, dal peso tra i 7 e i 28 grammi, non più grandi di una capocchia di spillo. I geologi che le analizzarono conclusero che erano fatte di cristallo e che si erano formate spontaneamente. Fort era, ovviamente, di tutt’altro avviso:

« Una razza di minuscoli esseri. Crocifiggevano scarafaggi. Esseri squisiti… ma ecco la crudeltà della loro squisitezza. Nel loro formato ridotto erano degli esseri umani. Crocifiggevano. »

Fort procede poi nell’elencare altri resoconti di ritrovamenti di utensili in miniatura come le così dette selci pigmee. Le selci pigmee «sono dei minuscoli attrezzi preistorici. Alcuni di essi hanno le dimensioni di un quarto di pollice (0,6 centimetri). Inghilterra, India, Francia, Sud Africa — sono state ritrovate in molte parti del mondo — sia o no che siano state fatte piovere in quelle zone». Chi erano questi minuscoli esseri? Come per le misteriose piogge Fort trova l’origine dei manufatti nel cielo. I minuscoli esseri sarebbero arrivati sulla Terra da un ipotetico pianeta che Fort chiama Elvera:

« […] pensiamo che gli abitanti di Elvera siano venuti qui solo in visita: arrivati in orde fitte come nubi di pipistrelli per delle battute di caccia… di topi direi […] o più probabilmente, per convertire i pagani di qui… […] Devono essere stati dei missionari. »

I loro corpi, piccoli e fragili, non si sarebbero conservati come fossili ma i loro manufatti sì, e Fort cita un articolo del Times di Londra del 20 Luglio 1836 che riferisce della scoperta in una formazione rocciosa presso Edimburgo di «una piccola caverna. Diciassette minuscole bare. Lunghezza tre o quattro pollici. Nelle bare c’erano delle figure di legno in miniatura».

Altri reperti suggerivano che esseri giganteschi avevano camminato sulla Terra in un remoto passato. Fort riporta svariati ritrovamenti fatti all’interno di tumuli funerari di armi e attrezzi troppo grandi e pesanti per essere utilizzati da un comune essere umano. Addirittura un resoconto parla di orme umane lunghe dai 45 ai 50 centimetri che sarebbero state rinvenute nell’arenaria nel Nevada. Alla luce di queste notizie per Fort le leggende sui giganti e il “piccolo popolo” acquistavano una nuova credibilità.

Questi ritrovamenti spinsero Fort a prendere in considerazione l’ipotesi che la Terra fosse stata visitata in passato da esseri di altri mondi. Charles Fort fu il primo autore a popolarizzare quest’idea che avrà grandissima fortuna tanto nel campo della letteratura fantascientifica che nel campo delle pseudoscienze e delle “realtà alternative”. Le visite da parte di alieni potevano spiegare i tanti reperti fuori posto, come le monete romane in America:

« Noi siamo dell’idea che ci siano stati dei disastri in aria, e che siano cadute quaggiù delle monete e che gli abitanti della terra le abbiano trovate o le abbiano viste cadere, e che abbiano coniato anch’essi le monete per imitazione: può darsi che le monete siano state fatte cadere quaggiù da qualche essere tutelare che abbia inteso farci progredire dallo stadio del baratto all’uso di mezzi di scambio. »

Charles Fort nei suoi scritti tuttavia adombra uno scenario più inquietante in cui l’umanità ignara è in balia di entità aliene di cui ignora l’esistenza e i piani che hanno in serbo per essa:

« Direi che noi apparteniamo a qualcosa: che una volta questa terra era una Terra di Nessuno e che altri mondi la esplorarono e la colonizzarono e combatterono tra di essi per ottenere il possesso, ma che ora essa è posseduta da qualcosa. Che qualcuno possiede questa terra e tutti gli altri hanno ricevuto l’avviso di starsene alla larga. »

Fort suggerisce che a rendere prezioso e appetibile il nostro pianeta ai nostri “padroni” saremmo proprio noi umani: saremmo in poche parole il loro bestiame:

« Io sospetto che dopotutto noi siamo utili… e che tra i reclamanti in lotta si è giunti ad un accordo, ovvero che ora qualcosa ha dei diritti legali su di noi, ottenuti con la forza o pagando con l’equivalente delle nostre collanine di vetro ai nostri primi e più primitivi proprietari – dopo aver avvertito tutti gli altri di allontanarsi – e che tutto questo fosse risaputo da secoli da parte di certi abitanti della terra, da una setta o ordine, da membri che fanno da capobranco per noi altri, o che sono dei super-schiavi o controllori che ci dirigono a seconda delle nostre istruzioni ricevute… da qualche altra parte… per la nostra misteriosa utilità. »

Fort crede anche di aver trovato le prove delle comunicazioni tra questi gruppi umani e i loro superiori sconosciuti. In uno dei suoi più arditi voli immaginativi, Fort afferma che nelle rocce di varie parti del pianeta sono stati trovate impronte che lui definisce «a forma di tazzina» disposti in file. Fort vi vede similitudini con l’alfabeto braille e l’alfabeto morse e immagina che i segni siano frutto di una trasmissione a distanza che li ha impressi nella roccia:

« Forse delle forze che si celano dietro la storia della terra hanno lasciato sulle rocce della Palestina, dell’Inghilterra, dell’India e della Cina delle scritte, che verranno un giorno decifrate, riguardo delle istruzioni indirizzate a certi gruppi esoterici. »

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Fort e la Scienza

Cosa fare di tutti questi incredibili dati e delle sconcertanti conclusioni a cui Fort è giunto? Di sicuro non accettarle acriticamente, perché sarebbe fare un torto all’opera di Fort. D’altra parte, fu lui stesso a scrivere: «Non credo a nulla di ciò che ho scritto». Così come è lecito avere qualche dubbio sull’accuratezza dei resoconti raccolti da Fort. Fort stesso si vedeva come un pioniere che raccoglieva tutti i dati disponibili senza preoccuparsi della loro accuratezza. La verifica sarebbe stata un lavoro da portare avanti in un fase successiva:

« Io non credo di fare un idolo dell’assurdo. Io penso che nei primi tentativi, non c’è mezzo di sapere che cosa in seguito sarà accettabile. Se uno dei pionieri della zoologia (che è da rifare) sentisse parlare di uccelli che spuntano dagli alberi, dovrebbe segnalare che ha sentito parlare di uccelli che spuntano dagli alberi. Poi dovrebbe occuparsi, ma soltanto allora, di passare al vaglio i dati di questo fatto. »

Questo ci porta alla questione del rapporto tra Charles Fort e la scienza. Di certo fu un rapporto conflittuale. Il New York Times lo definì addirittura «il nemico della scienza». Una definizione d’effetto ma poco accurata. Se è vero che Fort non lesinò in attacchi anche feroci alla scienza del suo tempo, è anche vero che non rigettò mai in toto il metodo scientifico. Fort fu uno scettico, uno scettico critico della scienza che lui definiva “esclusionista” ovvero propensa ad accogliere solo dati che confermavano le teorie accettate e rifiutare i dati che le mettevano in dubbio.

Questa tendenza conduceva a suo parere ad una stagnazione mortifera e impediva un vero progresso scientifico. Cruciale per Fort era l’analisi delle anomalie, di quei fatti dannati che non trovavano posto nei modelli scientifici. A conferma di ciò Fort scriveva non senza ironia:

« C’è molto, nelle più accettate scienze di oggi, che rappresenta una riabilitazione di così dette leggende, delle superstizioni e del folklore. Ricordatevi dell’incredulità di Voltaire di fronte ai fossili, a cui secondo lui solo i contadini potevano credere… Era una delle menti più acute, ma non poteva accettare i dati, perché rifiutava la spiegazione per quei dati… Oggi ci sono certi arretrati che non credono nelle streghe: ma ogni uomo sposato sa la verità! »

Per Fort il progresso scientifico passava dallo studio dei dati che mettevano in dubbio i modelli accettati, piuttosto che di dati che li confermano, favorendo così l’emergere di nuovi paradigmi: «La scienza di oggi… la superstizione di domani. La scienza di domani… la superstizione di oggi». In certe parti dei suoi scritti invece egli sembra vedere l’inadeguatezza della scienza del suo tempo come salvifica per l’uomo: pienamente in linea con il narratore lovecraftiano del fenomenale incipit de Il richiamo di Cthulhu egli sentenzia che «Ogni scienza è un polipo mutilato. Se i suoi tentacoli non fossero tagliati a pezzi entrerebbe in contatto con cose disturbanti». Insomma, la scienza esclusionista della sua epoca era incapace di comprendere l’uomo e il suo posto nell’universo e forse per il quieto vivere dell’umanità era meglio così.

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L’insegna della Marchmont Association, che si dedica al “Fortianesimo”, vale a dire allo studio dei fenomeni sovrannaturali e straordinari sull’esempio di Charles Fort

L’eredità di Charles Fort

Anche se oggi il nome di Charles Fort non dice nulla al grande pubblico, le sue idee sono penetrate nell’immaginario collettivo e sono diventate patrimonio del moderno folklore delle “realtà alternative”. In questa nicchia particolare Fort è diventato uno spartiacque, al punto da poter essere considerato il primo studioso “moderno” del paranormale. In una certa misura tutte le discipline pseudoscientifiche come l’ufologia, l’archeologia spaziale e la criptozoologia discendono dal lavoro di Fort e non è azzardato dire che senza i suoi libri questo filone culturale non sarebbe lo stesso. La sua importanza in questo campo è tale che è stato coniato il termine “fortiano” (fortean in inglese), dal duplice significato di seguace di Fort e di tipologia di fenomeno (che avrebbe potuto essere) studiato da Fort nei suoi lavori.

Nella seconda metà del Novecento decine di autori hanno proseguito l’opera di Fort o ne sono stati influenzati. I francesi Louis Pauwels e Jacques Bergier citano Fort come uno degli esponenti del “realismo magico” nel seminale Il Mattino dei Maghi. Tra gli epigoni più influenti di Fort bisogna senz’altro ricordare il giornalista e ricercatore John A. Keel, insieme a Jacques Vallée uno dei massimi propugnatori dell’ipotesi ufologica “parafisica”. Noto sopratutto per aver reso famosa la figura leggendaria del Mothman, Keel nei suoi libri continua l’opera di catalogazione dell’assurdo iniziata da Fort e cerca di trovare un filo comune che colleghi i più disparati tipi di anomalie.

Un altro campo in cui le idee di Fort hanno avuto grande fortuna è stato quello della fantascienza, nello specifico quel sottogenere dai confini incerti che va sotto il nome di weird. Anche qui sono numerosi gli esempi di autori che hanno attinto ai libri di Fort per racconti e romanzi, ma c’è un autore in particolare con cui Fort condivide la sua peculiare visione del mondo, ovvero il sopramenzionato Howard Philips Lovecraft. Leggendo certe considerazioni sull’universo, le forze oscure che lo governano e la “beata ignoranza” dell’essere umano messe su pagina da Fort, la mente non può che correre ai migliori racconti del solitario di Providence.

Entrambi questi uomini, solitari, ossessivi e misantropi, concepivano l’universo come un luogo freddo e ostile in balia di forze cieche e incomprensibili, in cui l’essere umano sopravviveva, rifuggendo dall’orrore che deriva dalla conoscenza facendosi scudo con i dogmi e i feticci delle religioni e delle scienze. Lo scrittore Lyon Sprague de Camp nel suo Lovecraft: A biography, racconta di come Lovecraft fosse entusiasta de Il Libro dei Dannati, trovandolo una grande fonte d’ispirazione per i racconti pur non prendendo seriamente le idee di Fort, tanto da citare lo scrittore newyorchese nel suo racconto Colui che sussurrava nelle tenebre. Pur non risultando che abbia mai incontrato Fort, né che i due abbiano tenuto corrispondenza, tuttavia de Camp non esclude che Lovecraft possa essere stato presentato a Fort durante il periodo in cui visse a New York.

L’esito più riuscito dello sposalizio tra le teorie di Fort e la narrativa fantascientifica è sicuramente il romanzo Schiavi degli Invisbili (in orginale Sinister Barrier) di Eric Frank Russell, pubblicato nel 1943. Prendendo spunto dalla famosa massima di Fort «Penso che siamo proprietà altrui», la storia narra di un gruppo di scienziati che scopre che la terra è abitata da alieni invisibili ad occhio nudo, i Vitoni. Dall’aspetto di piccole sfere di energia, i Vitoni si nutrono delle energie nervose e della sofferenza degli ignari umani e per questo da tempo immemore condizionano in negativo la storia umana. In questo romanzo Russell sviluppa molte delle idee di Fort, anticipando anche lui molte delle idee che diverranno assai popolari nel campo delle realtà alternative da li a qualche decennio, come la tematica dell’influenza di entità parassitarie lungo tutto l’arco della storia dell’umanità e quella dei rapimenti alieni.

Nonostante il secolo passato dalla pubblicazione de Il Libro dei Dannati, Fort e la sua opera rimangono rilevanti, e in un certi senso controversi. Nel corso degli anni è stato definito o profeta o ciarlatano: lui sicuramente non avrebbe accettato nessuna delle due definizioni. Fort fu, come abbiamo detto in apertura, una strana specie di ribelle; e, in fondo, la sintesi migliore della sua figura ce la offrono Bergier e Pauwels ne Il Mattino dei Maghi:

« Prima delle prime manifestazioni del dadaismo e del surrealismo, Charles Fort introduceva nella scienza ciò che Tzara, Breton e i loro discepoli avrebbero introdotto nelle arti e nella letteratura: il rifiuto fiammeggiante di giocare ad un gioco in cui tutti barano, la violenta affermazione che “c’è altro”. Un enorme sforzo, non forse per pensare il reale nella sua totalità, ma per impedire che il reale sia pensato in modo falsamente coerente. Una rottura essenziale: “Io sono un tafano che irrita il cuoio della conoscenza per impedirle di dormire”. »

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Bibliografia:

  • Charles Fort, Il Libro dei Dannati
  • Charles Fort, The Complete Books of Charles Fort
  • Damon Knight, Charles Fort: Prophet of the Unexplained
  • Louis Pauwels e Jacques Bergier, Il Mattino dei Maghi
  • Lyon Sprague de Camp, Lovecraft: A Biography

 

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