Coleridge e il caso della visione in sogno del “Kubla Khan”

 Sulla visione in sogno di Samuel T. Coleridge e la composizione del “Kubla Khan”, poema lasciato incompiuto a causa dell’improvvisa visita della misteriosa «persona proveniente da Porlock»: un caso letterario esemplificativo della natura «altra» dell’ispirazione poetica su cui hanno scritto, tra gli altri, Jorge Luis Borges e Fernando Pessoa.


di Salvatore di Domenico

Si narra che il poeta inglese Samuel T. Coleridge, durante un periodo di vacanza nell’Exmoor, attorno al 1797, per una qualche indisposizione del fisico o dello spirito prendesse un sedativo di natura oppiacea e addormentatosi sognasse, dicono le critiche moderne, uno tra i suoi migliori tre componimenti, insieme alla Ballata del vecchio marinaio e Christabel: il Kubla Khan (o in alternativa detto, come annota l’autore stesso, visione in sogno). Il poema racconta il decreto del Kublai Khan, re tartaro divenuto famoso in occidente soprattutto grazie ai racconti contenuti nel Milione di Marco Polo, che ne servì la corte per diciassette anni, di costruire un palazzo del piacere nella capitale del regno Xanadu. Eccolo tradotto in italiano (piuttosto liberamente) da M. Luzi:

Nel Xanadu alza Kubla Khan
dimora di delizie un duomo
dove Alf, il fiume sacro, scorre
per caverne vietate all’uomo
a un mare senza sole.

Dieci miglia di fertile campagna
con mura e torri furono recinte:
e c’era nel giardino un luccichio di rivi
e l’albero d’incenso era fiorito
e v’erano foreste antiche come i clivi
che abbracciavano il verde agro assolato.

Ma oh! quel cupo abisso fino al fondo
straziava la collina del suo vello di cedri.
Era un orrido sacro ed ammaliato
come alcuno ce n’è sotto la luna
calante ove alza gemiti una donna
inquietata dal demone d’amore!

Dall’abisso in un turbine incessante,
quasi il suolo rompesse in un singhiozzo,
una polla irruente urgeva a tratti:
fra i crosci subitanei e intermittenti,
con rimbalzi di grandine o di veccia
sotto il flagello di chi trebbia, ingenti
macigni sussultavano e frammenti.

Di là, da quella danza irta di blocchi
alto insorgeva a tratti il fiume sacro.
Cinque miglia di corso vagabondo
per boschi e valli il fiume percorreva,
poi cadeva per grotte senza fondo
tumultuoso in un oceano morto.

E rauche in mezzo a quel tumulto a Kubla
voci d’avi annunziavano la guerra!
L’ombra della chiara dimora
fluttuava sulla corrente,
indistinta l’eco arrivava
dalle grotte e dalla sorgente.

Era un raro miracolo, una casa
su caverne di ghiaccio ed assolata!
Una fanciulla con la cetra
io vidi in sogno una volta;
era una vergine abissina,
su quella cetra suonava
e cantava del Monte Abora.

Potessi in me risuscitare
quella viva armonia, quel canto
tale delizia inonderebbe il sangue
che a quel suono lungo e chiaro
potrei innalzarlo nell’aria
il castello di sole! le caverne di ghiaccio!

E chi l’udisse, lo vedrebbe là
e griderebbe: «Mistero! Mistero!»
gli occhi infuocati ed i capelli al vento!

Un circolo tre volte replicate
intorno a lui, chiudetegli le palpebre,
poiché manna ed ambrosia ha delibate,
il latte delibò del Paradiso.

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Il poema, in lingua originale rimato e melodico, secondo il dire di Borges «di prosodia squisita», a ben vedere non presenta grandi caratteri al di là di quello onirico e risulta come lo sbrigliare del poeta tutto il suo potere immaginifico. Ci trasporta in un Oriente fantastico e notevole, dagli aspetti mitici e le ombre surreali, a dire avvolte dall’emergenza di un sentore del divino all’uomo inafferrabile nella profondità maestosa dei paesaggi descritti. Tutto è Aldilà. Poema che tuttavia è incompleto (anche se su questo punto la filologia della letteratura inglese si è sbizzarrita con ipotesi più che disparate, come del resto ha fatto riguardo la datazione del testo, ma preferiamo qui rimanere alle informazioni forniteci da Coleridge stesso, che lo reputa appunto un frammento) ed il perché dell’incompletezza ci è riportato da Coleridge stesso nel 1816, quando, in seguito alle pressioni di Lord Byron, il poema viene pubblicato con una prefazione dell’autore.

Così, nel capitoletto relativo al “Sogno di Coleridge” del Libro dei sogni, Borges di quella prefazione non si lascia sfuggire dettaglio alcuno e con maestria descrive come il testo letto da Coleridge, che è un passo di Purchas nel quale si parla dell’edificazione del grande castello da parte del re Kublai Khan («Qui il khan Kubla ordinò che fosse costruito un palazzo con annesso un imponente giardino. Così dieci miglia di terreno fertile furono circondate da un muro») «prese a germinare e a moltiplicarsi; l’uomo che dormiva intuì una serie d’immagini visuali e, semplicemente, di parole che le manifestavano; di lì a qualche ora si svegliò, con la certezza di aver composto, o ricevuto in dono, un poema di forse trecento versi. Li ricordava con singolare nitidezza e poté trascrivere il frammento che rimane nelle sue opere. Una visita inattesa lo interruppe e gli fu impossibile, in seguito, ricordare il resto».

Ebbene, per quanto poi Borges continui il capitolo portando l’attenzione del lettore su altri casi di artisti che sognarono le loro opere, come Giuseppe Tartini con Il trillo del diavolo o Stevenson con Il dottor Jekyll e Mr. Hyde (e poi un’opera attribuita a Caedmon, citando lo studio The world of dream di Havelock Ellis) e soprattutto su un’enigmatica coincidenza di sogni, per cui quello stesso palazzo fu eretto dal Kublai Khan solo dopo che lo avesse visto in sogno, e Coleridge, scrivendo prima della diffusione europea del Compendio delle storie di Rashīd ad-Dīn Fadl Allāh, uno storico persiano, non poteva saperlo, noi poniamo l’attenzione su quella visita inattesa, la visita che interruppe irrimediabilmente la stesura de poema.

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L’incontro sconveniente con la persona da Porlock impedì al poeta di riportare in maniera completa il suo sogno, di ricordarlo. È riportato da un Coleridge parlante di sé in terza persona come segue, sempre nella prefazione:

« Al risveglio gli parve di ricordare chiaramente il tutto e, prendendo carta, penna e inchiostro, subito e rapidamente mise per iscritto i versi che sono qui preservati. A questo punto fu malauguratamente chiamato fuori da una persona venuta da Porlock per affari e fu trattenuto da lui oltre un’ora, e quando tornò alla sua stanza scoprì con non poca sorpresa e delusione che, per quanto conservasse un vago e impreciso ricordo del significato generale della visione, tutto il resto, a eccezione di otto o dieci versi e immagini slegati, era svanito come le immagini sulla superficie di un corso d’acqua in cui è stata gettata una pietra, ma ahimè senza che esse si ricomponessero in seguito! »

Se l’incontro di Coleridge con la persona da Porlock nel 1797 avvenisse concretamente, se non fosse questa una scusa addotta dal poeta per difendersi dalle critiche che accusavano il poema di eccessiva frammentarietà, come sostiene Elisabeth Schneider, o se fosse questa una persona in carne ed ossa o più verosimilmente un’entità spirituale o psichica, assume nell’ottica del nostro interesse un’importanza relativa, secondaria. Ciò che veramente si ritiene importante è l’attualità di tale incontro, il fatto stesso cioè che avvenisse e pare, osservando l’evento con occhio attento e indagatore, di poterne dedurre in un qualche modo alcuni aspetti della natura profonda dell’immaginazione e di conseguenza dell’ispirazione poetica.

La visione che ne dà Pessoa pare seguire questa linea, ne dà un’interpretazione in chiave esoterica, orientata su un piano allegorico. La composizione poetica del resto, converrà chiunque abbia vissuto pur una sola volta un momento di vera e inspiegata ispirazione, non è domabile (o almeno non completamente) dalle forze intellettivo-razionali, e non è raro che tra i poeti e i pittori, dopo aver riposto la penna o la matita o il pennello, ci si dica: «eppure mi sfugge il senso ultimo dell’operato, quello che ho sentito e conosciuto nell’atto creativo», così al verbo si affianca il simbolo, dove difetta la ragione che non doma i significati, come parafrasando dice il poeta portoghese. Non casualmente poesia e religione quasi coincidono agli albori della civiltà, essendo entrambi modi di connessione con l’altro, o se si vuole con l’oltre, o come nomina Pessoa con l’abisso. Dell’uomo di Porlock, in italiano nella raccolta delle Pagine esoteriche, si legge tramite Pessoa di un seccatore inatteso che si intromette nella «comunicazione fra l’abisso e la vita», lo declina come impossibilità umana «di comunicare (completamente) con l’Altro Mondo di noi stessi». Quello che Borges, senza troppa confusione, avrebbe potuto definire il «Mondo del sogno», «perennemente sconosciuto perché pur essendo noi non è nessuno, perennemente anonimo perché pur essendo vivo è impersonale» dice Pessoa.

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Insomma, nell’allegoria posta da Pessoa, se è vero che quel «Mondo Altro» sul quale (anche secondo Borges) si basa la vera letteratura è difficilmente accessibile alla parte conscia della mente, o all’«uomo sveglio», e mai lo è a sua discrezione, ma con tempistiche casuali, allora ognuno che si spinga oltre le ferme linee del reale incontra prima o poi un uomo di Porlock, ch’è dunque l’allegoria del risvegliarsi dell’Io a sé stesso, la rimembranza dello spirito che esiste pure la carne, la noia del poeta che s’accorge non essere reale quello con cui riempie il foglio, l’estraneo che è noi: in altre parole si potrebbe dire che ricevere la persona da Porlock è incontrare un limite dello spirito immaginifico umano, un ostacolo senza colpe (del resto la persona da Porlock non poteva sapere che Coleridge stesse scrivendo un sogno, né che il suo interromperlo avrebbe compromesso la stesura del Kubla Khan, «lo dobbiamo ricevere per debolezza nostra» scrive Pessoa) a quella Alterità nella quale l’uomo spesso si ritrova a cercare la verità ultima o il proprio suo benessere, che vivendo pur incontra come non-luogo, o luogo alieno all’esistenza, dove è il regno dell’immaginazione, la cui peculiarità sta nel celare il grado di realtà delle cose, con essa confondendosi e da essa separandosi, in modi che sembrano molto più divini che umani, fino a quando non si riceve la Persona da Porlock. 

Il breve testo di Pessoa è allora concluso evocando un disiecta membra poetae d’eco oraziano, secondo il quale si considera sano e vivo il poeta del cui componimento si mantiene l’ordine natio delle parole e così l’armonia, altrimenti lo si considera fatto in pezzi, che del poeta — se non dell’uomo — rimane solo una piccola parte, solo il principio e la fine di un contenuto che si perde all’atto creativo, solo l’immergersi e il riemergere nell’ignoto dell’ispirazione, che è l’avventurarsi nel proprio abisso, o nel proprio sogno, dove dissociano Borges e Pessoa, almeno linguisticamente. La questione ritorna presto ad essere problematica su questo punto, del più insoluto e antico dei problemi, riguardo la natura di quell’Alterità della poesia, se essa cioè si ritenga umana o divina (se nell’episodio non si realizzi l’ideale romantico di poeta come mediatore tra l’umano e il divino), se essa appartenga al poeta o se da questa venga il poeta posseduto. Ma prima di muovere la benché minima argomentazione in questo senso, folle e avventata, né realizzabile, è opportuno leggere alcuni versi che dall’alto della sua vocazione poetica Coleridge ci lascia, sempre in quella prefazione che causa poi tante discussioni nella critica; «otto o dieci versi e immagini slegati […] come le immagini sulla superficie di un corso d’acqua in cui è stata gettata una pietra»:

Poi l’incanto tutto
si spezza, tutto il fantastico mondo così bello
Svanisce, mille cerchi si diramano
e ognuno deforma l’attiguo. Attendi un poco,
Povero giovane che appena osi alzare gli occhi:
Presto la corrente si rifarà liscia, presto
L’immagine tornerà! Ecco, attende
E subito i vaghi frammenti di belle forme
Rivengono tremolanti, si ricompongono, e di nuovo
lo stagno si fa specchio.


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