Cronache della Fine: dal “Terrore” di Machen al “Colore” di Lovecraft

In occasione dell’83esimo anniversario dalla morte di H.P. Lovecraft, avvenuta il 15 marzo 1937, e visto il periodo di stasi che stiamo vivendo, quale migliore occasione per rileggere uno dei suoi racconti più terrificanti, “Il Colore venuto dallo Spazio”, mettendone in luce i parallelismi con un altro romanzo apocalittico uscito più di un secolo fa che ad oggi pare così profetico, “Il Terrore” di Arthur Machen?


di Marco Maculotti
copertina: illustrazione per H.P. Lovecraft, “Il Colore venuto dallo Spazio”

 

« Io, che sono l’ultimo, parlerò al vuoto in ascolto…
Non ricordo quando tutto ebbe inizio, forse mesi fa. La tensione era al massimo, spaventosa: a un periodo di sconvolgimenti politici e sociali si aggiungeva la strana indefinibile sensazione d’un orrendo pericolo fisico. Un pericolo enorme, che gravava su tutto, come lo si può concepire negli incubi più angosciosi. Ricordo che la gente andava in giro con facce pallide e preoccupate, bisbigliando avvertimenti o profezie che nessuno osava poi ripetere consapevolmente o soltanto ammettere di aver udito. La terra era oppressa da un mostruoso senso di colpa e dagli abissi fra le stelle soffiavano gelide correnti che facevano rabbrividire gli uomini nei luoghi bui e solitari. Il corso delle stagioni aveva subito un’alterazione catastrofica: il tepore dell’autunno indugiava ad andarsene e sentivamo che il mondo, forse l’universo, si era sottratto al controllo degli dei o delle forze sconosciute che lo governano e niente somigliava più a se stesso. »

H.P. Lovecraft, “Nyarlathotep”, 1920

 

Le suggestioni apocalittiche delle ultime settimane sembrano aver improvvisamente catapultato il mondo in un incubo lovecraftiano: per l’esattezza un incubo che il Maestro di Providence ebbe durante una notte del 1920, giusto un secolo fa. Coincidenze o meno, gli scenari da «Fine del Mondo» vissuti oniricamente da Lovecraft in quell’occasione vennero messi per iscritto in uno dei suoi racconti più noti, a dispetto dell’estrema brevità: Nyarlathotep, che, allo stesso modo di altre opere visionarie di esimî scrittori del fantastico dei decenni precedenti — per esempio il Kubla Khan di Samuel T. Coleridge (1816) e Lo Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert L. Stevenson (1886) –, è dunque da ascriversi al novero delle creazioni letterarie ricevute in sogno, simili alle visioni che i mistici del mondo antico consideravano alla stregua di vere e proprie profezie.

D’altronde pochi scrittori al pari di Lovecraft — che abbandonò le sue spoglie mortali il 15 marzo di 83 anni fa — hanno fondato la propria mitopoiesi letteraria su visioni catastrofiche e apocalittiche: lo stesso Richiamo di Cthulhu (1928), forse il suo capolavoro più conosciuto anche per via dei numerosissimi sequel che ispirò (suggeriamo a questo proposito l’antologia Saggezza stellare, pubblicata nel 1997 da Einaudi, che contiene racconti di J.G. Ballard, William S. Burroughs, Ramsey Campbell e Michael Gira, giusto per fare qualche nome), si incentra in ultima analisi sull’idea così nota nelle tradizioni antiche del «rivolgimento cosmico» che, in un futuro più o meno prossimo, avrebbe decretato la fine del mondo per come lo conosciamo.

Ma se nelle tradizioni antiche il più delle volte si riteneva che alla catastrofe finale sarebbe seguita la genesi di un mondo perfetto — si tratta del famoso mito del ritorno dell’Età dell’Oro o, per le culture indigene delle Americhe e dei Mari del Sud, della credenze millenaristica nell’avvento della cosiddetta «Terra-Senza-Male» –, nel racconto di Lovecraft il ritorno delle stelle «al posto giusto» (un rimando al fenomeno della precessione degli equinozi) segnerà l’«inizio di una Nuova Età Oscura», in cui le terrificanti potenze divine conosciute come «Grandi Antichi» prenderanno di nuovo il potere del nostro pianeta e dei nostri destini, ridimensionando significativamente l’illusione nutrita dall’essere umano riguardo a una sua supposta importanza nella storia universale (un tema, questo, molto caro a Lovecraft — e poi anche a Thomas Ligotti — che emerge nel caso del primo soprattutto nelle lettere [1]).

In questa sede, tuttavia, vogliamo parlare di un altro racconto del Sognatore di Providence, la cui lettura, ora come non mai, nel momento di stasi in cui ci troviamo, ci sembra valorizzarne al massimo l’eccezionale potenza espressiva: stiamo parlando del Colore venuto dallo Spazio (1927), storia ascrivibile al filone dell’«orrore cosmico» in cui viene descritto l’incontro improvviso con il più classico degli «orrori venuti da un altro mondo»plot che troverà, nella seconda metà del secolo, nuova linfa nell’ambito cinematografico, per esempio con L’Invasione degli Ultracorpi La Cosa. Ma prima di analizzare il Colore di Lovecraft ci preme fare lo stesso con un’opera, uscita esattamente dieci anni prima, che ne anticipa in parte le suggestioni narrative, nonché altro testo ideale da (ri)leggersi in questi giorni: e tale opera di cui stiamo parlando è Il Terrore dello scrittore gallese Arthur Machen.

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Il Terrore

 

« È più che incredibile. È una situazione drammatica. È il terrore dell’oscurità ed è la cosa peggiore. È proprio come aveva detto quel giovane di cui ti raccontavo prima: “Quando sei a combattere al fronte almeno sai chi è il tuo nemico“. »

A. Machen, “The Terror”, 1917

 

C’è, sopra tutte, una peculiarità di quest’opera che va sottolineata prima di ogni altra, come ha fatto giustamente Enrico Macioci nella sua introduzione all’edizione Theoria del 2017, uscita per commemorare il centenario dalla sua prima pubblicazione [2]:

« […] il senso di claustrofobia che Machen evoca pur ambientando la vicenda in luoghi aperti, fra campagna e montagna. L’incalzare di un pericolo ambiguo spinge gli umani a rinserrarsi sia materialmente che emotivamente, è un virus che impesta l’atmosfera e diffonde un nugolo di fantasmi psichici. La psicosi genera psicosi. […] Si potrebbe del resto supporre che un mistero, per restare tale, debba svolgersi entro un luogo chiuso e ristretto […]; invece Machen lo disperde ovunque, nei boschi e sulle scogliere, in fondo alle paludi e sulla superficie del mare, nel cielo e fra i campi. […] Il Terrore è ovunque ma non si vede; meglio, lo vede solo chi ne muore e non può riferirne. Il Terrore è fra noi ma non in noi […]; il Terrore non è più esterno e non è ancora interno, occupa la zona franca che separa la fede dall’intelletto. »

È proprio l’incomprensione assoluta della situazione e la conseguente impotenza del consorzio umano di fronte all’improvvisa «epidemia di follia» a far nascere le ipotesi più bizzarre: essendosi appena conclusa la Prima Guerra Mondiale, si ipotizza che ci siano dietro i Tedeschi, tipico meccanismo di difesa dell’essere umano che incolpa di ciò che non comprende il suo avversario/nemico politico [3].

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Illustrazione per Arthur Machen, “Il Terrore”

Qualunque ipotesi, per quanto campata per aria, sembra ben accetta agli occhi dei cittadini, che non sanno che pesci prendere quando il numero delle persone morte inspiegabilmente diventa sempre più elevato: «[l]a popolazione», scrive Machen, «accolse questa ipotesi perché almeno concedeva la consolazione di una spiegazione, e qualsiasi interpretazione, anche la più banale, è di gran lunga più accettabile di un mistero terrificante, insopportabile» [4]. E ancora [5]:

« Non c’è nessuno che sappia quello che sta capitando — ribadì Merritt e continuò a raccontare del disorientamento e del terrore che, come una nuvola, incombeva sull’importante cittadina industriale delle Milands: e l’impressione che si tentasse di nascondere qualcosa, qualche minaccia segreta e terribile, di cui nessuno doveva parlare, era probabilmente la cosa più sfiancante […] abbiamo tutti l’impressione di avere a che fare con qualcosa di orribile; e nessuno sa che cosa sia. Questo porta le persone a vociferare. Il Terrore è nell’aria. »

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A surriscaldare gli animi contribuisce infatti anche il silenzio degli organi di stampa e le ritrosie dei cosiddetti «piani alti» [6], che, pur schierando sentinelle armate nelle strade per impedire la libera circolazione ai cittadini, séguita a negare il diffondersi implacabile del Terrore [7]:

« […] gli abitanti di questa contea occidentale capirono che non solo la morte, appostata nei loro tranquilli viottoli e nei loro quieti colli, veniva da fuori, ma anche che, per qualche motivo, tutto questo non doveva essere divulgato. La stampa non poteva pubblicare informazioni a riguardo e proprio le giurie, che erano state convocate per investigare, non avevano alcuna libertà di farlo. »

Eppure, sebbene i delitti sembrino seguire dinamiche contrastanti (una famiglia sterminata e orribilmente sfigurata, altri cadaveri ritrovati in fondo a un burrone, nei pressi della costa, e via dicendo), il minimo comun denominatore si può individuare nello stato di «terrore, angoscia e panico» che sembra possedere momentaneamente uomini e animali [8]. Su questo palcoscenico apocalittico durante la notte si può udire un bizzarro suono, «come se lo stesso etere risuonasse e fremesse come risuona nelle cattedrali quando l’organo tramite le sue immense canne fa udire la propria voce» [9].

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Più avanti nella narrazione questo enigmatico suono, proveniente dalle colline e dalle valli, viene definito «simile a un urlo, un terribile lamento lungo e attutito, che sembrava provenire da lontano […]. Come il fantasma di una voce […]. Come se arrivasse dal profondo della terra» [10]. Descrizione, questa, che ci porta alla mente le antiche leggende sulla «stanchezza cosmica» e sul «pianto della terra» che, ormai vessata e oltremodo sfruttata dall’umanità sempre meno cosciente della necessità di mantenere l’equilibrio dei ritmi naturali, implora il dio celeste di liberarla dal suo giogo: ad esempio, nel Mahābhārata indiano la terra personificata nella dea Prthivī chiede a Brahmā di ridurre il numero delle creature giacché non è più in grado di sopportarne il peso ormai divenuto insostenibile, e i Guarani del Mato Grosso pensano che la natura sia «vecchia e stanca di vivere» e più volte in sogno i loro medicine-man hanno inteso la Terra implorare: «Ho divorato troppi cadaveri, ne sono sazia e sfinita. Padre, fa’ che ciò finisca!» [11]. Non è un caso se uno dei personaggi del romanzo di Machen, avendo udito tale suono lo paragona al «lamento del Giorno del Giudizio» [12].

Anche nel Terrore, effettivamente, la tremenda diffusione della panica follia e l’improvviso ritrovamento (con annessa immediata sparizione per ordine delle autorità militari) di decine e decine di cadaveri coincide con una rivolta del regno naturale nei confronti dell’Uomo, reo di non aver rispettato l’antico patto stipulato in illo tempore: cani e cavalli impazziscono, sciami di falene attaccano gli aerei dell’aviazione, bizzarre nubi e alberi puntellati di luci eteree simili a lucciole o fuochi fatui si profilano improvvisamente all’orizzonte, portando l’angoscia dei cittadini a livelli mai conosciuti prima: non solo, come viene scritto esplicitamente, «gli animali erano insorti contro l’uomo» [13], ma per così dire la Natura tutta, la quale sembra improvvisamente “slegarsi” dai suoi limiti ordinari per dare vita a forme proteiche e terrificanti prima mai nemmeno sognate, in totale disaccordo con le leggi su cui si fonda la nostra stessa realtà.

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La spiegazione viene svelata nelle ultime pagine del romanzo [14]:

« L’uomo aveva soggiogato gli animali lungo i secoli, lo spirito ha dominato sull’intelletto per mezzo della straordinaria grazia della spiritualità di cui gli uomini sono in possesso e che è sostanza dell’uomo stesso. E fino a quando ha conservato questo potere e questa grazia, credo sia piuttosto chiaro che tra lui e gli animali vi fu un accordo e una coalizione. […] Per molti secoli [l’uomo] ha riposto i suoi abiti regali e sta tirando via dal petto il balsamo della consacrazione. Ha affermato milioni di volte che la sua natura non è spirituale, ma razionale, affine quindi agli animali di cui una volta era sovrano. Ha fatto voto di non essere Orfeo, ma Calibano. »

La scena topica del Terrore (che, come vedremo nel proseguo di questo articolo, ispirerà notevolmente The Colour Out of Space) è però indubbiamente la lettera postuma scritta da Secretan, in cui si narra di come il Terrore prese possesso dell’intera Treff Loyne, dove quest’ultimo dimorava con la sua famiglia. È da questa delirante testimonianza che si comprende come il Terrore investa anche la mente umana, sempre più soverchiata dalla ribellione delle forze cosmiche e naturali al punto di confondere continuamente la realtà e l’incubo, che assume via via tratti sempre più onirici e rarefatti [15]:

« Crolliamo in preda al sonno, sogniamo e ci aggiriamo per la casa immersi nei nostri sogni, e spesso non riesco a capire se sono sveglio o se sto ancora sognando. In questo modo i giorni e le notti si mescolano nella mia mente. […] Non sembra ci sia alcuna speranza per noi. Siamo dentro il sogno della morte… […] Se quello che sta capitando qui sta capitando anche in altri luoghi, allora io penso che il mondo stia finendo i suoi giorni. […] ci chiedevamo se queste contraddizioni, imprescindibili quando si inizia a pensare al tempo e allo spazio, non siano le testimonianze oggettive che la vita nel suo complesso non è che un sogno e le stelle e la luna brandelli di un incubo […]. Forse siamo noi i carcerieri di noi stessi, ma nella realtà possiamo uscire liberamente da qui e vivere. »

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Saltati tutti i limiti e gli equilibri cosmici, il mondo reale sembra trasformarsi in un «mondo alla rovescia», simile al regno onirico o alla terra dei morti o delle entità feriche delle tradizioni pre-moderne: «la signora Griffith disse che gli antichi spiriti maligni, ora liberi, erano sbucati fuori dagli alberi e dalle antiche colline per la crudeltà che c’era sulla Terra» [16]. È proprio l’apparizione di una processione di queste enigmatiche entità sovrannaturali a destare particolare terrore in Secretan, che scrive nella sua missiva finale [17]:

« All’alba poi, delle sagome vestite di nero con in mano delle candele accese, camminavano lentamente avanti e indietro. E sento l’imponente suono di un organo, che riecheggia come se stesse per iniziare un rito terrificante, e delle voci sofferenti cantare un antico canto stridulo dal profondo della terra. Poco fa sentii una voce che risuonava come se fosse nelle mie orecchie, che squillava, echeggiava e rimbombava come se stesse rimbalzando dalla volta di una cattedrale, cantando con modulazioni spaventose. Ho sentito le parole in maniera abbastanza distinta: “Incipit liber irae Domini Dei nostri” (Qui inizia il libro dell’ira del Signore nostro Dio). Poi la voce emise cantando la parola “Aleph“, prolungandola, come se stesse attraversando l’eternità […]. “In quel giorno, disse il Signore: vi sarà una nube sopra la Terra e dentro la nube un’esplosione e una forma di fuoco, e dalla nube si innalzeranno i miei messaggeri: correranno tutti insieme, senza voltarsi indietro: questo sarà un giorno di incredibile amarezza e non vi sarà redenzione. E sulla sommità dei colli, disse il Signore degli eserciti, collocherò i miei custodi e le mie milizie si accamperanno in tutte le valli […]”. Persino ora riesco a sentire la voce che rimbomba da lontano, come se giungesse dall’altare di una grande chiesa e io fossi vicino alla porta. Vi sono delle luci lontano, nel mezzo di una profonda oscurità, e una alla volta si affievoliscono. Sento ancora una voce cantare quelle modulazioni interminabili che arrivano fino alle stelle, e lassù rifulgono per poi sprofondare negli oscuri abissi della terra e poi risalire: a parola è “Zain”. »

È significativo che le parole cadenzate dalle enigmatiche entità siano “Aleph” e “Zain”, vale a dire le lettere sacre che nella tradizione cabalistica equivalgono rispettivamente all’Alpha e all’Omega: ovvero, l’Inizio e la Fine. Infatti nel romanzo di Machen la fine non è definitiva, ma presuppone anzi un nuovo inizio: «durante l’inverno del 1915-16, il Terrore si dileguò con la stessa velocità con cui era comparso […] e la consonanza e lo spirito del male svanirono dai cuori degli animali» [18]. «Non è una vera fine», chiosa Lewis, «o meglio, come ogni fine della ricerca umana, ci porta davanti ad un gran mistero» [19]: il Grande Mistero, concludiamo noi, degli equilibri universali e dei cicli cosmici, che l’Uomo non può padroneggiare se non adottando un approccio olistico e sacrale, avendo appurato che il mero razionalismo e l’arido materialismo non possono portare che alla rovina dell’intero Creato.

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Illustrazione per H.P. Lovecraft, “Il Colore venuto dallo Spazio”

“Il Colore venuto dallo Spazio”

 

« Sembrava una visione di Fuseli: su tutto regnavano un tumulto di caotiche policromie e l’informe fantasmagoria dei miasmi sconosciuti che scaturivano senza sosta dal vecchio pozzo, agitandosi, scintillando, avvolgendo, protendendosi in avanti, fluendo e ribollendo malignamente. »

« È un colore estraneo al nostro spazio, un funesto messaggero giunto da plaghe informi, infinitamente lontane da ogni aspetto a noi noto della Natura; da luoghi così estranei che il mero intuirne l’esistenza può far vacillare il nostro intelletto, o raggelarlo con la visione dei neri abissi extracosmici che potrebbero spalancarsi davanti ai nostri occhi terrorizzati. »

H.P. Lovecraft, “The Colour Out of Space”, 1927

Se nel Terrore di Machen l’equilibrio degli elementi naturali viene sconquassato, con tutta probabilità, dall’abdicazione dell’Uomo dal proprio ruolo all’interno del circolo del cosmo, nel Colore venuto dallo Spazio di Lovecraft a causare l’improvviso disfacimento dell’ordine su cui si basa la sopravvivenza di qualunque forma di vita sul pianeta è un corpo alieno che una notte di giugno precipita nei pressi del pozzo della fattoria dei Gardner, vicino alla sinistra cittadina di Arkham; o, per meglio dire, il Colore che tale meteorite contiene, nella parte più interna del suo nucleo. Quei giorni sono ancora oggi ricordati — rileva la voce narrante — con la locuzione «i giorni strani», e i possedimenti terrieri della sventurata famiglia, completamente annichiliti dopo il passaggio del terrificante “ospite”, dal tempo della disgrazia sono definiti «la landa folgorata» [20].

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«Ma com’è possibile», si domanda la voce narrante, «che neanche un filo d’erba fosse ricresciuto su quei cinque acri di grigia desolazione, che si stendevano nudi sotto il cielo come una cicatrice[21]. È presto detto: interrogando un vecchio locale di nome Ammi, che dei Gardner era vicino di casa e che ha vissuto la tragedia al loro fianco e sulla propria pelle, emerge un racconto terrificante: il Colore venuto dagli abissi cosmici, con il passare di quegli «strani giorni», trasfigurò letteralmente l’intero mondo nei cui recessi sotterranei era piombato, infestando in primo luogo con la sua inconcepibile sfumatura la vegetazione e i campi dei poveri sventurati [22]:

« Ad aprile sembrò che gli abitanti dovessero uscire tutti di senno e si cominciò a evitare la vecchia strada […]. Fu colpa della vegetazione: gli alberi da frutta si coprirono di fiori incredibili, e tra i sassi del cortile e dei campi adiacenti spuntarono arborescenze bizzarre, in cui solo un provetto naturalista avrebbe riconosciuto la caricatura della normale flora della regione. In nessun luogo si vedevano più colori sani e normali, eccezion fatta per il verde dell’erba e del fogliame. In ogni altro vegetale erano riconoscibili varianti più o meno assurde di quella malsana sfumatura cromatica, che poco aveva da spartire coi colori del nostro mondo. Innocui fiorellini di campo si trasformavano in cose anomale, rese minacciose e sinistre dall’insolenza delle loro perversioni cromatiche. Ammi e i Gardner riconobbero nei colori qualcosa di ossessivamente familiare, e furono d’accordo che si trattasse di un’affinità col fragile globulo annidato nel meteorite. »

Ad essere colpita dal morbo alieno è poi la fauna: i cavalli imbizzarriscono senza apparente motivo; le impronte nella neve invernale di scoiattoli, volpi e conigli improvvisamente sembrano non corrispondere più «del tutto all’anatomia e alle abitudini di quegli animali»; infine, un esemplare di marmotta catturato durante una battuta di caccia esibiva «proporzioni del corpo […] tutte sbagliate […], e il muso aveva un’espressione che nessuno, prima di allora, aveva mai visto in una marmotta» [23]. Gli animali da allevamento manifestano «sintomi orripilanti», sfaldandosi come cadaveri ancora prima di essere morti, lasciando sul terreno una polvere grigia di origine ignota [24]. I rami e le cime degli alberi si muovono freneticamente, come scossi da un fremito infernale e, quando scende la notte, ovunque la vegetazione sembra emanare una luce diffusa, priva di una provenienza precisa e di un supporto materiale: «Ormai, tutto ciò che cresceva era totalmente strano» [25].

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Illustrazione per H.P. Lovecraft, “Il Colore venuto dallo Spazio”

Ben presto gli stessi Gardner iniziano a perdere la sanità mentale, anche a causa dell’acqua che attingono dal pozzo, la quale si prospetta ormai infetta dall’infido agente alieno. La prima a cedere è la signora Gardner, la quale — in un passaggio che ricorda da molto vicino uno quasi identico del racconto precedente La casa sfuggita (1924) — [26]:

« […] cominciò a parlare di cose che erano nell’aria e che lei non riusciva a descrivere. Il suo era un delirio senza nomi: pronunciava solo verbi, pronomi e aggettivi, o espressioni vaghe e contraddittorie; qualcosa si muoveva, fluttuava, cambiava forma, emetteva suoni che non erano proprio suoni, benché fossero le orecchie a percepirli. Qualcosa le veniva rubato o succhiato via. Qualcosa le stava intorno, qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Bisognava mandarlo via, levarglielo di dosso. Non tutto era immobile, di notte. Aveva visto ondeggiare un muro, una finestra […]. Perse l’uso della parola e cominciò a camminare carponi; […] al buio era circondata da una lieve luminescenza simile a quella che […] era emessa da tutte le forme di vita vegetale nei dintorni della fattoria. »

Poi è il turno di Thaddeus, il figlio maggiore, che dopo essere andato al pozzo era tornato a mani vuote, gesticolando e borbottando di «colori che si agitano in fondo al pozzo» [27]; rinchiuso come la madre in una stanza nel sottotetto, non ci volle molto prima che una morte inspiegabile lo portasse via, il corpo risucchiato in un modo bizzarro come era precedentemente accaduto agli alberi da frutto e al bestiame. Poi è il turno degli altri due figli, il piccolo Merwin e Zenas, entrambi spariti misteriosamente nei pressi del pozzo [28]. A porre fine alla sofferenza della signora Gardner sarà invece lo stesso Ammi, dopo essersi imbattuto con orrore nella metamorfosi allo stato protoplasmatico di quest’ultima [29], degna di un film di David Cronenberg.

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Illustrazione per H.P. Lovecraft, “Il Colore venuto dallo Spazio”

Lo stesso Nahum, il capofamiglia dei Gardner, si disgrega infine nel giro di poche ore, sotto gli occhi esterrefatti e inorriditi del suo vicino di casa, rivelando prima di morire la causa della abominevole trasfigurazione e del deperimento improvviso di tutto ciò che un tempo era cresciuto e aveva vissuto sulla sua terra [30]:

« Non è… niente… solo un colore. Brucia… è freddo, umido… ma brucia. Vive nel pozzo. L’ho visto… è come fumo… come i fiori, ti ricordi?… il pozzo brillava, di notte… Thad, Merwin, Zenas… tutto quello che è vivo… lui gli succhia la vita… nella pietra… dev’essere arrivato con la pietra… quando l’hanno rotta… era lo stesso colore… viene da un altro posto… l’aveva detto, uno dei professori… ha avvelenato tutto… piante, fiori, anche i semi… […] prima ti prende il cervello, e poi… ti brucia… […] Zenas non è più tornato… dal pozzo… è sempre così… non riesci ad andar via… ti attira… sai che prima o poi verrà a prenderti, ma non serve a niente… »

Una ricognizione operata in seguito da Ammi insieme ai funzionari di polizia rivela nel pozzo la presenza degli scheletri di Merwin e Zenas, nonché i resti di un piccolo cervo e di un cane, oltre che le ossa di molti animali più piccoli [31]. «Succhia la vita e brucia», chiosa Ammi, «e ha lo stesso colore della luce là fuori; un colore che c’è e non si riesce a spiegare che colore sia. […] si nutre di tutto ciò che vive, e nutrendosi diventa sempre più forte. […] Viene da qualche posto diverso dal nostro mondo, dallo spazio. […] Sono cose che non appartengono al mondo che Iddio ha creato e non si comportano come le cose di questo mondo. Vengono… da fuori» [32].

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Illustrazione per H.P. Lovecraft, “Il Colore venuto dallo Spazio”

A differenza del romanzo di Machen, in cui la rivolta degli animali e del mondo naturale appare come una conseguenza implicita di una «pecca rituale» da parte dell’essere umano, in Colour Out of Space l’uomo viene scaraventato, a partire dall’arrivo del meteorite dagli abissi cosmici, giù nella catena alimentare, allo stesso livello della fauna e della flora: per il Colore venuto dallo Spazio non è altro che una forma di vita come tutte le altre, di cui saziarsi a volontà fino a lasciarne solo le briciole. Chissà se con questo espediente Lovecraft ha voluto in qualche modo suggerire un contrappasso per l’avidità senza fine della specie cui apparteneva, che egli aveva visto incarnata con tratti quasi demoniaci soprattutto nella babelica metropoli newyorkese, proprio negli anni precedenti alla stesura del racconto in questione.

Ma, come il Terrore macheniano, anche il Colore lovecraftiano sembra lasciare infine il nostro pianeta — beninteso, dopo essersi saziato a sufficienza. Indimenticabile è la scena notturna verso la conclusione del racconto, con il gruppo di uomini chiusi dentro l’antica proprietà dei Gardner — che nelle sue stesse pareti emette una debole luminescenza e tradisce ormai anch’essa una sorta di indescrivibile possessione da parte del Colore [33] — a fissare inorriditi «le nude estremità degli alberi […] palpita[re] in modo assurdo e spasmodico» e protendersi «come se fossero guidati da invisibili collegamenti con orrori sotterranei», fino a ricoprirsi infine, come nel romanzo summenzionato di Machen, di «innumerevoli puntini luminosi, fievoli ed empie radiazioni che gravitavano intorno alle estremità dei rami come minuscoli fuochi di Sant’Elmo» [34]:

« Assomigliavano ad assurde costellazioni, a sciami di lucciole nutrite di cadaveri che intrecciassero infernali sarabande sugli acquitrini di una palude maledetta, mentre il loro colore era quello dell’agente senza nome che Ammi aveva imparato a riconoscere e temere. Nel frattempo il fascio fosforescente che scaturiva dal pozzo diventava sempre più intenso, suscitando nelle menti degli uomini accalcati alla finestra un senso di rovina incombente tale da sopraffare e scacciare ogni altro pensiero. Sgorgava sempre più copioso, e appena uscito dall’oscuro rifugio sotterraneo puntava decisamente verso il cielo. »


Rifacimenti cinematografici

 

Non si possono non notare i notevoli parallelismi tra il romanzo di Machen (in particolar modo i capitoli dedicati alla tragedia di Treff Loyne) e il racconto, scritto una decade dopo, dal collega Lovecraft: da parte sua, ad ogni modo, The Colour Out of Space ha ispirato intere generazioni successive di scrittori dell’orrore e del fantastico, dando vita anche a diversi rifacimenti cinematografici, tra i quali ricordiamo La morte dall’occhio di cristallo (Die, Monster, Die!) di Daniel Heller (1965), La fattoria maledetta (The Curse) di David Keith (1987), Die Farbe di Huan Vu (2010) — con tutta probabilità il remake migliore –, e il recentissimo ed esageratamente hollywoodiano [35] Colour Out of Space di Richard Stanley con Nicolas Cage (2019).

Un rifacimento sotto forma di cortometraggio si può anche trovare nel film a episodi Creepshow di George Romero (1982): si tratta del segmento The Lonesome Death of Jordy Verrill, che prende spunto anche da Weeds di Stephen King (1976), racconto che a sua volta risente in maniera più che palese dell’influsso lovecraftiano. Anche l’episodio della serie statunitense The X-Files intitolato Darkness Falls (stagione 1×20) tradisce ad uno sguardo attento l’ispirazione del Colore venuto dallo Spazio: in questo caso però il Colore vero e proprio è sostituito da uno sciame di insetti luminescenti che risucchiano letteralmente la vita dalle loro prede umane, avvolgendole in abnormi bozzoli e suggendo minuto dopo minuto la linfa vitale fino al deperimento totale.

Come i peggiori demoni lovecraftiani, curiosamente, si scoprirà che essi sono rimasti in uno stato di «vita-nella-morte» per secoli, attendendo il momento giusto per tornare e diffondere il panico tra gli uomini: e la loro rianimazione, anche in questo caso, è diretta conseguenza dell’avidità umana, che giunge ad abbattere alberi secolari per il solo gusto del vile guadagno a tutti i costi.


Note:

[1] Cfr. H.P. Lovecraft: L’orrore della realtà (a cura di G. de Turris), Mediterranee, Roma 2007

[2] E. Macioci, Il terrore secondo Arthur Machen, introduzione a Il Terrore, Theoria, Rimini 2017, pp. X-XI

[3] Machen, sebbene gallese, trascorse la maggior parte della sua vita in Inghilterra; e con il già menzionato romanzo del 1914 The Bowmen anticipò addirittura la genesi di una delle leggende più note sul primo conflitto mondiale, secondo la quale la vittoria degli Inglesi sarebbe stata favorita dall’intervento angelico proveniente dai reami celesti.

[4] A. Machen, Terrore, op. cit, p. 23

[5] Ivi, p. 51

[6] Ivi, p. 29

[7] Ivi, p. 32

[8] Ivi, p. 41

[9] Ivi, p. 43

[10] Ivi, p. 85

[11] M. Eliade, Mito e realtà, Borla, Roma 1963, pp. 84-85

[12] A. Machen, Terrore, p. 88

[13] Ivi, p. 122

[14] Ivi, pp. 127-128

[15] Ivi, pp. 99-102

[16] Ivi, p. 108

[17] Ivi, pp. 110-111

[18] Ivi, p. 126

[19] Ivi, p. 113

[20] H.P. Lovecraft, Il Colore venuto dallo Spazio, ne I miti dell’orrore, Mondadori, Milano 1989/90, pp. 186-187

[21] Ivi, p. 186

[22] Ivi, p. 195

[23] Ivi, p. 193

[24] Ivi, p. 199

[25] Ivi, p. 196

[26] Ivi, p. 198

[27] Ibidem

[28] Ivi, pp. 200-201

[29] Ivi, p. 202

[30] Ivi, pp. 203-204

[31] Ivi, p. 205

[32] Ivi, p. 207

[33] Ivi, p. 209

[34] Ivi, p. 208

[35] Con tutti i difetti che ciò comporta, a maggior ragione partendo da una sceneggiatura firmata da autore “d’altri tempi” come Lovecraft


Bibliografia:

ELIADE, Mircea, Mito e realtà, Borla, Roma 1963

LOVECRAFT, Howard Phillips, Il Colore venuto dallo Spazio, ne I miti dell’orrore, Mondadori, Milano 1989/90

LOVECRAFT, Howard Phillips, Nyarlathotep, ne I miti dell’orrore, Mondadori, Milano 1989/90

MACHEN, Arthur, Il Terrore, Theoria, Rimini 2017


 

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