La leggenda della città sommersa di Kitezh, l’«Atlantide Russa»

Analisi, tra mito e realtà storica, della leggenda russa della città sommersa di Kitezh-grad, che si inabissò misteriosamente per impedire la conquista da parte dei Tartari. Ancora oggi molti credono che a volte sia possibile sentire il suono delle campane e vedere riflesse sulla superficie del lago di Svetlojar le cupole d’oro della chiesa, e addirittura alcuni affermano di aver soggiornato nella città invisibile.

di Marco Maculotti

Traduzione dell’articolo di Aleksandra Shilovskaia Kitezh-grad – A legend about Russian Atlantis, pubblicato su meetrussia.online

Non contarci per morti, noi siamo vivi:
Kitež non è caduta, si è nascosta.

 — Nikolaj Andreevič Rimskij-Korsakov, La leggenda dell’invisibile città di Kitež e della fanciulla Fevronija, Atto IV, scena II, 1904

Molto tempo fa, un’intera città chiamata Kitezh-grad scomparve dalla faccia del suolo russo. Una città bella e ricca di colpo scomparsa, come Atlantide, lasciando dietro di sé solo una scia di leggende. Ma cosa è successo esattamente e dov’era questa mitica città? A differenza di molte leggende passate di generazione in generazione attraverso il passaparola, la leggenda di Kitezh-grad è stata a lungo dimenticata. I primi ricordi di essa iniziarono ad apparire solo nel XVII secolo, quando uno dei cronisti di Novgorod redasse la storia di questa città.

Nel 1168, il principe George Vsevolodovich Vladimirsky stava tornando dalla sua marcia alla città di Novgorod e si fermò a riposare sulle sponde del lago Svetloyar, colpito dalla sua bellezza e dai suoi panorami pittoreschi. Senza pensarci due volte, George Vsevolodovich ordinò di costruire sulla riva di questo lago una nuova città: così venne fondata Kitezh. Si diede inizio ai lavori. Da Novgorod e Vladimir, il principe convocò i migliori artigiani e costruttori, e la città fu costruita senza troppo sforzo e rapidamente. Kitezh-grad divenne la città ideale in termini di pianificazione di quel tempo: la sua lunghezza era di 200 sazhen (il sazhen è un’unità di misura che equivale alla distanza tra le estremità delle dita di due mani allargate in direzioni opposte, circa 1,6 metri), e la sua larghezza era di 100 sazhen.

L’aspetto della città era anche sorprendente per la sua bellezza: i muri di pietra bianca del Cremlino e delle chiese, i templi dalle cupole dorate, i monasteri, le camere principesche, quelle fatte in pietra per i boiardi (membri dell’alta aristocrazia feudale russa, ndT), le case edificate con legno appena tagliato. La città fiorì e crebbe, ma un giorno questa favola finì.

Ivan Bilibin, Kitezh

Quei tempi erano, idealizzazioni a parte, tutt’altro che pacifici e idilliaci. La discordia tra i principati, i predatori delle foreste, le incursioni di diverse tribù minacciavano ogni città russa. Nel 1237 i tartari-mongoli sotto la guida di Batu Khan invasero la Russia, decretando l’inizio di un lungo ed estenuante giogo mongolo-tartaro sul suolo russo. Batu Khan e il suo esercito ben addestrato si spostarono rapidamente di città in città, distruggendole una dopo l’altra. Ryazan, Vladimir, Suzdal caddero rapidamente e il principe Georgy Vsevolodovich, che nutriva un amore particolare nei confronti della città di Kitezh, fu ucciso, lasciando la sua città senza la sua protezione e il suo patrocinio.

Qui finiscono i fatti confermati dagli storici. Da questo momento in poi esiste solo la voce della leggenda. Dopo aver sentito parlare della bellissima e ricca città di Kitezh, Batu Khan decise di conquistarla. Marciando verso i suoi confini, egli si scontrò con i bogatiri (guerrieri russi), che dopo una dura lotta caddero sul campo di battaglia. La città venne assediata. Gli abitanti di Kitezh-Grad capirono che, per come si erano messe le cose, il loro destino non lasciava presagire il meglio: erano rimasti a combattere i soli civili, del tutto ignoranti di armi e tattiche militari. Dall’altra parte, un esercito il cui numero di soldati superava quello degli abitanti della città, di gran lunga più preparati allo scontro, nonostante fossero appena usciti dalla battaglia contro i bogatiri.

Ma gli abitanti di Kitezh-Grad decisero di non scoraggiarsi e di non arrendersi. Si radunarono sulle mura della città con le armi in una mano, e icone religiose e croci nell’altra. Venivano organizzate preghiere collettive che andavano avanti tutta la sera e tutta la notte. Nel mentre, i tartari stavano aspettando l’alba per lanciare un attacco. Ma all’improvviso, con loro grande sorpresa, alte fontane d’acqua si riversarono dal terreno e la città cominciò improvvisamente a sommergersi a poco a poco, insieme ai suoi abitanti e vigilanti.

M.I. Avilov, Fight on the Kulikovo Field

I mongoli stupiti e spaventati cercarono di fuggire, ma l’ira di Dio li sopraffece tutti, dal primo all’ultimo. Molti fuggirono nelle foreste, dove alcuni vennero fatti a pezzi dalle bestie feroci, altri si persero e non riuscirono più a trovare la via d’uscita, e altri ancora semplicemente scomparvero per sempre, senza che nessuno potesse dire che fine avessero fatto.

La città di Kitezh-grad scomparve per sempre dalla terra russa. Tuttavia, secondo la leggenda, è ancora possibile trovarla. Una persona con un cuore libero dal peccato e dalla rabbia può ancora vedere il riflesso delle cupole delle chiese e dei muri di pietra bianca nelle acque del lago Svetloyar. Dicono che l’acqua prelevata da esso non si deteriori per molto tempo. I pellegrini vengono a Svetloyar dalle altre regioni della Russia per pregare, e si dice che i desideri espressi facendo il giro del lago per tre volte in senso orario si realizzino.

Gli scienziati e i ricercatori, da parte loro, hanno ripetutamente esplorato i fondali del lago, portando all’attenzione pubblica molti misteri. I subacquei hanno scoperto che esistono terrazze sottomarine sul fondo di Svetloyar: in certi punti la costa si inabissa progressivamente simile a una scala. Si è concluso che il lago si è formato in poche rapide fasi e che la parte più elevata è relativamente recente, avendo solo pochi secoli. In fondo al lago sono anche stati ritrovati numerosi oggetti del XIII secolo.

Ma, nonostante l’interesse degli accademici e le recenti scoperte archeologiche, la leggenda della città sommersa di Kitezh, al tempo stesso così malinconica e così “mistica” (la potremmo definire una versione russa di quella analoga di Ys, in Bretagna, ndT), rimane ancora una delle leggende di questo genere meno conosciute nella sua patria.

Nicholas Roerich, The Destruction of Atlantis, 1928

Della leggenda di Kitezh parla anche un articolo pubblicato su La Repubblica del 27 luglio 2003, che riproponiamo qui per intero.

Sulle rive del lago Svetlojar dove, secondo la tradizione, era situata la città miracolosa, convenivano folle di devoti in preghiera. Essi speravano, con l’aiuto di Dio, di poter scorgere il riflesso di Kitezh nelle limpide acque del lago o di poter sentire il suono delle sue campane. Si diceva che taluni avrebbero addirittura soggiornato nella città invisibile. Circolavano lettere spedite da Kitezh da persone che si sarebbero introdotte in questo regno recondito.

Il viaggio verso l’invisibile Kitezh, che Dio stesso aveva nascosto, era soggetto a severi obblighi e condizioni. Il pellegrino doveva giurare di essere pronto a sacrificare la vita, a morire di fame e affrontare altre prove per vedere questa città santa. Doveva anche intraprendere il viaggio nel più grande segreto: non doveva rivelare il suo proposito ad anima viva, neppure al padre, ai fratelli o alle sorelle. Se divulgava il segreto, non solo non avrebbe mai visto Kitezh, ma avrebbe subito il severo castigo di Dio. Ancora oggi molti credono, che a volte, col bel tempo, sia possibile sentire il suono delle campane e vedere riflesse sulla superficie del lago le cupole d’oro della chiesa.

La storia di Kitezh sopravvive nell’opera del compositore russo Rimsky-Korsakov (1844-1908) che nel 1907 compose La leggenda dell’invisibile città di Kitezh e della vergine Fevronija. La storia si svolge nel tredicesimo secolo, probabilmente il più terribile nell’intera storia russa, quando la Russia fu invasa da orde di Tartari. La resistenza eroica della gente agli invasori è lo sfondo dell’opera del Rimsky-Korsakov. La leggenda ha per protagonista una ragazza di nome Fevronia, emblema di tutto ciò che è giusto, naturale, saggio, leale.

Nata nei boschi, la ragazza è circondata dalla Natura ed è lei stessa parte di questo ambiente naturale sempre presente. Fatta prigioniera dai Tartari, Fevronia rifiuta, persino sotto tortura, di mostrare al nemico la strada che conduce alla città capitale di Kitezh. Dopo 10 giorni e 10 notti di ricerche infine i Tartari raggiungono il lago sulle cui rive ritengono che si trovi la città. Ma la città non c’è più.

Tutto ciò che i Tartari poterono vedere furono i riflessi delle cupole della chiesa ed i suoni smorzati di campane che sembravano rintoccare in qualche luogo in profondità sotto le onde. La città era scomparsa, ma questo fu l’unico modo che le rese possibile sopravvivere alla distruzione. Fevronia fu l’unica anima vivente che riuscì in qualche modo a restare là e a far sapere alla propria gente che la città di Kitezh era viva, ma si nascondeva agli occhi dei nemici.

Ivan Bilibin

Quasi ogni compositore, produttore o pittore ha una composizione, un libro o una tela per la quale si è preparato per una vita intera e che completamente riflette i suoi principi estetici. La leggenda della città invisibile di Kitezh fu per Rimsky-Korsakov quello che fu il Faust per Goethe, la Cappella Sistina per Raffaello, la Nona Sinfonia per Beethoven, Guerra e Pace per Tolstoy.

L’idea di un’opera dedicata alla leggenda della città di Kitez, sommersa dalle acque del lago Svetloyar e così salvata dal dominio tartaro, che attirava Rimskij-Korsakov da tempo, fu realizzata anche grazie alla preziosa collaborazione del librettista Vladimir Bel’skij, grande conoscitore dell’antica letteratura russa, in cui convivono tracce di mitologia slava precristiana (gli uccelli profetici Sirin e Alkonost), elementi della fede ortodossa di acquisizione (988 d.C.) relativamente recente (il miracoloso affondamento della città e lo spontaneo suono delle campane delle chiese), episodi di storia nazionale con chiara intonazione patriottica (l’eroica resistenza della popolazione contro l’invasione tartara iniziata nel 1223 e di cui questo è uno dei primi episodi).

Fevronija, la protagonista, simbolo del coraggio e della fermezza femminile, certamente raccoglie le tre componenti: in lei risuona il tema panteistico della natura come Chiesa universale, dove tutto vive e tutto celebra l’esistenza di Dio, il tema ortodosso dell’accettazione della volontà divina anche nelle avversità e quello patriottico della fedeltà alla propria città e al proprio popolo.

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