“Follettiana”: 14 racconti classici da tutto il mondo sugli esseri fatati

La raccolta di racconti pubblicata da ABEditore spazia dal XV all’inizio del XX secolo, con storie che si rifanno alla tradizione folklorica britannica, italiana, giapponese, coreana e indiana.

di Marco Maculotti

Tra le case editrici nostrane che negli ultimi tempi si sono messe in evidenza per la qualità e l’originalità delle pubblicazioni (anche e soprattutto per la curatela della veste grafica, che va ad aggiungersi alla serietà redazionale), un posto di rilievo va indubbiamente ad ABEditore. Tra le ultime uscite da segnalare agli appassionati di folklore e mitologia, in questa sede vogliamo spendere due parole su Follettiana, curato da Pietro Guarriello (fondatore della casa editrice Dagon Press e delle riviste Studi Lovecraftiani e Zothique), una raccolta di racconti scritti e pubblicati soprattutto a cavallo tra XIX e XX secolo (ma ce ne sono anche di più antichi) incentrati sul mondo immaginifico dei Fairies, ovvero quelle entità eterogenee del mondo invisibile che per secoli se non addirittura per millenni sono stati protagonisti delle tradizioni popolari di ogni parte del mondo, dall’Europa in cui hanno raggiunto una fama difficilmente replicabile durante l’età vittoriana, all’Asia: non a caso in Follettiana sono riproposte anche storie, ispirate al folklore tradizionale, del Giappone, della Korea e dell’India, che tra l’altro meritano una menzione speciale all’interno di questa pubblicazione già di per sé apprezzabile.

La tradizione giapponese in particolare pullula letteralmente di creature feriche, definite con innumerevoli nomi: dai tengu, goblin delle montagne, ai kappa, spiritelli dimoranti in laghi, fiumi e stagni, fino alla denominazione maggiormente omnicomprensiva di yōkai, creature sovrannaturali dotate di caratteristiche inquietanti e demoniache. Il racconto Il demone di Adachigahara, che possiamo leggere in questa raccolta, prende spunto da una vera leggenda del Giappone rurale, incentrata su uno yōkai che si diceva prendere l’aspetto di una vecchina indifesa per poi assalire ferocemente i suoi ospiti. La credenza è così sentita nella piana di Adachigahara che ancora oggi è possibile visitare un piccolo museo che conserva il mitico calderone e il coltello che tale demone usava sulle sue vittime [1]. Questo yōkai è conosciuto con il nome di Onibaba e ha ispirato, tra le altre cose, anche un film notevole, tra i migliori della corrente folk-horror nipponica, intitolato per l’appunto Onibaba (scritto e sceneggiato da Kaneto Shindo nel 1964). Questo racconto invece porta la firma di Theodora Ozaki (1871 – 1932) e fu pubblicato originariamente nel 1903, nella sua antologia Japanese Fairy Book, la cui pubblicazione fu grandemente incoraggiata dal folklorista scozzese Andrew Lang, autore di numerose raccolte di folk- e fairy-tales [2].

Si diceva che questo posto fosse infestato da un folletto cannibale che aveva l’aspetto di una donna anziana. Di tanto in tanto alcuni viaggiatori sparivano e non se ne sentiva più parlare. Le vecchie intorno ai bracieri del focolare la sera, e le ragazze che lavavano il riso nei pozzi la mattina, sussurravano storie terribili… dicevano che gli scomparsi venivano attirati nella casa del demone-folletto e divorati vivi, poiché il goblin si nutriva solo di carne umana. Nessuno osava avventurarsi nei pressi di quel luogo infestato dopo il tramonto, coloro che potevano lo evitavano anche durante il giorno, e tutti i viaggiatori venivano messi in guardia su quel luogo pauroso. [3]

Locandine del film “Onibaba” (1964)

Gli spiritelli del racconto coreano (An Encounter with a Hobgoblin) di Im Bang e Yu Ryuk, due autori storici che hanno vissuto tra il XV e il XVIII secolo, sono invece dei doggabi o dokkaebi, folletti che possiedono abilità straordinarie tra cui quella metamorfica e che rapiscono gli esseri umani durante la notte, coinvolgendoli in sedute di lotta [4] e facendogli compiere voli “cosmici” che ricordano quelli di tanto in tanto evocati nelle moderne abduction aliene, oltre che nelle testimonianze sciamaniche dell’Asia e delle Americhe:

[…] mi prese per le mani e mi scagliò in aria, finché volando non mi ritrovai quasi in cielo. […] Nel mio volo attraverso lo spazio vidi tutte le città delle tre province della contea, chiare come il giorno. A Chulla mi lanciò di nuovo. E ancora una volta volai fino in cielo, ricadendo poi verso nord… fino a quando non mi sono ritrovato a casa, steso e stupito, sotto la terrazza della veranda. [5]

Analoghi agli yōkai della tradizione nipponica sono i Rākshasa, folletti indiani mutaforma che si nutrono di carne umana e di tutto ciò che è marcio, e il loro equivalente femminile Rākshasi, protagoniste del racconto di W.H.D. Rouse (1863 – 1950) La città dei goblin, originariamente pubblicata nel 1897, che prima di divorare le proprie ignare vittime, principalmente dei marinai similmente al mito delle Sirene, sono solite accoppiarsi sessualmente con loro e prenderli come mariti [6], un topos classico delle più svariate tradizioni mondiali riguardanti la sposa sovrannaturale, diffuse in tutto il mondo e riprese anche nella letteratura fantastica, per esempio da Arthur Machen nel suo romanzo The Hill of Dreams (1907).

Rākshasa

Del tutto nostrano è invece il Munaciello dell’ultimo racconto di questa raccolta, scritto da Matilde Serao e tratto dall’antologia Leggende napoletane (1881). Simile esterioremente al genius cucullatus degli antichi Romani e Galli [7], il “monachello” è una figura ricorrente nel folklore partenopeo, ma che è presente con vari nomi anche nel resto della penisola italiana, dalle Alpi alla punta meridionale dello Stivale. Considerato una sorta di spirito domestico che come il Leprecauno irlandese conferiva la ricchezza improvvisa, a patto di non svelare la sua esistenza parlando con terzi, veniva descritto come una sorta di persona deforme, con il viso da vecchio, vestito con un abito da frate, che comprendeva un cappuccio rosso o nero [8]. Diventato nei secoli una figura ricorrente nelle credenze popolari napoletane, il Munaciello finì con l’assurgere a una specie di “uomo nero”, responsabile di ogni disdetta e tragedia che poteva capitare agli abitanti della metropoli campana, soprattutto nei quartieri “bassi” e periferici:

Era lui che attirava l’aria mefitica nei quartieri bassi, che vi portava la febbre e la malsania; lui che, guardando nei pozzi, guastava e faceva imputridire l’acqua, lui che toccando i cani li faceva arrabbiare […] è lui che fa inacidire il vino dalle bottiglie; è lui che dà la iettatura alle galline che ammiseriscono e muoiono; […] è la mano diabolica del folletto che ha preparato queste sventure grandi e piccole. Quando il bambino piange, grida […] è il munaciello che gli metti i diavoli in corpo; quando la fanciulla diventa pallida e rossa senza ragione, s’immalinconisce, sorride guardando le stelle, sospira guardando la luna, e piange nelle tranquille notti di autunno, è il munaciello che le guasta così la vita […] [9]

Manaciello (dettaglio da un quadro di Hieronymous Bosch)

Ovviamente, la maggior parte dei racconti si rifà alla tradizione europea, in particolar modo britannica, che, essendo stata da sempre influenzata dalle credenze folkloriche degli antichi gaelici, attribuisce a Fairies, Sidh e Goblin una notevole importanza, difficilmente riscontrabile in altre parti del mondo. Nel racconto La leggenda di Knockgrafton dell’antiquario irlandese Thomas Crofton Croker (1798 – 1854) convogliano diversi temi del folklore fairy diffuso con differenze minime in tutta l’area gealica: dalla musica elfica che attira il viandante verso le enigmatiche entità, occupate nei loro giochi e nelle loro danze, alla filastrocca intonata da queste ultime incentrata sulla declamazione dei giorni della settimana, fino alla loro misteriosa capacità di rimuovere da un gobbo l’infausta appendice che lo rende storpio… e di farla “spuntare” su qualcun altro [10].

Ne Lo Skriker di James Bowker (1878) il narratore si trova a spasso di notte e la sua sopravvivenza dipende dal raggiungere e attraversare un ponte, secondo un topos collaudato sia nella tradizione sciamanica (il ponte stretto come un capello da superare per accedere al Mondo degli Spiriti) che nella letteratura fantastica influenzata dal folklore: si pensi per es. a The Legend of Sleepy Hollow, racconto di Washington Irving pubblicato nel 1820 e in seguito portato sul grande schermo prima dalla Disney nel 1949, poi mezzo secolo dopo da Tim Burton, nel film del 1999 con Johnny Depp. A insidiare il viaggiatore notturno troviamo, come da titolo, uno Skriker, goblin maligno e genius loci delle zone rurali dello Yorkshire e del Lancashire che nottetempo vaga invisibile nei boschi, lanciando urla spaventose [11], per mezzo delle quali, analogamente alla Banshee del folklore irlandese e scozzese, palesa il suo sinistro presagio di morte a chiunque abbia la sventura di incontrarlo sulla sua strada.

John Quidor, “The Headless Horseman Pursuing Ichabod Crane”, 1858

Il bottino del folletto di Algernon Blackwood (1912) — uno dei maestri della letteratura dell’orrore sovrannaturale che non di rado, come nel suo epocale racconto Il Wendigo (1910), si rifece al mito e al folklore delle società premoderne — porta in scena il già menzionato Leprecauno irlandese e la sua caratteristica di far sparire piccoli oggetti sberluccicanti per poi farli ricomparire solo quando il possessore smettesse di cercarli [12].

Ne Il pony delle streghe di Andrew Lang (1900) il protagonista è un Nuggle, spiritello tipico del folklore delle isole Shetland rinomato per la sua capacità di assumere l’aspetto di un cavallo nero o grigio e di trascinare nelle profondità di laghi e fiumi, facendole affogare, le sue vittime che hanno avuto la malaugurata idea di cavalcarlo [13]: un modus operandi che gli scozzesi delle Highlands attribuiscono al Kelpie.

Più il pony avanzava, più il mare saliva; alla fine, le onde ricoprirono la testa dei ragazzi e tutti perirono annegati. [14]

Jaimie Whitbread, “The Kelpie Pond Painting”

Si distaccano in una certa misura dalla tradizione folklorica due racconti. Il primo, uno dei più meritevoli collazionati in questa raccolta, è Il Brownie della Valle Oscura di James Hogg, da alcuni critici considerato come «il massimo dei gotici scozzesi nel primo Ottocento» (la definizione è di Giorgio Spina) [15]. Qui il folletto, contrariamente al Brownie tradizionale, appare inizialmente come un essere umano in carne e ossa, nei panni di «un imperscrutabile e misterioso servitore di una casata degenere», come lo definisce Guarriello [16]. Nondimeno, la sua descrizione fisica lo avvicina sensibilmente ad alcuni personaggi ferici della produzione letteraria di Arthur Machen (come ad esempio il Jervase della Novel of the Black Seal), in quanto si dice che

aveva qualcosa di diverso dal resto degli uomini. Aveva il fisico di un ragazzino e l’aspetto di un vecchio. Alcuni pensavano che fosse un ibrido, un incrocio tra un ebreo e una scimmia; altri pensavano che fosse uno stregone, altri ancora un kelpie o un folletto… ma l’opinione prevalente era che fosse un vero e proprio brownie. [17]

Interessante in questo racconto è la maledizione che sembra pendere sulla casata «malvagia e degenerata» [18], sui suoi membri e sulla villa in cui essi abitano, che conduce infine più di uno di essi alla morte e alla follia. Una sorta di maledizione sembra scoccare anche per il protagonista del secondo racconto che si distacca piuttosto sensibilmente dai dogmi tradizionali sulle entità feriche: Le uova dei folletti di Joseph Berg Esenwein e Marietta Stockard. Questi, avendo assistito durante una passeggiata nel bosco alla “schiusa” delle uova che danno il titolo al racconto (un’invenzione dei due autori, ignota al folklore tradizionale fae), subisce egli stesso un’inquietante mutazione.

Henry Fuseli, “Titania and Bottom”, 1790

Completano Follettiana, oltre ai titoli di cui abbiamo brevemente detto, altri quattro racconti — Il Brownie di Valferne di Elizabeth W. Grierson, La faccia del Goblin di Mrs. Molesworth, Il santo e il folletto di pietra di H.H. Munro (meglio noto con lo pseudonimo di Saki) e Il folletto della rosa di Egisto Roggero — e soprattutto, in apertura, un esauriente saggio di Guarriello (Storia dei folletti: origine, ascesa e declino) sulla tradizione folklorica riguardante gli esseri fatati e i più importanti studiosi della stessa negli ultimi secoli, che concentra in una trentina di pagina tutto quanto il lettore dovrebbe conoscere prima di immergersi nella lettura della raccolta vera e propria. Non ci resta, a questo punto, che augurarvi buona lettura, preferibilmente notturna!


Note:

[1] P. Guarriello, nota introduttiva a T. Ozaki, Il demone di Adachigahara, in Guarriello (a cura di), Follettiana, ABEditore, Milano 2020, p. 167

[2] Ivi, p. 168

[3] Ozaki, op. cit., p. 169

[4] Guarriello, nota introduttiva a I. Bang e Y. Ryuk, Gli spiritelli, in Follettiana, cit., p. 178

[5] Bang e Ryuk, op. cit., p. 184

[6] Guarriello, nota introduttiva a W.H.D. Rouse, La città dei goblin, in Follettiana, cit., p. 189

[7] Sul Genio Cucullato, cfr. W. Deonna, Dèi, Genî e demoni incappucciati: da Telesforo al “Moine Bourru”, Medusa, Milano 2019

[8] Guarriello, nota introduttiva a M. Serao, O’ Munaciello, in Follettiana, cit., p. 215

[9] Serao, op. cit., pp. 220-223

[10] Tutti questi motivi sono riportati nell’opera monografica sulla tradizione fairy del teosofo W.Y. Evans-Wentz, The Fairy Faith in Celtic Countries, 1911

[11] Guarriello, nota introduttiva a Lo Skriker, in Follettiana, cit., p. 55

[12] Guarriello, nota introduttiva a A. Blackwood Il bottino del folletto, in Follettiana, cit., p. 95

[13] Guarriello, nota introduttiva a A. Lang, Il pony delle streghe, in Follettiana, cit., p. 159

[14] Lang, op. cit., p. 163

[15] Guarriello, nota introduttiva a J. Hogg, Il Brownie della Valle Oscura, in Follettiana, cit., p. 111

[16] Ibidem

[17] Hogg, op. cit., p. 127

[18] Ivi, p. 128

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