Nella silloge “Indomite. Storie di coronate e di bestie”, pubblicata da Vocifuoriscena, si trova unโeco della migliore Sylvia Townsend Warner, tra foreste, dee cacciatrici, baccanti, re e regine. Un aggiornamento contemporaneo di letteratura stregonesca a metร strada tra il “racconto crudele” e la “fiaba nera”.
di Paolo Mathlouthi
โโฆdonne che da terre straniere ho portato con me,
Euripide
Mie complici e compagne di stradaโ.
In una celeberrima intervista rilasciata nel 1977 ad Alberto Arbasino che, per spirito di contraddizione, lo incalzava sul tema del realismo, ipnotico mantra di quella che allora si chiamava cultura militante, Jorge Luis Borges rispondeva lapidario che la letteratura o รจ fantastica oppure, semplicemente, non รจ.
โIl realismo โ precisava โ รจ solo un episodio. Nessuno scrittore ha mai sognato di essere un proprio contemporaneo. La letteratura ha avuto origine con la cosmogonia, con la mitologia, con i racconti di Dรจi e di mostriโ.
La scellerata idea, oggi tanto in voga, che la scrittura serva a monitorare la realtร , con le sue contraddizioni e i suoi rivolgimenti effimeri รจ una stortura, una demonia connaturata al mondo moderno, una malattia dellโanima che in questi anni ha permesso a scrittrici improvvisate pubescenti dโintrattenere torme di lettori, descrivendo con morbosa puntigliositร le proprie avventure sessuali tra un colpo di spazzola e lโaltro. Per fortuna cโรจ ancora chi, allโalba del XXI secolo, dimostra di muoversi con orgogliosa consapevolezza in direzione ostinata e contraria, sposando la lezione del grande argentino. ร il caso, tanto piรน prezioso proprio perchรฉ raro, di Simona Friuli che per la neonata casa editrice viterbese Vocifuoriscena, particolarmente sensibile alle diverse forme attraverso le quali il Fantastico sโincarna nella parola, ha licenziato una folgorante raccolta di racconti dโargomento stregonesco intitolata Indomite.
Allieva di Calliope, la giovane scrittrice sa che รจ la Musa a dischiudere il terzo occhio del Poeta ed alimentare il sacro fuoco dellโispirazione. Scrivere รจ una pratica umana che ha una strettissima correlazione con il divino, รจ il riverbero dellโinfinito sul finito come avrebbe detto Kant, il solo modo concesso ai mortali per intravedere Dio (o il Diavolo, che รจ poi il lato in ombra del medesimo). Erigere cattedrali di luce per illuminare lโoscuritร , spargere dei draghi il seme, gettare le proprie arcate oltre il mondo dei sogni secondo lโammonimento di Ernst Junger: questo sembra essere il compito gravido di presagi che lโAutrice intende assegnare al periglioso esercizio della scrittura. Opporre alle umbratili illusioni del divenire la granitica perennitร dellโarchetipo, attingere alle radici del Mito per far sรฌ che lโEterno Ritorno possa compiersi di nuovo, a dispetto del tempo e delle sue forme cangianti.

Ed รจ appunto di archetipi (non se ne abbia a male il buon Sigmund Freud) che in queste ferine, spietate novelle โdi coronate e di bestieโ si discetta con dotta, ricercata consapevolezza, volentieri indulgendo ad un legittimo, divertito autocompiacimento. Al centro della trama, una Foresta: luogo pericoloso, primordiale, spazio sacro per antonomasia deputato allโincontro dellโuomo con il sovrannaturale, inespugnabile recesso dove โneppure osano gli astri mettervi luceโ che inestricabile sโinnalza a perenne testimonianza di ciรฒ che, improvvidi e scellerati, abbiamo smarrito insieme allโinfanzia del mondo.
Bandita dal cielo, una Dรจa cacciatrice vi trova dimora in forma di Donna. Sembra quasi di vederla, la Velenosa, slanciata e statuaria muoversi nel folto della boscaglia, pienamente a suo agio in quella frondosa, rassicurante oscuritร che le offre complice riparo dagli strali della gelosa potestร paterna. Austera ed eretta nel portamento, snella, sinuosa e letale come una giovane pantera saetta tra i rami allโinseguimento dellโansimante preda, scoccando una freccia per far sanguinare il vento.
Altre figure le fanno corona, a lei consacrate dal vincolo segreto e indissolubile di una profonda, carnale consanguineitร , la stessa che unisce le affiliate ad una congrega di baccanti: la Rossa, la Mezzana, la Buia, la Fredda, la Spinosa. Nomi diversi per altrettante esperienze di schiavitรน infranta, atavico, incancellabile stigma di una femminilitร imperiosa, forsennata, vaticinante, โnon domabile a vezzeggi o carezzeโ e irriducibile ai vincoli di una Legge farisaica, quella repressiva connaturata allโesercizio del Potere, attributo specifico del mondo maschile che, arroccato in sussiegosa difesa delle proprie prerogative sociali, vorrebbe queste Erinni fameliche e furiose necessariamente madri, figlie, spose o, alla meglio, concubine.

Al seguito della Dรจa riscoprono invece una perduta familiaritร con il mondo animale, la loro pelle si veste di corteccia, inghirlandate dโedera rinascono a nuova vita nel segno di una panica simbiosi con la Foresta, imparano ad ascoltare la voce della belva che alberga in loro da troppo tempo costretta in catene, ne assumono i tratti che la luce lunare disvela allo sguardo degli incauti in tutta la sua disperante terribilitร . Ciascuna
โnelle cose crebbe di bosco, al petto portando mazzi di more e di rovo. Ebbe orecchie per sentire le bestie, se avvicinassero, e la caduta dei frutti, o dellโuomo i passi โ bieco animale, piรน di ogni altro โ, crepitando le foglie. Non ebbe bocca fatta a umane parole, ma con quella ululava o guaiva a seconda del suo bisogno. Imparรฒ dalle fiere, perchรฉ di quelle era parte. Non era umana se non per il corpo che pure, alla vita selvosa aderรฌ: le si allungarono gli arti, allungandosi il busto, e, forti, i denti le crebbero in bocca e tutta di fango brunรฌ: con quello imitava le belve pelose. Quando la terra non piรน le bastรฒ, apprese a togliere il vello alla morte, e a coprirsene, al bosco di piรน appartenendo. Non portava chiome acconciate, nรฉ oro su esse come le sarebbe spettato. A vestirla era la selva: il vento le guance di foglie adornava e nella chioma โ groviglio seminava piume o piccole frutta, a seconda di dove sdraiava; e non si portava eretta, andando carponi. Per questo a Velenosa era cara: sunto aveva il latte dellโerba e, in quella che non era lingua, solennemente si giurรฒ, sciolta come Tempesta di viver potente.โ
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Trasmutano le silvane adepte della numinosa sovrana e, a seconda dellโindole toccata loro in sorte, diventano lupe, tigri, volpi, pitonesse, aracnidi, assaporando la sanguinaria, incontenibile, spasmodica frenesia della caccia. Si palesano allโimprovviso nella loro autentica natura di fronte agli uomini che, irretiti dal richiamo dei sensi, inconsapevoli cercano di prevaricarle e, implacabili come mantidi religiose, ne divorano le membra.
โPerchรฉ la Dรจa ha gli occhi del basilisco, e in serpente si cambia โ sinuositร azzurro-argento; antrace di squame. Corpo strisciante a corpo umano avvolgendo, lo strazia. [โฆ] chรฉ la Serpentessa color di antimonio la testa ha piegato, e deflorandogli il collo coi denti, a sรฉ serrandolo morde mentre sangue le liscia la lingua forcuta, e a quello sconcia, il veleno, le vene e la carne [โฆ]. Si arresta respiro mentre la Velenosa ritrae e, placata, morire lo guarda. La Foresta il cuore gli prende facendone polvere.โ
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Lโincontro con la divinitร , specie se selvaggia, non si addice in tutta evidenza agli ignavi e ai codardi, poichรฉ non รจ mai senza conseguenze e sempre esige un pegno. Nella consumata eleganza con la quale Simona Friuli dimostra di saper maneggiare una materia pericolosa come quella dellโimmaginazione mi compiaccio dโintravedere, peccando forse un poโ di presunzione (spero di non attirarmi le folgori dellโAutrice), unโeco della migliore Sylvia Townsend Warner, quella di Lolly Willowes per intenderci, dove lโignara protagonista intraprende un percorso iniziatico di progressiva autoconsapevolezza che la porterร a celebrare arcane nozze nientemeno che con il Principe delle Tenebre in persona (libro questโultimo, รงa va sans dire, caldamente consigliato).
Al pari dellโillustre antesignana inglese, maestra insuperata del racconto crudele tanto da meritare un attestato di stima da Theodore Francis Powys, critico impietoso perchรฉ maledettamente consapevole del proprio talento e quindi per nulla avvezzo a sciorinare complimenti gratuiti verso chiunque non fosse lui stesso, la scelta della fiaba quale habitus formale della narrazione, impreziosito da un linguaggio studiatamente desueto ed intessuto di pregiati arcaismi barocchi, non vuole essere semplice esercizio di stile, che pure non le fa certo difetto, ma cela anche in questo caso un preciso intento poetico. Accettare la realtร con i suoi spazi angusti significherebbe infatti per la talentuosa aspirante Driade ammettere la finitezza della condizione umana, abdicare alla convinzione secondo la quale le ragioni ultime dellโesistenza risiedono in un superiore disegno, rinunciare alla ricerca di un senso, un barlume di Veritร al di lร delle apparenze.
In questa prospettiva la โfugaโ verso lโAltrove che la sua prosa ci offre non รจ un atto di diserzione, ma assomiglia piuttosto allโevasione del prigioniero a suo tempo evocata da Tolkien: spezzare le catene della contingenza per riguadagnare la perduta prossimitร allโOrigine, per riconquistare il nostro posto nellโEssere. Se, come sostengono gli stolti, il mondo cambia continuamente, lโEpos รจ sempre uguale a se stesso, perchรฉ parla il linguaggio dellโEternitร .
Note
[1] Simona Friuli, Indomite. Storie di coronate e di bestie, Vocifuoriscena, Viterbo, 2020; pag. 47- 48
[2] Ibidem; pag. 56
