Attraverso lโepisodio biblico dellโAkedah, meglio noto col nome di โSacrificio di Isaccoโ, il ciclo pittorico della sinagoga di Dura Europos testimonia di una lotta identitaria intercorsa fra la cultura pagana e quella ebraica. Il brano di Genesi XXII, inoltre, getta luce su alcune istanze riguardanti la fondazione del Tempio di Gerusalemme, e sui sacrifici che venivano tributati al suo interno.
di Lorenzo Orazi
Copertina: David Teniers il giovane, Abraham’s Sacrifice of Isaac, 1655
Introduzione
Lโepisodio biblico narrato in Genesi 22, 1:18 รจ tra i passaggi piรน enigmatici dellโAntico Testamento, capace di generare una letteratura critica pressochรฉ sterminata. Non solo testi post-biblici, scritti della letteratura rabbinica e dei padri della chiesa, Targum e Midrash, ma vedremo che allโinterno della Bibbia stessa รจ possibile ravvisare una prima elaborazione dellโepisodio. ร certo che il tema dellโobbedienza di Abramo, alla divinitร che lo chiama per nome, ha da sempre rivestito un ruolo preponderante nella lettura dellโepisodio. Eppure la narrazione presenta una complessitร di sfaccettature, di risvolti e dettagli, di questioni linguistiche e strutturali, da darci lโimpressione di unโimpossibilitร ad esaurire tutte le questioni che essa espone.
Nella religione ebraica il brano assume il nome di โAkedaht Itzahkโ, o โLegatura di Isaccoโ. Esso fa riferimento al Korban Tamid, il sacrificio di un capo di bestiame, spesso un ariete, tributato presso il Tempio nellโantico Israele. Vedremo piรน avanti come, nellโesegesi rabbinica e non solo, venga proposta una diretta discendenza tra Genesi XXII e il culto praticato nel Tempio. Nella religione Cristiana, dโaltro canto, il nome piรน noto di โSacrificio di Isaccoโ tradisce da subito il metodo della lettura tipologica, ovvero la prassi interpretativa privilegiata dai padri della chiesa secondo cui lโAntico Testamento costituirebbe la prefigurazione del Nuovo, che vede quindi nella narrazione un simbolo del sacrificio di Cristo.
Lโarticolo qui proposto รจ lโestratto di una tesi triennale con la quale si รจ tentato di comprendere le immagini prodotte da ebraismo e cristianesimo in riferimento a Genesi 22, 1:18. Si รจ trattato di disegnare una mappa dei temi preponderanti, e delle modalitร in cui questi sono stati elaborati nella tradizione esegetica. Nello specifico del capitolo selezionato, passeremo in rassegna le circostanze del ritrovamento della Sinagoga di Dura Europos (Fig. 1,2) e forniremo una panoramica sul ciclo dei dipinti rinvenuti al suo interno. La disamina si concentrerร quindi sul pannello raffigurante lโAkedah e sulle interpretazioni proposte dagli studiosi ai fini della sua lettura.
Alcuni sostengono che la rappresentazione intenda esaltare il carattere redentivo dellโariete, la liberazione di Isacco avvenuta per suo tramite. Altri, diversamente, suggeriscono che lโimmagine sia emblematica delle dinamiche culturali che hanno luogo nella cittร di Dura Europos, dove una molteplicitร di religioni convivono e ciascuna di esse lotta per affermare la propria identitร sulle altre. Infine, il tema iconografico del tempio, scaturito da una delle interpretazioni prese in considerazione, verrร analizzato piรน approfonditamente.

Sinagoga di Dura Europos
La cittร che ospita la Sinagoga di Dura Europos fu fondata da Seleuco I attorno al 300 a.C.; conquistata dai Parti, divenne un importante luogo di scambi commerciali fra mondo orientale e occidentale. Nel secondo secolo d.C. finรฌ sotto il dominio dei Romani, quindi venne distrutta dai Persiani attorno al 256. Nel 1932 lo studioso Michael Rostovtzeff, e una squadra della Yale University da lui diretta, scavando sotto il terrapieno delle mura che proteggevano la cittร dallโarea desertica a sud, portarono alla luce una casa privata, costruita nei primi anni del terzo secolo e trasformata molto presto, probabilmente attorno al 232, in un luogo di culto cristiano [1].
Gli scavi proseguirono e, qualche mese dopo, ancora in prossimitร delle mura di cinta, venne rinvenuto un altro edificio di cui, attraverso le iscrizioni e le rappresentazioni scoperte al suo interno, sancirono lโorigine ebraica. Alla spedizione non fu possibile restaurare e preservare debitamente la sinagoga in situ; i dipinti furono quindi staccati e il processo di restauro ebbe luogo nel Museo nazionale di Damasco, dove tuttโoggi si trovano.
Solo dieci anni dopo la trasformazione della casa privata in sinagoga, ovvero nel 255/6, i Romani coprirono lโedificio per costruire una linea di fortificazione, a scopo di difesa contro i Persiani. Tale circostanza fortuita ha fatto sรฌ che il prezioso ciclo pittorico di Dura Europos giungesse fino a noi. La cinta muraria fu la protezione indispensabile alla conservazione dellโedificio. I dipinti (Fig. 1, 2), a tempera su intonaco asciutto, raffigurano su tre registri scene bibliche il cui significato complessivo รจ ancora oggetto di dibattito, e poggiano su di uno zoccolo decorato con clipei, animali e finti marmi. La parete ad est รจ particolarmente danneggiata, non รจ possibile suggerire a quale episodio biblico faccia riferimento se non in via di ipotesi. Nel primo livello della parete nord รจ rappresentata la visione di Ezechiele e la conseguente resurrezione dei morti.

Proseguendo verso sinistra, sulla parete ovest, si trova il salvataggio di Mose dal Nilo da parte della figlia del Faraone; di seguito lโunzione di Davide per mano di Samuele. Siamo al nucleo della parete ovest: lโArca della Torah รจ sovrastata dallโepisodio di Genesi 22; piรน in alto, due scene particolarmente danneggiate lasciano forti dubbi alle interpretazioni. La prima mostra due figure distese su dei divani: una รจ circondata da dodici figure, lโaltra da due soltanto. Rostovtzeff [2] ipotizza si possa trattare di due versioni di Giacobbe: nel primo caso circondato dai dodici figli, nel secondo mentre benedice Efraim e Manasse. Sopra alla scena di Giacobbe un uomo siede su di un trono, forse il Re Davide circondato da una schiera di servitori. Intorno al nucleo centrale particolarmente danneggiato, stanno quattro personaggi, ciascuno isolato nella propria cornice. Si tratta di quattro momenti fondamentali della vita di Mosรจ: Mosรจ e il roveto ardente, Mosรจ sul Sinai, Mosรจ che legge i rotoli della Legge, e Mosรจ dopo la sua morte, circondato dal sole, la luna e le stelle.
Tornando al primo livello, superata la nicchia della Torah, si trova la rappresentazione di Re Ahasueros e di Mardocheo, trionfante su un cavallo bianco. Lโultima scena del muro ovest e le due sopravvissute del muro sud illustrano episodi della vita di Elia: prima con la vedova di Sarepta, quindi sul Monte Carmelo in due differenti episodi. Oltre queste scene il muro a sud รจ fortemente danneggiato e non offre che lacerti pittorici.
Nel secondo registro, ripartendo dalla parete a nord, si trova la cattura dellโArca della Torah per mezzo dei filistei, avvenuta nella battaglia di Eben Ezer. Nella scena seguente, prima cornice della parete ovest, lโArca viene portata nel tempio di Dogon, per essere quindi riconquistata dagli Ebrei che la riconducono al loro tempio. Oltre il nucleo centrale, sempre sul secondo livello della parete ovest, si trova la scena di Aronne nel Tempio e, di seguito, Mosรจ che fa scaturire lโacqua dalla roccia. Della parete a sud non restano che frammenti. Il terzo livello รจ quello piรน danneggiato: illeggibile a nord e a sud, conserva dei frammenti nella parete ovest. Oltre alla scena del personaggio in trono precedentemente analizzata, sopravvive unโimmagine raffigurante la traversata del Mar Rosso.
Fornita una descrizione generale dellโimpianto pittorico, ci รจ ora possibile analizzare con maggiore attenzione lโimmagine che fa riferimento a Genesi 22. La rappresentazione dellโAkedah (Fig. 3) รจ ospitata, come abbiamo avuto modo di constatare, nellโarco che sovrasta lโedicola della Torah, ossia lโArca Santa. Si tratta del luogo principale di tutta la sinagoga. Posta al centro della parete ovest, orientata verso Gerusalemme, รจ la direzione in cui i fedeli rivolgono le loro preghiere. Lโimmagine fu realizzata in un primo momento decorativo della struttura, e ne รจ la sola testimonianza sopravvissuta. In origine dominavano i motivi ornamentali, mentre le rappresentazioni di animali e uomini erano escluse; lโepisodio dellโAkedah costituiva un unicum. Puรฒ aiutare a comprenderne lโimportanza sapere che, del ciclo precedente, esso รจ lโunico mantenuto e mai modificato.

Nella zona sinistra campeggiano i simboli delle Sukkot (nota anche con i nomi di Festa delle Capanne o Festa del Tabernacolo). Si tratta della menorah, ovvero la lampada a sette bracci; lo iulav, un ramo di palma; e lโetrog, un cedro. Nella zona centrale รจ rappresentato il tempio e sulla destra lโAkedah. Nel primo piano si trova un ariete in prossimitร di una pianta: la posizione preponderante evidenzia lโimportanza che l’artista intendeva accordare alla figura. ร lecito supporre che il testo di riferimento fosse quello ebraico in cui, a differenza del LXX, viene specificato che lโanimale si trovava alle spalle di Abramo [3].
Il patriarca, visto di schiena, solleva la mano destra e impugna un coltello; Isacco รจ accovacciato sullโaltare; sopra di lui appare la mano di Dio e, al fianco di questa, รจ raffigurata una tenda che ospita una piccola figura, interpretata a seconda dei casi come un servo di Abramo, Ismaele, Sarah o Abramo stesso. Il modo in cui le tre figure umane sono rappresentate testimonia un certo imbarazzo nella trattazione di un simile soggetto; si sarร notato, infatti, che nessuno dei tre volti ci viene mostrato. Se, come abbiamo visto, lโepisodio figurativo costituisce unโeccezione del primo periodo pittorico della struttura; รจ altrettanto vero che non ci si รจ ancora liberati dal timore che, attraverso la rappresentazione dellโuomo, si possa cadere nel peccato di idolatria, trasgredendo cosรฌ la legge riportata in Esodo 20,2-17.
Secondo lโinterpretazione di Ruth A. Clemens [4], lโimmagine nel complesso pone lโaccento sulla liberazione di Isacco. La studiosa ipotizza una struttura narrativa interna che si dipana dal fondo, dove la figura nella tenda starebbe a ricordare lโepisodio di Genesi 18. Esso narra di Abramo che, seduto allโingresso della sua tenda, alza gli occhi e scorge tre uomini: Dio รจ venuto a comunicargli la prossima nascita di Isacco, attraverso il quale dovrร scaturire la sua discendenza. Proseguendo, Clemens individua nella parte centrale della scena il momento di crisi della promessa; ovvero quando, in prossimitร del sacrificio, sembra che il patto stia per infrangersi. Infine, il valore centrale affidato allโariete certifica il compimento dellโalleanza, che avviene per mezzo della sua sostituzione ad Isacco.
La lettura di Clemens, sebbene abbia la capacitร di fornire delle motivazioni plausibili alla peculiare composizione dellโimmagine, e sia inoltre lโunica a giustificare la presenza della tenda e della misteriosa figura sulla soglia, sembra perรฒ mancare di qualcosa. Lโautrice, infatti, decide di svincolarsi non solo dal contesto pittorico generale della sinagoga, ma anche dal pannello stesso in cui la scena dellโAkedah รจ ospitata; in quanto non tiene conto, nรฉ fornisce spiegazioni, dell’immagine del tempio, in primis, ma nemmeno dei simboli delle Sukkot.

Ebraismo e paganesimo
Jas Elsner [5], attraverso unโinterpretazione capace di tenere insieme la complessitร dellโimpianto pittorico, cerca di tracciare una mappa dei suoi motivi unitari, fino a collegarlo con la realtร culturale della cittร di Dura Europos. Lโautore ritiene di individuare nel ciclo una forte ricorrenza di tematiche antipagane e, di conseguenza, di unโesaltazione del credo religioso ebraico. Questo fenomeno va fatto risalire alla pluralitร di culti tipica del mondo greco-romano, dove ciascuna religione intraprendeva dinamiche di autodefinizione identitaria. Le decorazioni degli spazi sacri non sfuggono a questo meccanismo: modalitร del sacrificio, vestiario, rituali, tutto ciรฒ che distingue un culto dallโaltro viene utilizzato come affermazione del proprio credo.
Nello specifico della sinagoga di Dura Europos [6], ciรฒ si manifesta tanto nellโenfasi e nei plurimi esempi di rappresentazione del tempio, degli oggetti rituali e dellโArca dellโAlleanza; quanto nelle scene di sacrificio che lโedificio ospita. Per quanto riguarda il primo punto, lโautore prende in considerazione lโimmagine di Aronne nel Tempio (Fig. 4), scena anche nota con il nome di โConsacrazione del Tabernacoloโ, e quella immediatamente alla sua sinistra, ovvero lโimmagine di Mosรจ che fa scaturire lโacqua dalla roccia, collocate nella parete ovest, alla sinistra dellโArca della Torah. Sono immagini in cui viene data particolare rilevanza al luogo di culto, agli oggetti rituali e dove si narrano le vicende di importanti padri della fede.
Risponde a queste scene unโimmagine posta sulla destra dello scrigno della Torah, collocata, in maniera speculare ad esse, sul lato opposto della parete, dove รจ rappresentata lโArca dellโAlleanza nel tempio di Dogon. La scena viene introdotta allโangolo della parete nord con la Battaglia di Eben Ezer che, sviluppandosi da destra verso sinistra come la stessa scrittura ebraica, conduce fino allโepisodio che piรน ci interessa. Nella battaglia i filistei vincono sugli ebrei, e sottraggono al nemico lโArca per portarla nel tempio di Dogon (Fig. 5); tuttavia, una volta arrivata nel tempio pagano, lโArca causa la caduta e la distruzione della statua del Dio. Infine, vediamo lโArca intraprende il viaggio su di un carro, trainato da una coppia di buoi, per fare ritorno al tempio ebraico.

Elsner ritiene che in queste immagini si configuri un’aspra critica alla religione pagana. Se negli episodi di Aronne e di Mosรจ viene proposta unโesaltazione dellโebraismo, dei suoi oggetti di culto, dei patriarchi e del tempio; nella scena del Tempio di Dogon vediamo il luogo pagano ridotto in frantumi, il suo idolo distrutto e le suppellettili cultuali sparpagliate al suolo. Per quanto riguarda le scene di sacrificio, Elsner prende in considerazione i due dipinti del primo livello del muro a sud, e la stessa scena dellโAkedah. Nellโimmagine di sinistra della coppia (Fig. 6), il sacerdote di Baal fallisce nel tentativo di invocare il fuoco che avrebbe dovuto ardere il bue posto sullโaltare. Nella nicchia al centro dellโaltare sta Hiel. Costui, secondo la leggenda ebraica, tentรฒ di accendere il fuoco manualmente, ma fu ucciso da un serpente inviato dal Signore.
Nellโimmagine di destra (Fig. 7), Elia รจ in prossimitร di un altare sul monte Carmelo e invoca il fuoco dal Paradiso, mentre quattro giovani portano anfore piene dโacqua per rendere il miracolo piรน arduo da attuarsi. Secondo Elsner, per decifrare il programma pittorico della sinagoga, e il significato di queste due scene in particolare, รจ fondamentale porle in relazione al pannello che ospita la raffigurazione di Genesi XXII. Qui, di nuovo, viene esaltata lโimportanza del tempio. Accompagnati alla sua figura, troviamo, inoltre, il Menorah e gli oggetti della Sukka. Ma ciรฒ che piรน conta, secondo Elsner, รจ il ripudio del sacrificio umano che lโAkedah presuppone. Se nelle due scene della parete sud viene mostrato il successo di Elia nel portare a compimento il rito sacrificale, a dispetto del sacerdote pagano di Baal che, incapace a invocare il fuoco sacro, non riesce nel suo scopo; lโaffresco dellโAkedah sancisce un definitivo allontanamento della religione ebraica dal sacrificio umano. Attraverso lโimposizione della volontร divina, che provvede a sostituire un ariete ad Isacco, il sacrificio puรฒ consumarsi in una dichiarata separazione dal culto antico.
Le ricerca di Elsner puรฒ essere considerata unโeco, nonchรฉ lโapplicazione al campo del figurativo, del saggio apripista di Shalom Spiegel [7], risalente al 1967, nel quale lโautore indaga le sopravvivenze del pagano allโinterno della tradizione ebraica. Analizzando il passo in cui il midrash di Rabbi Yudan (un testo di esegesi biblica) tratta di Genesi 22, Spiegel ritiene di scorgervi la persistenza di una formula di carattere antico. La supplica viene fatta pronunciare a Rabbi Benaiah, e ci informa sullโidea del sacrificio di sostituzione:
โMaster of the whole universe, behold, I am slaughtering the ram; do Thou regard this as though my son Isaac is slain before Thee [..]โ

Essa apparterrebbe a un momento storico lontano da quello in cui scrive il rabbino, quando era in atto la transizione dal sacrificio umano a quello animale. Spiegel sostiene che la supplica potrebbe risalire a tre steli votive ritrovate in Algeria, appartenenti al periodo compreso tra la fine del II e inizio del III secolo a.C., lo stesso in cui visse Rabbi Benaiah. La formula aveva la funzione di una supplica solenne, proclamata al fine di placare la divinitร , chiedendole di accettare la sostituzione con favore: lโanima dellโagnello per lโanima dellโuomo, il sangue dellโagnello per il sangue dellโuomo. Spiegel ritiene che, allโepoca del midrash di Rabbi Yudan, lโereditร pagana non era ancora stata dimenticata. Solo con uno sviluppo graduale lโinfluenza di quelle leggi si addolcirร , e le nuove generazioni impareranno a sostituire allโuomo un animale, senza piรน temere di aver praticato un sacrificio imperfetto. Le righe con cui lโautore conclude lโanalisi meritano di essere citate per intero:
โIt may well be that in the narrative of the ram which Abraham sacrificed as a burnt offering in place of his son, there is historical remembrance of the transition to animal sacrifice from human sacrifice โ a religious and moral achievement which in the folk memory was associated with Abrahamโs name, the father of the new faith and the first of the upright in the Lordโs Way. And quite possibly the primary purpose of the Akedah story may have been only this: to attach to a real pillar of the folk and a revered reputation the new norm โ abolish human sacrifice, substitute animals instead.โ [8]
Spiegel, in un secondo momento, ritorna sul tema dellโincontro fra paganesimo e ebraismo. Si tratta della cerimonia del Rosh Hashana, il capodanno religioso ebraico noto anche come โGiorno del ricordoโ. ร il tempo in cui Dio procede alla consultazione della storia dellโumanitร , al fine di decidere chi sarร degno di perdono e chi no. A seguito dei dieci giorni penitenziali, culminanti nel Yom Kippur, viene suonato lo Shofar, ovvero il corno dellโariete [9]. Tale pratica affonda le sue origini in culti antichi collegati alla nascita della luna nuova, quando il suono del corno doveva servire ad allontanare da essa le forze maligne. Nel culto ebraico, il suono dello Shofar viene liberato della sua matrice pagana ed acquisisce un nuovo significato: secondo la Torah, esso ha il compito di ricordare dinanzi a Dio lโAkedah, e invocare cosรฌ misericordia per il giorno del giudizio.

Il Tempio
Abbiamo visto che l’unitร rinvenuta da Elsner si dร come il bisogno della comunitร ebraica di tracciare il proprio ritratto. In tale processo acquisisce un valore centrale la raffigurazione del tempio; soffermiamoci dunque per qualche istante su questo tema iconografico e sul suo rapporto con lโepisodio di Genesi XXII. Nel Testo Masoterico, al versetto 2 del brano narrante lโAkedah, Dio ordina ad Abramo di dirigersi verso il territorio di Moria per attuare il sacrificio. Allโinterno del testo biblico, solo in un altro passaggio viene fatta menzione dello stesso monte. Si tratta di 2Cron.3,1, dove si afferma che Salomone costruรฌ il tempio proprio sul Moria. Anche il Libro dei Giubilei [10] (18,13), indica il luogo a cui Abramo e suo figlio sono condotti come il Monte Sion, altro nome di Moria.
Tale circostanza, oltre a dimostrare che lโepisodio dellโAkedah รจ sottoposto a una lettura critica allโinterno della Bibbia stessa, sancisce la volontร degli autori di stabilire un legame fra lโAkedah e il principale luogo di culto della religione ebraica. Va ricordato che il tempio era lo scenario in cui il Korban Tamid, ossia lโofferta quotidiana di un capo di bestiame, veniva praticata. Diverse fonti stanno a testimoniare lโimpegno dei padri della religione ebraica per tracciare una discendenza del Korban Tamid dal sacrificio originario insegnato da Abramo [11].
Il significato e lโeffettiva posizione geografica di Moria divenne oggetto di numerose speculazioni da parte dei rabbini. Generalmente si ritiene che il nome derivi dal termine ebraico ืืจืืืชโ , ossia โvedereโ. Il topos della visione resta centrale in buona parte dei testi esegetici, che si basano sul v. 22.14, comunemente tradotto con โSul monte il Signore provvedeโ o, nel caso della Septuaginta, โsul monte il Signore fu vistoโ [12]. Sul monte del tempio il Signore รจ particolarmente presente in quanto il popolo di Israele vi offre il Korban Tamid. NellโAntico Testamento sono due i luoghi privilegiati per la manifestazione di Dio: in primis il Sinai (Esodo 34 9-11; 1Re 19 9-18), e secondariamente Gerusalemme (2Sam. 24 15-17; Isa. 6.1 ; Ps. XlVIII, esp. vv. 5.8 [heb. 6,9]). Dal momento che Genesi XXII parla di un luogo allโinterno del territorio centrale di Israele (tre giorni di viaggio da Beersheba), si puรฒ supporre che รจ proprio a Gerusalemme che un ebreo di quel periodo avrebbe spontaneamente pensato [13].
Nei Targum, traduzioni in aramaico della Bibbia Ebraica, si asserisce che la visione di Abramo giustificรฒ il luogo della costruzione del tempio sul Monte Moria. Lo Pseudo-Jonathan, ad esempio, chiama il posto in cui Isacco fu legato come โmonte del cultoโ [14]. Ancora, sul tema della visione, va infine ricordato che Spiegel considera necessario relazionare lโaffermazione โsul monte il Signore provvedeโ (v. 22.14) al sopraggiungere dellโariete: il Signore provvede a trovare un sostituto per lโofferta, come, dโaltro canto, veniva giร predetto da Abramo allโinterrogazione del figlio (v. 8). ร in virtรน di tale sostituzione che si stabilisce una discendenza tra il luogo di Genesi XXII e il Tempio di Gerusalemme [15].
Note:
[1] Rostovtzeff M. (1938); Dura-Europos and its art; Oxford, Clarendon Press, Great Britain 1938; pp. 158-162
[2] Ivi, p. 168-170
[3] Kessler E. (2004), Bound by the Bible: Jews, Christian and the Sacrifice of Isaac, University of Cambridge; p. 165
[4] Clements R. A. (2007) The parallel lives of early jewish and christian texts and art: the case of Isaac the Martyr; in New approaches to the study of biblical interpretation in judaism of the Second Temple Period and in Early Christianity; Proceedings of the eleventh international symposium of the Orion Center for the study of the Dead Sea Scrolls and associated literature; Edited by: Gary A. Anderson, Ruth A. Clements and David Satran; Brill, Leida/boston, 2013; pp.225
[5] Elsner J. (2001), Cultural Resistance and the Visual Image: The Case of Dura Europos; Classical Philology, Vol. 96, No. 3 (Jul., 2001), pp. 269-304; Published by: The University of Chicago Press 2001
[6] Ivi, p. 181
[7] Spiegel S. (1967), The last trial: on the legends and lore to the command to Abraham to offer Isaac as a sacrifice; Jewish lights publishing 2007, pp. 61-68
[8] Ivi, p. 63
[9] Ivi, p. 74-76
[10] The book of Jubilees; Society for Promoting Christian Knowledge, London, 1917; Trad. Eng. Charles R.H.
[11] Fitzmyer J. A. (2002), The sacrifice of Isaac in Qumran literature; Biblica, Vol. 83, No. 2 (2002), pp. 211-229; Published by: Peeters Publishers; p. 215
[12] Op. Cit. Kessler E. (2004); pp. 87
[13] Moberly R. W. L., The Earliest Commentary on the Akedah; Vetus Testamentum, Vol. 38, Fasc. 3 (Jul., 1988), pp. 302- 323; Brill; pp. 6-7
[14] Op. cit. Kessler E. (2004), Bound by the bible: Jews, Christian and the Sacrifice of Isaac; p. 87
[15] Op. cit. Spiegel S. (1967), The last trial: on the legends and lore to the command to Abraham to offer Isaac as a sacrifice; pp. 67

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