Attraverso lβepisodio biblico dellβAkedah, meglio noto col nome di βSacrificio di Isaccoβ, il ciclo pittorico della sinagoga di Dura Europos testimonia di una lotta identitaria intercorsa fra la cultura pagana e quella ebraica. Il brano di Genesi XXII, inoltre, getta luce su alcune istanze riguardanti la fondazione del Tempio di Gerusalemme, e sui sacrifici che venivano tributati al suo interno.
di Lorenzo Orazi
Copertina: David Teniers il giovane, Abraham’s Sacrifice of Isaac, 1655
Introduzione
Lβepisodio biblico narrato in Genesi 22, 1:18 Γ¨ tra i passaggi piΓΉ enigmatici dellβAntico Testamento, capace di generare una letteratura critica pressochΓ© sterminata. Non solo testi post-biblici, scritti della letteratura rabbinica e dei padri della chiesa, Targum e Midrash, ma vedremo che allβinterno della Bibbia stessa Γ¨ possibile ravvisare una prima elaborazione dellβepisodio. Γ certo che il tema dellβobbedienza di Abramo, alla divinitΓ che lo chiama per nome, ha da sempre rivestito un ruolo preponderante nella lettura dellβepisodio. Eppure la narrazione presenta una complessitΓ di sfaccettature, di risvolti e dettagli, di questioni linguistiche e strutturali, da darci lβimpressione di unβimpossibilitΓ ad esaurire tutte le questioni che essa espone.
Nella religione ebraica il brano assume il nome di βAkedaht Itzahkβ, o βLegatura di Isaccoβ. Esso fa riferimento al Korban Tamid, il sacrificio di un capo di bestiame, spesso un ariete, tributato presso il Tempio nellβantico Israele. Vedremo piΓΉ avanti come, nellβesegesi rabbinica e non solo, venga proposta una diretta discendenza tra Genesi XXII e il culto praticato nel Tempio. Nella religione Cristiana, dβaltro canto, il nome piΓΉ noto di βSacrificio di Isaccoβ tradisce da subito il metodo della lettura tipologica, ovvero la prassi interpretativa privilegiata dai padri della chiesa secondo cui lβAntico Testamento costituirebbe la prefigurazione del Nuovo, che vede quindi nella narrazione un simbolo del sacrificio di Cristo.
Lβarticolo qui proposto Γ¨ lβestratto di una tesi triennale con la quale si Γ¨ tentato di comprendere le immagini prodotte da ebraismo e cristianesimo in riferimento a Genesi 22, 1:18. Si Γ¨ trattato di disegnare una mappa dei temi preponderanti, e delle modalitΓ in cui questi sono stati elaborati nella tradizione esegetica. Nello specifico del capitolo selezionato, passeremo in rassegna le circostanze del ritrovamento della Sinagoga di Dura Europos (Fig. 1,2) e forniremo una panoramica sul ciclo dei dipinti rinvenuti al suo interno. La disamina si concentrerΓ quindi sul pannello raffigurante lβAkedah e sulle interpretazioni proposte dagli studiosi ai fini della sua lettura.
Alcuni sostengono che la rappresentazione intenda esaltare il carattere redentivo dellβariete, la liberazione di Isacco avvenuta per suo tramite. Altri, diversamente, suggeriscono che lβimmagine sia emblematica delle dinamiche culturali che hanno luogo nella cittΓ di Dura Europos, dove una molteplicitΓ di religioni convivono e ciascuna di esse lotta per affermare la propria identitΓ sulle altre. Infine, il tema iconografico del tempio, scaturito da una delle interpretazioni prese in considerazione, verrΓ analizzato piΓΉ approfonditamente.

Sinagoga di Dura Europos
La cittΓ che ospita la Sinagoga di Dura Europos fu fondata da Seleuco I attorno al 300 a.C.; conquistata dai Parti, divenne un importante luogo di scambi commerciali fra mondo orientale e occidentale. Nel secondo secolo d.C. finΓ¬ sotto il dominio dei Romani, quindi venne distrutta dai Persiani attorno al 256. Nel 1932 lo studioso Michael Rostovtzeff, e una squadra della Yale University da lui diretta, scavando sotto il terrapieno delle mura che proteggevano la cittΓ dallβarea desertica a sud, portarono alla luce una casa privata, costruita nei primi anni del terzo secolo e trasformata molto presto, probabilmente attorno al 232, in un luogo di culto cristiano [1].
Gli scavi proseguirono e, qualche mese dopo, ancora in prossimitΓ delle mura di cinta, venne rinvenuto un altro edificio di cui, attraverso le iscrizioni e le rappresentazioni scoperte al suo interno, sancirono lβorigine ebraica. Alla spedizione non fu possibile restaurare e preservare debitamente la sinagoga in situ; i dipinti furono quindi staccati e il processo di restauro ebbe luogo nel Museo nazionale di Damasco, dove tuttβoggi si trovano.
Solo dieci anni dopo la trasformazione della casa privata in sinagoga, ovvero nel 255/6, i Romani coprirono lβedificio per costruire una linea di fortificazione, a scopo di difesa contro i Persiani. Tale circostanza fortuita ha fatto sΓ¬ che il prezioso ciclo pittorico di Dura Europos giungesse fino a noi. La cinta muraria fu la protezione indispensabile alla conservazione dellβedificio. I dipinti (Fig. 1, 2), a tempera su intonaco asciutto, raffigurano su tre registri scene bibliche il cui significato complessivo Γ¨ ancora oggetto di dibattito, e poggiano su di uno zoccolo decorato con clipei, animali e finti marmi. La parete ad est Γ¨ particolarmente danneggiata, non Γ¨ possibile suggerire a quale episodio biblico faccia riferimento se non in via di ipotesi. Nel primo livello della parete nord Γ¨ rappresentata la visione di Ezechiele e la conseguente resurrezione dei morti.

Proseguendo verso sinistra, sulla parete ovest, si trova il salvataggio di Mose dal Nilo da parte della figlia del Faraone; di seguito lβunzione di Davide per mano di Samuele. Siamo al nucleo della parete ovest: lβArca della Torah Γ¨ sovrastata dallβepisodio di Genesi 22; piΓΉ in alto, due scene particolarmente danneggiate lasciano forti dubbi alle interpretazioni. La prima mostra due figure distese su dei divani: una Γ¨ circondata da dodici figure, lβaltra da due soltanto. Rostovtzeff [2] ipotizza si possa trattare di due versioni di Giacobbe: nel primo caso circondato dai dodici figli, nel secondo mentre benedice Efraim e Manasse. Sopra alla scena di Giacobbe un uomo siede su di un trono, forse il Re Davide circondato da una schiera di servitori. Intorno al nucleo centrale particolarmente danneggiato, stanno quattro personaggi, ciascuno isolato nella propria cornice. Si tratta di quattro momenti fondamentali della vita di MosΓ¨: MosΓ¨ e il roveto ardente, MosΓ¨ sul Sinai, MosΓ¨ che legge i rotoli della Legge, e MosΓ¨ dopo la sua morte, circondato dal sole, la luna e le stelle.
Tornando al primo livello, superata la nicchia della Torah, si trova la rappresentazione di Re Ahasueros e di Mardocheo, trionfante su un cavallo bianco. Lβultima scena del muro ovest e le due sopravvissute del muro sud illustrano episodi della vita di Elia: prima con la vedova di Sarepta, quindi sul Monte Carmelo in due differenti episodi. Oltre queste scene il muro a sud Γ¨ fortemente danneggiato e non offre che lacerti pittorici.
Nel secondo registro, ripartendo dalla parete a nord, si trova la cattura dellβArca della Torah per mezzo dei filistei, avvenuta nella battaglia di Eben Ezer. Nella scena seguente, prima cornice della parete ovest, lβArca viene portata nel tempio di Dogon, per essere quindi riconquistata dagli Ebrei che la riconducono al loro tempio. Oltre il nucleo centrale, sempre sul secondo livello della parete ovest, si trova la scena di Aronne nel Tempio e, di seguito, MosΓ¨ che fa scaturire lβacqua dalla roccia. Della parete a sud non restano che frammenti. Il terzo livello Γ¨ quello piΓΉ danneggiato: illeggibile a nord e a sud, conserva dei frammenti nella parete ovest. Oltre alla scena del personaggio in trono precedentemente analizzata, sopravvive unβimmagine raffigurante la traversata del Mar Rosso.
Fornita una descrizione generale dellβimpianto pittorico, ci Γ¨ ora possibile analizzare con maggiore attenzione lβimmagine che fa riferimento a Genesi 22. La rappresentazione dellβAkedah (Fig. 3) Γ¨ ospitata, come abbiamo avuto modo di constatare, nellβarco che sovrasta lβedicola della Torah, ossia lβArca Santa. Si tratta del luogo principale di tutta la sinagoga. Posta al centro della parete ovest, orientata verso Gerusalemme, Γ¨ la direzione in cui i fedeli rivolgono le loro preghiere. Lβimmagine fu realizzata in un primo momento decorativo della struttura, e ne Γ¨ la sola testimonianza sopravvissuta. In origine dominavano i motivi ornamentali, mentre le rappresentazioni di animali e uomini erano escluse; lβepisodio dellβAkedah costituiva un unicum. PuΓ² aiutare a comprenderne lβimportanza sapere che, del ciclo precedente, esso Γ¨ lβunico mantenuto e mai modificato.

Nella zona sinistra campeggiano i simboli delle Sukkot (nota anche con i nomi di Festa delle Capanne o Festa del Tabernacolo). Si tratta della menorah, ovvero la lampada a sette bracci; lo iulav, un ramo di palma; e lβetrog, un cedro. Nella zona centrale Γ¨ rappresentato il tempio e sulla destra lβAkedah. Nel primo piano si trova un ariete in prossimitΓ di una pianta: la posizione preponderante evidenzia lβimportanza che l’artista intendeva accordare alla figura. Γ lecito supporre che il testo di riferimento fosse quello ebraico in cui, a differenza del LXX, viene specificato che lβanimale si trovava alle spalle di Abramo [3].
Il patriarca, visto di schiena, solleva la mano destra e impugna un coltello; Isacco Γ¨ accovacciato sullβaltare; sopra di lui appare la mano di Dio e, al fianco di questa, Γ¨ raffigurata una tenda che ospita una piccola figura, interpretata a seconda dei casi come un servo di Abramo, Ismaele, Sarah o Abramo stesso. Il modo in cui le tre figure umane sono rappresentate testimonia un certo imbarazzo nella trattazione di un simile soggetto; si sarΓ notato, infatti, che nessuno dei tre volti ci viene mostrato. Se, come abbiamo visto, lβepisodio figurativo costituisce unβeccezione del primo periodo pittorico della struttura; Γ¨ altrettanto vero che non ci si Γ¨ ancora liberati dal timore che, attraverso la rappresentazione dellβuomo, si possa cadere nel peccato di idolatria, trasgredendo cosΓ¬ la legge riportata in Esodo 20,2-17.
Secondo lβinterpretazione di Ruth A. Clemens [4], lβimmagine nel complesso pone lβaccento sulla liberazione di Isacco. La studiosa ipotizza una struttura narrativa interna che si dipana dal fondo, dove la figura nella tenda starebbe a ricordare lβepisodio di Genesi 18. Esso narra di Abramo che, seduto allβingresso della sua tenda, alza gli occhi e scorge tre uomini: Dio Γ¨ venuto a comunicargli la prossima nascita di Isacco, attraverso il quale dovrΓ scaturire la sua discendenza. Proseguendo, Clemens individua nella parte centrale della scena il momento di crisi della promessa; ovvero quando, in prossimitΓ del sacrificio, sembra che il patto stia per infrangersi. Infine, il valore centrale affidato allβariete certifica il compimento dellβalleanza, che avviene per mezzo della sua sostituzione ad Isacco.
La lettura di Clemens, sebbene abbia la capacitΓ di fornire delle motivazioni plausibili alla peculiare composizione dellβimmagine, e sia inoltre lβunica a giustificare la presenza della tenda e della misteriosa figura sulla soglia, sembra perΓ² mancare di qualcosa. Lβautrice, infatti, decide di svincolarsi non solo dal contesto pittorico generale della sinagoga, ma anche dal pannello stesso in cui la scena dellβAkedah Γ¨ ospitata; in quanto non tiene conto, nΓ© fornisce spiegazioni, dell’immagine del tempio, in primis, ma nemmeno dei simboli delle Sukkot.

Ebraismo e paganesimo
Jas Elsner [5], attraverso unβinterpretazione capace di tenere insieme la complessitΓ dellβimpianto pittorico, cerca di tracciare una mappa dei suoi motivi unitari, fino a collegarlo con la realtΓ culturale della cittΓ di Dura Europos. Lβautore ritiene di individuare nel ciclo una forte ricorrenza di tematiche antipagane e, di conseguenza, di unβesaltazione del credo religioso ebraico. Questo fenomeno va fatto risalire alla pluralitΓ di culti tipica del mondo greco-romano, dove ciascuna religione intraprendeva dinamiche di autodefinizione identitaria. Le decorazioni degli spazi sacri non sfuggono a questo meccanismo: modalitΓ del sacrificio, vestiario, rituali, tutto ciΓ² che distingue un culto dallβaltro viene utilizzato come affermazione del proprio credo.
Nello specifico della sinagoga di Dura Europos [6], ciΓ² si manifesta tanto nellβenfasi e nei plurimi esempi di rappresentazione del tempio, degli oggetti rituali e dellβArca dellβAlleanza; quanto nelle scene di sacrificio che lβedificio ospita. Per quanto riguarda il primo punto, lβautore prende in considerazione lβimmagine di Aronne nel Tempio (Fig. 4), scena anche nota con il nome di βConsacrazione del Tabernacoloβ, e quella immediatamente alla sua sinistra, ovvero lβimmagine di MosΓ¨ che fa scaturire lβacqua dalla roccia, collocate nella parete ovest, alla sinistra dellβArca della Torah. Sono immagini in cui viene data particolare rilevanza al luogo di culto, agli oggetti rituali e dove si narrano le vicende di importanti padri della fede.
Risponde a queste scene unβimmagine posta sulla destra dello scrigno della Torah, collocata, in maniera speculare ad esse, sul lato opposto della parete, dove Γ¨ rappresentata lβArca dellβAlleanza nel tempio di Dogon. La scena viene introdotta allβangolo della parete nord con la Battaglia di Eben Ezer che, sviluppandosi da destra verso sinistra come la stessa scrittura ebraica, conduce fino allβepisodio che piΓΉ ci interessa. Nella battaglia i filistei vincono sugli ebrei, e sottraggono al nemico lβArca per portarla nel tempio di Dogon (Fig. 5); tuttavia, una volta arrivata nel tempio pagano, lβArca causa la caduta e la distruzione della statua del Dio. Infine, vediamo lβArca intraprende il viaggio su di un carro, trainato da una coppia di buoi, per fare ritorno al tempio ebraico.

Elsner ritiene che in queste immagini si configuri un’aspra critica alla religione pagana. Se negli episodi di Aronne e di MosΓ¨ viene proposta unβesaltazione dellβebraismo, dei suoi oggetti di culto, dei patriarchi e del tempio; nella scena del Tempio di Dogon vediamo il luogo pagano ridotto in frantumi, il suo idolo distrutto e le suppellettili cultuali sparpagliate al suolo. Per quanto riguarda le scene di sacrificio, Elsner prende in considerazione i due dipinti del primo livello del muro a sud, e la stessa scena dellβAkedah. Nellβimmagine di sinistra della coppia (Fig. 6), il sacerdote di Baal fallisce nel tentativo di invocare il fuoco che avrebbe dovuto ardere il bue posto sullβaltare. Nella nicchia al centro dellβaltare sta Hiel. Costui, secondo la leggenda ebraica, tentΓ² di accendere il fuoco manualmente, ma fu ucciso da un serpente inviato dal Signore.
Nellβimmagine di destra (Fig. 7), Elia Γ¨ in prossimitΓ di un altare sul monte Carmelo e invoca il fuoco dal Paradiso, mentre quattro giovani portano anfore piene dβacqua per rendere il miracolo piΓΉ arduo da attuarsi. Secondo Elsner, per decifrare il programma pittorico della sinagoga, e il significato di queste due scene in particolare, Γ¨ fondamentale porle in relazione al pannello che ospita la raffigurazione di Genesi XXII. Qui, di nuovo, viene esaltata lβimportanza del tempio. Accompagnati alla sua figura, troviamo, inoltre, il Menorah e gli oggetti della Sukka. Ma ciΓ² che piΓΉ conta, secondo Elsner, Γ¨ il ripudio del sacrificio umano che lβAkedah presuppone. Se nelle due scene della parete sud viene mostrato il successo di Elia nel portare a compimento il rito sacrificale, a dispetto del sacerdote pagano di Baal che, incapace a invocare il fuoco sacro, non riesce nel suo scopo; lβaffresco dellβAkedah sancisce un definitivo allontanamento della religione ebraica dal sacrificio umano. Attraverso lβimposizione della volontΓ divina, che provvede a sostituire un ariete ad Isacco, il sacrificio puΓ² consumarsi in una dichiarata separazione dal culto antico.
Le ricerca di Elsner puΓ² essere considerata unβeco, nonchΓ© lβapplicazione al campo del figurativo, del saggio apripista di Shalom Spiegel [7], risalente al 1967, nel quale lβautore indaga le sopravvivenze del pagano allβinterno della tradizione ebraica. Analizzando il passo in cui il midrash di Rabbi Yudan (un testo di esegesi biblica) tratta di Genesi 22, Spiegel ritiene di scorgervi la persistenza di una formula di carattere antico. La supplica viene fatta pronunciare a Rabbi Benaiah, e ci informa sullβidea del sacrificio di sostituzione:
βMaster of the whole universe, behold, I am slaughtering the ram; do Thou regard this as though my son Isaac is slain before Thee [..]β

Essa apparterrebbe a un momento storico lontano da quello in cui scrive il rabbino, quando era in atto la transizione dal sacrificio umano a quello animale. Spiegel sostiene che la supplica potrebbe risalire a tre steli votive ritrovate in Algeria, appartenenti al periodo compreso tra la fine del II e inizio del III secolo a.C., lo stesso in cui visse Rabbi Benaiah. La formula aveva la funzione di una supplica solenne, proclamata al fine di placare la divinitΓ , chiedendole di accettare la sostituzione con favore: lβanima dellβagnello per lβanima dellβuomo, il sangue dellβagnello per il sangue dellβuomo. Spiegel ritiene che, allβepoca del midrash di Rabbi Yudan, lβereditΓ pagana non era ancora stata dimenticata. Solo con uno sviluppo graduale lβinfluenza di quelle leggi si addolcirΓ , e le nuove generazioni impareranno a sostituire allβuomo un animale, senza piΓΉ temere di aver praticato un sacrificio imperfetto. Le righe con cui lβautore conclude lβanalisi meritano di essere citate per intero:
βIt may well be that in the narrative of the ram which Abraham sacrificed as a burnt offering in place of his son, there is historical remembrance of the transition to animal sacrifice from human sacrifice β a religious and moral achievement which in the folk memory was associated with Abrahamβs name, the father of the new faith and the first of the upright in the Lordβs Way. And quite possibly the primary purpose of the Akedah story may have been only this: to attach to a real pillar of the folk and a revered reputation the new norm β abolish human sacrifice, substitute animals instead.β [8]
Spiegel, in un secondo momento, ritorna sul tema dellβincontro fra paganesimo e ebraismo. Si tratta della cerimonia del Rosh Hashana, il capodanno religioso ebraico noto anche come βGiorno del ricordoβ. Γ il tempo in cui Dio procede alla consultazione della storia dellβumanitΓ , al fine di decidere chi sarΓ degno di perdono e chi no. A seguito dei dieci giorni penitenziali, culminanti nel Yom Kippur, viene suonato lo Shofar, ovvero il corno dellβariete [9]. Tale pratica affonda le sue origini in culti antichi collegati alla nascita della luna nuova, quando il suono del corno doveva servire ad allontanare da essa le forze maligne. Nel culto ebraico, il suono dello Shofar viene liberato della sua matrice pagana ed acquisisce un nuovo significato: secondo la Torah, esso ha il compito di ricordare dinanzi a Dio lβAkedah, e invocare cosΓ¬ misericordia per il giorno del giudizio.

Il Tempio
Abbiamo visto che l’unitΓ rinvenuta da Elsner si dΓ come il bisogno della comunitΓ ebraica di tracciare il proprio ritratto. In tale processo acquisisce un valore centrale la raffigurazione del tempio; soffermiamoci dunque per qualche istante su questo tema iconografico e sul suo rapporto con lβepisodio di Genesi XXII. Nel Testo Masoterico, al versetto 2 del brano narrante lβAkedah, Dio ordina ad Abramo di dirigersi verso il territorio di Moria per attuare il sacrificio. Allβinterno del testo biblico, solo in un altro passaggio viene fatta menzione dello stesso monte. Si tratta di 2Cron.3,1, dove si afferma che Salomone costruΓ¬ il tempio proprio sul Moria. Anche il Libro dei Giubilei [10] (18,13), indica il luogo a cui Abramo e suo figlio sono condotti come il Monte Sion, altro nome di Moria.
Tale circostanza, oltre a dimostrare che lβepisodio dellβAkedah Γ¨ sottoposto a una lettura critica allβinterno della Bibbia stessa, sancisce la volontΓ degli autori di stabilire un legame fra lβAkedah e il principale luogo di culto della religione ebraica. Va ricordato che il tempio era lo scenario in cui il Korban Tamid, ossia lβofferta quotidiana di un capo di bestiame, veniva praticata. Diverse fonti stanno a testimoniare lβimpegno dei padri della religione ebraica per tracciare una discendenza del Korban Tamid dal sacrificio originario insegnato da Abramo [11].
Il significato e lβeffettiva posizione geografica di Moria divenne oggetto di numerose speculazioni da parte dei rabbini. Generalmente si ritiene che il nome derivi dal termine ebraico ΧΧ¨ΧΧΧͺβ , ossia βvedereβ. Il topos della visione resta centrale in buona parte dei testi esegetici, che si basano sul v. 22.14, comunemente tradotto con βSul monte il Signore provvedeβ o, nel caso della Septuaginta, βsul monte il Signore fu vistoβ [12]. Sul monte del tempio il Signore Γ¨ particolarmente presente in quanto il popolo di Israele vi offre il Korban Tamid. NellβAntico Testamento sono due i luoghi privilegiati per la manifestazione di Dio: in primis il Sinai (Esodo 34 9-11; 1Re 19 9-18), e secondariamente Gerusalemme (2Sam. 24 15-17; Isa. 6.1 ; Ps. XlVIII, esp. vv. 5.8 [heb. 6,9]). Dal momento che Genesi XXII parla di un luogo allβinterno del territorio centrale di Israele (tre giorni di viaggio da Beersheba), si puΓ² supporre che Γ¨ proprio a Gerusalemme che un ebreo di quel periodo avrebbe spontaneamente pensato [13].
Nei Targum, traduzioni in aramaico della Bibbia Ebraica, si asserisce che la visione di Abramo giustificΓ² il luogo della costruzione del tempio sul Monte Moria. Lo Pseudo-Jonathan, ad esempio, chiama il posto in cui Isacco fu legato come βmonte del cultoβ [14]. Ancora, sul tema della visione, va infine ricordato che Spiegel considera necessario relazionare lβaffermazione βsul monte il Signore provvedeβ (v. 22.14) al sopraggiungere dellβariete: il Signore provvede a trovare un sostituto per lβofferta, come, dβaltro canto, veniva giΓ predetto da Abramo allβinterrogazione del figlio (v. 8). Γ in virtΓΉ di tale sostituzione che si stabilisce una discendenza tra il luogo di Genesi XXII e il Tempio di Gerusalemme [15].
Note:
[1] Rostovtzeff M. (1938); Dura-Europos and its art; Oxford, Clarendon Press, Great Britain 1938; pp. 158-162
[2] Ivi, p. 168-170
[3] Kessler E. (2004), Bound by the Bible: Jews, Christian and the Sacrifice of Isaac, University of Cambridge; p. 165
[4] Clements R. A. (2007) The parallel lives of early jewish and christian texts and art: the case of Isaac the Martyr; in New approaches to the study of biblical interpretation in judaism of the Second Temple Period and in Early Christianity; Proceedings of the eleventh international symposium of the Orion Center for the study of the Dead Sea Scrolls and associated literature; Edited by: Gary A. Anderson, Ruth A. Clements and David Satran; Brill, Leida/boston, 2013; pp.225
[5] Elsner J. (2001), Cultural Resistance and the Visual Image: The Case of Dura Europos; Classical Philology, Vol. 96, No. 3 (Jul., 2001), pp. 269-304; Published by: The University of Chicago Press 2001
[6] Ivi, p. 181
[7] Spiegel S. (1967), The last trial: on the legends and lore to the command to Abraham to offer Isaac as a sacrifice; Jewish lights publishing 2007, pp. 61-68
[8] Ivi, p. 63
[9] Ivi, p. 74-76
[10] The book of Jubilees; Society for Promoting Christian Knowledge, London, 1917; Trad. Eng. Charles R.H.
[11] Fitzmyer J. A. (2002), The sacrifice of Isaac in Qumran literature; Biblica, Vol. 83, No. 2 (2002), pp. 211-229; Published by: Peeters Publishers; p. 215
[12] Op. Cit. Kessler E. (2004); pp. 87
[13] Moberly R. W. L., The Earliest Commentary on the Akedah; Vetus Testamentum, Vol. 38, Fasc. 3 (Jul., 1988), pp. 302- 323; Brill; pp. 6-7
[14] Op. cit. Kessler E. (2004), Bound by the bible: Jews, Christian and the Sacrifice of Isaac; p. 87
[15] Op. cit. Spiegel S. (1967), The last trial: on the legends and lore to the command to Abraham to offer Isaac as a sacrifice; pp. 67

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