Le porte dell’inverno: “‘i cicci” (i semi), il pasto e la schiera dei morti

Seppure nelle culture subalterne italiane ed europee le credenze intorno alla sopravvivenza del morto non possano essere ridotte ad un unico modello, è possibile però rintracciare delle costanti di carattere morfologico e narrativo che delimitano il grande spazio del rapporto tra vivi e morti. In questa sede ci concentriamo prevalentemente sulle sue manifestazioni cultuali e folkloriche in area campana, afferenti alle celebrazioni di fine ottobre/inizio novembre e strettamente connessi con la cosiddetta “mistica agraria” di cui scrisse Mircea Eliade.

di Massimiliano Palmesano

Articolo originariamente pubblicato su «Microsphera», blog dell’autore
Copertina: Foto tratta da “Pignataro com’era”, corteo funebre anno 1912

Il “Giorno dei Morti”, nelle sue varie manifestazioni, è da sempre un passaggio cruciale nelle società umane, il culto cristiano dei nostri giorni risente in modo profondo di credenze e consuetudini ben più antiche [1]. In particolare nelle società rurali, il desiderio di contatto e connessione con il mondo dei morti è un elemento costantemente presente nell’orizzonte delle festività connesse ai cicli cosmici. Nei riti e negli istituti festivi che contemplano tale interazione con la morte si possono rilevare delle costanti che — seppure posizionate in tempi calendariali differenti — fondano un paradigma unico di riferimento. A tale sistema appartengono alcune espressioni folkloriche legate al giorno dei morti raccolte in area casertana che trovano corrispettivi e parallelismi in altre tradizioni europee.

Nella cultura rurale il Giorno dei Morti apre le porte all’inverno e con esso a una fase cosmica strettamente legata alla morte e all’attesa della rinascita. Nelle società agricole l’inverno è sorretto da tre cardini che sono strettamente legati alla morte e al mondo dei morti: apre Ognissanti (Sahmain/Halloween nel mondo celtico), al centro si colloca il periodo che va dal solstizio invernale all’Epifania (che comprende il Natale cristiano, il periodo dei “12 giorni” in nord Europa e la fine dell’anno) e, a concludere, le celebrazioni legate al Carnevale. Queste tre fasi dell’anno non solo ingabbiano, attraverso il rito, l’inverno ma sono tutte relate in modo profondo con la morte e i morti: il Giorno dei Morti, la morte del sole e la sua rinascita al Solstizio d’inverno, la morte e la rinascita dell’anno, la morte (del re) di Carnevale.

Nella mistica agraria l’inverno è il regno della morte (della natura) e dell’attesa soteriologica della conseguente e ciclica rinascita primaverile. Tale periodo di passaggio favoriva l’apertura di porte transdimensionali che permettevano alle forze soprannaturali, agli spiriti della natura e dei defunti di radunarsi per fluire nella dimensione e nel tempo degli esseri umani. In modo particolare la notte e il Giorno dei Morti “rappresentavano un tempo in cui si infrangevano i confini tra mondo umano e quello sovrannaturale. Entità ultraterrene, come le anime dei morti, erano in grado di visitare gli abitanti della terra, e gli umani potevano avere l’opportunità di penetrare nei domini degli dei e delle creature sovrannaturali” [2].

Seppure nelle culture subalterne italiane ed europee le credenze intorno alla sopravvivenza del morto non possano essere ridotte ad un unico modello, è possibile però rintracciare delle costanti di carattere morfologico e narrativo che delimitano il grande spazio del rapporto tra vivi e morti. I defunti possono manifestarsi ai vivi sotto forma di anima, di corpo, di doppio o comunque con tratti umani, ma possono anche rivelarsi in forme non umanizzate “che vanno dai rumori, allo spostarsi e muoversi di oggetti e a vere e proprie incarnazioni animali” [3].

Gli istituti folklorici presi in esame non vanno considerati quindi come espressioni specifiche e peculiari di una determinata area geografica, anzi le connessioni sia sul piano trans-regionale (Campania, Molise, Lazio, Puglia, Calabria, Sicilia) sia su quello continentale (Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna) sono chiare e molteplici nonché di volta in volta evidenziate. Connessa e speculare a tale prospettiva vi è la necessità di sottolineare che il materiale folklorico raccolto rappresenta in ogni caso delle interpretazioni ovvero delle narrazioni storicamente connotate: ciò può comportare variazioni minime o consistenti da zona a zona nella trama e nello sviluppo delle tradizioni prese in esame.

William Trost Richards, Corn Shocks and Pumpkins, 1864

Le “zucche pantàseme” di Partignano

Quasi a connotare profonde e arcaiche affinità di matrice indoeuropea (o forse ancora più antiche) tra le culture popolari italiane e la tradizione dei paesi di origine celtica vi era la caratteristica consuetudine di ricavare lampade intagliando zucche che venivano lasciate la notte dei morti in luoghi bui e isolati a simboleggiare gli spiriti dei defunti. Probabilmente la loro funzione originaria era quella di illuminare e di indicare la strada alle anime dei morti che transitavano, durante quella notte, nella dimensione degli esseri umani: per richiamare la loro attenzione nella speranza di poter rivedere per qualche istante un proprio caro estinto. Le lampade di zucca incarnavano le anime dei defunti “‘i spiriti” e quelle dei fantasmi, “‘i pantàsemi. I bambini si divertivano a intagliare le zucche e a collocarle in luoghi bui al fine di far spaventare ignari passanti.

Un elemento che oggi, alla luce della diffusione di Halloween, appare di poca rilevanza in quanto appartiene in modo saldo all’odierno orizzonte culturale ma che, contestualizzato nell’ambito campano rurale di inizio ‘900 e cioè molto prima della diffusione della festività celtica in Italia, deve far riflettere sulle possibili contiguità e parentele culturali che possono essere scorte tra le due tradizioni. La consuetudine specifica dei lumi ricavati dalle zucche è stata raccolta “sul campo” grazie a testimonianze orali a Partignano di Pignataro Maggiore (Caserta) [4] ma il potere magico-simbolico della cucurbitacea sembra essere diffuso anche in altri centri del Sud, dalla Campania alla Sicilia [5].


Il “Pasto dei Morti”

Le credenze intorno alla possibilità di interagire con le anime dei morti nei giorni dal 31 ottobre al 2 novembre si esprime in modo ancora più netto in altri due istituti tradizionali raccolti in area caleno-aurunca in provincia di Caserta: il pasto e il corteo dei morti.

In molti centri dell’area calena, e fino a pochi decenni fa, sopravviveva l’usanza di lasciare la tavola imbandita la notte dei morti: si trattava del cosiddetto “Pasto dei Morti” (o Tavola dei Morti), preparato per le anime dei congiunti defunti che in quella notte sarebbero ritornati nelle loro dimore terrene per fare visita ai vivi. Le tavole venivano imbandite con verdura e frutta di stagione, pane e vino: in tanti giuravano di sentire rumori di stoviglie e posate durante la notte o raccontavano di cibi completamente spariti il mattino seguente. Il “Pasto dei Morti” rientra a pieno titolo nella serie di istituti che è possibile ritrovare — in tradizioni diverse — anche durante gli altri due periodi cruciali dell’inverno, ovvero la fine dell’anno e Carnevale.

Le tavole apparecchiate per gli spiriti rappresentano la chiara volontà di entrare in rapporto con i morti “ambigui dispensatori di prosperità, nel periodo cruciale in cui l’anno vecchio finisce e quello nuovo comincia” [6]. Periodo di passaggio che in epoche e tradizioni diverse si colloca tanto tra ottobre e novembre (Samhain), quanto tra dicembre/gennaio (l’attuale fine dell’anno) e febbraio/marzo (la fine dell’anno nel mondo antico). Lo stesso tipo di pratica cerimoniale che prevede di lasciare un banchetto o del cibo agli spiriti è infatti attestata nei riti delle “Dodici notti” e in quelli delle calende di gennaio. Nel mondo celtico le notti comprese tra il 24 dicembre, chiamato modranicht ovvero “notte delle madri”, e il 6 gennaio avevano una funzione paragonabile a quella degli Zwolften (Dodici notti) nel mondo germanico: un periodo in cui si riteneva che i morti andassero in giro vagando sulla terra dando ai vivi la possibilità di incontrarli.

Si tratta di tradizioni molto antiche. Cesario di Arles nel VI secolo condannava le usanze dei contadini che durante la notte delle calende di gennaio allestivano tavole ricche di cibo come offerta alle divinità e agli spiriti per propiziare il nuovo anno [7]. Circa cinquecento anni dopo Burcardo di Worms annotava di divinità pagane notturne legate al mondo dei morti, le Parche, a cui la gente in determinate notti lasciava del cibo su tavole apparecchiate con tre coltelli [8].

La tradizione del “Pasto dei Morti” rilevata nella cultura contadina dell’area casertana si pone probabilmente nello stesso tipo di ritualità agreste riportata da Cesario di Arles e Burcardo di Worms: le offerte di cibo servivano per propiziare le annate agricole grazie al rapporto con i morti e il loro mondo fatto di potenti e misteriose energie. L’offerta non va quindi letta esclusivamente come un tributo materiale e simbolico nei confronti dei congiunti estinti ma come un vero e proprio rito propiziatorio grazie al quale si cercava di attirare la benevolenza e gli straordinari poteri delle anime dei morti. L’eco degradata di tali usanze è sopravvissuta spesso nella cultura popolare attraverso i piatti e soprattutto i dolci tradizionali legati in tutto il paese al “Giorno dei Morti”.

James Elder Christie, Halloween Frolics, 1890 circa

Le schiere dei morti e i “Cicci muorti“:
il simbolismo del seme

Strettamente connesse alle credenze che sono alla base della tradizione del “Pasto dei Morti” sono quelle relative alla cosiddetta schiera o anche corteo dei morti: si ritiene che in alcune particolari notti, tra cui chiaramente quella del Giorno dei Morti, le anime dei defunti ritornino sulla terra e sia possibile avvistare schiere di spiriti presso i cimiteri, al limitare dei boschi o vicino a trivi e quadrivi isolati e bui. Anche in questo caso si tratta di una credenza estremamente diffusa in tutto il folklore europeo e legata ai già menzionati cardini del periodo invernale: il Giorno dei Morti, Natale/Capodanno e Carnevale.

Ancora una volta le credenze casertane sembrano essere il riflesso e la trasposizione di un tema ben più diffuso che caratterizza l’Europa centrale e settentrionale andando a infittire la rete di connessioni e parallelismi tra cultura celtica e germanica e tradizioni dell’Italia meridionale. Il tema mitico da cui emanano le credenze relative al ritorno sulla terra delle anime dei morti in determinate notti è rintracciabile nella cosiddetta Caccia Selvaggia. A partire dall’XI secolo in varie zone d’Europa cominciarono a comparire testi in latino e in volgare che riferivano delle apparizioni dell’Esercito Furioso e della Caccia Selvaggia (anche detta Wilde Jagd, Chasse sauvage, Wild Hunt, Chasse Arthur), credenze in cui vanno riconosciute epifanie delle schiere dei morti e più precisamente delle schiere dei morti in battaglia e dei bambini non battezzati.

Tali leggende dalla innegabile matrice magico-religiosa sono sopravvissute anche nella cultura tradizionale della Campania settentrionale sia nei racconti relativi alla “Schiera dei Morti” che sarebbe possibile avvistare nella notte tra 31 ottobre e 1 novembre, sia nella simmetrica ritualizzazione — seppure in forme molto degradate — di tale mitologema riscontrabile nei cortei fanciulleschi dei “Cicci muorti. Ancora una volta ci si trova al cospetto di elaborazioni locali di temi e rituali ben più diffusi, in particolare della consuetudine delle torme chiassose e festanti di ragazzi (spesso mascherati) questuanti che giravano per paesi e campagne e in cui “è stata riconosciuta una raffigurazione delle schiere dei morti” [9].

Tali schiere di fanciulli, all’apparenza giocose, che giravano di casa in casa per chiedere dei doni richiamano innegabilmente alla schiera dei morti, anche nei casi in cui tale connessione non è assimilata in maniera consapevole dai partecipanti alle torme. Pure in questo caso il tema della schiera festanti e questuanti di fanciulli compare con forme diverse durante i tre periodi cardine dell’inverno: le mascherate di Halloween/Ognissanti, i canti itineranti e le pantomime di Natale e Capodanno, i cortei e le pantomime carnevalesche.

La tradizione campana, e in particolare della zona Aurunca e del Massico, dei “Cicci muorti” (Semi morti) è straordinariamente affine per tempi e ritualità a quanto si è conservato nei paesi anglosassoni all’interno delle celebrazioni di Halloween. La sera del 31 ottobre schiere di fanciulli andavano in giro per le case e, al pari del “dolcetto o scherzetto”, bussavano alle porte gridando “…’i cicci muorti, ‘i cicci muorti” (“i semi morti, i semi morti”): a quel punto il padrone, o molto più spesso la padrona, di casa elargiva piccoli doni come castagne, noci o fichi secchi.

Il riferimento ai “semi morti” è stato spesso spiegato in relazione alla consuetudine di far bollire dei semi di grano al fine di preparare una zuppa con miele o zucchero, un dolce povero che veniva donato ai questuanti. Ma il legame tra semi e morte può essere decifrato in modo più profondo se si tiene conto dello specifico simbolismo del seme in seno alle società rurali. A tale proposito le riflessioni sulla “mistica agraria” dello storico delle religioni Mircea Eliade riescono a fornire la chiave per decifrare in modo congruo la ritualità espressa dalle schiere dei “Cicci muorti” nel casertano. Nel suo Trattato di storia delle religioni scrive:

“L’agricoltura, come tecnica profana e come forma di culto, incontra il mondo dei morti su due piani distinti. Il primo è la solidarietà con la terra; i morti, come i semi, sono sotterrati, penetrano nella dimensione ctonia accessibile solo a loro. D’altra parte, l’agricoltura è per eccellenza una tecnica della fertilità, della vita che si riproduce moltiplicandosi, e i morti sono particolarmente attratti da questo mistero della rinascita, della palingenesi e della fecondità senza posa. Simili ai semi sepolti nella matrice tellurica, i morti aspettano di tornare alla vita sotto nuova forma.”

[10]
Godfried Schalcken, Boy holding a candle to illuminate a Halloween mask, XVII secolo

È in questo tipo di concezione che va inserita anche la tradizione dei “Cicci muorti” del casertano: il seme non va letto esclusivamente come l’ingrediente del dolce tradizionale ma rappresenta l’epifania del mistero della rigenerazione della natura e della rinascita delle anime dei morti nel giorno a loro dedicato. I fanciulli dei “Cicci muorti” incarnano le anime dei morti che, al pari dei semi, attendono sotto terra di rinascere a nuova vita. E le offerte elargite alle schiere dei fanciulli sono simmetriche a quelle lasciate sulle tavole imbandite per i morti e le divinità notturne. I fanciulli — e in particolare quelli appartenenti agli strati sociali più umili che animavano le torme — rappresentavano le anime dei defunti, ogni offerta data loro era un’offerta data direttamente alle anime dei morti per ingraziarle e propiziare il nuovo ciclo.

In questa cornice il ruolo di tali rituali appare più chiaro e le relazioni con le affini manifestazioni che si tenevano al Solstizio d’inverno e a Carnevale più palesi. La concezione sacra espressa nella tradizione dei “Cicci muorti” può essere compresa ancora meglio prendendo in esame ulteriore materiale folklorico di area aurunco-calena afferente a un istituto non direttamente legato al “Giorno dei Morti”, ma caratteristico degli altri due cardini del periodo invernale. Si tratta della “Cantata dei Mesi” (o anche “Canto dei Mesi”) che veniva (e in alcuni casi viene ancora) eseguita nel periodo di Carnevale e, a volte, durante il periodo di Capodanno. La cantata è un’allegoria popolare in forma di teatro rurale durante la quale avviene una rappresentazione dei cicli cosmici e in cui le personificazioni dei mesi recitano strofe che descrivono le loro principali caratteristiche. Lo storico Nicola Borrelli descrisse la “Cantata dei Mesi” sul n. 1, anno 1925, della rivista Folklore italiano:

“Tra le rappresentazioni popolari, che negli ultimi giorni del Carnevale allietano talvolta le popolazioni del­le nostre borgate rurali, quella dei Mesi costituisce […] lo spettacolo classico; classica infatti è l’al­legorica personificazione dei periodi cronologici rispon­denti ai mesi dell’anno, classico il simbolico contenuto georgico del ciclo annuale, che, con tale rappresentazio­ne, intendesi celebrare. Grande importanza davasi un tempo allo spettacolo […] dal pubblico dei piccoli centri, il quale seguiva col più vivo interesse la preparazione del­la mascherata e che alla rappresentazione si divertiva un mondo; oggi, per ovvie ragioni, l’interesse è assai sce­mato, tanto che solo di rado e soltanto in qualche vil­laggio ove più tenacemente si conservano antiche tra­dizioni, suol festeggiarsi con la cavalcata dei Mesi l’ul­timo giorno di Carnevale.” 

[11]

Borrelli riferisce che in area aurunca già nel 1925 la tradizione era scemata, ma per quel che concerne l’area calena la rappresentazione era viva a Calvi Risorta durante il Carnevale fino alla metà degli anni ’80 del Novecento. Lo storico Antonio Martone informa che:

“A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, la rappresentazione dei Mesi ancora resisteva a Pignataro Maggiore e dintorni: infatti nella piazza del paese si schierarono in bella mostra i 12 mesi a cavallo e cantarono ognuno la propria strofa; il ricordo è sbiadito, ma è rimasto impresso nella nostra memoria e in quella di altri amici coetanei. Dobbiamo precisare che il gruppo dei Mesi era costituito da elementi non del luogo, ma provenienti dalla vicina Pantuliano e pare che la stessa comitiva rappresentasse anche un’altra sceneggiata: Zingari e caurarari.”

[12]

Tali testimonianze sono utili per sottolineare la diffusione del canto ma, tornando al rapporto tra morti e semi, un’attenta analisi dei versi declamati dal mese di novembre, appunto il mese dei morti, può fare maggiore chiarezza sulla tradizione dei “Cicci muorti“. Chi impersonava Novembre vestiva di panno nero, con bande e orlature d’oro sull’abito e sul cappello; aveva in mano grano e confetti che distribuiva lanciando sulla folla (il primo agli uccelli, i secondi alle belle donne). Nella strofa che cantava il simbolismo del seme era centrale:

Io so’ Nuvembre c’a semmenatúra, l’ho semmenàta justa la semmenta, l’ho semmenàta a la bona stagione, pe’ fa’ sta’ li padruni allegramente; mo’ m’abbisogna ‘nu lavuratore, n’ato che me mantène la jummènta. Chesto lu meno a bui e a gli auciegli, chesto lu meno a cheste donne belle!

[Traduzione: Io sono Novembre con la seminagione, l’ho seminata giusta la semente, l’ho seminata di buona stagione, per far stare i padroni allegramente; ora ho bisogno di un lavoratore, un altro che mi mantenga la giumenta. Questo lo meno a voi e agli uccelli, questo lo meno a queste donne belle.]


(trascrizione e traduzione di Antonio Martone) [13]

Nella strofa e nella rappresentazione scenica della “Cantata dei mesi” relativa alla seminatura di novembre si scorgono in modo inequivocabile le tracce del rito agreste arcaico: 1) seminare in modo giusto e nel tempo appropriato, 2) far stare bene i padroni (probabilmente un riferimento a entità sovrannaturali, come per i romani manes ovvero “i buoni”), 3) governare la giumenta, simbolo dell’anno, 4) fare un’offerta di grano e confetti ai presenti (o forse ai “padroni”), agli uccelli e alle donne per propiziarne la fertilità. I residui del cerimoniale appaiono con chiarezza e acquisiscono maggiore potenza a valle della riflessione di Eliade sul simbolismo che lega semi (la seminatura citata nella strofa) e morti (la strofa si riferisce al mese a loro dedicato). La consapevolezza della rinascita della natura in seguito alla seminatura e la simmetrica prospettiva della resurrezione dei morti sembrano essere, a questo punto, elementi acquisiti nel profondo dalla cultura contadina. E i “Cicci muorti” dell’area Aurunca e del Massico una ineludibile epifania di tale concezione magico-religiosa.

Les Tres Riches Heures Du Duc de Berry (The Book of Hours): Novembre. Fratelli Limbourg, 1412-16. 

Conclusioni

L’analisi di tali istituti folklorici specifici della Campania settentrionale ha consegnato la possibilità di delineare affinità e parallelismi con similari espressioni della cultura popolare europea. Affinità e connessioni che possono sia suggerire contatti storici sia richiamare antichissime matrici comuni.

Ne va dedotto che lo studio delle specificità culturali di una determinata area non può essere disgiunto da uno sguardo d’insieme più largo al fine di inquadrare nel giusto contesto ogni fenomeno. A tale proposito è utile sottolineare le innegabili parentele che legano le lanterne di zucca di Partignano con quelle della tradizione celtica, le credenze relative alla Schiera dei Morti con quelle relative alla Caccia Selvaggia; vanno evidenziate le simmetrie che collegano il “Pasto dei Morti” con le tavole imbandite per le divinità notturne alle calende di gennaio, e quelle che coinvolgono le torme di fanciulli dai “Cicci muorti” alle mascherate di Carnevale passando per le cantate e le pantomime di Natale/Capodanno. Le espressioni locali rappresentano diverse stratificazioni/storicizzazioni formatesi a partire da una matrice arcaica magico-religiosa collocata fuori dal tempo e per tale motivo sacra, ovvero separata dalle dimensioni del quotidiano.

I contesti esaminati vanno inquadrati in relazione al legame dei tre principali cardini dell’inverno: Ognissanti, Dodici Giorni e Carnevale rappresentano altrettanti momenti in cui vengono infranti l’ordine e le consuetudini permettendo a potenti forze soprannaturali di penetrare nella dimensione degli esseri umani. Forze con cui l’uomo ha sempre cercato di relazionarsi, da cui ha sempre cercato di assorbire energie e potenza al fine di ottenerne migliori condizioni di vita, migliori raccolti e una fertilità senza limiti.

Si tratta di credenze e tradizioni antiche che provengono dagli strati più profondi della nostra cultura e che nel giro di pochi decenni rischiavano di scomparire quasi del tutto sotto la spinta di una modernizzazione ottusa. Recuperare tali credenze — o i brandelli che ne restano — non significa affatto decontestualizzarle perché oramai non più funzionali alla vita contemporanea, ma significa anzi recuperare e preservare il senso vero e originario della nostra esistenza qui e ora.


NOTE:

[1] Si veda M. Palmesano, “Il Giorno dei Morti: le radici pagane del culto Cristiano”, su Microsphera

[2] M. Eliade, J. Ries (a cura di), Dizionario delle Feste, Jaca Book, 2021, p. 148

[3] A. M. Di Nola, La Nera Signora – Antropologia della morte e del lutto, Newton Compton, 1995, p. 289

[4] Testimonianze raccolte in settembre/ottobre 2021 durante le interviste effettuate per i lavori del nuovo catalogo del Museo della Civiltà Contadina e Artigiana di Pignataro a cura di Fiorenzo Marino e Massimiliano Palmesano

[5] Si veda M. Palmesano, “Le streghe di Alicudi: donne volanti, tagliatori di tempeste e pane psichedelico. Note di foklore eoliano”, su AxisMundi.blog

[6] C. Ginzburg, Storia notturna – Una decifrazione del sabba, Adelphi, 2017, p. 191

[7] ibidem

[8] Ivi p 92

[9] Ivi 190

[10] M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Universale scientifica Boringhieri, 1988 (1976), pp. 363-364

[11] N. Borrelli, Tradizioni Aurunche: la canzone dei mesi in Folklore italiano – Archivio trimestrale per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane, Anno I, Fascicolo I, Marzo 1925

[12] A. Martone, Canti popolari di Terra di Lavoro: i Mesi, in Il Sidicino, Anno VII, n. 8, Agosto 2011

[13] Trascrizione e traduzione di Antonio Martone, ibidem


BIBLIOGRAFIA:

AA.VV., Folklore italiano – Archivio trimestrale per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane, Anno I, Fascicolo I, Marzo 1925

J. J. Bachofen, Il simbolismo funerario degli antichi, Jouvence, 2020

E. De Martino, Morte e pianto rituale – Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Einaudi, 2021

A. M. Di Nola, La nera signora – Antropologia della morte e del lutto, Newton Compton, 1995

M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, Universale scientifica Boringhieri, 1988 (1976)

M. Eliade, J. Ries (a cura di), Dizionario della vita, morte ed eternità, Jaca Book, 2021

M. Eliade, J. Ries (a cura di), Dizionario delle feste, Jaca Book, 2021

C. Ginzburg, I benandanti – Stregoneria e culti agrari tra ‘500 e ‘600, Adelphi, 2020

C. Ginzburg, Storia notturna – Una decifrazione del sabba, Adelphi, 2017

G. Malacarne, Il lutto e il nero, Rituali e dinamiche della morte tra Medioevo ed Età Moderna, Oligo, 2021

A. Martone, Canti popolari di Terra di Lavoro: i Mesi, in Il Sidicino, Anno VII, n. 8, Agosto 2011

Pro Loco Pinetarium (a cura di), Pignataro com’era, Piccola Editalia, 2015

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