Roerich, Gurdjieff, Blavatsky: i segreti del deserto del Gobi

Durante la spedizione del 1927 in Asia centrale, il pittore ed esploratore russo Nicolas Roerich mosse verso il deserto del Gobi, in Mongolia, attraversando la palude salina di Qaidam (Tsaidam). Le tradizioni riportate da Madame Blavatsky e da Georges Ivanovič Gurdjieff, nonché i racconti del folklore locale, lo dicevano sede di un antico mare, all’interno del quale si tramandava si fossero sviluppate civiltà avanzate ora dimenticate e città leggendarie ora sepolte dalle sabbie.

di Vincenzo Pisciuneri

Tratto da La missione di Roerich in Asia. Shamballa, pp. 14 – 21. Copertina: Nicolas Roerich, Maytreya, Keyong, 1931

Nel mese di settembre del 1924, Nicholas Roerich lascia temporaneamente il Sikkim per andare in Europa e in America. Grazie ai contatti e agli sforzi dei suoi amici e discepoli americani, ottiene il permesso di viaggiare sotto la bandiera americana e gli vengono forniti tutti i documenti necessari. Poiché la spedizione doveva andare nei Monti Altai situati in territorio sovietico, N. Roerich doveva mettersi in contatto i rappresentanti diplomatici del governo sovietico all’estero per ottenere il visto per entrare nell’Unione Sovietica e giungere a Mosca con il segreto compito di consegnare alle autorità politiche una missiva dei Mahatma. Sulla via di ritorno dagli Stati Uniti, Nicholas Roerich parlò con Cicerin, il rappresentante sovietico a Berlino, il quale gli confermò la necessaria assistenza da parte delle autorità sovietiche. La visita di N. Roerich all’ambasciata sovietica a Berlino non passò inosservata ai servizi segreti britannici.

Il percorso della spedizione attraversò il Sikkim, il Kashmir, il Ladakh, la Cina (Xinjiang), l’Altai, la Mongolia, e il Tibet. Perché fu scelto proprio quell’itinerario? Per quanto riguarda gli scopi scientifici e culturali, la risposta viene quando si studia non solo il percorso fatto dalla spedizione, ma anche le opinioni storiche di Roerich. I coniugi Roerich erano teosofi, Helena con la collaborazione di Nicolas tradusse La Dottrina Segreta in russo, scritta originariamente in inglese. Nella parte introduttiva alla Dottrina Segreta di H.P. Blavatsky sono fornite precise informazioni riguardanti antiche civiltà che fiorirono attorno alla depressione del Takla Makan facente parte del deserto del Gobi che un tempo era una regione fertile.

Un esploratore russo, il Generale Prjevalsky, nel 1873 fece il resoconto delle proprie scoperte nel deserto del Takla Makan: trovò presso l’oasi di Cherchen corpi naturalmente disidratati di uomini e donne occidentali, inoltre Prjevalsky udì leggende su altre ventitré città sepolte da secoli sotto le sabbie del deserto. Il racconto dell’esploratore russo Prjevalsky riguardante le mummie occidentali non ha avuto eco in campo scientifico, le sue scoperte sarebbero finite nell’oblio se H.P. Blavatsky nel XIX secolo, non le avesse riportate nella prefazione della Dottrina Segreta. È risaputo che il tempo è un galantuomo che restituisce a ognuno il suo, dovevano però passare cento anni, aspettando il 1978 con la scoperta “ufficiale” delle mummie dalle caratteristiche somatiche occidentali da parte degli archeologi cinesi.

N. Roerich, Guardian of the Desert, 1941

Per quanto riguarda il viaggio alle Porte di Shamballa, altre Informazioni riguardanti l’ubicazione di Shamballa con il deserto del Gobi si trovano negli scritti di H.P. Blavatsky. Per Nicolas Roerich il luogo recondito, Shamballa, aveva una posizione geografica esatta.

Certe indicazioni, nascoste dai simboli, indicavano il sito di Shamballa nel Pamir, in Turkestan e nel Gobi […] tuttavia non dimentichiamo, che anche i kirghisi dei monti del Kun Lun abitano in capanne e si occupano dell’allevamento di bestiame.

Questi luoghi, secondo N. Roerich, erano menzionati perché vicino a Shamballa la gente viveva in capanne e si occupava dell’allevamento di bestiame. Il Kun Lun era menzionato da Roerich più di una volta in relazione a quei luoghi di orientamento che si riferivano al Paese Recondito. Questo crinale figurava anche nelle leggende degli uomini di antica fede che parlavano di pellegrinaggio alla ricerca di Belovodye. Questo itinerario decifrato geograficamente da Roerich faceva parte di quello della spedizione in Asia Centrale.

Perché fu scelto proprio quell’itinerario? Sul tratto del Sikkim vi erano monasteri antichi. N. Roerich incontrò dei lama, fece lunghe conversazioni con i loro priori. Le leggende nascevano dal sacro Kanchenjunga, detto la Montagna dei Cinque Tesori. Una realtà sconosciuta stava dietro queste leggende. Il pittore russo era in contatto con questa realtà e la rispecchiò nelle tele dipinte in Sikkim. La realtà stessa assomigliava alla leggenda. L’itinerario definitivo della spedizione in Asia Centrale fu elaborato lì, nel Sikkim. N. Roerich, era interessato a trovare attraverso i tumuli, le pitture rupestri ed altro le tracce dei percorsi migratori di antichi popoli da occidente ad oriente e viceversa. Voleva essere il primo occidentale a dipingere e documentare le vaste catene montuose dell’India, del Tibet e dell’Asia Centrale e cercare di scoprire i tesori a lungo nascosti dalle sabbie del deserto.

Si comprende perché il tragitto della prima grande spedizione in Asia centrale di Roerich disegna un cappio, un anello, intorno al deserto o ex Mare del Gobi, esplorando le montagne che contornano il deserto.

Mare del Gobi (ipotetica ricostruzione effettuata dall’autore)

I segreti del deserto del Gobi

Le tundre del Nord e il deserto di Gobi nascondono tesori, ma sarebbe forse ben fatto affrettarsi a rivelarli? Solo un alto livello di coscienza saprebbe trattare valori tanto preziosi. Conoscendo la spirale dell’evoluzione non si gettano diamanti sotto le ruote dei carri.

Dove adesso si trovano solo laghi salati e, i desolati deserti, del Gobi, del Takla Makan, di Tsaidam e della Zungaria, vi era un vasto mare interno che si estendeva sull’Asia Centrale. Questo mare rimase fino all’ultimo grande periodo glaciale, quando circa 12.000 anni fa un cataclisma locale spazzò via le acque al Sud e all’Ovest, formando un grande e isolato deserto, lasciando un’oasi, con un lago e un’isola al centro. Il deserto del Sahara si è formato allo stesso modo: all’inizio un mare aperto, poi divenne lago e infine si disseccò lasciando posto solo alle sabbie. In questo mare, vi era una splendida Isola Bianca (Shveta-Dvipa), sopra la quale fu costruita la città di Shamballa, che per la sua bellezza non aveva rivali al mondo […] era abitata dagli ultimi residui della razza che precedette la nostra: misticamente chiamati i Figli della Nebbia di Fuoco. […] L’isola nel Mare del Gobi con i suoi resti di una splendida civiltà, esiste tuttora come oasi circondata da sabbie che non sono state calpestate da piedi di uomini.

Le comunicazioni con l’Isola Bianca, ci informa H.P. Blavatsky, avvenivano tramite passaggi sotterranei, che comunicavano in tutte le direzioni, l’isola è ora ricoperta dalle sabbie del Gobi. Le sabbie del deserto del Gobi si muovono continuamente spinte da terribili raffiche di vento che soffiano in continuità. Le leggende, le tradizioni locali narrano che in un lontano passato lì vi era la sede di uno dei più ricchi imperi del mondo. Marco Polo nel descrivere il Deserto del Gobi scriveva che si udivano suoni, a volte canti e a volte gemiti che ispiravano terrore nei viandanti. In ogni caso le sabbie del Deserto del Gobi sono anche note come sabbie che cantano, un fenomeno naturale per gli scienziati. La posizione di Shambhala nel deserto del Gobi descritta da H.P. Blavatsky non è sorprendente, giacché i Mongoli, tra cui i buriati della Siberia e i calmucchi della bassa regione del Volga, erano forti seguaci del Buddhismo tibetano, in particolare gli insegnamenti del Kalachakra. Da molti secoli, i Mongoli in tutto il mondo credono che la Mongolia è la terra a Nord di Shambhala.

N. Roerich nel 1935 dipinse ciò che vide nel Deserto del Gobi, in Mongolia, davanti a dei piccoli menhir: una scultura di pietra, che raffigura un Guardiano, con un Calice ornato da fuoco posto nella sua mano sinistra. N. Roerich ammise che a volte un calice era un simbolo di fuoco, e non potrebbe essere collegato con il concetto di un rituale di sepoltura. Il calice è collegato al Graal e alla pietra del cielo Cintamani, pertanto, la scultura del guardiano con il calice è un’indicazione e un avvertimento: ci si trova in un luogo sacro protetto.

N. Roerich, Guardian of the Chalice, 1935

N. Roerich rese testimonianza con i suoi dipinti ogni volta che si trovava di fronte ad un’opera d’arte perché era consapevole che quello che lui aveva ammirato un giorno non fosse stato più possibile per l’opera distruttiva degli uomini. La distruzione delle enormi statue a Bamiyan per opera dei fanatici talebani conferma tristemente i timori di N. Roerich.

[…] che una statua inestimabile possa essere distrutta da un fanatico, o un monumento da un ignorante – in tutto questo c’è una ferocia abissale […] Lasciando un prezioso monumento nel deserto, abbiamo spesso chiesto la guida, “sarà sicuro?” E, saggio in esperienza, lui scuoteva la testa: “Può essere da bestie, ma difficilmente dalla gente.”

La tradizione narra che sotto le sabbie vi siano nascoste grandi ricchezze, statue, armi oggetti artistici. Nessuno dei locali osa toccare il tesoro perché si dice che sia sotto un potente incantesimo. La scoperta sarebbe pagata con la morte. Crudeli spiriti di nome Bahti, custodiscono i luoghi fino al tempo prescritto per la loro riscoperta. Questi luoghi, afferma la Signora Blavatsky, sono gelosamente difesi contro qualsiasi intrusione straniera. Marco Polo chiama il deserto del Gobi, deserto di Lop (vicino alla città di Lop, oggi Charklik, nei pressi del lago salato di Lop Nur) o Gran Deserto. Marco Polo ci dice che si impiega un anno ad attraversarlo. Il cibo e l’acqua sono scarsissimi e si rischia di perdersi a causa di allucinazioni e spiriti maligni ingannevoli, scriveva che:

È un fatto assodato e riconosciuto che questo deserto ospiti molte presenze maligne, che spingono i viaggiatori alla distruzione con le illusioni più straordinarie.

N. Roerich, Guardian of the Chalice, 1928

Questi spiriti, o djinn,

a volte riempiono l’aria con i suoni di ogni tipo di strumento musicale, e anche di tamburi e il fragore delle armi […] quando l’uomo cavalca di notte per il deserto, succede questo che se qualcuno rimane indietro dai compagni per dormire o per altro, quando poi vuole raggiungerli, ode parlare spiriti nell’aria che assomigliano ai suoi compagni e più volte si sente chiamare con il suo nome proprio ed è fatto sviare talvolta in modo che mai più lo si trova; e molti in questo modo si sono già perduti.

Gurdjieff, nel 1898, dopo aver visitato la mistica comunità di Sarmung, situata sugli altopiani del Pamir dove nasce il fiume Oxus, decise di esplorare il Deserto del Gobi. Non disse cosa scoprì tra le sabbie, scrisse che il suo gruppo aveva ideato un sistema per vedere ciò che le sabbie mosse dal vento nascondevano.

Facemmo loro molte domande ed essi ci svelarono ogni genere di credenze riguardanti il Deserto del Gobi. Nella maggior parte dei racconti si affermava che sotto le sabbie dell’attuale deserto erano sepolti villaggi e perfino intere città, con innumerevoli tesori e ricchezze appartenuti a popoli che avevano abitato la regione, un tempo prospera. Il luogo dove erano queste ricchezze, si diceva, era conosciuto da alcuni uomini dei villaggi vicini; era un segreto che si tramandavano da padre in figlio, sotto il vincolo del giuramento, e chiunque violasse questo giuramento doveva subire un castigo speciale […] cosa che molti avevano sperimentato […] più di una volta si fece allusione a una certa regione del deserto, dove era sepolta una grande città.

N. Roerich, Tsaidam Swamps, 1929

N. Roerich nel 1927 nel corso della sua spedizione in Asia Centrale, tornando dalla Mongolia, attraversò il deserto del Gobi. Dirigendosi verso l’altopiano del Tibet giunse nell’arido bacino del Qaidam o Tsaidam, delimitato fra i monti dell’Altyn Tagh che lo separano dal Taklamakan e dai monti del Kun Lun che lo separano dall’altopiano del Tibet.

Chi rammenta ormai gli splendidi signori di Atlantide? Solo presso le paludi di Tsaidam si possono ancora vedere immagini delle radiose città di quel tempo.

Qaidam (Tsaidam) nome mongolo che significa “palude di sale” — un quarto del bacino è, infatti, coperto da laghi e da cedevoli litorali di sale, pericolosi perché è facile affondare. Qaidam è anche la sede del Lago Qarhan, che contiene 60 miliardi di tonnellate di sale. N. Roerich nel 1929 pitturò le paludi di Qaidam e i luoghi sembrano essere quelli delle recenti scoperte nel deserto di Tsaidam. Nel 1996 sono stati scoperti nei pressi della città di Delingha, vicino alle pendici del Monte Baigong all’interno di tre grotte, una serie di serie di tubi metallici incorporati nella roccia di cui uno di 40 cm di diametro, che risalirebbero a un periodo compreso tra i 70.000 e i 150.000 anni fa. Ad accentuare il mistero del luogo, ai piedi della collina vi è una distesa di pietre che assomigliano ai Menhir e a quelle antiche sepolture che N. Roerich ha perpetuato nel dipinto Kereksury.

Il Deserto del Gobi un tempo era un mare, attorno al quale fiorivano e prosperavano civiltà. Alla fine del diciannovesimo secolo H.P. Blavatsky nel proemio della Dottrina Segreta scriveva che:

Le regioni ora desolate e prive d’acqua del Tarim – un vero deserto nel cuore del Turkestan – erano anticamente coperte da città ricche e fiorenti […] La gigantesca continua muraglia di montagne che circonda tutto l’altopiano del Tibet, dal corso superiore del fiume Khuan-Khe alle colline del Karakorum, ha visto una civiltà durata millenni che potrebbe narrare strani segreti al genere umano. Le parti orientali e occidentali di queste regioni – il Nan-Shan e l’Altyn-Tagh – erano un tempo ricoperte di città che avrebbero potuto gareggiare con Babilonia. Un intero periodo geologico è trascorso su quella terra da quando quelle città sono scomparse, come testimoniano i monticelli di sabbia mobile e il suolo ora sterile e morto delle immense pianure centrali del bacino di Tarim. All’interno di questi altipiani di sabbia c’è l’acqua e si trovano fresche e fiorenti oasi […] alcune completamente inaccessibili […] Costruiti nelle profondità delle viscere della terra, i magazzini sotterranei sono al sicuro; e siccome le loro entrate sono nascoste, non esiste il pericolo che siano scoperte, anche se numerosi eserciti dovessero invadere i deserti sabbiosi.

N. Roerich, Black Gobi, 1928

Così profonda era la sua devozione alla memoria di H.P. Blavatsky che N. Roerich nel 1925 dipinge “Il Messaggero” a lei dedicato e lo portò personalmente ad Adyar, alla sede internazionale della Società Teosofica. Helena Roerich afferma che H.P. Blavatsky era un messaggero della Fratellanza Bianca di Shambhala.

H.P. Blavatsky fu indubbiamente un’ardente messaggera della Fratellanza Bianca, ed è assolutamente certo che portò una conoscenza affidabile. Certamente fra tutti i teosofi, solo la Blavatsky ebbe il privilegio di ricevere l’Insegnamento direttamente dai Grandi Maestri in uno dei loro Ashram in Tibet. Lei fu il grande spirito che accettò l’amaro compito di trasmettere all’umanità, perduta nei dogmi morti e sulla via dell’ateismo, l’impulso a studiare la grande Dottrina sacra dell’Oriente. Infatti, solo tramite H.P. Blavatsky fu possibile avvicinarsi alla Fratellanza Bianca, perché lei era l’anello di congiunzione alla Catena gerarchica.

Lo studioso orientalista David Reigle dimostra che per H.P. Blavatsky gli Istruttori dell’insegnamento sono stati effettivamente affiliati Buddismo Vajrayana, e al Kalachakra Tantra, inoltre erano anche affiliati in una tradizione più segreta, non limitata al solo Tibet o al Buddismo. La metafisica presente nella Dottrina Segreta di H.P. Blavatsky e i suoi insegnanti non appartengono alla Scuola Gelugpa dei berretti Gialli, scuola a cui sia il Dalai e il Panchen Lama appartengono, Si è suggerito una più stretta affinità con la scuola Jonangpa, e con più piccoli gruppi tradizionali perseguitati.

Eppure le origini dell’insegnamento di H.P. Blavatsky non sono in Tibet, o almeno, non in lingua tibetana. Si ricorderà che la maggior parte delle scritture tibetane è stata tradotta dal sanscrito. La fonte originale può essere in una lingua diversa, che H.P. Blavatsky chiama Senzar. Il lavoro intrapreso da H.P. Blavatsky è stato continuato dai coniugi Roerich: entrambi hanno lavorato per creare un ponte fra Oriente e Occidente e per affermare una metodologia di ricerca che possiamo oggi definire come “olistica”.

N. Roerich, The Messenger, 1946

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