«Il ritorno dei Popoli delle Stelle». Gli X-Files delle Riserve Indiane

Solitamente, quando si parla di UFO e “abduction aliene”, si tende erroneamente a considerare il fenomeno come esclusivamente occidentale, per lo più limitato ai cittadini americani di discendenza europea. Tuttavia, sul medesimo suolo statunitense, anche i nativi amerindi che vivono all’interno delle riserve hanno molto da raccontare a riguardo, e dopo decenni di silenzio si sono aperti con l’autrice Ardy Sixkiller Clarke, che ha raccolto le loro testimonianze in alcuni libri, fra cui «Il ritorno dei Popoli delle Stelle», recentemente tradotto in italiano da Venexia Editrice.

di Marco Maculotti

Solitamente, quando si parla di UFO e “abduction aliene“, si tende erroneamente a considerare il fenomeno come esclusivamente occidentale, per lo più limitato ai cittadini americani di discendenza europea. Tuttavia, sullo stesso suolo statunitense, anche i nativi di origine amerindia che vivono ancora oggi all’interno delle riserve hanno molto da raccontare a riguardo e dopo decenni di silenzio si sono aperti con l’autrice Ardy Sixkiller Clarke, che ha raccolto le loro testimonianze vertenti incontri liminali se non chiaramente sovrannaturali in alcuni suoi libri, tra cui Il ritorno dei Popoli delle Stelle (2012), recentemente tradotto in italiano da Venexia Editrice.

Tra il maggio e il settembre del 1995, la fortunata serie tv The X-Files (Chris Carter) trasmise due puntate (02×25 Anasazi; 03×01 The Blessing Way) la cui chiave interpretativa principale si poteva rinvenire nella connessione tra le leggende degli abitanti autoctoni del suolo americano e il fenomeno ufologico, solitamente considerato come una creazione moderna. Nei due episodi veniva lasciato intendere che il rapporto che unisce gli Indiani d’America e i “Popoli delle Stelle” fosse cosa nota all’interno della tradizione sacra, cosa che sarebbe confermata da tutti quei racconti di nativi americani che avrebbero incontrato nei secoli enigmatiche creature solo parzialmente umane, invariabilmente dotate di poteri soprannaturali, che non di rado li avrebbero temporaneamente rapiti per condurli con loro nello spazio profondo:

Gli anziani della tribù parlavano spesso del popolo delle stelle: dicevano di incontrarlo nella capanna del sudore o in viaggi stellari attraverso lo spazio. E quando tornavano sulla Terra, ci raccontavano cose mirabolanti sui nostri antenati celesti.

(p. 180)

Questa idea sembra unire come un filo rosso tutti i 28 capitoli di Encounters with Star People. Untold Stories of American Indians; non è certo un caso, dunque, che la Clarke stessa esibisca, come raccontato nel libro, il celeberrimo poster di Fox Mulder (la fotografia meieriana del disco volante con la scritta «I want to believe» in sovraimpressione) nel suo studio. Nondimeno, pur concentrandosi non poco sulla predetta ipotesi, l’opera è composta in larga parte da testimonianze che non vedono nelle sinistre creature, incontrate il più delle volte in prima persona, i mitici Antenati ricordati dalla tradizione sacra, bensì entità altre rispetto alle prime, spesso di natura malevola nei confronti dell’umanità. In ciò bisogna riconoscere l’onestà intellettuale dell’autrice, che ha preferito dare al lettore un quadro eterogeneo del fenomeno, avulso da idealismi e facili proclami tipici del filone New Age che, soprattutto negli ultimi anni, ha sfruttato ampiamente la tematica popolazioni native ed entità sovrannaturali (alieni, Bigfoot e Sasquatch, Lemuriani del monte Shasta, e via dicendo).

The X-Files 03×01 – The Blessing Way

Rapimenti intergenerazionali

Un altro merito che va riconosciuto alla Clarke è quello di aver portato all’attenzione del pubblico una serie di testimonianze, come detto di persone appartenenti alle varie tribù degli Indiani d’America, completamente inedite, perché mai rivelate prima dagli individui che le hanno vissute in prima persona, in un arco di tempo che interessa approssimativamente l’ultimo secolo: alcuni casi, quindi, risalgono al periodo precedente il presunto UFO crash di Roswell che viene solitamente ricordato come l’episodio di cronaca da cui cominciò la vera e propria mania ufologica che ha interessato il mondo occidentale — e soprattutto gli Stati Uniti — negli ultimi settant’anni. Sembra che i territori delle riserve indiane siano sempre stati, sebbene la stampa mainstream lo abbia ignorato a lungo, teatro privilegiato di avvistamenti: idea condivisa da diversi tra gli intervistati, che descrivono all’autrice come in certe aree lo sbarco dei cosiddetti flying saucer avvenga continuativamente, attraverso gli anni e i decenni, addirittura in certi periodi quasi ogni singolo giorno. 

In alcuni casi, i contatti con gli occupanti di questi misteriosi velivoli sarebbero intergenerazionali, interessando cioè i membri di una determinata famiglia (spesso residente in zone selvagge e pressoché disabitate) attraverso le generazioni. In tutti questi casi l’incontro con gli alieni non viene mai visto come qualcosa di terrificante o di negativo, ma sembra anzi che fra questi e i nativi del posto intercorra una sorta di patto silenzioso, per cui coloro che li hanno visti o hanno interagito con loro non devono assolutamente riferire la cosa agli organi di polizia o alla stampa, o ad altri terzi. Curiosamente, leggendo il libro si può notare come diversi tra gli intervistati, che spesso hanno raccontato per la prima volta le loro esperienze sovrannaturali proprio alla Clarke, siano morti nel giro di pochi giorni o settimane dopo aver violato il patto:

L’ho raccontato a mia mamma e a mio zio. E lo zio mi ha consigliato di tenere la bocca chiusa. Mi ha detto che il popolo delle stelle visita la riserva da tempo immemore e che era meglio non parlarne in giro. Secondo lui, mi conveniva partecipare a una cerimonia di guarigione per non rischiare di ammalarmi.

(p. 117)

Questo è curioso, perché la stessa credenza si ritrovava sia nelle Americhe che in Europa con riguardo al “Piccolo Popolo”, che non casualmente viene messo in connessione con i “Popoli delle Stelle” diverse volte nell’opera qui in esame. Le popolazioni che credevano nel mondo fatato e nei suoi enigmatici abitanti — i variamente denominati fairies, sidh, korrigans, pixies, ecc. — ben conoscevano il tabù di parlare di questi con altre persone, soprattutto dopo averli incontrati personalmente e aver interagito con essi. 

E ciò può valere in una certa misura anche per quelle popolazioni più o meno “primitive” che praticavano il cosiddetto Culto degli Antenati, diffuso nel Neolitico pressoché sull’intero globo terracqueo, come dimostrò ampiamente l’antropologo britannico sir. James Frazer nel suo saggio La paura dei morti nelle religioni primitive (1933) e più tardi storici delle religioni come Mircea Eliade. Ci sembra dunque che anche nelle riserve indiane come altrove nel mondo, la moderna mitologia aliena vada a ricalcare una precedente mitologia già esistente, afferente un genere più tradizionale di alterità, quella degli spiriti e delle anime dei defunti, le quali per millenni furono gli alieni (nel senso latino di “altri”) per antonomasia.


Star People e Little People

Ma non è questo l’unico punto di contatto tra gli alieni di cui parlano gli intervistati dalla Clarke e le creature feriche delle antiche tradizioni pagane: come queste ultime, anche gli extraterrestri dell’America moderna compaiono in luoghi sacri, che sovente la toponomastica del luogo connette a presenze sovrannaturali conosciute dal folklore; in entrambi i casi si ritiene che queste entità non abbiano un’anima come l’essere umano, e di questo non sarebbero altro che una sorta di “imitazione”, ciò trovando un riscontro oltre che nella tradizione mitica anche in alcuni recenti — e a dir poco sinistri — casi di Missing 411:

Questi alieni possono penetrare i segreti del corpo umano, possono ricrearlo, ma non sanno afferrare l’essenza della nostra anima. Personalmente, credo che non abbiano un’anima. Potranno anche creare delle copie perfette del nostro corpo, delle nostre fattezze e della nostra voce, ma non sono in grado di duplicare il nostro spirito. Nessuno dei loro sosia potrà mai essere un vero Navajo.

(p. 95)

In alcuni casi riportati dalla Clarke gli alieni, dopo essere scesi dal cielo su un’astronave, riuscirebbero ad accedere al mondo sotterraneo passando attraverso le rocce, in punti in cui apparentemente non esiste qualcosa che possa essere materialmente considerato un accesso (p. 113); entrambi hanno il dono dell’invisibilità, o meglio la capacità sovrannaturale di sparire improvvisamente a loro piacimento, e talvolta si trasformano in globi di luce; entrambi al loro apparire gettano i cavalli nel terrore, facendoli imbizzarrire istantaneamente. E ancora, si parla di rapimenti di bambini e di changeling lasciati al loro posto, tematica già presente nel folklore antico.

La tradizione cherokee attribuisce la responsabilità di detti rapimenti misteriosi al cosiddetto “Popolo della Luna” che, secondo la leggenda, dimorerebbe sottoterra e avrebbe la pelle blu e gli occhi molto grandi, conseguenze della loro scarsa sopportazione della luce solare (pp. 145 e 256). Una leggenda, quest’ultima, che ricorda in maniera molto fedele non solo le ben note credenze europee sul “Popolo segreto” — non ultima quella medievale dei “Bambini Verdi di Woolpit” (nella contea del Suffolk, XII secolo) — ma anche quelle analoghe di alcune popolazioni indigene sparse per tutto il pianeta, come la credenza nella genia sovrannaturale dei Patupaiarehe in Nuova Zelanda e quella dei nativi hawaiiani nei similari Menehune.

Rappresentazione litica di due membri del “Popolo della Luna” (Moon-Eyed People), Murphy, North Carolina

Come nel caso dei fairies, alcuni intervistati avanzano l’idea che le abduction aliene e le operazioni e i test medici a cui i misteriosi occupanti delle navicelle sottopongono i rapiti siano una conseguenza del fatto che siano una razza che si sta estinguendo, e quindi necessitino di sangue e sperma umano per proseguire la loro esistenza; ipotesi avanzata anche da insigni studiosi del foklore gaelico, che alcuni mettono in relazione anche con le sinistre mutilazioni del bestiame, fenomeni vissuti in prima persona anche da certi Indiani intervistati dalla Clarke.

In alcuni casi, si afferma che i “Popoli delle Stelle” insegnerebbero agli umani rapiti certi metodi di guarigione, cosa che si ritrova anche nella tradizione fae britannica dei fairy-doctors, che come i medicine-men amerindi apprenderebbero proprio dai fairies o dagli spiriti la propria scienza occulta. Altri intervistati sostengono che essi portino via con sé certi “eletti” sia mentre sono ancora in vita che dopo la morte, conducendoli nel loro mondo cosmico: un tema che ricorda da molto vicino le antiche storie riguardanti individui che venivano portati a Fairyland, luogo sovrannaturale da cui non sarebbero più tornati indietro (un fenomeno che nella lingua anglosassone viene reso con la splendida locuzione Spirited away, purtroppo intraducibile in italiano).

In un caso menzionato dalla Clarke, avvenuto nel 1930 presso il lago di Anjikuni, nel Canada settentrionale, si parla addirittura di un villaggio di duemila pescatori eschimesi che da un giorno con l’altro si sarebbe letteralmente svuotato (pp. 33-34): leggenda vuole che siano stati “prelevati” in massa dai “Popoli delle Stelle”, per condurli nel loro Paradiso, ubicato “in cima al mondo”, nell’estremo settentrione del polo artico, al di là dei ghiacci eterni (pp. 147-149); una credenza che, sotto la patina che si pretende assolutamente storica, occulta significati esoterici elevatissimi e diffusi in tutto il mondo, e segnatamente il mito della Terra Paradisiaca ubicata all’estremo Settentrione del mondo, prima culla e luogo di origine dell’umanità. Nel libro che recensiamo in questa sede, la storica Mary Winston, proveniente dallo stato dell’Alaska, rivelò alla Clarke:

I nostri nonni ci raccontavano le storie che il nostro popolo si era tramandato per migliaia di anni. Noi veniamo dal popolo delle stelle che vive in cima al mondo. […] È sotto il Polo Nord. Gli uomini delle stelle che ci portarono sulla Terra rimasero qui con noi e andarono a vivere sottoterra, in cima al mondo.

(p. 149)
Jon Lomberg, Star Seeds

Visitatori cosmici e «insetti giganti»

Nondimeno, come detto, sovente gli intervistati sottolineano una differenza tra i vari “Popoli delle Stelle”, da vedersi dunque non come una specie omogenea ma al contrario variegata, composta da diversi tipi di entità, ognuna con le proprie peculiarità esteriori e caratteriali e con i propri scopi, ora benevoli ora malevoli, nei confronti dell’umanità e del nostro pianeta, sebbene per lo più venga sottolineato il “principio di non interferenza” come corollario principale delle interazioni con gli esseri umani (un leitmotiv che si ritrova anche nella tradizione ufologica occidentale, da George Adamski in poi).

Altri temi comuni sono il presunto interesse degli Star People per le basi militari, nucleari e missilistiche (pp. 119-127), l’idea dell’astronave come una sorta di “organismo vivente” che può modificare a piacimento la propria forma, all’occorrenza riuscendo a  mimetizzarsi con l’ambiente circostante, o ancora come una “città in miniatura”, piena di luci colorate. Anche la comunicazione telepatica, la capacità di leggere nel pensiero e quella di cancellare i ricordi, oltre che l’esperienza del cosiddetto Missing Time durante gli incontri ravvicinati del quarto tipo, sono comuni sia alla tradizione ufologica occidentale che a quella amerindia, così come pure l’improvviso malfunzionamento di automobili e strumenti elettronici durante l’esperienza. Dinnanzi a questo genere inspiegabile di fenomeni, alcuni intervistati dall’autrice si domandano:

Ci è sempre stato detto che Dio ha creato l’uomo a sua immagine.
Beh, se le cose stanno così, chi ha creato quella cosa?

(p. 224)
Petroglifi di Judaculla Rock, North Carolina

Dei suddetti “Popoli delle Stelle”, uno che viene menzionato più di una volta dagli intervistati che affermano di esserci entrati in contatto presenta un aspetto solo lontanamente antropomorfo, caratterizzato piuttosto da una somiglianza con il regno degli insetti. Un testimone del Sud-Ovest descrive i membri di questa razza aliena come «insetti giganti, con gli occhi molto grandi […], braccia e gambe sottili e la pelle bianca e gelatinosa come la colla [che] a toccarla, sembra fatta di lattice» (p. 157). Zia Eve, una signora quasi ottantenne per metà Cherokee e per metà Choctaw, ne dà una descrizione analoga:

Somigliavano più che altro a degli insetti… grossi insetti con gambe e braccia lunghe e sottili, sproporzionate rispetto al corpo. Anche il collo era lungo e sottile e doveva reggere teste grosse come cocomeri. Gli occhi erano rotondi e sporgenti e al posto del naso avevano una specie di lieve protuberanza con due piccoli fori ai lati. La bocca, infine, era priva di labbra; quando la tenevano chiusa, sembrava un taglio fatto col rasoio. Nel complesso, sembravano per metà insetti e per metà umani […]

(p. 204)

Un’altra razza di visitatori alieni viene, al contrario, descritta di bell’aspetto e di intenzioni benevoli: «alti, magri e biondi» (p. 208), o in alternativa con i capelli bianchi come la neve, e con una carnagione così chiara «che si poteva quasi vedere attraverso il loro corpo», le dita «sottili e affusolate, molto più lunghe di quelle umane», gli occhi cangianti e una sorta di areola a circondare le loro teste (p. 22), in genere vestiti con una tuta intera molto attillata, indumento indossato anche da altri tipi di “Popoli delle Stelle”, spesso di statura minore (dal metro al metro e 70) e dalla pelle rosa, grigia o scura. Questi misteriosi visitatori, altezza a parte, ricordano da molto vicino alcune razze mitiche del folklore indigeno, come i già menzionati Patupaiarehe neozelandesi e i loro omologhi hawaiiani denominati Menehune.

Almeno di alcuni di essi viene data per scontata la provenienza galattica, e non di rado sono proprio gli stessi visitatori a indicarla agli allibiti terrestri che si trovano al loro cospetto. Alcuni di essi affermano di provenire dalle Pleaidi (pp. 31 e 126), o più generalmente dalla costellazione del Toro (p. 25), o da Sirio, luoghi cosmici che secondo molte mitologie dei popoli nativi americani sarebbero il luogo da dove originariamente vennero sulla Terra i primordiali antenati delle tribù amerindie. Si noterà anche, incidentalmente, che la leggenda di Sirio come “stella-seme” si ritrova altrove, per esempio tra i Dogon del Mali, e quella analoga sulle Pleiadi — o in alternativa le Iadi, egualmente ubicate nella costellazione del Toro — conosce una diffusione forse ancora maggiore. Quest’ultima credenza, fra l’altro, era anche professata dallo stesso Alce Nero, leggendario capo indiano, guida spirituale e medicine-man degli Oglala (p. 71).

Centrale sembra essere anche — in conclusione di queste nostre brevi ma speriamo suggestive note — nella tradizione sacra così come in alcune di queste testimonianze liminali, l’importanza della Via Lattea, che numerose popolazioni native consideravano essere la “Pista dei Morti”. Nel libro della Clarke uno dei tanti visitatori cosmici, interpellato a riguardo della sua provenienza,

indicò l’estremità della Via Lattea e […] spiegò che il suo mondo era in quella regione dell’universo ma che la vista umana non poteva vederlo.

(p. 107)

3 Comments

  1. Immaginando che la descrizione dei vari “popoli delle stelle” possa essere l’ identikit di “tipologie psicologiche” partcolari… e che magari raffiguarndo una ” fisicità particolare” i vari popoli del passato stessero tentando di raffiguare una “tipologia caratteriale”…riesco a “leggere” il tutto da un altro punto di vista… Bell’articolo, grazie

  2. Pratico lo sciamanismo messicano da alcuni anni e se può servire, porto le mie informazioni rispetto all’argomento di questo bellissimo articolo.
    Da quello che raccontano i nativi, sembrerebbe che abbiano incontrato coloro che vengono da noi chiamati gli “inorganici”, che prendono varie forme (tra cui quella dei famosi rettiliani) e che vivono nel mondo di mezzo, una dimensione accanto a quella terrestre, e da cui all’inizio dei viaggi astrali bisogna sempre passare per poter accedere alle altre dimensioni.
    Anche la frase riguardo ai rapimenti e al portare gli umani nel loro mondo mi suona di inorganici.
    Ci sono casi di persone scomparse che sono finite nel mondo degli inorganici, da cui non si torna più indietro.

    Riguardo agli “alieni” biondissimi e con la pelle chiara più che alieni direi che assai probabilmente si tratta degli Ariani incontrati dall’Ammiraglio Byrd nei suoi famosi viaggi al polo nord (e in seguito in Antartide, dove incontrò altri umani più avanti di noi, che noi chiamiamo gli antartidei e con cui in astrale comunichiamo, ma parlano una lingua antichissima e sconosciuta) . Non sempre gli UFO sono di matrice aliena, spesso sono molto terrestri, di zone della Terra volutamente non mappate perché non si vuole far sapere all’umanità dell’esistenza reale di territori abitati da umani assai più avanzati di noi e di mondi sotterranei, vedi Agarthi, che sempre Byrd visitò a suo tempo.

    Tante cose ci sarebbero da raccontare, ma per ora mi fermo qui, sperando di aver stimolato la curiosità dei cercatori di verità che seguono questo bel blog.

    Saluti!

    1. Ciao Anna, grazie del tuo contributo e scusa per la risposta tardiva ma mi ero perso il commento!
      Molto interessante quanto dici sugli “Inorganici”. Ho scritto un articolo sui cosiddetti “Missing 411” studiati da David Paulides, non so se hai presente l’argomento. Sparizioni misteriose all’interno dei parchi nazionali americani. Penso possa interessarti!
      Un saluto,

      MM

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