“Et in Arcadia Ego”: la Missione segreta dell’altra Europa (I)

Esiste un’antica nobiltà della Linguadoca che per secoli ha perseguito una missione politico-esoterica ispirata al mito arcadico dell’Età dell’Oro, il regno di Saturno: creare un’Oasi di Pace in Europa, superando l’odiata diarchia di trono e altare. Le prove di questa missione si ritrovano disseminate lungo tutta la storia d’Europa a partire dalla fondazione della monarchia merovingia fino al Secondo Dopoguerra, e si riscontrano in tutti i principali accadimenti socio-politici e religiosi che individueremo in questo nostro studio.

di Michele Allegri

Originariamente pubblicato a episodi su LiberoReporter.
Copertina: Guercino, “Et In Arcadia Ego”, 1618.
Parte 1 di 2.

Esiste un’antica nobiltà della Linguadoca che per secoli ha perseguito una missione politico-esoterica ispirata al mito arcadico dell’Età dell’Oro, il regno di Saturno: creare un’Oasi di Pace in Europa, superando l’odiata diarchia di trono e altare. Le prove di questa missione si ritrovano disseminate lungo tutta la storia d’Europa a partire dalla fondazione della monarchia merovingia fino al Secondo Dopoguerra, e si riscontrano in tutti i principali accadimenti socio-politici e religiosi che questo articolo andrà a toccare. Un certo pragmatismo illuminista vuole che la storia si legga attraverso la domanda latina Cui prodest? (A chi giova?), domanda che presuppone che alla base degli avvenimenti storici ci siano sempre e solo fattori concreti, come interessi economici e l’estensione del potere politico di una persona, di un gruppo o di una nazione. Troppo spesso gli storici rifiutano di dare il giusto peso a un terzo fattore, che pure si è dimostrato un potente motivatore dell’agire umano anche politico: l’esoterismo.

Nella fattispecie, si vedrà come alcune antiche famiglie nobili abbiano ostinatamente portato avanti nei secoli una missione politica fondata su credenze magico-esoteriche, profondendo in essa ingenti risorse, esponendosi a rischi personali enormi e subendo pesanti sconfitte politiche e militari che non hanno tuttavia mai posto fine all’intento originario di ripristinare un ordine di pace e giustizia in cui gli uomini tornassero a vivere, come descrive Esiodo in Le opere e i giorni, “senza dolori, senza fatiche, senza pene”, sotto la guida di un re buono. Protagonista di questa missione è una parte della nobiltà più antica d’Europa, cui appartenevano alcune famiglie della Linguadoca (Francia meridionale, in prossimità dei monti Pirenei), dedite a pratiche occultiste, che si distinguevano per una specifica caratteristica: la discendenza da un antenato mitologico semidivino o mostruoso. La storia ce li consegna come nobili discendenti della famiglia dei merovingi.

Meroveo, il primo re dei Franchi, infatti, secondo la mitologia, discendeva, da parte di padre, da una bestia di mare, una sorta di drago marino, chiamato Quinotauro (bestia Neptuni Quinotauri similis), dal quale aveva ereditato un potere magico-taumaturgico, nonché una deformità fisica simile ad una coda in prossimità del coccige, un marchio che lo contraddistingueva dagli altri re. Meroveo e i suoi discendenti non amavano la guerra, erano chiamati per questo motivo “i re fannulloni”. Erano anche definiti “re incantatori” in quanto si dedicavano alla magia, all’arte, alle scienze e in particolare all’astronomia, all’astrologia e alla divinazione, che anticamente avevano tra loro confini piuttosto sfumati. Il loro sangue, come quello del mitologico drago dei popoli del Nord Europa, secondo le tradizioni popolari, aveva poteri curativi e, per questo motivo, erano molto amati dai loro sudditi. Il loro quartier generale stava a Stenay, la cittadina delle Ardenne dedicata a Saturno, il dio della sovversione e del mondo agricolo-bucolico che tiene in mano la falce, nonché sovrano dell’età dell’Oro, poi detronizzato da Giove.

Oltre che nelle Ardenne, la dinastia merovingia si era estesa anche nella zona occitana, in Linguadoca, regione che non faceva parte del Regno di Francia. Era una zona indipendente, con una propria lingua, la Langue d’Oc appunto, con istituzione politiche avanzate, con rapporti commerciali e di potere con le casate spagnole dei regni di Castiglia e León. La nobiltà dell’Occitania e del Razès in particolare, era rappresentata dai conti di Tolosa, i Gellone, i Trencavel, i Lusignano, i Blanchefort (Bertrand, nel 1153, sarà Gran Maestro dell’Ordine dei Templari), i De Fleury, i Roquefort, i Voisins, gli Hautpoul-Felinès, i De Nègre, i D’Ables, i Joyeuse, gli A-Niort e gli Arques. Queste famiglie si imparentarono tra loro e con i discendenti dei re merovingi a partire da Sigisberto IV. Ciò che caratterizzava questa genealogia nobile era:

  • la custodia di un segreto di famiglia (definito tesoro), occultato nei territori da loro governati;
  • la predicazione del ritorno del “Grande Monarca” (il cui avvento dalla Linguadoca è profetizzato da Nostradamus, un protetto della casa dei Lorena);
  • una ribellione dottrinale e politica al papato romano, agli imperatori e ai monarchi assoluti;
  • la costante cospirazione per costruire un’Europa di pace, senza conflitti, all’insegna del ritorno dell’età dell’oro e appunto del suo Monarca.
Johann Georg Schütz, “Et In Arcadia Ego”, 1788

Le nobili famiglie della Linguadoca, per portare avanti questa Mission, hanno sempre cercato di condizionare il resto del secondo stato (la nobiltà, secondo la denominazione settecentesca), incrociando il proprio blasone e il proprio sangue con quelli di altrettante nobili famiglie europee come i Lorena, gli Asburgo, i Buglione, i Gonzaga, gli Sforza, gli Angiò, i Guisa, i Visconte, i Borghese, i Colonna, i Gonzaga, i Sinclair/De Saint Clair, i Savoia e i Setton per citare le più importanti. Per fare un esempio: Guillem de Gellone fu conte di Tolosa e dei Pirenei e il suo potere si estendeva anche alla Spagna nord-orientale. Protagonista del poema Willehalm, di Wolfran Von Escehnbach, era il nipote del re merovingio Sigisberto IV. Il figlio di Guillem invece fu Eustachio, conte di Buglione, i cui nipoti sono i celebri nobili impegnati nelle crociate dell’anno Mille, Goffredo, difensore del Santo Sepolcro, e Baldovino I, re di Gerusalemme. Un giornalista, Lionel Burrus, esponente della Gioventù Cristiana svizzera, sul “Settimanale cattolico di Ginevra” ebbe a scrivere il 22 ottobre del 1966:

I discendenti dei Merovingi sono sempre stati gli ispiratori di tutte le eresie, dall’arianesimo ai catari e ai Templari, fino alla Massoneria. La famiglia in questione, nel corso dei secoli, non ha generato che agitatori ostili e subdoli alla Chiesa Cattolica.

A dar manforte a queste parole ci fu anche lo scrittore S. Roux, il quale espose in un libello la sua tesi secondo la quale

Non si può dire che la Chiesa Cattolica ignori questa stirpe ma si deve ricordare che tutti i suoi discendenti, a partire dal re merovingio Dagoberto II, sono stati agitatori segreti, ostili tanto alla casa regnante francese quanto alla Chiesa e che sono stati la fonte di tutte le eresie europee…

Questa dinastia, infatti, acquisì potere e consolidò le proprie tradizioni familiari nel Medioevo, durante il quale trovatori, minnesinger e poeti li resero protagonisti della vasta e affascinante letteratura del Graal e del Ciclo Bretone, opere nelle quali il retroterra pagano-magico di queste famiglie (la celebre famiglia del Graal della Linguadoca che porta un “marchio” che li distingue) è ancora ben evidente. Un esempio tangibile dell’ostilità alla diarchia dei due Soli lo si trova appunto nella fondazione dell’Ordine dei Templari, promossa nel 1118 dal nobile Hugues des Payns della Champagne-Ardenne, sposato con la nobildonna Caterina St. Clair e da altri vassalli che, approfittando delle crociate per la riconquista della Terra Santa, progettarono l’ambizioso tentativo di costruire un regno ricco e pacifico in Gerusalemme, alternativo all’impero e al papato europeo e alla cui guida si pose prima Baldovino I Buglione, loro protettore, e poi nel tempo, Guido di Lusignano, signore di Stenay, discendente dal serpente-dama Meleusina.

Si narra, infatti, che Melusina fosse una donna di straordinaria bellezza ma che di sabato si trasformasse in un serpente. La bella dama, secondo le cronache del tempo, era dedita a pratiche di magia nera e, affacciandosi dalla Torre del castello di Stenay, comunicava con i lupi ululando come loro. Anche la nobile famiglia della Linguadoca degli Hautpoul-Felines, imparentata con i Lusignano, condivideva con loro la discendenza dalla dama Melusina e le leggende locali attribuiranno loro la fama di lupi mannari, esperti di magia nera, adoratori di gatti neri. I loro sudditi li chiamavano “i sovrani della montagna nera”. Ancora oggi, ogni anno il loro castello è meta di visite pubbliche da parte di esoteristi e studiosi di ogni sorta che sperano di vedere apparire la Melusina, in certe particolari notti di luna nera.

“Melusina scoperta”

La rivalità tra i Templari (che avevano un terzo dei loro possedimenti in Linguadoca), la monarchia francese di Filippo IV il Bello e il papato si risolverà solo nel 1307, con l’arresto dei nobili ai vertici dell’Ordine dei Templari, con la soppressione in perpetuo dell’Ordine da parte di papa Clemente V, con la condanna al rogo per tutti loro come eretici impenitenti, a causa delle accuse di idolatria, apostasia, negromanzia, sodomia e vilipendio del Cristo mosse loro dal domenicano Imbert e dal giureconsulto De Nogaret e confessate dai capi dell’Ordine. In realtà, come ci dicono i documenti dei processi di Carcassonne e di Firenze, la dottrina templare era fondata su un forte dualismo manicheo. Questi monaci-guerrieri pregavano tanto il “Dio che sta nei cieli” quanto un idolo barbuto dall’aspetto terrificante definito “il vero Salvatore” chiamato anche “Bafomett” o “Magumet” che consentiva loro di avere ricchezze e potere. Gesù, per i Templari, era una figura di poco conto. Spesso veniva indicato come un “ladrone, crocifisso per i suoi peccati”. Nelle pratiche d’iniziazione, era ordinato ai neofiti di sputare sulla croce e poi di calpestarla con la formula “non credere in lui, non ti può salvare”.

Sempre in epoca medievale, queste famiglie nobili si schierarono a difesa politica e militare dei catari, il movimento ereticale manicheo-dualista che dall’anno mille fino al 1210 si era radicato nella Linguadoca e in una vasta zona che andava dalla Liguria, passando per la Lombardia, l’Austria, la Germania fino ai Balcani. Il catarismo era una dottrina complessa che vedeva la contrapposizione di due principi (bene vs male) e di due divinità, il padre che sta nei cieli e il demiurgo, creatore del mondo e di tutte le cose visibili. La maggioranza dei “buoni uomini” o “perfetti”, così erano definiti i catari, predicava e praticava la pace, il vegetarianesimo, la povertà, la parità tra uomini e donne, conducendo un’aspra critica morale e dottrinale alla chiesa cattolica romana, considerata corrotta. Epicentro dell’eresia, secondo Bernardo di Chiaravalle, era la città di Lavaur.

Una minoranza, invece, più legata alla dottrina dei bogomili jugoslavi, bulgari e a quelli della Tracia, era dedita a strani riti nelle grotte del Sabhartes e credeva nell’esistenza di un “Re del mondo”, per usare un’espressione dello scrittore esoterista René Guénon, un Demiurgo che abita nelle viscere della Terra in attesa di ritornare in superficie a comandare. L’eco di questa agitata minoranza suscitò a Carcassonne, da parte della Santa Inquisizione, il primo processo in assoluto contro una riunione di streghe, nel 1330. Questo movimento sensista e materialista si diffuse anche in Austria, in Stiria, Boemia, Brandeburgo e Reno dal 1176. Nelle diocesi di Passavia, Vienna e Stiria venivano palesemente confusi con gli altri catari. Nel 1315 un centinaio di loro vennero bruciati a Krems e a Saint-Hipollyte, in Boemia.

Anche in questo caso, la stirpe merovingia che governava la Linguadoca pagò un prezzo altissimo per essersi opposti a papa Innocenzo III, promotore della Crociata contro gli Albigesi che ebbe luogo tra il luglio e l’agosto del 1209, cui parteciperanno le famiglie nobili fedeli al papa ma non i Templari, che si rifiutarono di andare a combattere per solidarietà verso i catari. Simon De Monfort e la nobiltà cattolica non esitarono a sterminare la popolazione catara riunitasi nella fortezza di Montsegur e ad uccidere o arrestare alcuni esponenti della nobiltà occitana che li aveva sostenuti, come i membri della famiglia dei Trencavel o il conte di Tolosa, Raimondo VI. Il conte di Tolosa, per inciso, aveva parentele altolocate anche fuori dalla Linguadoca. Era figlio della regina Costanza, sorella del re di Francia Luigi VII, e sua moglie era la sorella del re d’Inghilterra ed aveva stretto alleanze con il barone tedesco Otto de Brunswick. Questi legami di sangue permisero che, dopo la sconfitta, le nobili famiglie della Linguadoca potessero continuare ad opporsi al papato e alla curia romana, appoggiando prima il papa Avignonese Giovanni XXII, già vescovo di Alet Les Bains, nel territorio occitano-cataro, e poi il cardinale Baldassarre Cossa, della famiglia angioina e signore di Ischia che sarà l’antipapa Giovanni XXIII, il cui nome, stranamente, fu riadottato nel 1958 dal nobile cardinale Angelo Roncalli, il “papa Buono” che, a detta di molti, dentro e fuori le mura leonine, apparteneva al movimento rosacrociano.

Felice Giani, “Et In Arcadia Ego”, circa 1800

Questa nobiltà belga-occitana, eretica e dedita a pratiche magiche, dopo la soppressione dell’Ordine templare e la sconfitta dei catari, cambia strategia e costituisce un’oscura e potente società segreta. Nasce la Nebbia. Il suo circolo esterno è la Società Angelica. È in questo periodo che in Europa si assiste ad un fermento persecutorio nei confronti degli eretici e più in generale contro la religione pagana, bollata come stregoneria, che colpirà sacerdoti e frati come Urbano Grandier ma soprattutto donne, anche appartenenti alla nobiltà, come Guglielma di Chiaravalle (figlia del re Boemo Ottocaro I e considerata dai suoi adepti la messia femminile), la baronessa Jeanne des Anges, la marchesa Anne de Sainte Agnes ed addirittura Claire de Saint Jean, nipote del cardinale de Richelieu. Caso emblematico fu quello di Leonora Galilai, moglie di Concino Concini, a sua volta nipote di alcuni ministri del Granduca di Toscana. Dama di compagnia della regina Maria de Medici, fu accusata di praticare la stregoneria. Perquisita la sua casa, furono trovati alcuni libri con simboli magici, rotoli di velluto rosso, alcuni ciondoli e talismani. Fu dichiarata colpevole, decapitata e il restante corpo venne bruciato nel 1617. Come per i Templari, si mosse la macchina della Santa Inquisizione con l’Indice dei libri proibiti: tutti, nobili compresi, potevano essere accusati di stregoneria e di eresia che, a quell’epoca erano sinonimi.

La “caccia alla streghe” portò quindi questa nobiltà, sulla fine del 1400, a muoversi in sordina e a costituire una società segreta denominata Brouillard (“Nebbia”). Non è un caso che la pronuncia francese del nome di questa setta sia identico alla parola bruja che, in occitano e castigliano, significa appunto “strega”. Il nome “Nebbia” voleva ricordare qualcosa di etereo, impalpabile, difficile da afferrare e quindi da colpire, ma anche qualcosa di mitologico: la foschia che ricopre il regno di Thule o l’Olimpo greco o, meglio ancora, la nube che circonda il Regno di Saturno. Ancora una volta, il quartier generale della Nebbia sarà nella città di Stenay, nelle Ardenne. Attorno a quest’organizzazione fu costruito un circolo esterno aperto a pittori, letterati, musicisti, poeti e studiosi che volevano manifestare la loro ribellione concettuale all’alleanza oscurantista di trono e altare, riscoprire le antiche tradizioni pagane europee e dare impulso allo sviluppo delle scienze nuove e antiche. Questo circolo esterno era quindi incaricato di fare propaganda attraverso l’arte, divulgando messaggi in codice che dovevano sfuggire all’apparato della Santa Inquisizione ma che, simbolicamente, dovevano fare breccia nella società che cambiava, “unendo persone che non avrebbero avuto motivo di conoscersi tra di loro”.

Il periodo, infatti, era caratterizzato dall’Umanesimo e poi dal Rinascimento. Figure come Pico della Mirandola, Leonardo da Vinci, Giordano Bruno si muovevano al limite dell’eresia. Bruno in particolare, filosofo e monaco, rivalutò l’ermetismo, la magia naturale, studiò i pianeti parlando di panteismo, divenendo un buon consigliere di monarchi per la pace in Europa e per lo sviluppo della diplomazia tra regni, ma sarà poi bruciato come eretico dalla Santa Inquisizione veneziana. Ci sarà anche una riscoperta del pensiero platonico, del mito di Atlantide e della prima umanità che viveva in pace ed era tecnologicamente avanzata (ricordiamo La Nuova Atlantide di Bacone). La conoscenza e non la fede cieca nella Bibbia o nel pensiero aristotelico divennero il centro degli interessi dei pensatori e degli artisti. Il circolo esterno si chiamava Società Angelica, in ricordo degli angeli ribelli che, come racconta la Bibbia, insegnarono alle figlie degli uomini le pratiche magiche e che sono i messaggeri di questa Nebbia, mediatori tra gli uomini e le forze soprannaturali.

Rilievo di Shugborough

Il tipografo tedesco di Reitlingen nel Wurttemburg, Sebastian Greif (detto Gryphe, cioè Grifone) ne sarà l’attivatore nel 1522 e diffuse la Società Angelica in Germania e in Francia, sotto l’attenta guida di Raymond de Saint Gilles, il Conte di Tolosa, un pezzo grosso della nobiltà della Linguadoca. La misteriosofia di questo gruppo è assai complessa: la passione paranoica per il Segreto, la venerazione di una sacra tomba, pratiche magiche per la resurrezione dei corpi, l’esaltazione del mito dell’Arcadia greca e dell’età dell’oro (il Saturnia Regna), la voglia di sovvertire lo status quo che si manifesta con l’inversione di immagini sacre, frasi o lettere. E ancora: il mito dell’eterna giovinezza, del Graal, le porte magiche che conducono al mondo sotterraneo, nel regno dei morti, l’Ade dei greci cui si accedeva dalla regione dell’Arcadia, ma anche nel primo Regno di Pace, Atlantide, dove la prima divinità regale governava la prima umanità immortale. Simbolo del gruppo era un polpo marino, anticamente associato al Demiurgo o re del mondo.

Il motto, invece, una criptica frase latina, Et In Arcadia Ego…, sul cui significato si interrogano ancora studiosi di tutto il mondo. Questa enigmatica frase comparirà in un celebre dipinto di Giovanni Francesco Barberi, detto il Guercino, nel 1618, in cui due pastori entrano in una radura e s’imbattono in una tomba che reca questa iscrizione, e in uno, più famoso, di Nicolas Poussins, I Pastori di Arcadia, nel quale tre pastori, all’interno di un contesto bucolico e sotto lo sguardo vigile di una guida iniziatica femminile, scoprono una tomba che reca questa strana iscrizione. Poussins risulterà essere il protetto di Sublet de Noyers, primo intendente della casa dei Joyeus, nobili della Linguadoca. Il 7 Aprile del 1647 scriverà ad un amico pittore una lettera alquanto ambigua a proposito di un Segreto:

Vi potrei raccontare cose su quest’argomento, che sono molto vere ma sconosciute a tutti. Bisogna dunque passarle sotto silenzio.

Anche presso i terreni esterni della residenza dei conti di Lichfield di Shugbourgh Hall, nello Staffordshire, è ancora visibile un grande bassorilievo con il celebre quadro di Poussins e l’immancabile scritta in latino. Questa casa passò poi nelle mani della nobile famiglia Anson, la quale ebbe tra i suoi discendenti il celebre ammiraglio che circumnavigò il globo. Alla sua morte, nel 1762, nel parlamento inglese verrà letta questa elegia, ricca di messaggi in codice:

Su quel marmo istoriato posa l’occhio.
La scena strappa un sospiro morale.
Fin nelle piane elisie dell’Arcadia,
tra le ninfe ridenti e pastori,
vedi la gioia festosa che si spegne,
e la pietà surrogare il sorriso;
dove le danze, il liuto, le feste
La passione che vibra in cuori ardenti,
Nel giovanile fiore della vita,
Sta la ragione ed indica la Tomba.

Nicolas Poussin, “Pastori dell’Arcadia”, 1640 circa

L’opera chiave della Società Angelica era il Sogno di Polifilo, scritto nel 1467 dal monaco domenicano Francesco Colonna, signore di Palestrina e stretto collaboratore di papa Borgia. Il protagonista dell’Opera è Polia il quale, dopo aver abiurato il cristianesimo considerato una falsa dottrina, viene portato dal dragone nel mondo sotterraneo a compiere un viaggio iniziatico che culmina al cospetto della dea Venere, dalla quale riceve la nuova luce della conoscenza. Nei blasoni di alcune di queste famiglie nobiliari comparirà in quest’epoca il dragone o biscione, come nel caso dei Borghese e dei Visconti. Il dragone era poi l’emblema del partito dei ghibellini, quella fazione laica che si oppone al partito dei guelfi, legato alla Chiesa di Roma.

Ed è in questo periodo che le ville gentilizie si riempiono di statue di significato arcadico, agreste e mitologico. Draghi e serpenti ma anche ninfe, divinità greche come Venere e semidei come Pan sostituiscono i santi cristiani e le immagini vetero-testamentarie. Tutta la nobiltà, proprietaria terriera, riscopre il mondo agreste e bucolico rileggendo i passi di Virgilio. Si considerano Buoni Pastori che devono guidare i loro sudditi, diventano mecenati degli artisti i quali devono glorificare le arti e le scienze con il loro impegno. Per molti secoli, il mito sarà ricorrente tra gli artisti. Si pensi per esempio al Flauto Magico (di Pan) dell’austriaco e massone W.A. Mozart in epoca illuminista, artista molto apprezzato alla corte di nobili e cardinali austriaci.

Interessante, a metà del 1400, la figura di Renato d’Angiò, conte di Piemonte, di Lorena e di Gerusalemme, nonché amante di Giovanna d’Arco (anche lei caduta nelle maglie dell’Inquisizione come eretica e per questo bruciata sul rogo), conosciuto come il Buon René, il buon re-pastore della riscoperta dell’Arcadia. Uomo di corte e non di guerra, dedito alla magia, ospitò per molti anni Jean de Saint Remy, medico cabalista e nonno di Nostradamus. Influenzò i Medici a Firenze ed andò ad abitare a Tarascona, celebre città costruita in onore del drago mitologico detto Tarasca. Nella sua opera dedicata all’Arcadia, parla di una tomba in prossimità di un fiume sotterraneo. Anche il napoletano Jacopo Sannazzaro s’imbatterà in questo tema nell’opera Arcadia nel 1504. Il filone sarà così fortunato, coinvolgendo personalità in ogni campo del sapere, che si costituisce un’Accademia dell’Arcadia nel 1690, i cui membri si definiranno Pastori mentre l’insegna sarà inequivocabile: un dio Pan che suona la siringa a sette corni. La sede, donata da re Giovanni V del Portogallo, vedrà Papa Leone XIII come membro attivo delle sedute arcadiche. Ad essa sarà collegata, in Roma, non è un caso, la Biblioteca Angelica. Lo scrittore Maurice Barrès nella sua “Collina Ispirata” del 1913 scriverà a proposito:

Et In Arcadia Ego,
anch’io sono stato in Arcadia,
nel paese meraviglioso dell’immaginazione,
ci grida dalla Tomba un genio…

Sotto l’impulso di queste manifestazioni culturali, per l’Europa cristiana e l’unità della fede cattolica sotto le insegne del pontificato apostolico e romano, il Quattrocento e il Cinquecento sono anni terribili. Questa nobiltà sobillatrice ed eversiva appoggia in Inghilterra lo scisma anglicano, in Francia il movimento ugonotto, in Svizzera quello delle chiese calviniste, in Germania la Riforma Protestante. Lutero è, infatti, ben protetto dalla nobiltà che si contrappone tanto al papa quanto all’imperatore Massimiliano I, a partire dal principe Federico III di Sassonia. Altri suoi pari come Giorgio di Brandeburgo, Ernesto di Brunswick e Filippo D’Assia faranno scudo e quadrato davanti al teologo di Sassonia quando sarà dichiarato eretico da papa Leone X. I principi tedeschi formeranno poi la Lega di Smalcalda, portando avanti la loro guerra che culminerà con la pace di Augusta del 1555, che diede la possibilità a ogni principe tedesco di abbracciare la riforma luterana, vincolando i propri sudditi. Intanto, in Scozia, la nobile famiglia dei Sinclair, appartenente al disciolto Ordine Templare, manifestando la sua ostilità al papato, istituì una forma di Massoneria speculativa, rivitalizzando le antiche corporazioni muratorie medievali e costruendo nel 1450 la Cappella di Rosslyn nella quale, accanto alle croci templari, compaiono i compassi massonici e simboli di natura magico-pagana.

Filippo Lauri, “Paesaggio con fauni e ninfe che danzano”, XVII secolo

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4 Comments

  1. Ogni volta che si citano i Merovingi fricchettoni e i Templari guerrieri, ci si imbatte in un mondo misterioso, ai limiti del mito, che rende il tema affascinante, ed è quindi sempre presente il rischio di elogiare in maniera eccessiva, persone e azioni che in realtà portano avanti solo piani per accrescere il proprio il potere personale, ed hanno in mente quindi fini puramente egoistici. Mi va bene la magia, l’alchimia, i sacrifici pagani, quando sono tutti mezzi di autoconoscenza, o anche per scopi Ma il voler riportare l’età dell’oro a tutta l’umanità. L’alta tecnologia del Regno di Atlantide. Ma di che stiamo parlando? Possibile che questi uomini colti di esoterismo e mitologia greca non sapessero che l’eta dell’oro era una condizione di completa comunione di coscienza tra uomo e Dio, in una dimensione non terrena? La pace mondiale a tutti i costi, l’armonia a tutti i costi tra popoli, i tesori, la ricerca dell’immortalità sono delle basse rappresentazioni terrene e materialiste di un legame divino che ora può avvenire solo dopo anni ed anni di disciplina individuale. Chi sono i Merovingi di oggi? I transumanisti? I capitalisti futuristi stile Elon Musk? Oppure quel misterioso buontempone di R.C. Christian che ha eretto la Georgia Guidestones, tra le cui linee guida c’è quello di mantenere la popolazione mondiale sui 500 milioni? Quello che voglio dire è che non mi fido di coloro che in nome di qualche ideale utopistico, cercano di imporre delle linee guida sociali e politiche ad altri popoli.

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