Folklore ofidico: il “Serpente Arcobaleno”, i Naga e la fata Melusina

Antenati mitici, eroi culturali, entità feriche del mondo sottile e spose sovrannaturali:  il topos delle entità mitiche ofidico-antropomorfe è diffuso largamente in tutto il mondo, e interessa sia la tradizione europea (riguardo alla quale ci concentreremo soprattutto sulla tradizione medievale della Fata Melusina), sia tradizioni extra-europee come quella indiana dei Naga, «popolo serpente» dimorante nel mondo sotto al nostro, quella degli Hopi e quella degli aborigeni australiani.


di Marco Maculotti
tratto da “Il serpente e il drago: morfologia del simbolismo ofidico”, ne L’Era del Serpente, Valusia #2, Italian Sword&Sorcery Books, Estate 2019
copertina: entità mitiche ofidico-antropomorfe della tradizione cinese

Sovente la figura archetipica del serpente e del drago viene connesso all’arcobaleno e a particolari fenomeni atmosferici: antichissime credenze che risalgono alle brume della preistoria raffigurano infatti l’arcobaleno come un serpente-verme-drago che succhia l’acqua dal mare e dai fiumi, causando così le precipitazioni. Si tratta di credenze sopravvissute in periodo storico persino in Europa (Italia, Francia, Albania, Romania, ecc.), nonché in tutta l’Asia centrale. Scrive Gian Luigi Beccaria [1]:

« Largamente diffusa nell’Asia orientale l’assimilazione dell’arcobaleno al serpente emerso dal mondo sotterraneo: nell’antica Cina era rappresentato come un serpente a due teste; nei miti dell’antica isola di Giava una testa del serpente assorbe l’acqua dei mari del Nord e l’altra la riversa nei mari del Sud. Nelle tribù dell’Australia nord-occidentale il serpente-arcobaleno è un eroe culturale, la più importante figura mitologica. Esplicito in Bielorussia il nome dell’arcobaleno, serpente. Gli indoeuropei di Oriente avevano attribuito le precipitazioni atmosferiche al conflitto tra il dio del fulmine e il serpente dio delle acque. E questa idea del serpente celeste è pure presente nelle lingue Africane e d’America. […] presso molte tribù africane e dell’Oceania la signoria delle acque sotterranee tocca al serpente della pioggia, talvolta identificato con l’arcobaleno. Presso i Nagos della costa africana l’arcobaleno era l’enorme serpente che vive al fondo dell’Oceano dove si riempie d’acqua; il suo nome nel Dahomey (l’attuale Benin) è serpente celeste, nella Guinea settentrionale serpente del Nord. […] Anche in Francia, nelle coste del Nord, era diffusa la credenza che l’arcobaleno fosse un serpente che viene a dissetarsi sulla terra. Affiora per ogni dove l’associazione arcobaleno-serpente, l’immagine di una bestia, di un mostro che divora, che succhia, che inghiotte. »

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Jack Dale, “Wandjina and Ungud”

Ungud, il Serpente Arcobaleno, e i Wondjina

Una delle figure mitiche più importanti a questo riguardo è Ungud, il Serpente Arcobaleno, dio creatore nella tradizione degli aborigeni australiani Ungarinyin [2]. Nel loro mito di Creazione, Ungud mandò dal cielo l’acqua dolce e creò la prima copia ancestrale nelle acque; quindi inviò sulla terra suo figlio Wálangala, al contempo divinità celeste ed eroe culturale, che conferì all’umanità tutte le istituzioni sociali e culturali, in particolare i riti d’iniziazione. Ungud, dio superno, dopo la creazione, «alla fine del tempo primordiale», salì al cielo; e ugualmente fece suo figlio Wálangala, del quale si dice inoltre avesse una figura umana finché era sulla terra, ma si trasformò in un serpente quando ritornò in cielo. D’altronde, molti Wondjina (figure divine della tradizione australiana) assumono un aspetto ofidico al termine della Creazione, senza tuttavia perdere le qualità antropomorfe.

Altri miti della tradizione australiana tramandano che i Wondjina, al termine del «Tempo del Sogno» (Dreamtime), siano penetrati anche nella terra, e divenuti così «emanazioni» del Serpente Arcobaleno Ungud nel suo aspetto «infero», ciò riportandoci alla mente quanto abbiamo detto del duplice aspetto del Serpente Cosmico e anticipando oltretutto quanto avremo da dire riguardo alle credenze indiane sui Nāga. I Wondjina infatti, similmente ai Nāga e alle entità ofidiche della tradizione pueblo, appaiono associati alla pioggia, agli spiriti dei bambini e alla fertilità.

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Jimmy Pike, “Rainbow Snake”

Si tratta di esseri sovrannaturali dimoranti in grotte, che possiedono «il potere di dare la vita, potere legato all’acqua»; il loro stesso nome si può tradurre come «vicini all’acqua», o «appartenenti all’acqua». Essi vennero trovati in illo tempore da Ungud «in un “sogno creativo” nel fondo delle acque» [3]: per questo sono considerati genî tutelari di fiumi, laghi e pozzi. Da essi, e per loro intercessione direttamente dal Serpente Arcobaleno Ungud, gli uomini-medicina australiani derivano i loro poteri: solo loro possono vedere e parlare con i Wondjina e con Ungud. Nella loro concezione sacrale, gli aborigeni avvertono una perfetta continuità fra l’opera di Creazione di Ungud, quella dei suoi ‘figli’ Wondjina, e quella degli individui (uomini-medicina e operatori magici) che, anche al giorno d’oggi, mantengono in vita il mondo.

I Wondjina, infatti, sono anche considerati gli eroi culturali e i legislatori che vennero generati da Ungud per continuare la Creazione dopo il suo ritiro nei cieli. Immediatamente dopo essere venuti in vita, essi percorsero la terra in lungo e in largo, portando la pioggia e modificando il paesaggio, creando le colline e pianure e conferendo un nome ad ogni cosa esistente in natura. Si narra inoltre che, «quando le pietre erano ancora bagnate» i Wondjina costruirono grandi «case di pietra», ricordo mitico in cui Eliade riconosce un chiaro indizio riguardante una tradizione megalitica. Da parte nostra, notiamo come questo mitologema ricorda da molto vicino quello andino di Viracocha e della sua Creazione prima per mano propria, poi per mezzo delle sue ‘emanazioni’ [4]; e non è forse un caso che il rimando costante nella tradizione mitica peruviana all’emblema del serpente sul copricapo dei Viracochas eroi culturali, così come è interessante il fatto che le dinastie più rilevanti dell’antica America centrale — tra cui Toltechi, Olmechi, Teotihuacani, Aztechi e Maya — si denominassero «popoli del serpente»; né forse è un caso se sono state proprio queste stirpi a portare, nelle Americhe come in Oceania e nel Pacifico, la cultura megalitica, oltre che le istituzioni sacre e i rituali.

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Rappresentazione scultorea di un Naga

Il «popolo serpente» e i Nāga

Le stesse credenze e riti si ritrovano, come anticipato, anche in Nordamerica, presso gli Indiani Hopi, del cui «popolo serpente» abbiamo già accennato in apertura, e più in generale in tutte le tribù Pueblo. Le ritualità legate alla figura del serpente di questi popoli sono state studiate da Aby Warburg nella sua celebre opera dal titolo Il rituale del serpente [5]. Anche da questo studio emerge soprattutto il ruolo simbolico attribuito a questi ultimi come portatori delle piogge, e quindi garanti della fertilità dei campi per la stagione a venire: gli Hopi li pregano, fra le altre cose, perché la pioggia e lo scioglimento delle nevi irrighino le coltivazioni. E nondimeno, anche tra i Pueblo, esattamente come nella tradizione australiana, tali rituali appaiono connessi alla venerazione di entità sovrannaturali, i Kachina, che in illo tempore hanno dato all’umanità i suoi riti e le sue istituzioni e che hanno partecipato alla Creazione dell’umanità e del territorio sacro su cui vivono — anche se nella tradizione Hopi essi sembrano dimorare nei cieli e nei venti, distinguendosi dunque dal popolo-serpente del mito di cui abbiamo riferito sopra, che lo pretende ubicato in una dimensione sotterranea.

All’aspetto ‘sotterraneo’ dell’archetipo serpentino cui abbiamo già accennato si ricollegano antiche tradizioni su entità in parte serpentiformi dimoranti nel sottosuolo, o per meglio dire in mondi al di sotto del nostro. L’esempio più celebre, ovviamente, si riscontra nei Nāga della tradizione induista, «popolo serpente» delle epopee mitiche, razza ibrida semi-divina e tuttavia con caratteristiche demoniache, che dimora sia nel «mondo sotterraneo dei serpenti» (Nāgaloka) che sulla terra, in caverne poste all’interno di montagne inaccessibili e nel sottosuolo. Secondo Alain Danielou [6], «la leggenda dei Nāga sembra avere origine da molteplici fonti che si sono poi mescolate e fuse: da una parte, il culto dei serpenti considerati genî tutelari degli alberi e dei fiumi; dall’altra il ricordo di antichi clan non ariani che adoravano i serpenti. Oggi i Nāga sono ancora venerati nella maggior parte dei villaggi dell’India meridionale. Il serpente era forse il totem degli antichi Dravidi e, fino a poco tempo fa, nell’est e nel sud dell’India esistevano dinastie di sovrani che venivano raffigurati con l’emblema di una testa di cobra sulla corona».

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Stele predisposte al il culto dei Naga

Gli antropologi del XIX secolo non ebbero dubbi a connettere i Nāga (o quantomeno il loro culto) a popolazioni che dimoravano sulle colline dell’India nord-orientale, brune e di bassa statura, che, in seguito all’invasione indoeuropea proveniente da settentrione, si spostarono sempre più a sud. Si ritiene che il loro sistema cultuale prevedesse, come detto, il culto del serpente con annessi sacrifici umani [7]. Probabilmente anche per queste caratteristiche demoniche, il popolo dei Nāga viene considerato nella cosmogonia indoariana imparentato a tutta una serie di entità feriche di carattere infero e demoniaco, come Yakshas e Yakshini, Guhyakas, Rakshashi, e via discorrendo; tutte categorie di esseri dimoranti in altri mondi, e precisamente nei Pātāla, vale a dire i «mondi inferiori» (si badi bene, in una accezione non letteralmente fisico-geografica) della tradizione induista. Ad ogni modo, sarà agile per il lettore notare come anche in Oriente la soppressione del culto ofidico sia da mettere storicamente in relazione con le invasioni indoeuropee, esattamente ciò che abbiamo visto emergere anche dal mito della conquista delfina da parte del dio Apollo.

In aggiunta, è interessante rilevare come dal substrato residuo di queste antiche popolazioni nacque una scienza medica facente uso del veleno di serpente come medicina; i medici di tale setta erano in grado di maneggiare senza alcun problema qualunque tipo di serpente velenoso, il cui siero peraltro non è per essi in alcun modo dannoso. La connessione con il culto di Asclepio in Occidente e con la tradizione folklorica, tutt’oggi in voga, dei Serpari di Cocullo, in Abruzzo, è evidente. Ci imbattiamo qui nella massima esoterica che guarda al veleno come potenziale farmaco, per chi sapesse ‘maneggiarlo’ correttamente: il veleno si presenta in questo ordine di idee come una materializzazione dell’energia shakticakundalinica di cui lo yogi si deve impadronire per ricevere il dono della guarigione.

Inevitabilmente, come il lettore può constatare, i piani interpretativi del nostro discorso si dipanano e si riallacciano continuamente, come è ovvio quando si analizza la rete di corrispondenze mitiche da un punto di vista tradizionale ed omnicomprensivo.

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Edmund Dulac, “Kingdom of Pearl”, 1920

La Fata Melusina e il dominio sulle «acque sotterranee»

Nella tradizione europea, questo topos è rimasto in auge attraverso i secoli, persino in seguito alla cristianizzazione, nel Medioevo e oltre. Il merito va paradossalmente dato alla secolarizzazione o ‘profanizzazione’ della tradizione sacra precedentemente in voga: il mito si trasforma in folklore, il folklore in fiaba. Il degradarsi del carattere sacrale di queste conoscenze antiche è visibile a tutti, ma al tempo stesso noi possiamo dire ciò unicamente perché gli elementi strutturali che costituivano le fondamenta del mito si possono ora ritrovare nella cultura più ‘bassa’, vale a dire appunto nelle credenze del folklore e nelle narrazioni fiabesche.

A tal riguardo, l’esempio più paradigmatico è quello della Fata Melusina, entità femminile anguipede che presenta molti punti in comune con le ninfe classiche (dimorano presso delle fontane o dei loci amoeni connessi alla sacralità dell’elemento acqueo), con le sirene e con le antiche dee madri celtiche, datrici di fecondità, fertilità e abbondanza: la fata Melusina, nelle varie versioni del racconto, porta buona sorte e ricchezza all’uomo che la prende in sposa e per cui, oltre a concepire dei figli, costruisce castelli e monasteri, bonifica paludi, e via dicendo. Si riteneva che questo genere di entità feriche avesse potuto conquistare un’anima simile a quella degli uomini solo sposandosi con uno di essi; nondimeno, al vincolo matrimoniale esse ponevano un tabù: un determinato giorno della settimana, allo sposo era altamente proibito vederle. Era quello infatti il giorno in cui esse subivano una metamorfosi che ne palesava il reale aspetto: quello di donne con l’estremità inferiore del corpo serpentiforme o ittioforme.

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Melusina bicaudata, Como

In tutti i racconti medievali, lo sposo di turno della Melusina (solitamente cavalieri di elevato lignaggio, come quello dei Lusignani, che vantano la loro discendenza dalla Fata) finiscono per essere presi da una curiosità ingovernabile e per vedere quindi la propria sposa nuda, intenta a farsi il bagno (ritorna ancora l’elemento acquatico), il giorno tabù, solitamente il sabato. Dalla violazione del divieto puntualmente scaturisce la rovina del cavaliere, la caduta nella follia, talvolta la morte: questo perché la fata era considerata, in accordo con l’etimologia latina (da fatum, «destino, sorte») la datrice della fortuna e dell’autorità cavalleresca, similmente a quanto abbiamo detto sopra riguardo il duplice simbolismo della ‘principessa’ e del ‘drago’ che l’eroe deve rispettivamente salvare e sconfiggere: si tratta, ancora una volta, del duplice aspetto della sua anima, che egli deve al tempo stesso dominare e sublimare.

Nel corpus leggendario di Melusina convolano numerosi mitologhemi tipici, alcuni dei quali sono ovviamente strettamente connessi al simbolismo ofidico: la natura metamorfica della fata, similmente a quella del rettile, è foriera al tempo stesso di attrazione e repulsione, sensualità e ribrezzo, vita (i numerosi figli che nelle varie versioni della leggenda partorisce allo sposo) e morte (spesso dopo l’infrazione del tabù da parte dello sposo, la fata sparisce con la progenie o addirittura la uccide).

In questo senso la natura serpentina di Melusina è da connettersi alla facoltà rinnovatrice che si riconosce alla stessa terra e alle «acque sotterranee», di cui la fata, come le già menzionate ninfe, sirene e ondine, appare una epifania carica di significato. Melusina emerge inizialmente da una sorgente ed è sempre colta dallo sposo nell’atto di farsi il bagno; nella versione siciliana della leggenda giuntaci grazie a Goffredo d’Auxerre essa proviene dal mare e nelle sue onde sparisce. In altri racconti folklorici si parla del matrimonio di un nobile con una «Donna del Lago», appartenente a un gruppo di entità feriche che si fanno intravedere sulla sponda di un lago per poi scomparire sotto i flutti: talvolta, nelle leggende del Galles e dell’Isola di Man, queste fanciulle appaiono sotto la forma zoomorfa di foche, e il pretendente alla loro mano la ottiene rubando loro la pelle di animale momentaneamente abbandonata a riva.

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Melusina, manoscritto medievale

Collegandosi al «serpente acquatico», entità mitica al tempo stesso terrifico e benefico (come il pharmakon/veleno di cui sopra), apportatore di fecondità e guardiano dell’Altro Mondo sotto il nostro, Melusina ritorna di notte, anche in seguito alla pecca dello sposo, per allattare e accudire in segreto i suoi figli. Ma Melusina è anche una copia funzionale della banshee irlandese, comparendo ogniqualvolta un membro della famiglia dei Lusignani sta per morire, per annunciare il tristo evento. In questo senso, la natura serpentina di Melusina è anche segno della sua potestà selenico-ctonia, del suo dominio sulla terra e sui cicli tellurici e lunari di vita-morte e rinascita.

A questo proposito è significativo, per concludere questo nostro breve saggio sul simbolismo ofidico nella storia delle religioni, che Carlo Ginzburg, seguendo a ritroso le tracce della «storia notturna» stregonesca attraverso i millenni, si imbatté alfine in «una dea mezzo donna mezzo serpente, circondata da coppie di serpenti» [8], identica alla «Dea dei Serpenti» minoico-cretese menzionata in apertura e alla «Signora degli Animali» degli Sciti delle steppe eurasiatiche. Chi segue le nostre ricerche saprà che proprio da quell’area geografica, seguendo le indicazioni dello stesso Ginzburg e di altri studiosi, noi riteniamo provenire quei culti di tipo arboreo e sciamanico, collegati almeno in parte a una visione sacrale-sociale ‘matriarcale’ (da mettere in relazione con le epoche afroditica e demetrica di cui parla il Bachofen) e all’osservazione dei cicli lunari; culti, legati al simbolismo del serpente e al dominio delle acque sotterranee e superne che, per concludere con una ‘chiusura circolare’, vennero man mano relegati nella corrente ‘sotterranea’ della storia e della cultura, in prima battuta dalle invasioni indoeuropee e, soprattutto, dal diffondersi del cristianesimo poi.

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Dea dei Serpenti, Creta

Note:

[1] G.L. Beccaria, I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e la parola perduta, Einaudi, Torino 1995, pp. 73-74

[2] M. Eliade, La creatività dello spirito. Un’introduzione alle religioni australiane, Jaca Book, Milano 1978

[3] Ivi, p. 69

[4] Cfr. M. Maculotti, Viracocha e i miti delle origini: creazione del mondo, antropogenesi, miti di fondazione, su AXIS mundi

[5] A. Warburg, Il rituale del serpente, Adelphi, Milano 1998

[6] A. Danielou, Miti e dèi dell’India, BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), Milano 2002, p. 352

[7] A. Morretta, Gli dei dell’India, Longanesi, Milano 1966, pp. 255 ss.

[8] C. Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Einaudi, Torino 1989, p. 191


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