Colin Wilson: “L’outsider”

Ci sono degli uomini per cui, a un certo punto, la realtΓ  smette di essere il disegno razionale che tutti sostengono di vedere: essi sono quelli che Colin Wilson definΓ¬ gli “Outsider”, capaci di vedere dietro il velo delle apparenze, β€œtroppo e troppo lontano”.


di Nicola La Gioia
articolo originariamente pubblicato suΒ Minima&Moralia

 

Nell’inverno del 1954, uno scrittore inglese di ventitrΓ© anni, solo e squattrinato, concepΓ¬ il libro che lo avrebbe reso celebre. Il suo nome era Colin Wilson, si era trasferito a Londra da Leicester, e dopo aver passato le notti estive in sacco a pelo a Hampstead Heat per risparmiare, coi primi freddi aveva trovato rifugio nella sala lettura del British Museum.

Qui scriveva romanzi incapaci di sollevarlo dalla condizione di indigenza in cui si era ficcato. Era una vita dura. Ma era anche una vita avventurosa. Gli si farebbe torto dicendo che Wilson venerava i grandi irregolari vissuti tra Otto e Novecento come Emma Bovary i personaggi dei romanzi d’appendice. Ma solo un angry young man convinto di trarre ispirazione dagli eroi estremi di Knut Hamsun poteva ritrovarsi, il giorno di Natale, a smangiucchiare pomodori in scatola in un’umida stanzetta di Brockley (sud di Londra), senz’altra compagnia che se stesso e il cuore in pace.

A un osservatore borghese (a quei tempi, in Europa, l’attributo non era privo di significato) la situazione sarebbe parsa patetica. Ma Wilson si sentiva eroicamente solo come il RaskΓ²lnikov di Dostoevskij o il Malte Laurids Brigge di Rilke. CosΓ¬, quando il British riaprΓ¬ i battenti dopo le festivitΓ , lui andΓ² dritto in sala lettura e scrisse le prime pagine di The Outsider.

Erano le basi di un lungo e appassionato saggio che, scavando nelle biografie di scrittori, artisti, filosofi capaci di vedere β€œtroppo e troppo lontano”, provava a offrire nuove chiavi di lettura per il problema contro cui molti di loro si erano schiantati (il terribile conflitto tra societΓ  e singolo), nella speranza di scalfire un mistero ben piΓΉ vertiginoso e antico: qual Γ¨ il nostro vero io? e cosa si nasconde dietro l’apparenza di ciΓ² che – ingannati dal sonno dell’apparato percettivo – chiamiamo mondo?

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The Outsider regalΓ² al suo autore una fama esagerata. UscΓ¬ nel 1956, lo stesso anno di Ricorda con rabbia di John Osborne. I media si scatenarono, trasformando Osborne e Wilson loro malgrado in ribelli da operetta. In Italia il libro fu pubblicato da Lerici nel 1958 col titolo Lo stranieroΒ (la parola outsider era all’epoca pressochΓ© sconosciuta nel nostro paese) e torna finalmente – traduzione di Thomas Fazi – per le edizioni Atlantide nella sua intestazione originaria.

Uno degli aspetti piΓΉ affascinanti di The Outsider Γ¨ che prova a entrare non tanto nelle vite materiali, ma nelle menti e negli spiriti (la biografie interiori) di personaggi come Friedrich Nietzsche, Fedor Dostoevskij, Vincent Van Gogh, Ernest Hemingway, Vaclav Nijinskij, T.S. Eliot, Georges Gurdjieff, Albert Camus… Per questi uomini, a un certo punto, la realtΓ  non Γ¨ piΓΉ il disegno razionale che tutti sostengono di vedere.

Non Γ¨ chiaro se ciΓ² che sembrava un alfabeto conosciuto diventi all’improvviso un bruto geroglifico senza piΓΉ significato (il mondo, a cui la borghesia si sforza tanto di attribuire una forma, in realtΓ Β non significa niente), o se dietro quell’indecifrabilitΓ  si celi a propria volta qualcosa di ulteriore, che riusciremmo ad afferrare se avessimo la forza di fare della nostra vita un vero esperimento spirituale, come i mistici e i santi del passato.

L’outsider Γ¨ cosΓ¬ l’unico a Β«sapere di essere malato in una societΓ  che ignora di esserloΒ». Di punto in bianco T.S. Eliot vede Londra come la cittΓ  irreale popolata di anime morte della Waste Land. Friedrich Nietzsche viene fulminato dalla visione dell’eterno ritorno passeggiando tutto solo in Engadina. CiΓ² che fino a pochi istanti prima era la vita di ogni giorno, diventa insopportabilmente nauseante per il Roquentin di Sartre. E cosΓ¬ via.

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Colin Wilson (1931 – 2013).

La dannazione degli outsider consiste nello stare a metΓ  strada tra gli uomini ordinari e i veri eletti. Abbastanza sensibili da rendersi conto che la vita non Γ¨ ciΓ² che appare, riescono con coraggio a trasformare la propria in una lunga e difficile avventura dello spirito. Il problema Γ¨ che non sono toccati dalla grazia dei santi, cosΓ¬ come non hanno la tempra che porta all’illuminazione il bodhisattva della tradizione buddhista. Non sono dei dormienti, ma nemmeno dei totali risvegliati. È per questo che, non di rado, la societΓ  li fa a pezzi.

Nell’ultima parte della sua vita, Van Gogh riesce a sottrarre anche un semplice albero o una sedia al dominio dell’apparenza (finalmente riesce a vederli attraverso la sua arte), ma questo non gli impedisce di spararsi un colpo di rivoltella. C’è qualcosa di soprannaturale nella fresca virilitΓ  del Frederic Harry diΒ Addio alle armi, quasi che i suoi muscoli siano in contatto con lo stoicismo del 300 a.C., perΓ² sappiamo com’è finito il suo autore. Mentre danza, Nijinskij sente un dio dentro di sΓ©, e tuttavia la possessione non Γ¨ abbastanza stabile da non farlo impazzire pochi anni dopo, cosΓ¬ come accadrΓ  per Nietzsche.

Sono pochi gli outsider che si sottraggono alla rovina. Colin Wilson fa gli esempi di Eliot e Dostoevskij, in grado di tener duro fino a risolvere la propria battaglia interiore nelle magnifiche sintesi dei Quattro quartetti e dei Fratelli Karamazov. Ma leggendo The OutsiderΒ nel 2016, viene voglia di proiettare questi ragionamenti nel presente.

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Colin WIlson (1931 – 2013).

Viviamo in un’epoca che neutralizza, mettendola a profitto, ogni forma di irregolaritΓ . Basta seguire un talent in tv per rendersene conto. Basta viaggiare a pelo d’acqua sul mondo dell’informazione per avere conferma di come ogni difformitΓ  riceva spazio purchΓ© filtrata dai codici (spettacolaritΓ  o conformismo) che ne distruggono il messaggio. Si abbassa un attimo la guardia, e una vocazione autentica si Γ¨ giΓ  lasciata trasformare in fenomeno da baraccone.

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Oggi β€œOutsider” potrebbe essere la marca di un profumo. Eppure di una radicalitΓ  nemica del fanatismo, di una ricerca del trascendente che non tragga linfa da megalomania o sete di potere ci sarebbe bisogno. Tutti, in cuor nostro, sappiamo che il discorso mainstream ci sta rendendo solo piΓΉ poveri, infelici, aggiornati, lontani da una vita a cui riconosciamo bellezza e senso. Eppure – come fece Colin Wilson nel Natale del ’54 – basterebbe guardare dall’altra parte.


 

6 commenti su “Colin Wilson: “L’outsider”

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