Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina

di Marco Maculotti
copertina: tessile della cultura Paracas (PerΓΉ costiero)


Un concetto centrale nella tradizione cosmogonica andina Γ¨ la credenza in cicli regolari di creazione e distruzione che darebbero inizio e porrebbero fine alle varie ere cosmiche. Il tempo veniva concepito in maniera circolare; in accordo a tale dottrina, esso aveva solo due dimensioni: il presente (
Kay Pacha) che al suo termine sfocia nel β€œtempo antico” (Nawpa Pacha), dal quale si ritornerΓ  nuovamente al tempo presente [Carmona Cruz p.28].

Tale dottrina, paragonabile a quella indiana degli yuga e a quella esiodea delle etΓ , si fonda su un principio di ciclicitΓ  che governerebbe ogni cosa nel cosmo e che viene denominato dalla tradizione andina Pachacuti, letteralmente β€œuna rivoluzione, una processione dello spazio e del tempo”. Con tale termine, nei miti, vengono descritti una serie di eventi catastrofici che prevedono la distruzione generale dell’umanitΓ  del ciclo e la sua successiva sostituzione con una nuova umanitΓ β€”vedi i miti di origine del lago Titicaca, in cui si narra che Viracocha sterminΓ² una precedente razza di giganti con il diluvio o con una pioggia di fuoco per poi creare una successiva umanitΓ , quella attuale [cfr. Viracocha e i miti delle origini: creazione del mondo, antropogenesi, miti di fondazione].

Questa idea di necessario rinnovamento del cosmo si ritrova ovunque nel mito e nelle religioni: si assiste continuamente allo sterminio da parte della divinitΓ  creatrice-uranica (il β€œDio Padre”) dell’umanitΓ  del ciclo giunto alla sua conclusione per poi procedere alla creazione dell’umanitΓ  del ciclo successivo. Gli antichi greci dicevano che il cosmo β€œsi rigenera di tempo in tempo”—o di eone in eoneβ€”β€œimmergendosi nel fuoco”. Quando la terra appare stanca e l’umanitΓ  ormai irrimediabilmente sviata dalla sua originale condizione aurea, ovunque ritroviamo questa idea comune: il cosmo deve ringiovanire, e con lui la Terra e, in ultima analisi, lo stesso uomo.

SC115202.jpg

I cicli del mondo secondo Guaman Poma

Una delle piΓΉ complete descrizioni della succitata suddivisione in Γ¨re della storia del mondo Γ¨ quella del cronista del XVII secolo Guaman Poma, dalla cui lettura appare chiaro come, generalmente, la cosmostoria della tradizione andina si suddivide in cinque ere cosmiche, ognuna delle quali Γ¨β€”similmente alla concezione mexica del Tonatiuhβ€”denominata β€œ(anno del) Sole” (intip watan) o β€œGrande Anno” (capac watan) e dura mille anni (sebbene sia probabile che tale cifra vada intesa in senso simbolico, come se la locuzione con cui i cronisti spagnoli hanno tradotto come “mille anni” fosse equivalente, in lingua quechua, al concetto di “un’intera Γ¨ra”).

Ogni β€œGrande Anno” comprende due cicli minori (che i cronisti misurarono, di conseguenza, in cinquecento anni ciascuno), detti a loro volta pachakuti (β€œcapovolgimento del mondo e del tempo”), perchΓ© alla fine di ogni ciclo (sia completo che parziale) avvengono grandi cataclismi. Ogni Γ¨ra moriva un Sole e un altro nasceva; lo stesso accadeva con le stirpi che popolano la terra [Polia p.71]. Secondo Guaman Poma [Urton p.41]:

1. La prima etΓ  del mondo (β€œPrimo Sole”) risale al β€œtempo di tenebra primordiale” in cui viveva una proto-umanitΓ  denominata Wari Wiracocharuna, che conoscevano solo una tecnologia rudimentale e si coprivano con fronde e foglie. Tale epoca si conclude in modo misterioso. Alcune fonti considerano gli uomini di questa prima epoca non dotati di un corpo propriamente fisico come l’umanitΓ  attuale, la piena cristallizzazione dell’involucro materiale avvenendo solo con l’avvento del Secondo Sole.

2. L’umanitΓ  del β€œSecondo Sole”, Wari Runa, fu piΓΉ avanzata: vestivano pelle di animali, praticavano un’agricoltura rudimentale e vivevano in modo pacifico, senza guerre. Adoravano Viracocha e lo riconoscevano come creatore. La loro era terminΓ² con un diluvio.

3. L’era del β€œTerzo Sole” fu quella dei Purun Runa (β€œuomini selvaggi”), denominazione curiosa dal momento che in realtΓ  in tale epoca si dispone di una tecnologia sempre piΓΉ complessa, nell’agricoltura come negli indumenti indossati (lana) come in arti piΓΉ avanzate quali la metallurgia e la creazione di monili. Tuttavia, la popolazione aumenta vertiginosamente e ciΓ² porta la nascita di conflitti territoriali. Ogni centro abitato viene retto da un sovrano. La gente adora Pachacamac come creatore dell’Universo. Non si sa come questa etΓ  si concluse ma, si puΓ² ipotizzare, la sua fine sembra essere in relazione con il corpus di miti riguardanti l’estinzione di una umanitΓ  precedente per mezzo di piogge di fuoco provenienti dal cielo. Nel Codex Chimalpopoca, un documento Nahua del Mesoamerica, l’epoca del β€œTerzo Sole” Γ¨ chiamata anche Quia Tonatiuh (β€œSole di Pioggia”) β€œperchΓ© in questa era cadde una pioggia di fuoco che bruciΓ² tutto ciΓ² che esisteva (…) Le rocce bollirono nel tumulto, e se ne innalzarono di color vermiglio” [Donnelly p.104-5].

LEGGI ANCHE  UmanitΓ  antidiluviane, giganti, "gentili"

4. Gli abitanti dell’etΓ  successiva, quella del β€œQuarto Sole”, sono popolazioni guerriere, Auca Runa, che vivevano sui picchi montani in case di pietra e fortezze denominate pucara. La tecnologia divenne sempre piΓΉ complessa, e con essa aumentarono anche i dissidi e i conflitti. Durante questa epoca, il mondo venne suddiviso in quattro parti [cfr. la suddivisione mitica del Tahuantinsuyu da parte di Viracocha]. Guaman Poma non specifica, anche in questo caso, come avvenne la distruzione di questo mondo; tuttavia, dal momento che probabilmente in questa etΓ  si deve riconoscere quella precedente la nascita dell’umanitΓ  odierna, alcuni tendono a collegarla con l’etΓ  dei giganti che Viracocha sterminΓ² con un diluvio per poi dedicarsi alla creazione dell’umanitΓ  successiva.

5. L’epoca, finale, del β€œQuinto Sole” Γ¨ quella degli Inca, ovvero il periodo storico della civiltΓ  andina [cfr. L’enigma di Tiahuanaco, culla degli Inca e β€œIsola della Creazione” nella mitologia andina]. Dopo una sommaria descrizione delle innovazioni e delle nuove istituzioni introdotte dai nuovi sovrani, Poma attesta che essi si diedero al culto dei guaca bilcas, esseri soprannaturali che, secondo l’autore, sarebbero i β€œdemoni di Cusco”. A causare la fine di questa epoca (o, per meglio dire, la β€œsvolta”, il pachakuti) Γ¨ stata ovviamente l’invasione degli Spagnoli [Urton p.44] [cfr. Storia segreta della conquista del PerΓΉ: il sogno profetico dell’Inca Viracocha e la venuta degli Spagnoli]. Polia afferma che con l’arrivo degli Spagnoli il mondo indio (vale a dire il mondo del β€œQuinto Sole”) si capovolge e s’apre l’ultimo ciclo dell’ultimo Sole prima del grande cataclisma finale, il pachakuti definitivo, quello di fine ciclo, che β€œporrΓ  fine a questo mondo e a questo tempo” [Polia p.71-2].

Schermata 2016-10-18 alle 20.15.48.png

Un confronto con le etΓ  esiodee

Come abbiamo giΓ  avuto modo di notare, esiste una corrispondenza tra la divisione in β€œSoli” della tradizione andina e la medesima divisione in ere o cicli in altre culture antiche. Abbiamo giΓ  accennato a quella messicana dei Tonatiuh (che ha l’eguale significato di cicli solari), in cui ogni ciclo viene chiamato con il nome dell’elemento che distruggerΓ  il mondo al suo termine (catastrofi di fuoco e acqua, furiosi uragani o terremoti).

Abbiamo giΓ  richiamato anche la dottrina indΓΉ degli yuga e a quella greco-romana delle etΓ , un processo di decadenza graduale lungo quattro cicli denominati esotericamente con il nome di un metallo, come abbiamo visto in precedenza. Altre dottrine di tal guisa erano quella iranica, affine a quella ellenicaβ€”le quattro etΓ  sono qui contrassegnate da oro, argento, acciaio e β€œmescolanza di ferro”—e quella caldaica, che riprende quasi pedissequamente tale divisione [Evola p.222].

Proviamo a operare un confronto tra quella tra queste dottrine che conosciamo meglio, vale a dire quella greco-romana così come la conosciamo grazie ad Esiodo, e quella della tradizione inca, per come ci è giunta tramite Guaman Poma.

1. Posto che, secondo la tradizione andina, l’era del β€œPrimo Sole” fu abitata unicamente da una razza proto-umana non dotata di un corpo propriamente fisico, associamo l’èra del β€œSecondo Sole”—in cui gli uomini β€œvestivano pelle di animali, praticavano un’agricoltura rudimentale e vivevano in modo pacifico, senza guerre; adoravano Viracocha e lo riconoscevano come creatore”—all’EtΓ  dell’Oro della tradizione mediterranea in cui gli uomini vivevano in pace e nell’abbondanza e i terreni davano raccolti abbondanti senza necessitare di coltivazione. Evola mette in relazione l’etΓ  dell’Oro ai simboli di β€œpolaritΓ , solaritΓ , altezza, stabilitΓ , gloria, vita in senso eminente” e β€œveritΓ  in senso trascendente” [Evola p.229]. I racconti sull’etΓ  aurea, secondo JΓΌnger, β€œconcordano nell’affermare che fu un’etΓ  dell’innocenza” e per questo necessariamente β€œscevra non solo di teologia, ma anche di scienza”, cosΓ¬ come di alfabeto e di scrittura ideografica [JΓΌnger p.133]. Come dice Eliade, secondo la tradizione degli aborigeni australiani, β€œgli antenati erano liberi dalle molteplici inibizioni e frustrazioni che inevitabilmente affliggono ogni essere umano vivente in comunitΓ  organizzate” [Eliade p.100]. In piΓΉ, l’uomo del primo ciclo appare in tutte le tradizioni, dal β€˜tempo sognante’ degli aborigeni australiani al resto del mondo, in qualche modo ancora indifferenziato rispetto al resto degli esseri, dΓ¨i, animali, piante e via dicendo. In questo stato di comunione indifferenziata in cui giaceva, β€œl’uomo indiviso possedeva il sapere, non la scienza” e β€œdelle pietre, delle piante, degli animali piΓΉ che le proprietΓ  egli conosce le virtΓΉ. Esse gli parlano” [JΓΌnger p.133.]. L’etΓ  aurea, chiamata dal filosofo tedesco anche β€œstoria dei primordi” (equivalente all’illud tempus eliadiano) non si ridurrebbe, dunque, a un semplice stadio temporale anteriore ai successivi, essendone anzitutto sostanzialmente diverso nel suo piΓΉ intimo essere: non si tratta, come dice JΓΌnger, semplicemente di β€œpreistoria” e β€œetnologia”, e tantomeno non Γ¨ un β€œprius sul piano cronologico”, quanto piuttosto uno β€œstrato profondo dell’uomo”, β€œforza spirituale indivisa” [JΓΌnger p.104].

LEGGI ANCHE  Il "sangue del Sole": sul sacrificio umano nella tradizione precolombiana

2. Accettando questo punto di partenza, l’èra del β€œTerzo Sole” (tecnologia e agricoltura sempre piΓΉ evoluta, metallurgia, creazione di monili; aumento popolazione e nascita di conflitti territoriali) corrisponderebbe all’EtΓ  dell’Argento, in cui gli uomini erano ricchi e vivevano nell’abbondanza, β€œeppure anelavano all’innocenza e all’appagamento che erano le vere fonti della felicitΓ  umana nell’epoca precedente; e di conseguenza, pur vivendo nella lussuria e nelle delizie, divennero oltremodo prepotenti, perennemente insoddisfatti, e dimenticarono gli dΓ¨i ai quali, nella loro certezza di prosperitΓ  e benessere, negarono la venerazione dovuta” [Murray cit. in Donnelly p.205]. Esiodo concepisce l’etΓ  dell’Argento non solo come una semplice diminuzione qualitativa dell’era precedente; vi Γ¨, come accade in tutti i pachakuti, un cambiamento radicale dell’essere. CosΓ¬ se nell’etΓ  aurea (che nella tradizione indΓΉ corrisponde alΒ Satya-yuga, β€œl’etΓ  dell’Essere”) gli uomini vivevano con gli dΓ¨i e avevano il nutrimento senza dover lavorare la terra, viceversa giΓ  con l’etΓ  dell’Argento la situazione muta radicalmente: sembra che gli dΓ¨i, per dirla con JΓΌnger [p.132], abbiano β€œoccultato all’uomo il nutrimento e sia iniziato il lavoro, mediante l’aratro, la scrittura e la costruzione di solide dimore”.

3. Se nella cosmogonia l’era del β€œQuarto Sole” viene descritta come un’epoca di conflitti e dissidi, in cui una popolazioni di giganti spadroneggia sui deboli, allo stesso modo l’EtΓ  del Bronzo degli antichi Ellenici (Esiodo dice: β€œstavano loro a cuore le opere dolorose di Ares e le violenze”) era β€œun periodo di costanti dispute e atti di violenza. Invece delle terre coltivate, di una vita di occupazioni pacifiche e di regolari abitudini, venne un giorno in cui la ragione era ovunque del piΓΉ forte e gli uomini, grandi e potenti com’erano, divennero fisicamente esausti” [Murray cit. in Donnelly p.205]. Secondo Esiodo, questi β€œuomini di bronzo”, potenti e terribili, si dedicavano unicamente alla guerra, non mangiavano pane e i loro cuori erano gelidi e duri come l’acciaio ed incutevano terrore per la loro crudeltΓ  e forza fisica. Di bronzo erano le loro armi cosΓ¬ come le loro case: essi non conoscevano il ferro. Causa la loro stessa violenza e arroganza, essi perirono e furono inghiottiti dall’Ade senza lasciare traccia su questa Terra. Tutti questi mitemiΒ si ritrovano nondimeno anche nelle narrazioni andine sulla fine dell’epoca del β€œQuarto Sole”. Anche la tradizione nordica ricorda questa etΓ  del Bronzo; nell’Edda [VΓΆlupsΓ’, 46] si legge: β€œTempi dell’ascia e della spada, tempi del Vento, tempi del Lupo, prima che il mondo sprofondi. Nessun uomo risparmia l’altro”.

LEGGI ANCHE  Cronache della Fine: dal "Terrore" di Machen al "Colore" di Lovecraft

4. L’era del β€œQuinto Sole”, vale a dire l’epoca storica (post-diluviana) degli Inca, equivale infine all’esiodea EtΓ  del Ferro (l’epoca dei Preincas potendo forse essere inquadrata in questo schema parimenti all’esiodea β€œEtΓ  degli Eroi”, posta tra quella del Bronzo e quella del Ferro), β€œin cui l’umanitΓ  infiacchita dovette sgobbare per guadagnarsi il pane e, occupati a guadagnare, fecero del loro meglio per superarsi l’un con l’altro”.

16193353538_770b46014b_o.jpg

Amaru e la fine del ciclo

Al medesimo corpus di insegnamenti tradizionali riguardanti il pachakuti si ricollega anche il mito dell’immenso serpente Amaru, dimorante nelle viscere della terra: β€œAmaru dorme, ma quando si agita produce il terremoto che segna la fine di un ciclo, allora il mondo torna alle tenebre primordiali e i giganti lo invadono per instaurare il regni dei morti viventi e i viventi passano nelle regioni dei morti, fino al sorgere del nuovo sole” [Polia p.78], con β€œSole” intendendo tradizionalmente, come abbiamo visto, ciclo.

Curiosamente, lo stesso mito si ritrova, identico, dall’altra parte del mondo, in India, dove, al di sotto dei sette mondi del regno sotterraneo di Patala, si diceva vivesse Shesta, il serpente che sorregge il mondo: quando scuote una delle sue mille teste, la terra trema e alla fine di ogni kalpa (cioΓ¨ ogni 4.320.000.000 anni) il serpente si contorce in modo convulso e distrugge il mondo con il fuoco [Kafton-Minkel p.63].

Un mito estremamente simile si incontra anche nella tradizione norrena, dove si parla di Nidhogg, enorme drago che vive al di sotto dei nove mondi, alle radici dell’Yggdrasil, che mastica continuamente. Quando le radici dell’Albero Cosmico saranno recise del tutto, giungerΓ  il RagnarΓΆkk, equivalente al Pachakuti della tradizione andina.

Si noti come in questi miti il simbolismo del serpente esprima innanzitutto la sua natura sotterranea, o per meglio dire ultra-ctonia: si trova sempre al di sotto dei tre mondi (uranico, terreno, ctonio), o al di sotto dei sette e nove reami delle mitologie indiana e norrena. Questo rettile mitico Γ¨, in altre parole, il fondamento dell’Albero Cosmico: come l’Atlante della mitologia ellenica, a lui si delega il compito di portare il peso del mondo sulle sue spalle.

Il serpente, inoltre, veicola nel suo simbolismo la visione dei popoli arcaici di una trasformazione continua del cosmo e del mondo: come il rettile ciclicamente cambia muta, allo stesso modo il mondo stesso continuamente si rinnova distruggendosi per poi ricrearsi. Da ciΓ², il probabile motivo per cui tre civiltΓ  tanto lontane nel tempo e nello spazio come quella indΓΉ, norrena e andina abbiano fatto ricorso allo stesso simbolo per spiegare ciΓ² che non puΓ² essere spiegato se non per simboli.


Bibliografia:

  1. Aurelio Carmona Cruz, La cosmovisiΓ³n dual de los Inkas (Ministerio de Cultura Cusco, Lima, 2013).
  2. Ignatius Donnelly, Atlantis. The Antediluvian World [ed it.: Platone, l’Atlantide e il Diluvio] (Mondo Ignoto, Roma, 2005).
  3. Mircea Eliade, Nostalgia delle origini (Morcelliana, Brescia, 2000).
  4. Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno (Mediterranee, Roma, 1969).
  5. Ernst JΓΌnger, Al muro del tempo (Adelphi, Milano, 2012).
  6. Walter Kafton-Minkel, Mondi sotterranei (Mediterranee, Roma, 2012).
  7. Mario Polia, Il sangue del condor. Sciamani delle Ande (Xenia, Milano, 1997).
  8. Snorri Sturluson, Edda (Adelphi, Milano, 1975).
  9. Gary Urton, Inca myths (British Museum Press, London, 1999).

9 commenti su “Pachacuti: cicli di creazione e distruzione del mondo nella tradizione andina

  1. hola, hermoso artΓ­culo, quisiera saber de donde es la imagen del textil al principio del artΓ­culo? De que cultura exactamente es, y en donde se encuentra este textil? gracias.

Rispondi

Scopri di piΓΉ da π€π—πˆπ’ ֎ πŒπ”ππƒπˆ

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere