Considerazioni astrologiche sul Vangelo: una soteriologia su base solare

(Immagine: “La creazione del Sole, della Luna e delle stelle”, ca. 1250-1260)

Prosegue il ciclo di articoli dedicati all’astronomia sacra a firma di Andrea Casella. In questo appuntamento e in quello che seguirà, l’autore si concentra sulla soteriologia dei vangeli cristiani individuandovi i rimandi  il più delle volte ormai dimenticati e quindi misconosciuti  all’antica tradizione astroteologica. In questa prima parte si analizzerà in special modo la figura di Giovanni il Battista e il suo rapporto con Gesù (soprattutto per quanto riguarda il “battesimo”) e quella di Giuda l’Iscariota, connessa con la costellazione dello Scorpione.


Sebbene René Guénon e i suoi epigoni rigettino completamente le interpretazioni dei miti e dei mitologhemi su base astronomica, a favore di (assolutamente discutibili) impostazioni teoretiche su base metafisica, e quindi squisitamente letteraria e non scientifica, così come noi abbiamo, pur con tutti i limiti del caso, tentato di fare, non possiamo seguitare ad ignorare, giunti a questo punto del discorso, che l’astronomia (meglio, con termine tradizionale, l’astrologia) costituisca il cuore e la ragion d’essere delle storie mitologiche.

Invero, il rigetto dell’interpretazione su base astrologica così come sottolineato da qualcuno, non è dovuta ad altro che a una difficoltà di lettura. La decifrazione del linguaggio mitico (spesso e volentieri del tutto assurdo e barocco) incontra l’ovvio ostacolo dell’ignoranza del settore specifico: in questo caso la conoscenza dell’astronomia. Quando si è digiuni del tutto o quasi di conoscenza specifica, come si può pretendere che ci si impegni in una interpretazione corretta? È un problema ben evidenziato da Giorgio de Santillana. Dice, non senza una vena di polemica, il grande studioso [1]:

« Quando mai verrà, ci chiediamo, quel glorioso giorno in cui i filologi incominceranno a rendersi conto che i ‘sacrifici’ e le ‘vittime’ incatenate a un ‘palo sacrificale’ o a una montagna hanno un significato puramente cosmologico? »

D’altronde non si possono neppure biasimare gli studiosi provenienti da altri settori del sapere: come sempre avviene, non si può conoscere tutto, ma i contributi che essi danno dovrebbero esser tenuti per ciò che sono, ossia ipotesi dotate di dignità pari a quella di tutte le altre, senza pretesa di esclusività nella loro verità assoluta. E studiosi (in questo caso metafisici, e quindi fautori di un’interpretazione rigorosamente anagogica dei miti) come Guénon, avrebbero dovuto imparare questa lezione, prima di liquidare il Volney e il Dupuis con una sentenza laconica.

È certamente vero che i miti, quasi sempre, rimandano ad altri significati (il linguaggio del mythos non può essere altrimenti), ma l’interpretazione metafisica, ed anzi, oserei dire, teologica, di essi è quasi certamente frutto di un errore fondamentale. Il dubbio è un obbligo, l’incertezza il motore della ricerca della verità. Non è un caso che un grande sarcastico della tarda antichità come Luciano di Samosata avesse sospettato che dietro la vicenda boccaccesca della rete di Efesto, narrata da Omero nell’Iliade, si nascondesse in realtà un significato astronomico, costituito da un allineamento tra pianeti, in questo caso Venere e Marte, nella “rete” delle Pleiadi. Solo l’osservazione distaccata dei fenomeni può consentire un’analisi serena e fredda, e dunque, quasi certamente, corretta.

Il mito di Dioniso-Zagreo, con le sue singolari vicende di squartamenti e reductio ad unum, è stato interpretato (certo sulla scorta degli antichi commentatori) come una metafora dell’anima individuale dispersa nella materia (i Titani) che necessita di essere ricondotta ad unità, ossia di fondersi nuovamente nell’anima del mondo originaria. Questa interpretazione, poetica e metafisica insieme, è certamente veritiera, se non fosse che il suo sostrato più antico è eminentemente cosmologico. Rivelatore è, come sempre accade, il numero; anzi, il Numero, che a tutto è sovraordinato. I Titani smembrano il corpo di Zagreo in sette parti non perché il sette sia un numero particolarmente “bello” dal punto di vista tradizionale, ma per il preciso motivo che esso è il numero dei pianeti, di cui i Titani sono come i rappresentanti. Zagreo, allora, è bensì l’anima del mondo, ma in un senso molto più preciso: è l’Anthropos, la X di Chronos, l’apparato astrale formato dall’incrocio dell’equatore celeste con l’eclittica, entro la quale i pianeti si muovono, stabilendo “l’ordine del tempo”.

Eppure, questo significato è come sommerso, baluginando appena attraverso la bizzarria del mito, il quale, tuttavia, è sempre lo stesso, presentandosi ogni volta, guarda caso, come una spaventosa storia di infanticidio e/o cannibalismo da parte di primordiali esseri di ascendenza titanesca. Chi potrebbe riconoscere, infatti, lo stesso canovaccio dionisiaco dietro ai miti del banchetto di Tieste e Atreo o a quello, altrettanto orrendo, di Licaone? Chi potrebbe riconoscere dietro l’immagine di Efialte e Oto, legati alla colonna, ed empi al pari dei Titani, il medesimo schema a X, che è poi il medesimo del caduceo di Ermes?

La genuinità delle origini del mito andò persa in un tempo che per i Greci stessi è già remoto. Eppure, sembra che il numero rimanga saldo, nella propria assiomatica oggettività, come ultimo custode irriducibile, come un relitto emergente in mezzo al deserto, additandoci la via maestra della verità, che è la verità astrale. Numeri che ricorrono: il 7, talvolta il 14 (come per Osiride, anch’esso smembrato, o per i figli di Medea, uccisi dalla loro propria madre), il 9, il 12 ecc. Sono tutti “figli del cielo”. Laddove sono questi, si può esser certi, all’inizio si parlava di affari celesti.

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“Cristo Cosmocrator”. Mosaico absidale del Monastero di Santa Caterina sul Sinai. Arte bizantina, 574 d.C.
Lettura “solare” dei Vangeli

Anche gli eventi narrati nel Vangelo appartengono a questa categoria, benché di essi si pretenda, per ovvi motivi, la storicità. Sfugge, agli appaltatori delle verità trascendenti, che il mito è vero fintanto che è atemporale. Comunque sia, la ben nota narrazione evangelica è essa stessa un mito astrale, pur se innestato sulla vicenda di un personaggio realmente esistito, che tuttavia non aveva i crismi del Messia, come sembra emergere da alcuni passi del libro della Sapienza, ad essa coevo. Né, peraltro, ci interessa qui sapere chi fosse realmente costui: a noi riguarda unicamente il mito che vi è stato costruito intorno, nella sua versione definitiva.

Il preteso inizio di tutto è già rivelatore, poiché la nascita del Cristo si colloca sull’esatto momento di transizione tra due età precessionali, quella dell’Ariete e quella dei Pesci, due simboli a lui attribuiti dalle scritture, nonché dall’iconografia paleocristiana. Il suo mito, tuttavia, pur riprendendo qua e là suggestioni precessionali (e quindi attinenti al più volte menzionato simbolismo stellare), è eminentemente solare, come il Dupuis ha ampiamente dimostrato. Il messaggio di salvezza “metafisica”, ossia di redenzione dal Peccato Originale (è questo in definitiva il quia dell’ortodossia cristiana), è come un abito che veste e nasconde una simbologia prettamente cosmologica. Se lo stato edenico cessa all’ora del sorgere sull’orizzonte del Serpente-Ofiuco (che accompagnava lo Scorpione), ristabilirlo sarà allora compito dell’Agnello equinoziale; l’Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo, secondo Giovanni I, 29.

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Alexandre Cabanel, “John the Baptist”.
Giovanni il Battista e il “battesimo” di Gesù

La simbologia dell’avvicendamento del sole vecchio, o invernale, con il nuovo sole, o primaverile, traspare, ad un occhio attento (Guénon, fra gli altri, vi ha dedicato innumerevoli pagine), dal particolare rapporto di successione instauratosi tra Giovanni il Battista e Gesù Cristo. Giovanni, cugino di Gesù, si qualifica infatti come “colui che è stato mandato davanti a lui (Gesù)… Egli infatti deve crescere, io invece diminuire” (Gv. III, 28 – 30). Giovanni è allora il sole giunto al suo apice e deve iniziare la fase discendente, e difatti, tradizionalmente, la festa di San Giovanni Battista è posta al 24 giugno, in corrispondenza del solstizio d’estate.

Il passaggio dall’uno all’altro sole si avrà in corrispondenza del solstizio d’inverno, quando il sole, terminata la sua parabola discendente, “rinasce” per tornare nell’emisfero settentrionale [cfr. Cernunno, Odino, Dioniso e altre divinità del ‘Sole invernale’]. In quel momento il sole è allo zenit sulla linea del tropico del Capricorno, e in concomitanza si ha la nascita materiale di Gesù. Il vero e proprio “passaggio del testimone” risulta chiaro da Giovanni I, 35 – 39, quando Giovanni manda a Gesù i due discepoli, avvertendoli che egli è l’Agnello di Dio. Il riferimento temporale è interessante, essendo, in quel momento, l’ora decima, ossia le quattro del pomeriggio. La decima, su un ideale quadrante suddiviso in dodici spicchi zodiacali, corrisponde all’ora del Capricorno. Giovanni, così come Gesù, viene, da sacerdoti e leviti, inizialmente scambiato per una reincarnazione di Elia, trasportato in cielo ancora in vita su un carro di fuoco (il carro del Sole, Helios?). Ma El-Elyon (il Dio Altissimo), di cui il misterioso Melchisedek era sacerdote in Salem prima che vi si insediasse Abramo, altri non potrebbe essere che Kronos-Saturno, quell’Helios il Titano di cui parlano i frammenti orfici.

Sulla figura di Giovanni il Battista e del suo rapporto con il fiume Giordano ci sarebbero da fare interessanti considerazioni astrologiche. Giovanni sembra essere una sorta di divinità legata alle acque, al pari del suo quasi omonimo mesopotamico, Oannes, un essere mitologico di cui parla Berosso. I Mandei (erroneamente detti anche Cristiani di San Giovanni), che conservano nei loro rituali gnostici un ampio riferimento alle antiche divinità mesopotamiche, conoscono come del tutto normale l’associazione Giovanni-Oannes. Questo Oannes, descritto come creatura acquatica, sarebbe stato uno dei sette apkallu, ma non è nient’altro che un allotropo di Enki-Ea/Kronos-Saturno, e Giovanni è chiamato anche Nembrot, in un’antica leggenda slava: il tempio di Ninurta nella città di questi, Nimrud, o Kahlu, è detto toccare, con le sue fondamenta, le acque dell’abisso.

Peraltro, l’avvento di Oannes, che proviene dalle “profondità del mare”, riveste, al pari di Giovanni, una valenza soteriologica. Colui che deve risorgere dall’abisso non è altri che il sole infero, Saturno, nel suo aspetto ambivalente di domicilio del “freddo” Capricorno e “rinnovatore” del Sole. Tra Giovanni e il fiume Giordano, dunque, si stabilisce una relazione analoga a quella tra Enki-Ea e il fiume celeste Eridano, che trova la sua “quiete” in Eridu/Canopo. Tuttavia, la cosmologia è talmente affogata nella ritualità religiosa da esserne del tutto offuscata. Ma non c’è da sbagliarsi. Colui che emerge “rinnovato” dal battesimo nel Giordano/Eridano è il Sole Cristo, benedetto dal Saturno Giovanni. In questo caso la figura messianica dell’Oannes mesopotamico si sdoppia per adattarsi alle forme di una nuova religione, ed è forse per questo che i Mandei reputano Gesù, senza mezzi termini, un impostore. Sdoppiamento, dunque, e talvolta addirittura una tripartizione, come possiamo notare osservando un mosaico ravennate raffigurante il battesimo di Gesù. In esso è presente una terza figura, che emerge dalle acque del fiume: è il genio fluviale, che la scritta in latino qualifica come Iordanus. Un retaggio dell’antico Oannes? Quasi certamente.

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“Battesimo di Gesù”. Battistero Neoniano, Ravenna, V secolo.

La storia di Gesù Cristo dissimula a tutti gli effetti il percorso annuale del sole, fatto di tramonti e rinascite. Il peccato che egli viene a mondare è l’inverno, giunto in Eden (l’Eiren persiano) sotto forma di serpente. Il suo luogo di nascita è particolarmente significativo. Come riporta Frazer (Il ramo d’oro, p. 540), citando San Girolamo, a Betlemme (lett. “Casa del pane”) era presente un boschetto sacro ad Adone, l’amato dalla dea Venere, morto a causa di una zanna di cinghiale e in seguito resuscitato. Adone, che passa per essere l’ennesima divinità solare, che muore e poi rinasce, era in epoca più antica Tammuz, figlio di Enki-Ea e rappresentante di Sirio. Una sovrapposizione di figure e culti che, pur nell’apparente confusione generale, sono unite dal comune fil rouge astronomico. E ci si potrebbe chiedere, a questo punto, quale sia la stella di Betlemme seguita dai Magi, i sacerdoti di Zoroastro, astrologi esperti, nel loro viaggio fino a Betlemme. Era forse proprio Sirio, la cui influenzabilità precessionale veniva registrata in quegli anni? Secondo una leggenda, la stella finì per cadere in un pozzo di Betlemme. La perduta inamovibilità millenaria di Sirio doveva senza dubbio apparire nunzia di un cambiamento epocale, sul finire di quell’Era dell’Ariete [2]

Divenuto un maestro, il Sole-Cristo si circonda di dodici discepoli, corrispondenti, nel numero, ai dodici Aditya che accompagnano Surya, il Sole della tradizione indiana: sono dunque pari ai segni zodiacali lungo l’eclittica. In epoca vedica, essi erano tuttavia sette, rassomigliando agli iranici Amesha Spenta [3], e dunque di numero pari ai pianeti. Sembra riaffiorare, anche qui, un riadattamento solare di una simbologia originariamente planetaria [cfr. Simbolismo stellare e simbolismo solare]. Ma, al netto di ciò, non può sfuggirci il dato fondamentale: il continuo ritorno (rivelato dall’oggettività del numero) di sostrati cosmologici a cui poi si è cercato di conferire una veste religiosa.

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Raffigurazione della costellazione dello Scorpione, tratta da “Urania’s Mirror”, Sidney Hall, Londra 1825.
Giuda l’Iscariota e lo Scorpione

Ma laddove il sostrato astrologico delle vicende evangeliche risulta più evidente è senz’altro relativamente alla morte del Cristo. Egli viene infatti tradito da uno dei dodici, Giuda Iscariota, che si rivela appartenere al segno dello Scorpione, sotto la cui influenza il sole era destinato a “morire”, alle porte dell’inverno. Ed è proprio relativo a uno scorpione, in contrapposizione all’uovo (cosmico), uno dei detti più enigmatici di Gesù (Luca, XI, 12), che ci rivela anche le ascendenze iraniche di una certa simbologia cristiana [4]. Del resto, il Vangelo, con la figura del “Tentatore”, ci mette, fin da subito, di fronte a un dualismo tra bene e male estremamente marcato.

Tornando all’ordine di elencazione dei discepoli, notiamo, invero, che l’Iscariota occupa sempre il dodicesimo posto, ma ciò che permette di ricollegarlo allo Scorpione non è di secondaria rilevanza. Egli infatti, nell’economia escatologica giudeo-cristiana, occupa una posizione analoga a quella dell’antica tribù di Dan. L’Iscariota, dopo il tradimento e il suicidio, è infatti sostituito da Mattia, analogamente a come, nell’Apocalisse, la tribù di Manasse sostituisce quella di Dan [5]. Secondo il Libro dell’Ape, di Salomone di Bassora [6], l’Iscariota apparteneva alla tribù perduta di Dan, soppressa nell’elencazione apocalittica, secondo Ireneo di Lione (Adversus Haereses V, 30, 2), perché da essa sarebbe sorto l’Anticristo. Ora, simbolo della tribù di Dan è un serpente “che morde i garretti del cavallo” (Gn. XLIX, 17), ma non è raro che questo animale sia preso per un succedaneo dello scorpione per motivi astrologici, dal momento che, in prossimità dello Scorpione astrale, fa mostra di sé il serpentiforme Ofiuco, tredicesima costellazione dell’eclittica.

È qui, del resto, che si rivelerebbe il significato ultimo del dodicesimo posto di Giuda Iscariota, apparentemente privo di senso: poiché ove si annoverasse Gesù stesso nell’elenco dei Dodici, in quanto Ariete/Agnello, l’Iscariota verrebbe a esserne sbalzato fuori, esattamente come l’Ofiuco, che cede tanto allo Scorpione quanto al Sagittario. Da un’informazione indiretta, desunta dal libro dei Giudici, scopriamo che nel territorio di Dan era presente una strana “salita dello Scorpione (Akrabbim)” (Gd. I, 34 – 36): tale salita avrebbe costituito il confine tra i Daniti e gli Amorrei, prima che questi ultimi venissero soppiantati dai Filistei. Lo stesso Sansone, personaggio più che singolare, per non dire assurdo, all’interno dell’economia biblica, appartiene alla tribù di Dan (Gd. XII ss.) e, brandendo un’improbabile “mascella d’asino”, attacca i Filistei dalle colline dove si trovava anche la salita dello Scorpione. Di Sansone, Giorgio de Santillana ha messo bene in luce la relazione strettissima con Marte [7], pianeta che, notoriamente, ha come suo domicilio astrologico lo Scorpione, con Antares rivale di Marte, per il suo colore scarlatto.

La consapevolezza del significato astronomico della passione cristica sembra emergere anche da alcuni affreschi medievali. È come se l’artista, nel caso specifico, avesse saputo perfettamente che la simbologia narrativa era solo un travestimento. Negli affreschi del Convento di San Marco, Beato Angelico attribuisce ai soldati romani che scortano Gesù al Golgota dei farsetti gialli con su raffigurato uno scorpione. I Romani, figli di Marte, sono così sussunti sotto il loro proprio simbolo, che assurge a “veicolo” del Sole-Cristo verso la morte. Ma neppure il colore giallo dei farsetti deve essere sottaciuto, poiché esso è il colore del livore tipico di Saturno, sotto la cui influenza (nel segno del Capricorno) il sole giunge al suo minimum per poi risorgere.

[segue…]

Note:

[1]   G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi 2011, p. 560.

[2]  Non pretendiamo di avere appannaggio della verità assoluta. Conosciamo il valore di presagio delle comete. Fra gli altri, il Corpus Hermeticum: “Vi è un’altra categoria di corpi astrali, Asclepio, le comete. Appaiono ad intervalli, e dopo un certo tempo spariscono. Non spuntano, non tramontano, né si dissolvono. Vengono come messaggeri visibili, araldi di prossimi eventi importanti. Abitano la regione sotto il cerchio del Sole. Ogni volta che stanno per succedere cose gravi, esse sorgono, splendono qualche giorno, indi fanno ritorno sotto il cerchio solare, ove scompaiono. Alcune comete sorgono a levante, altre a settentrione, a ponente o a mezzogiorno. Noi le diciamo profeti”. Nondimeno, l’evangelista potrebbe aver optato per una voluta commistione fra stella e cometa, onde camuffare Sirio con il vestimento di un astro di natura diversa.

[3]   Cfr. p.es. C. P. Tiele, Outlines of the history of religion, Trubner & Co., London 1877, p. 169.

[4]   In Luca XI, 12 si legge: “Quale padre, tra voi, se il figlio gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?”. L’immagine si ricollega d’intuito ad un’opposizione tra vita e morte all’interno della pietas familiare: l’uovo, nutrimento, dà la vita, lo scorpione, velenoso, dà la morte. Il senso è chiaro, se non fosse per l’impressione di una dicotomia talmente esagerata da sembrare quasi ridicola. In verità, la sentenza, per come scritta, affonda le sue radici nell’astrologia. Nei misteri mitraici l’uovo è un simbolo dell’unità primordiale del Tutto e si connette direttamente alla forma sferica dello zodiaco. Come narrato nell’Avesta (cfr. a tal proposito Dupuis, L’origine di tutti i culti Vol. II, pp. 12 ss.) il cosmo avrebbe la forma di un uovo suddiviso in dodici parti, sei delle quali appartengono ad Ahura Mazda e sei ad Ahriman. Le sei parti di Ahriman (incarnazione del serpente d’inverno) sono i mesi che vanno dall’equinozio d’autunno all’equinozio di primavera (autunno-inverno). Per circa duemila anni (nella cosiddetta Era del Toro) il sole sorse all’equinozio d’autunno nella costellazione dello Scorpione (simbolo di morte anche perché, secondo un altro aspetto, è situato sull’incrocio esatto tra eclittica e galassia): era quello il momento in cui le tenebre sembravano avere il sopravvento sulla luce, facendo calare sul mondo il freddo e le brume. Il principio malvagio sarebbe stato sconfitto solo in primavera, con l’avvento del relativo equinozio, che cadeva sotto il segno del Toro. Plurime sono le raffigurazioni di Mitra che sacrifica il Toro di primavera, i cui testicoli (chiara matrice vitale e generativa) sono aggrediti proprio dallo Scorpione. Il Vangelo non ha fatto altro che prendere a prestito un antico concetto astrologico per immetterlo nel contesto allogeno di una narrazione dalle finalità prettamente spirituali e moraleggianti. Ciò, d’altronde, non comporta che l’immagine ne risulti del tutto vuota, poiché coloro che scrissero il Vangelo, nella perfetta consapevolezza di quel che facevano, intesero conservarne il senso ultimo al fine di renderlo fruibile alla generalità dei consociati, mediante una contrapposizione apparentemente infantile e grossolana. Se si considera per un attimo a quali classi sociali venne indirizzata la predicazione del Cristo, una tale operazione di volgarizzazione appare del tutto giustificata.

[5]   Sulla rilevanza di tale avvicendamento cfr. p. es. Adylson Valdez, Il numero 666 e le dodici tribù di Israele in Rivista Biblica 68/3-4, Santos, Brasile, 2006.

[6]   Cfr. il riferimento in Biagio Catalano, Il grande racconto, Lulu 2017, p. 490. Salomone di Bassora (Salomon di Baṣrā), fu vescovo nestoriano di Bassora nel XIII secolo. Fu autore del Libro dell’Ape, una miscellanea di informazioni religiose, tra cui una presunta profezia di Zoroastro sulla venuta del Cristo, un discorso sulla stella dei Magi e uno sui dodici apostoli (da Biografia universale antica e moderna, Missiaglia, Venezia, 1829).

[7]   Il mulino cit.,  pp. 200 – 213.


Bibliografia:

  • Charles – François Dupuis: L’origine di tutti i culti (compendio), Martini 1862
  • Giorgio de Santillana: Le origini del pensiero scientifico: da Anassimandro a Proclo, 600 a.C. – 500 d.C., Sansoni 1966
  • Giorgio de Santillana: Fato antico e fato moderno, Adelphi 1985
  • Giorgio de Santillana – Hertha von Dechend: Il mulino di Amleto, Adelphi 2011
  • James Frazer: Il ramo d’oro, Boringhieri 1973
  • Robert Graves: I miti greci, Longanesi 1963
  • René Guénon: Simboli della scienza sacra, Adelphi 1975
  • René Guénon: Il simbolismo della croce, Rusconi 1973
  • Ananda K. Coomaraswamy: Khwāja Khadir e la fonte della vita, nella tradizione dell’arte persiana e moghul, in What is Civilization and other essays, Golgonooza Press 1989
  • Platone: Timeo, BUR 2014
  • Gerard Russell, Regni dimenticati, Adelphi 2016
  • Biagio Catalano, Il grande racconto, Lulu 2017
  • Adylson Valdez, Il numero 666 e le dodici tribù di Israele in Rivista Biblica 68/3-4, Santos, Brasile, 2006

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Pier Tulip ha detto:

    Complimenti per l’associazione Giovanni-Gesù. Mi dispiace solo che la mia opera KRST – Gesù un mito solare non compaia nella bibliografia.
    https://www.facebook.com/groups/155967447841179/permalink/418997151538206/

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    1. Marco Maculotti ha detto:

      Grazie del commento e del consiglio della tua opera che personalmente non conoscevo (e che sicuramente interesserà anche l’autore di questo articolo, nel caso non la conoscesse). Vedo che sul post facebook da te riportato c’è un link scribd che però sfortunatamente non funziona. C’è altro modo di reperirlo online?

      MM

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