Storia segreta della Nuova Zelanda: dalla tradizione orale alle analisi genetiche

Dalla tradizione dei Maori ai semi-dimenticati Moriori, risalendo a ritroso verso componenti etniche e culturali che sfociano nel mondo del Mito: i Patupaiarehe, popolo Β«fatatoΒ» delle leggende, l’influenza indiana, la sconcertante distribuzione della patata dolce kumara su entrambe le sponde del Pacifico, la teoria Β«talassocraticaΒ» di Thor Heyerdahl… fino alle piΓΉ moderne analisi genetiche.


di Marco Maculotti
copertina: teschi maori mummificati, decorati con i tipici tatuaggi

Quando oggi si parla di popolazioni native della Nuova ZelandaΒ la mente va subito ai Maori, conosciuti in tutto il mondo per i caratteristici tatuaggi e le danze guerresche, inscenate anche prima delle partite di rugby della nazionale. Nondimeno altri gruppi etnici e culture si sono, a ben vedere, avvicendati nella storia della colonizzazione dell’isola, pur seguitando a rimanere invisibili persino per la maggior parte del mondo accademico.

In questa sede avremo modo di indagare in quali termini l’esistenza di gruppi etnici arcaici, insediatisi sull’isola prima dei Maori, sia in primo luogo corroborata dalla stessa tradizione orale di questi ultimi, nonchΓ© da alcune “contaminazioni” presenti nel loro idioma, nelle denominazione astronomiche (di derivazione palesemente indiana) e infine — come si Γ¨ evinto dalle recenti analisi genetiche — nel DNA.


Lo sterminio dimenticato dei Moriori

Una prima menzione Γ¨ da riservare obbligatoriamente ai Moriori, gruppo etnico di ceppo polinesiano (secondo alcuni “paleo-caucasoide”, simile agli Ainu del Giappone) che a partire dal 1500, separatosi dal ceppo principale Maori, si stanziΓ² nelle isole Chatham, a Sud della Nuova Zelanda. Portati dalla precarietΓ  della loro esistenzaΒ (le Chatham sono tra i posti piΓΉ duri in cui sopravvivereΒ in tutto l’arcipelago, causa le temperature notevolmente piΓΉ rigide della media per la vicinanza all’Antartide), nonchΓ© dalle leggi del loro capotribΓΉΒ Nunuku-whenua (divinizzato in seguito alla sua morte)Β a bandire qualsiasi tipo di attivitΓ  bellica e la pratica del cannibalismo, si trovarono improvvisamente nell’occhio del ciclone della storia, andando incontro a quella che, sebbene poco conosciuta, si configura come una delle pulizie etniche piΓΉ feroci degli ultimi secoli.

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GiΓ  in precedenza decimati del 10% a a causa delle malattie importate dagli Inglesi, contro le quali non avevano alcuna difesa immunitaria, furono tuttavia i “vicini di casa” Maori, armati dagli imperialisti britannici, a compiere una strage che non ha precedenti nella storia dell’Oceania, se non altro per il fatto di aver visto nei ruolo di carnefice — oltre che in quello di vittima — un’altra popolazione egualmente indigena, e non l’uomo bianco.Β 

Nessuno puΓ² dire con certezza cosa sia scattato nella mente dei Maori nel momento in cui si sono trovati in possesso, per la prima volta, di armi a cosΓ¬ alto potenziale bellico.Β Le cronache storiche si limitano a riportare che si trattΓ² di una vera e propria carneficina: in seguito alla pulizia etnica del 1835, a metΓ  del XIX secolo i Moriori costituivano solamente il 10% della popolazione nativa della Nuova Zelanda. IΒ pochi rimasti vennero quasi tutti sterminati durante la successive Β«Guerre MaoriΒ» (1845 — 1872), una sorta di conflitto “tutti contro tutti” tra gli InglesiΒ e le tribΓΉ autoctone dell’isola; oltre tremila Moriori furono massacrati solo nel 1860, durante gli scontri con la tribΓΉ limitrofa Tuwharetoa. L’ultimo uomo con sangue interamente moriori, tale Tommy Solomon, venne a mancare il giornoΒ il 19 marzo 1933, decretando cosΓ¬ la scomparsa effettiva dalla storia di questa componente etnica.

Non sarΓ  questo, tuttavia, l’argomento specifico su cui ci concentreremo in questa sede: vogliamo occuparci piuttosto di indagare la stratificazione etnico-culturale della Nuova Zelanda, partendo dalle storie della tradizione orale che costituiscono il corpusΒ mitico-storico del popolo Maori che, in seguito al brutale etnocidio ai danni dei pacifici Moriori, Γ¨ ad oggi l’unica componente autoctona della Nuova Zelanda — o quantomeno, come vedremo, l’unica pienamente riconosciuta come tale. Nondimeno, la narrazione di ciΓ² che Γ¨ stata la storia dell’isola dacchΓ© se ne ha memoria presenta molte zone d’ombra, avvicendamenti etnico-culturali che vengono dai piΓΉ ignorati, anche per la negligenza — come avremo modo di vedere — di addetti ai lavori che a ragion veduta si potrebbero definire “negazionisti”.Β 


I Patupaiarehe, progenie fatata del folklore neozelandese

È la stessa tradizione orale maori a tramandare che quando, intorno al 700 d.C., misero piede in Nuova Zelanda, essi trovarono una stirpe di uomini giΓ  stanziata in loco, che denominarono Β«i MisuratoriΒ», poichΓ© sembravano ossessivamente occupati a misurare il territorio e β€œsegnarlo” con una serie di menhir e blocchi megalitici allineati secondo alcune ley lines particolari. Proprio per il fatto di aver anticipato i Maori nella colonizzazione dell’isola, essi venivano anche chiamati Tangata Whenua, vale a dire i Β«Signori della TerraΒ»; pare che vivessero sulla cima del monte Wakefield, considerata ancora oggi la Β«Montagna SacraΒ» del folklore isolano. Le leggende maori ricordano ancora oggi una sanguinosa guerra detta Β«dei cinque fortiΒ» durante la quale le difese di questi predecessori vennero travolte, ed essi sterminati (R. Thorsten, Lords of the soil).

Nella tradizione odierna vengono ricordati come Pākehā (plur. pakerewhā), un termine che allude alla loro pelle chiara e che sinonimo di Patupaiarehe, denominazione atta ad indicare una popolazione mitica del folklore maori, di pelle bianca tendente all’azzurro e capelli biondi o rossi, che secondo le narrazioni mitiche possedeva canoe (waka) in grado di volare.Β CosΓ¬ la leggenda di questi “fairies bianchi” viene riassunta da James Cowan nel capitolo “TheΒ Patu-Paiarehe: the Fairy People ofΒ the Mountains in Te Tohunga di W. Dittmer [1907, p. 74]:

Β« Far up in the misty mountains dwell the Patu-paiarehe, the fairies of Maori Land. They are seldom seen; and, indeed, most mortals who have no gift of imagination and no mana-tapu cannot expect to behold the good people, and many who know no better deny their existence. It is supposed by some that they were really tribes of aborigines whom the Maoris found dwelling in this wild new land when they arrived here from the isles of Polynesia. But the old Maoris say that they still inhabit certain of the lofty forest-clad mountains of Aotearoa β€” a numerous people, some of them tiny gnomes and elves and pixies, some of them in the presentment of men and women of this world but smaller and exquisitely β€” shaped and with fair hair and fair skins just like Europeans. They are known to the Maoris by several names: Turehu, Tahurangi, Macro, and Patu-paiarehe ; but their common designation is Patu-paiarehe. They are a bright, cheerful race, and take great pleasure in music. They are skilled in charms and the art of enchantment, and many a strange adventure has happened to the Maori who has had the temerity to venture into their haunts. Β»

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Francobollo neozelandese dedicato ai misteriosi Patupaiarehe

Altri termini che vengono utilizzati dagli autoctoni per indicare coloro che sono caratterizzati da pelle chiara e rutilismo sonoΒ Turehu, Ngati Hotu e Urukehu: parole utilizzate ancora oggi dai Maori per riferirsi sia a questa misteriosa popolazione che li anticipΓ² nella colonizzazione dell’isola sia, piΓΉ in generale, alle genti di ceppo europeo o comunque dalla pelle bianca. Quando gli Inglesi giunsero in Nuova Zelanda con i propri vascelli, i Maori li scambiarono per questa antica stirpe che ritornava: uno dei loro capitribΓΉ, vedendoli arrivare, affermΓ² infatti: Β«ko te pakerewhā», vale a dire: Β«sono i pakerewhā» (qualcosa di simile accadde, oltre che nelle isole del Pacifico — particolarmente famoso Γ¨ il caso del capitano James Cook nelle Hawaii — anche nelle Americhe al momento della Conquista spagnola).

D’altronde, testimonianze di individui caratterizzati da pelle chiara e capelli tendenti al biondo o al rossiccio e di corporatura piΓΉ massiccia della media si ritrovano in tutto il Pacifico a partire dall’epoca delle prime esplorazioni: da Tahiti alla Micronesia (ne parla Louis Antoine Comte de Bouganville nel 1772 e Louis Figuier nel 1874), dalla Polinesia (Mario Canella 1942) alle Isole Salomone (Pedro Fernandez de Quiros), dalle Isole Molucche e Sandwich alle Marchesi (ancora nel 1902 Paul Huguenin rilevava che le famiglie dei grandi capi di Nouka Hiva nelle Marchesi si denominavano Β«ArriΒ» ed erano caratterizzati da occhi bluastri e capelli tendenti verso il rosso).

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Quello che Γ¨ certo Γ¨ che la mitologia dei Maori stessi, nonchΓ© il loro idioma, sono stati influenzati indelebilmente dall’incontro e dalla convivenza con queste genti che li precedettero e che vennero in seguito sterminati e in parte assorbiti da questi ultimi (c’Γ¨ chi ha ipotizzato che i Moriori fossero il ceppo etnico in cui si mantenne maggiormente l’apporto genetico di questa stirpe ignota). Nell’ultimo secolo diversi studiosi di etnologia e di arte religiosa, non ultimo Thor HeyerdahlΒ (American Indians in the Pacific, 1951), hanno notato la singolare somiglianza fra alcuni patternΒ caratteristici dell’arte Maori e altri di culture lontane nel tempo e nello spazio: si Γ¨ fatto soprattutto il nome dei Celti per i motivi decorativi “a nodo”, nonchΓ© degli hawaiiani, dei tahitiani e dei totem di alcune popolazioni amerindie della costa Nord-occidentale (Tlinglit, Haidu, Kwakiutl, Salish).

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Edward Tregear (1846 – 1931)

Un’influenza indiana?

Sul finire dell’Ottocento, lo studioso neozelandeseΒ Edward Tregear, fervente sostenitore del “metodo comparativo”, scrisse il controverso volume The Aryan Maori (1885) in cui, rifacendosiΒ metodologicamente agli studi filologici dell’orientalista Max MΓΌller, analizzΓ² la mitologia maori e soprattutto l’idioma, confrontandolo con il sanscrito e con le altre lingue della famiglia indoeuropea. La sua ipotesi era che l’idioma e il corpus mitico-folklorico dei Maori neozelandesi fosse stato plasmato da un’influenza esterna, probabilmente proveniente dall’India. In questo estratto, ad esempio, prende in esame un termine della lingua maori,Β rangatira, che si puΓ² accomunare al latinoΒ virΒ e al sanscrito vΔ«ra (Β«uomo, eroeΒ», nel linguaggio tantrico Β«iniziatoΒ»)Β [p. 88]:

« The Maori word rangatira is a good example for us to consider. The English use the word manin two senses, one having the sense of (Lat.) homo, a man, meaning a human being (and including women and children); the other the sense of (Lat.) vir, a man, a virile man, a male. […]Β Ranga-tira means the rayed, shining man, the chief, not the common crowd. Β»

Anche la conoscenza della volta stellata ai fini della navigazione sembrerebbe essere stata insegnata ai Maori da antichi coloni provenienti dall’India, dal momento che essi chiamano le costellazioni coi nomi derivanti dalla tradizione induista, peraltro tributando la massima importanza ad asterismi comeΒ l’Orsa Maggiore e le Pleiadi che godevano, nei testi vedici, della piΓΉ alta considerazione [p. 107]:

Β« When the Maoris lost sight of the sacred constellation, the Great Bear, the Riki (seven stars β€” Seven Rishis), they still held in the Pleiades, and called them Matariki (eyes of the Rikis). Β»

download (8).jpegL’impianto interpretativo di Tregear, sebbene non privo di iperboli e di interpretazioni audaci, si rivelarono grossomodo corrette, anche se ci vollero trent’anni per vederlo confermato nel saggio diΒ Alfred K. Newman Who are the Maoris? (1914), cui fece eco JamesΒ Cowan col suo The Maori: Yesterday and Today (1930), dove ipotizzΓ² che la colonizzazione indiana fosse giunta sino in Africa. PiΓΉ di recente, tra gli altri, ha contribuito alla teoria dell’ “influenza induista” ancheΒ T.A. Pybus con The Maoris of the South IslandΒ (1954), dove giunge a citare l’influenza indiana su un vastissimo novero di termini, consuetudini, motivi decorativi, tecniche costruttive utilizzati dai Maori, per arrivare fino all’arte del tatuaggio [p. 13] :

Β« In various ways India left its impress upon the ancestors of the Maori. In Western Polynesia the people resemble the Hindu in a greater degree than do the Maoris of New Zealand. The name β€œMaori” is known in Northern India, viz., Maori, Mori, Mauri and Maurea. Watkin, in his Journal, uses the name Mauri when writing of the native people of New Zealand. Mr. A.K. Newman, in his book “Who are the Maoris?” points out that many Maori names and words can be traced to India. The Maori legends of the origin of Maui are the same in India. Newman also points out that the protruding tongue in Maori art is characteristic of many Indian images of gods; that the Maori fortified pas, and their mode of fighting are Indian; that their canoes and canoe sails are Indian; that their tattooing is Indian. He is also of the opinion that some of the Maori customs and habits had their origin in India, and that the foods they cultivated β€” the kumara and the taro β€” were cultivated in India and planted with the same religious rites. Cowan in “The Maori: Yesterday and Today”, page 27, calls attention to the theory (and indeed more than a theory) that those ancient intrepid navigators in their wanderings coasted down the eastern shores of the African Continent at least as far as the Zambesi, and that they visited and partly colonized Madagascar, which would account for the resemblances between the Maori-Polynesian language and Malagasy. The Rev. J.F.H. Wohlers in his autobiography also calls attention to the similarities that obtain between the Maori and the Malagasy and gives examples: β€œJudging by this relation of language the Malagasy in Madagascar, the Maori in New Zealand, as well as the whole Polynesian population of the South Seas, must have had a common origin, and have emigrated from the same country, etc.” Β»

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Mappa che mostra le probabili vie di diffusione della patata kumara.

Il caso della patata dolce kumara

La questione della kumara Γ¨ particolarmente significativa per farci un’idea delle migrazioni e delle colonizzazioni che hanno interessato la Nuova Zelanda attraverso i millenni. Gli Europei vi ci si imbatterono per la prima volta nel 1492, quando Cristoforo Colombo sbarcΓ² con i suoi uomini sull’isola che venne da lui ribattezzata Hispaniola (oggi Repubblica Dominicana e Haiti); qui veniva coltivata abilmente dalla popolazione nativa dei Taino. Trent’anni piΓΉ tardi gli Spagnoli ne trovarono copiose colture nello YucatΓ‘n e, quando giunsero in PerΓΉ, si resero conto che l’intera costa occidentale che si affacciava sull’Oceano Pacifico pullulava di campi di kumara. Oggi si sa che la sua coltivazione ebbe inizio in Sudamerica almeno 4.000 anni prima dello sbarco dei Conquistadores, vale a dire come minimo nel 2.500 prima della nostra era, e nel Mesoamerica almeno 5.000 anni fa; il bacino di origine venne rintracciato in una zona ubicata fra la penisola dello YucatΓ‘n e il delta del fiume Orinoco, in Venezuela.

Le missioni esplorative delle isole del Pacifico che vennero compiute in seguito fecero sΓ¬ che gli Europei si rendessero conto di come, a dispetto di ogni aspettativa, la coltivazione della patata dolceΒ avesse luogo su un gran numero di isolette sperdute nel bel mezzo dell’oceano, quali ad es. Rapa Nui, le Isole Cook, le Hawaii, le Isole Salomone e, appunto, la Nuova Zelanda. PoichΓ© con il metodo del radiocarbonio le colture delle Cook vennero datate al 1.000 d.C., si ritenne sensato ipotizzare che gli importatori fossero stati i Polinesiani, di cui gli addetti ai lavori conoscevano ormai bene le superbe doti di navigatori, al punto da denominarli Β«i Vichinghi dei Mari del SudΒ». Essi l’avrebbero importata dal PerΓΉ intorno al 700 della nostra Γ¨ra, facendo tappa anche in Nuova Zelanda.

Fu solo negli ultimi anni che un nuovo studio accademico cambiΓ² tutte le carte in tavola: si scoprΓ¬ infatti che coltivazioni di patata dolce erano giΓ  presenti sul territorio polinesiano e neozelandese millenni prima rispetto all’arrivo degli antenati della popolazione locale odierna. Come ci era giunta lΓ¬, in tempi a tal punto arcaici e in lidi cosΓ¬ fuorimano? Chi ce l’aveva portata? Quale genere di uomini, in quella che le universitΓ  allora consideravano piena preistoria, era giΓ  in possesso della tecnica per compiere ‘sΓ¬ titaniche traversate oceaniche e per diffondere le colture da una parte all’altra del pianeta, a proprio piacimento? Era infatti evidente che il tubero in questione doveva essere stato importato da oltreoceano, vale a dire dalle Americhe: e, sebbene la tipologia della patata dolce messicana sia maggiormente simile a quella neozelandese, Γ¨ quantomeno degno di nota che la definizione di quest’ultima (kumara) sia praticamente identica a quella peruviana (kumar), come se fossero state coniate dalla stessa mente!

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Thor Heyerdahl (1914 – 2002)

A noi sembra che l’eccezionale caso della kumaraΒ neozealandese confermi in toto le ipotesi avanzate nel secolo scorso da Thor Heyerdahl. Quest’ultimo, notoΒ esploratore norvegese nonchΓ© valente antropologo e archeologo, scandalizzΓ² gli atenei di tutto il mondo quando, intorno al 1950, teorizzΓ² qualcosa che nessuno a quei tempi si dimostrΓ² disposto a prendere seriamente in considerazione: la supposta esistenza, molti millenni orsono, di una civiltΓ  talassocratica di navigatori, ricordati nella mitologia di pressochΓ© tutte le isole del Pacifico in veste di Β«eroi culturaliΒ» e Β«antenati miticiΒ», e come creatori delle istituzioni civili e religiose, inventori della lingua e dell’arte, maestri nelle scienzeΒ astronomiche e nelle pratiche agricole (ivi compresi i lavori di canalizzazione delle acque e di irrigazione), nonchΓ© —Β last but not leastΒ — diffusori del megalitismo in quasi tutte le isole dei Mari del Sud.

Partendo da queste premesse, Heyerdahl portΓ² innumerevoli prove a conferma della sua teoria: le stesse canoe “intrecciate” si trovavano uguali sul Nilo in Egitto, sul lago Titicaca tra le Ande e in alcune culture del Pacifico;Β identici processi di mummificazione in PerΓΉ, Egitto, Canarie (tra i misteriosi Guanci); le stesse coltivazioni “a terrazza” in Sudamerica e nel Sud-Est asiatico; uguali tecniche di tessitura; creazione di idoli (litici o lignei) di simile fattura su entrambe le sponde dell’oceano (dai totem nordamericani, ai tiki del Pacifico, alle rappresentazioni di esseri sovrannaturali da parte dei popoli precolombiani);Β utilizzo di simboli condivisi e mitologemi ricorrenti che tradiscono un’origine comune.

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Il libro di Maggie Papakura, “The Old-Time Maori” (1938)

Quello del volto demoniaco con la Β«lingua sporgenteΒ» (e sovente con capelli serpentiformi e una bocca dotata di zanne), menzionato da Newman come uno dei motivi ricorrenti dell’arte religiosa di culture distanti fra loro nel tempo e nello spazio, Γ¨ un caso eccezionale che forse, alla luce di quanto dimostrato da autori come Heyerdahl, non Γ¨ un’eresia considerare proveniente, in origine, da una fonte comune: una cultura appunto di tipo marittimo, che si sparse qua e lΓ  portando con sΓ© le sue conoscenze avanzate e unendosi ai vari popoli indigeni che incontrava nei vari territori dove giungevano i suoi vascelli.

La protruding tongue (Β«lingua sporgenteΒ») si ritrova infatti in India, soprattutto nell’estremo Sud che dΓ  sull’Oceano Indiano, dove la dea Kali Γ¨ la divinitΓ  piΓΉ adorata, e in tutta l’area del Sud-Est asiatico, soprattutto insulare (Bali, Giava); nel Mesoamerica (si pensi, ad es., alla rappresentazione piΓΉ nota del calendario azteco) e in PerΓΉ; in varie isole del Pacifico e in alcune tribΓΉ amerindie della costa americana nord-occidentale. Ma la incontriamo anche nella nostra Europa, con picchi significativi nell’area mediterranea, dalla Grecia (anche e soprattutto insulare; vd. Medusa e le Gorgoni) all’Italia, in particolar modo fra i Tirreni/Etruschi che erano esperti navigatori e che la tradizione mitica vuole appartenenti all’enigmatica Β«razza rossa» che comprenderebbe anche i Fenici, i Pelasgi e altri Β«Popoli del MareΒ», i Baschi (il cui genoma sembra essere similissimo a quello degli originari abitanti di Rapa Nui [Susan B. Martinez, The Lost Continent of Pan,Β p. 57]), nonchΓ© forse alcuni fra gli antenati dei popoli precolombiani. Ritroviamo la protunding tongueΒ anche nell’arte totemica delle popolazioni della British Columbia e della costa Nord-occidentale americana-canadese (Tlinglit, Haida, ecc.), popolazioni che lo stesso Heyerdahl considerava geneticamente e culturalmente connesse a quelle dei Mari del Sud.


Quali popoli? Quali rotte?

Negli anni Trenta del secolo scorsoΒ Maggie Papakura, donna maori di nobile lignaggio, scrisse un libro intitolato The Old-Time MaoriΒ (1938), in cui si parla di un’antica stirpe, iΒ Ngati Hotu,Β di cui lei stessa sarebbe discendente, caratterizzata da pelle chiara e capelli biondi o rossicci, occhi verdi e di alta statura, corroborando le sue teorie con foto di membri viventi di questo lignaggio apparentemente ignorato dalla “storia ufficiale”. Forse la sopravvivenza di questo popolo puΓ² essere messo in relazione con le leggende che collazionΓ² l’etnologo Elsdon Best in Tuhoe: Children of the MistΒ (1913): alcuni autoctoni dalla pelle chiara gli avevano raccontato che 165 generazioni prima (circa 4.000 fa), il loro lignaggio giunse dall’attuale India, in seguito a una furiosa guerra contro un popolo bruno, forse (hanno ipotizzato alcuni studiosi) quella di cui si canta nel poema epico indiano Mahabharata.

La ricostruzione piΓΉ semplice da ipotizzare (nonchΓ© da dimostrare) — verrebbe automatico pensare — non puΓ² che essere quella di una fuga-emigrazione da parte dei coloni provenienti dalla penisola indiana in direzione Sud-Est, “facendo scalo” man mano nelle isole dell’arcipelago indonesiano (Sumatra, Giava, Bali) e di quello polinesiano, per giungere infine in Nuova Zelanda. Invece, secondo la maggior parte degli autori che abbiamo menzionato, gli esuli possono aver preso — in aggiunta o in alternativa a quel percorso — una via piΓΉ lunga: avrebberoΒ circumnavigato l’Africa a meridione (colonizzando il Madagascar), quindi risalirono l’Oceano Atlantico alla volta del Messico; da lΓ¬ discesero verso Sud tutta la costa sudamericana e giunsero al lago Titicaca (potrebbero dunque essere i Β«Figli del SoleΒ»/Viracochas del mito andino). Quindi, dall’estremitΓ  meridionale di quella che oggi Γ¨ la costa del PerΓΉ, fecero tappa a Rapa Nui (l’attuale Isola di Pasqua), nelle Hawaii e sull’isola di Tahiti, per approdare infine in Nuova ZelandaΒ [sono teorie avanzate anche nei due video della miniserie “New Zealand: Skeletons in the Cupboard”, che alleghiamo qui sotto per chi ne volesse prendere visione].

Secondo la tradizione orale, l’Isola di Pasqua fu civilizzata in primo luogo da una colonia di navigatori dai capelli biondo-rossicci provenienti dal PerΓΉ, il cui capo si faceva chiamare Hotu Matua. Essi portarono a Rapa Nui 67 tavolette incise su cui era scritta tutta la storia della loro nazione. Si dice anche che, a seguire, Hotu Matua colonizzΓ² molte altre isole nel Pacifico, importando vari frutti, patate dolci (le giΓ  menzionate kumara), le caratteristiche canoe del Titicaca e costruzioni megalitiche come i chulpaΒ che si possono vedere ancora oggi nei pressi di Puno, sulle sponde del suddetto lago. La tecnica con cui Γ¨ stato eretto il muro poligonale dell’Isola di Pasqua denominato Vinapu Γ¨ la medesima utilizzata dagli antichi costruttori dei principali siti della Valle Sacra di Cuzco (Sacsayhuaman, Ollantaytambo, Tambomachay, Pisaq), oltre a ricordare pure alcune mura megalitiche giapponesi, come quelle degli strati piΓΉ antiche dei palazzi imperiali di Tokyo e Osaka.Β 

Tra l’altro, a confermare le prove che sono state raccolte negli ultimi decenni, esiste una tribΓΉ neozelandese che, secondo la propria tradizione orale, provenne proprio dall’Isola di Pasqua un’ottantina di generazioni fa (circa 2.000 anni): si fanno chiamare i Waitaha (lett. Β«Oltre le acqueΒ»)Β [Barry Brailsford, Song of Waitaha: The Histories of a Nation]. Sembra, quindi, che gruppi di coloni di questa antica stirpe (dai piΓΉ definita come “caucasoide”) giunsero dall’altra parte dell’Oceano Pacifico in un arco temporale che va da 4.000 a 2.000 anni fa, per poi interrompersi improvvisamente. I Maori arrivarono sette secoli dopo quella che sembra essere la loro ultima spedizione da oltreoceano.

Sembrerebbe una follia. Eppure i risultati del test genetico di un’alta dignitaria maori vivente [vedi i due video incorporati qui sopra], che si considera appartenente a questo antico lignaggio, ha dato esiti sorprendenti: si Γ¨ scoperto che il suo genoma ha somiglianze da una parte con quello degli indoeuropei persiani (dell’odierno Iran) e dell’India del Nord — quindi, in altri termini, di quelle popolazioni che gli orientalisti del XIX secolo erano soliti definire “Ariani” — e con quello dei popoli caucasici dell’Eurasia (soprattutto Germania e Russia); dall’altra con quello di una parte di peruviani e messicani. In piΓΉ, alcuni ricercatori hanno segnalato l’esistenza di alcune parole dell’idioma maori identiche ai medesimi concetti nelle piΓΉ antiche lingue peruviane; ne riportiamo qui tre fra le piΓΉ significative:

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Fonte: Susan B. Martinez:Β The Lost Continent of Pan, p. 221

Sepolture e insabbiamenti

La tradizione orale neozelandese ricorda anche (non si comprende esattamente in quale misura tale stirpe sia da mettere in relazione con gli Β«eroi culturaliΒ» dalla pelle chiara e caratterizzati da rutilismo)Β una razza bianca di giganti dai capelli rossi che avrebbe vissuto in passato presso l’altopiano vicino al Raglan Harbour e a Port Waikato. Ancora oggi Γ¨ possibile rinvenire i loro teschi Β«grossi come una zuccaΒ» β€” assicurano i locali β€”, cosΓ¬ come altri resti sono stati trovati in una grotta presso il lago Okataina. (Si possono azzardare corrispondenze con le mummie delle necropoli di Paracas, sulla costa peruviana, caratterizzate da rutilismo, altezza considerevole e teschio allungato, e con quelle simili, rinvenute e analizzate nel XIX secolo e poi scomparse, dei mound di Adena nell’Ohio e di Lovelock Cave nel Nevada).Β 

Nonostante il rinvenimento negli ultimi due secoli di migliaia di scheletri di altezza notevolmente superiore alla media, per lo piΓΉ seppelliti in posizione fetale, tutti i musei si sono rifiutati di esporli (alcuni adducendo ragioni del tipo Β«Non sono del nostro clan; non sono i nostri antenati; non sappiamo che farceneΒ»). Come risultato di questa assurda decisione, essi sono stati quasi tutti distrutti o seppelliti nuovamente dove erano stati trovati, senza possibilitΓ  alcuna di essere esposti al pubblico o studiati a dovere dagli addetti ai lavori.

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Tombe portate alla luce nel 1919, e poi rinterrate.

A ciΓ² si aggiunga che l’analisi genetica di migliaia di scheletri di Moriori trucidati nel XIX secolo, rinvenuti in alcune caverne, ha portato alla scoperta che il DNA di questi ultimi assomiglia in modo impressionante a quello degli autoctoni pre-celtici stanziati in Galles prima del 1.500 a.C., nonchΓ© dei Baschi. Il parallelismo, sollevato da alcun ricercatori, con i Pitti scozzesi che si batterono contro i Romani nei primi secoli della nostra Γ¨ra non sembra fuori luogo, tenendo conto sia dei tatuaggi con cui questi si pitturavano interamente il corpo in battaglia, sia delle β€œdanze di guerra” che potrebbero essere non molto differenti da quelle per cui sono ancora oggi famosi in tutto il mondo i Maori.

Nel 1957 sono state scoperti, all’interno della Waipua Forest, alcuni β€œmuriΒ a secco” molto simili a quelli che sono disseminati tutt’oggi in Irlanda o in Scozia, o sulle Alpi, che datano almeno al 2.000 a.C.; anche su queste strutture perΓ² le autoritΓ  accademiche non hanno dato alcun giudizio, e al giorno d’oggi non sono registrate negli annali della storia della Nuova Zelanda, semplicemente perchΓ© seguendo pedissequamente la teoria ufficiale del popolamento dell’isola (di cui si pretende che i Maori siano stati i primi coloni, contraddicendo persino la tradizione dei Maori stessi!) non saprebbero che pesci pigliare. Altre strutture di questo tipo si possono ammirare non lontano dall’aeroporto di Auckland (Otuataua Stone Fields) o a Tapapakanga Park; in quest’ultimo luogo sono anche visibili i resti di una moltitudine di strutture circolari simili a torri che ricordano da molto vicina i chulpa del PerΓΉ.


Cataclismi, comete e Cinesi

La tradizione orale della tribΓΉ Waitaha (vale a dire quelli che sarebbero giunti 4.000 — 2.000 anni fa dall’Isola di Pasqua) riferisce anche dell’esistenza in passato diΒ un gruppo etnico ancora precedente al loro arrivo, di Β«carnagione scura, capelli crespi e gambe scheletricheΒ», che si diceva giunto da Ovest in un passato remotissimo, e in seguito stanziatasi presso il lago Hawea nell’isola meridionale della Nuova Zelanda. Pare che si tratti dello stesso ramo australoide degli aborigeni australiani, che secondo gli studiosi lasciΓ² l’Africa dai 50 ai 70.000 anni fa per stabilirsi in Oceania.Β Il giΓ  menzionato Tregear lascia intendere che l’antichissima migrazione di questa razza australoide sia forse da mettere in relazione con l’inabissamento della mitica Lemuria (p. 89):

Β« To find the true African language you can search among the Australians or the Papuans […] Many modern men of science believe that there once stretched a vast continent or closely-connected chain of islands eastward from Africa. Whether it is now under the sea, leaving its peaks only (as geologists think), will perhaps be known one day, and Lemuria”Β proved to have existed. The presence of a race with African resemblances encircles half the globe. Β»

Secondo i geologi, d’altronde, la Nuova Zelanda Γ¨ stata interessata da tre grandi catastrofi negli ultimi 50 millenni: la prima intorno a 45.000 anni fa, la seconda 26.500 anni fa e l’ultima circa 6.000. PiΓΉ di recente, l’eruzione del vulcano Rinjani in Indonesia nel 1257 sconvolse l’equilibrio ecologico del Pacifico per secoli. Le catastrofi piΓΉ vicine ai nostri giorni, come l’eruzione del 1887 del vulcano Tarawera, appaiono risibili in confronto a quelle antiche scoperte dai geologi. La caduta di una cometa infuocata nel XVI secolo a Tamatea viene ricordata tutt’oggi nei miti maori (e anche in quelli degli aborigeni australiani, che pure assistettero all’evento). La tradizione maori tramanda che Β«improvvisamente il cielo divenne infuocato, e l’incendio si propagΓ² prima nei boschi e nel mare, poi su tutta l’isola meridionaleΒ»; il cratere causato da questo evento catastrofico Γ¨ stato recentemente rinvenuto da una squadra di geofisici a poca distanza dal lago Stewart. Anche i Cinesi registrarono l’evento: nel 1421 avevano dato il via a un viaggio esplorativo nel Pacifico, che li portΓ² a insediarsi in Polinesia e a giungere, sotto la Dinastia Ming, tra il 1402 e il 1424, in Nuova Zelanda β€” dove d’altronde sono state rinvenute ceramiche cinesi di quell’epoca.

Ma giΓ  millenni prima gruppi di coloni giunsero in Nuova Zelanda dalla Cina meridionale: la cultura Hemudu (proto-polinesiani), stanziata nel Sud-Est asiatico dai 7.500 ai 5.000 anni fa. A corroborare questa ipotesi, Γ¨ stato rinvenuto un frammento ligneo di un’imbarcazione, datato col metodo del radiocarbonio a 6.000 anni fa. Partendo dal Mar Giallo, i navigatori Hemedu raggiunsero la Polinesia, le Isole Marchesi, Taiwan, il Giappone, l’Oceania, Tahiti, le Hawaii (i cui nativi ancora ricorderebbero tale evento con il mito di fondazione) e secondo alcuni si stanziarono persino sulla costa occidentale del Canada. Sarebbero appunto una delle due antiche popolazioni che si spartirono il dominio dell’Oceano Pacifico secondo la teoria di Thor Heyerdahl (l’altra essendo quella “paleo-caucasica” caratterizzata da rutilismo): la stirpe “paleo-mongola” che diede vita, sulla costa dell’America Nord-occidentale, alle culture Tliglit e Haida.Β 

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Teschi maori mummificati

Bibliografia:

  • BEST, Elston:Β Tuhoe: Children of the Mist
  • (de) BOUGANVILLE, Louis Antoine Comte:Β Viaggio attorno al mondo, 1772
  • BRAILSFORD, Barry:Β Song of Waitaha: The Histories of a Nation
  • CANELLA, Mario: Razze umane estinte e viventi, 1942
  • COWAN, James: “TheΒ Patu-Paiarehe: the Fairy People ofΒ the Mountains” in W. Dittmer, Te Tohunga, 1907
  • FIGUIER, Louis:Β Le razze umane, 1874
  • HEYERDAHL, Thor:Β American Indians in the Pacific, 1951
  • HUGUENIN, Paul:Β Raiatea la Sacree: Iles Sous Le Vent de Tahiti, 1902
  • MARTINEZ, Susan B.:Β The Lost Continent of Pan: the Oceanic Civilization at the Origin of World Culture, Bear & Company, Rochester 2016
  • PAPAKURA Maggie:Β The Old-Time Maori, 1938
  • PYBUS, T.A.:Β The Maoris of the South Island, 1954
  • TREGEAR, Edward:Β The Aryan Maori, 1886
  • THORSTEN, R.:Β Lords of the soil. The Story of Turehv. The White Tangata Whenua

APPENDICE:

GALLERIA FOTOGRAFICA DI RITRATTI
DI MAORI CON TRATTI CAUCASICI

(1860 – 1930 circa)

(probabilmente conseguenza dell’incrocio con i Moriori e/o
con altre popolazioni stanziate sul territorio ancora piΓΉ anticamente)

9 commenti su “Storia segreta della Nuova Zelanda: dalla tradizione orale alle analisi genetiche

  1. Bellissimo articolo, interessantissimo, soprattutto per uno come me, che ha la Nuova Zelanda nel cuore. Ci sono stato per pochissimi giorni (ho fatto ponte dall’Australia, dove risiede mia sorella) e la prossima volta che tornerΓ² nella “Land Down Under” ci rifarΓ² un salto. Terra magnifica, verdissima, magica; pazzesco da dire, ma mi ci son sentito immediatamente a casa… forse un richiamo ancestrale di una vita precedente? Confermo che dei Moriori non ne ho sentino neppure parlare, completamente assenti nei musei di Auckland e neppure citatimi dalla coltissima amica Italiana che da anni risiede lΓ .
    Grazie per il vostro lavoro, vi seguo e vi leggo sempre con estremo piacere.

    1. Grazie di cuore Simone, per me Γ¨ sempre un grandissimo piacere leggere commenti come il tuo. Io personalmente non sono mai stato in Nuova Zelanda, ma Γ¨ un po’ di tempo che in qualche modo mi ha “rapito”, tra letture e visioni varie di video e documentari. Inutile dire che al momento sarebbe una delle mete che mi piacerebbe maggiormente visitare. Buona continuazione, e grazie ancora per il tuo contributo.

      MM

      1. Siete un sito molto particolare che offre degli spunti interessantissimi, grazie a voi ho scoperto autori che non conoscevo, continuate cos’ e… rompi il salvadanaio e vai in NZ vedrai che terra meravigliosa dalla vegetazione primordiale, Γ¨ proprio un “altro mondo”

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