Le Amazzoni e le Origini: sulla teoria del “matriarcato primordiale”

Al di là dei pregiudizi e dei vincoli ideologici che nel corso dei secoli hanno compromesso la veridicità della ricerca storica, si rende necessario ricostruire una teoria del “matriarcato primordiale” che proceda attraverso la comparazione di studi differenti e non escluda a priori l’ermeneutica del mito: in questa sede proviamo ad analizzare in modo comparativo le ipotesi di lavoro di J.J. Bachofen, Marija Gimbutas ed Herman Wirth


di Daniele Perra
originariamente pubblicato su L’Intellettuale Dissidente
copertina: “The Ur Mother”, da Jugend, 1920

 

Storia e mito hanno un’origine comune. Il mito racconta il senso della storia e l’umanità antica si autointerpretava tramite il mito. Come afferma il pensatore francese Alain de Benoist, «grazie al mito, l’uomo si manteneva nel punto/polo (centro sacro della vita) in cui si incontravano il mondo e l’Essere» [1]Per sua stessa natura, la poesia è la manifestazione più affine al mito. Tale affermazione è resa palese dalla vicenda terrena di Alessandro il Grande che, più di ogni altra, è composta sin dalla sua fonte di verità storica e poesia. E nessuno è mai stato in grado di determinare il solco che separa l’una dall’altra. La verità, dopo tutto, come sosteneva Walter F. Otto, «è un sapere che si sottrae alla presa del pensiero logico e dell’esperimento e che pretende di manifestarsi soltanto da solo» [2].

La poesia, dunque, è al contempo manifestazione affine al mito e a quel pensiero filosofico che ha sempre circondato l’uomo anche prima che questo lo esprimesse per mezzo della scrittura. Heideggerianamente si potrebbe addirittura affermare che pensatori e poeti sono, sin dagli albori dell’umanità, i “guardiani del linguaggio”; sia che questo trovi espressione nei simboli (il linguaggio proprio della metafisica) o, come è avvenuto nel tempo storico, nella scrittura.

Non essendo in possesso di testimonianze scritte dell’umanità dei primordi, proprio i simboli, ed in particolar modo quelli riprodotti, scolpiti, o dipinti sulle pietre, risultano essere gli strumenti principali di compresione della storia e del mito. Ed essendo stata la religione (o meglio, le forme di devozione legate al culto del divino in un mondo pervaso dal senso del sacro e dal rispetto per la natura) la più potente forma di civilizzazione, è proprio nell’intreccio tra questa e il “diritto” che si può intraprendere un percorso ermeneutico attraverso i miti dell’antichità.

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Johann Jakob Bachofen

Colui che meglio ha saputo interpretare questo stretto legame tra le forme cultuali ed il diritto dei primordi è stato Johann Jakob Bachofen. Giurista, filologo e antropologo, Bachofen elaborò una monumentale teoria del matriarcato attraverso lo studio comparato dei miti dell’antichità e dei dati storico-archeologici acquisiti fino alla metà del XIX secolo. Alla pari degli studi a lui successivi, il pensatore svizzero arrivò alla conclusione che le civiltà dell’Europa antica, pre-indoeuropee e proto-indoeuropee, avessero nella quasi totalità un carattere matrifocale incentrato sulla subordinazione dell’uomo alla donna (o almeno su una parità sostanziale dei due) e sul culto di una o più divinità femminili. Questa forma primordiale di matriarcato, secondo Bachofen, era di natura ctonia e tellurica: un principio materiale che poneva la fertilità della terra e quella della donna sullo stesso medesimo piano.

Il matriarcato veniva dunque interpretato come una sorta di ius naturale (un diritto fisico opposto al diritto metafisico del patriarcato) in cui imperava il principio della caducità della vita materiale. Il diritto femminile dei primordi, nella prospettiva di Bachofen, era quello della vendetta e del sacrificio sanguinario: un diritto tellurico votato esclusivamente alla morte ed in cui prevaleva l’aspetto distruttivo della natura. Pur attribuendo al matriarcato un’accezione quasi esclusivamente negativa, Bachofen riconobbe, tuttavia, il ruolo determinante che la donna ricoprì nello sviluppo della civiltà umana. Così scrisse nel suo studio sul diritto matrifocale [3]:

« Dalla donna prende l’avvio la prima civilizzazione dei popoli e le donne, in generale, assumono una parte importante in ogni decadenza e rinascita […] L’addomesticamento dell’uomo, sessualmente rozzo, è opera della donna. Nell’uno vi sono forza e impeto, nell’altra vi è il principio della calma, della pace, del timore degli dei e del diritto. »

Giulio Aristide Sartorio, Diana of Ephesus and the slaves, 1893–1898
Giulio Aristide Sartorio, “Diana of Ephesus and the slaves”, 1893–1898

Secondo Bachofen fu l’istituzione del matrimonio, e con esso la “determinazione della paternità”, ad introdurre nel mondo un nuovo principio dell’ordine sancendo il passaggio dallo ius naturale allo ius civile [4]: una forma più alta di diritto che, come affermò anche Julius Evola, conobbe a Roma (la città del numero Sette sacro ad Apollo – come i suoi colli ed i suoi primi sovrani) la sua massima e più pura espressione nella costituzione dell’“Imperium” statale e unitario.

Ciò che Bachofen stigmatizzava del matriarcato non erano il primato della donna, la matrilinearità o la creazione di una società ginecocratica ma, soprattutto, la sua potenziale (e sempre in latenza) degenerazione nell’eterismo amazzonico. Ed è stata proprio questa degenerazione a contenere in nuce i germi per l’evoluzione del diritto verso la forma patriarcale. 

Nikolai Kalmakoff, The Women of Nadjis, 1911
Nikolai Kalmakoff, “The Women of Nadjis”, 1911

Il superamento del matriarcato, infatti, è racchiuso nel mito fondante della città di Atene. Teseo vince le amazzoni e fonda una città/Stato sul principio opposto a quello matriarcale-amazzonico. Le amazzoni sconfitte si uniscono all’uomo ed il nuovo diritto è quello puramente spirituale dello Zeus olimpico [5]. La città, infatti, prenderà il nome da sua figlia Atena: la Vergine Divina creata dalla testa stessa di Zeus e priva di madreAl materialismo del principio matrifocale, dunque, subentra il principio incorporeo e solare del patriarcato in cui domina la purezza metafisica: ovvero, il mondo stesso dell’Essere. E la donna, d’ora in poi, alla pari della luna che risplende della luce solare riflessa, prende in prestito dall’uomo il suo splendore spirituale.

Ad onor del vero, lo studio di Bachofen, per quanto affascinante, è ricco di incongruenze e sottovaluta o minimizza degli aspetti fondamentali ripresi e sviluppati dagli studiosi a lui successivi. In primo luogo, Bachofen, giustamente, lega indissolubilmente la diffusione del diritto patriarcale all’arrivo in Europa dei popoli guerrieri indo-europei dallo spazio turanico dell’Asia centrale. Tuttavia, non sembra considerare lo sviluppo di forme devozionali sincretiche che il Continente conobbe a cavallo delle due ondate di invasione dei suddetti popoli tra il 4000 ed il 2000 a. C. Il culto della dea Atena, celebrata da Bachofen insieme ad Apollo come espressione di un diritto spirituale più elevato, ad esempio, ha un’origine ben più remota rispetto all’arrivo di questi popoli nomadi in Grecia; ed il suo stesso nome non ha origine indoeuropea [6].

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Marija Gimbutas

 

In secondo luogo, non si può tralasciare il fatto che Bachofen, nello stile puramente eurocentrico dell’intellettualità “occidentale” a lui contemporanea, trattasse con pregiudizio e superficialità le forme culturali estranee al mondo europeo con la precisa volontà di contrapporre la civiltà “evoluta”  dell’Europa alle altre. Allo stesso tempo, Bachofen, pur affermando che «il sacerdozio femminile non avrebbe contribuito in nulla all’elevazione del genere umano», riconobbe il ruolo determinante che le vergini iperboree ebbero nel portare dal centro sacro dell’umanità primordiale il culto apollineo a Delo. E lo stesso “diritto” del mondo iperboreo, anche nel suo studio, veniva rappresentato come una sorta di teocrazia affiancata dall’istituzione delle “vergini solari”: le sacerdotesse del Divino.

Appare evidente, inoltre, che il ruolo della divinità femminile dei primordi (quella Dea Madre o Grande Dea – dal cui grembo proviene ogni cosa – su cui si fondava il diritto matriarcale e matrilineare) fosse ben più complesso di quello meramente collegato alla fertilità della terra che le attribuì, quasi come una sorta di prerogativa unica ed esclusiva, lo stesso Bachofen. Tale culto, infatti, era inscindibile dal concetto di “eterno ritorno”: quella ciclica rotazione del tempo segnata dal succedersi delle stagioni tanto nella natura quanto nella vita umana. Come ha mostrato l’archeologa di origine lituana Marija Gimbutas nella sua opera Le Dee viventi, questa Grande Dea dei primordi manifestava le sue innumerevoli forme attraverso il ciclo di nascita, nutrimento, crescita, morte e rigenerazione. Ed il ruolo di primo piano attribuito alla donna nell’antichità era direttamente collegato alla sua capacità di procreare e, dunque, di essere simile alla divinità [7].

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“Fortune’s Wheel”, da “Cy commance le livre du gouvernement des princes fait de frere Gilles Romain, de l’ordre des freres hermites de saint Augustin”

Alla Dea, dominatrice su tutte le fonti d’acqua (in quanto è nel regno acqueo che nasce la vita – un’idea ampiamente sviluppata anche dalla religione egizia e dall’ermetismo, così come dal filosofo greco Talete e dal poeta epico Omero), veniva spesso affiancata una figura maschile che si poneva come suo naturale compimento. Il Dio maschile, solitamente associato all’immagine del Toro (fonte di energia procreatrice che si presenta su tre diversi gradi nello sviluppo dei culti neolitici: animale ctonio, lunare ed infine solare) incarnava la forza e la virilità necessaria per risvegliare il mondo dal sonno. L’unione di questa “Coppia divina” che solitamente si celebrava nel rito delle “nozze sacre” (ierogamia) – l’unione tra una sacerdotessa vergine e il Dio – costituiva il fondamento spirituale della rigenerazione cosmica della vita e dell’universo stesso.

Tale principio devozionale non sembra differire nei suoi fondamenti da quello descritto negli inni vedici e preso ad esempio da Bal Gangadhar Tilak per sostenere la sua tesi della dimora artica primordiale di quella che lui stesso definiva come l’originaria “razza ariana”. Sulla base di un’analisi comparata dei testi sacri della Tradizione indù e dello zoroastrismo (anche alla luce delle scoperte scientifiche a lui contemporanee), questo pensatore indiano giunse alla conclusione che, essendo il clima polare nel periodo inter-glaciale decisamente mite, proprio là, nello spazio artico, vivessero gli uomini dei primordi.

Illustrazione di Artuš Scheiner per František Ruth, Ancient Fairy-Tales (1920)
Illustrazione di Artuš Scheiner per František Ruth, “Ancient Fairy-Tales”, 1920

I Purana, ad esempio, identificano nel Monte Meru, al Polo Nord terrestre, la casa degli dei. Nel RigVeda l’Orsa Maggiore viene posizionata esattamente sopra la testa di questa umanità primordiale che condivideva col divino il Tempo eterno dell’anno-Dio. Là, nell’estremo Nord, un giorno umano era un anno-Dio: ovvero sei mesi di luce e sei mesi di oscurità. E Le Leggi di Manu, a questo proposito, riportano:

« Un anno umano è un giorno e notte degli dei; così i due sono divisi: il passaggio a settentrione del sole è il giorno e quello a meridione è la notte. »

Nella dimora artica, inoltre, dice Ahura Mazda a Re Yima nell’Avesta (testo sacro della Tradizione zoroastriana), «un anno sembra come un giorno». Qui, l’uomo poteva assistere ai fenomeni estatici degli splendori divini: l’alba ed il sorgere del sole che segnavano il ritorno e la rigenerazione della vita dopo l’oscurità. L’alba, negli inni vedici, è composta di trenta parti continue ed inseparabili l’una dall’altra. È un fenomeno prolungato nel tempo durante il quale si susseguono “molti splendori” (secondo l’interpretazione filologica del termine “bahulani alani”) [8]. Alla prima alba, “la sposa”, “la nuova madre”, fanno seguito le sue sorelle fino alla nascita (o rinascita) di Indra: il sorgere del sole all’orizzonte. Ad Indra si oppone Vritra, descritto come “avvolto nell’oscurità”, così come al principio Arya (proprio della “razza ariana”) si opporrebbe l’oscurità del Dasa [9].

Ernst Fuchs, The Island of Aphrodite Before the Wall of Heaven, 1974
Ernst Fuchs, “The Island of Aphrodite Before the Wall of Heaven”, 1974

È tristemente nota la confusione che a cavallo tra XIX e XX secolo (e per tutta la prima metà di quest’ultimo) portò parte del mondo culturale europeo ad una sorta di gara per stabilire quale fosse l’originaria “razza ariana” che, in virtù di una cultura superiore, avesse “arianizzato” tutte le altre. E sono altrettanto noti i nefasti esiti che, in particolar modo in Germania, vennero prodotti dall’estremizzazione di queste teorieTuttavia, fu nella stessa Germania di questo periodo periodo che Herman Wirth (studioso danese naturalizzato tedesco) poté elaborare una teoria sull’alba del genere umano e sugli antenati della “razza ariana” che in buona parte contrastava con quella ufficiale del regime nazista.

Wirth, infatti, era convinto che gli “invasori” indo-europei, portatori di quel modello guerriero-patriarcale rozzo e utilitaristico in cui la donna era sottomessa all’uomo, fossero dei popoli già “meticci” e che, di conseguenza, non potessero rappresentare la pura “razza” e “cultura” dell’umanità primordiale. Questo poliedrico studioso era convinto che il pantheon dell’ancestrale popolo nordico fosse guidato da una Dea: una pura creazione spirituale che si rivelava nella legge cosmica dell’eterno movimento circolare. Ed era altrettanto convinto che la “materialità” e la “ctonicità” del matriarcato non fossero altro che un’invenzione della cultura patriarcale importata sul suolo continentale europeo dai migranti provenienti dall’Asia centrale.

Henri Paul Motte, Druids Cutting the Mistletoe on the Sixth Day of the Moon
Henri Paul Motte, “Druids Cutting the Mistletoe on the Sixth Day of the Moon”

Secondo questa tesi, le culture più antiche del Mediterraneo sarebbero state create e stabilite dai portatori del “matriarcato iperboreo” giunti da Nord-Ovest, via mare ed attraverso l’Africa nord-occidentale, e che da lì sarebbero giunti fino al Vicino Oriente. E questi altri non sarebbero che i cosiddetti Popoli del mare la cui origine viene fatta risalire addirittura al mito di Atlantide: centro sacro di passaggio nella migrazione dei popoli iperborei verso Sud [10]A parziale sostegno della teoria di Wirth vi è il fatto che le razze che abitavano le isole mediterranee, legate al culto della Dea ed al mito dei Popoli del mare (dalla Sardegna a Malta, fino all’area pelasgica), fossero dolicocefale come quella descritta nel sopracitato studio di Tilak.

Di fatto, i crani ritrovati negli ipogei sardi e maltesi (Anghelu Ruju e Hal Saflieni in modo particolare) mostrano questa caratteristica conformazione ossea. Ed in questi stessi siti archeologici sono riscontrabili simboli che, teoricamente, potrebbero avvalorare la teoria atlantidea. Uno su tutti è quello della “triplice cinta” utilizzato, successivamente, anche in molti luoghi di culto costruiti dall’Ordine cavalleresco dei Templari [11]. Questo simbolo, costituito da tre quadrati concentrici equidistanti con delle linee a croce sui lati, rappresenterebbe la pianta della città di Poseidonia: il centro più importante di Atlantide descritto anche da Platone nel Crizia

Sulle pareti degli ipogei sardi (o Domus de Janas – “casa delle fate”), inoltre, non è difficile individuare i simboli del “labirinto” (sempre collegato alla pianta di Poseidonia) e addirittura una sorta di “scacchiera” ante litteram dipinta in bianco ed ocra rosso. Il gioco moderno degli scacchi, come noto, ha un’origine relativamente recente (primo millennio d. C.) e sarebbe giunto in Europa attraverso la Persia; altro Paese il cui popolo è indissolubilmente legato alla “dimora artica”. Ma il simbolo della “scacchiera”, con la sua alternanza di quadrati bianchi e neri, avrebbe, ancora una volta, un’origine remota nel tempo, forse legata all’alternanza tra luce e tenebra, tra bene e male, tipica di quell’anno-Dio che rappresentava il sistema stesso attraverso il quale l’umanità iperborea e primordiale regolava il proprio essere nel mondo.

Paul Delvaux, Sleeping Venus, 1944
Paul Delvaux, “Sleeping Venus”, 1944

Un’altra prova a sostegno della tesi di Herman Wirth sarebbe il fatto che la religione degli antichi abitanti della Sardegna, come riportato dallo studioso Raffaele Pettazzoni, fosse una sorta di “monoteismo imperfetto” in cui una divinità dominava sulle altre che, spesso e volentieri, venivano semplicemente identificate come i suoi stessi attributi [12].

Wirth era fermamente convinto del carattere monoteistico della religione che l’umanità primordiale praticava nella dimora artica. Ed era altrettanto convinto che popoli dall’origine “nordica” avessero importato le loro convinzione monoteistiche  in tutta l’area mediterranea e del Vicino Oriente. Se ciò fosse vero, non sarebbe da escludere il fatto che l’influenza (ampiamente testimoniata nelle cosiddette “lettere di Amarna”) dei Shardana (uno di quei Popoli del mare che giunti nel Mediterraneo costruirono la loro base in Sardegna) sull’Egitto abbia in qualche modo determinato la celebre svolta religiosa monoteistica “solare” del Faraone Akhenaton [13].

Ma Wirth si spinse ben oltre arrivando addirittura ad ipotizzare un’origine iperborea del cristianesimo. Seconda la sua teoria, come già affermato, millenni prima dell’affermazione del monoteismo “esclusivista” ebraico, esisteva già una forma religiosa puramente monoteistica, solare e spirituale. Dunque, il cristianesimo altro non sarebbe stato che una sorta di riaffermazione di questa Tradizione conservatasi per mezzo di un gruppo “atlantico” stabilitosi da tempo immemore in Galilea: terra ricca di tracce della religiosità megalitica solare.

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Herman Wirth

Egli era convinto che il Popolo del mare degli “Amorrei” (o “Amoriti”) fosse stato il portatore di questa Tradizione sulle coste del Levante e che il loro nome derivasse da Mo-uru: il centro sacro più antico dell’Occidente secondo il testo sacro zoroastriano BundahishnIl nome Mo-uru, infatti, nelle sue differenti varianti fonetiche è presente a più riprese nella stessa Bibbia. Ed il termine “am-uru”, da cui deriva il nome degli Amorrei, in ebraico significherebbe proprio “Popoli dell’Occidente”. Wirth, inoltre, era convinto che altri popoli dell’antichità, come i Mauri dell’Africa occidentale o addirittura i Maori dell’Oceania (che condividono delle credenze religiose non dissimili da quelle dei popoli dell’Europa antica), fossero tutti profughi provenienti da questo ancestrale centro sacro [14].

Recenti studi scientifici hanno inoltre mostrato come un altro popolo citato a più riprese nella Bibbia, quello dei Filistei (anch’essi annoverati tra i Popoli del mare), avesse un’origine “occidentale”: probabilmente cretese/pelasgica. A ciò si aggiunga il fatto che il cristianesimo, come oggi è conosciuto, ha notevoli similitudini con diversi aspetti devozionali dell’antica Europa mediterranea: dalla credenza nel fanciullo divino nato in una grotta – simbolo dal fortissimo valore iniziatico – al “Dio mortale” la cui “resurrezione” segna il passaggio ad uno stadio superiore dell’Essere.

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Gustav Klimt (1862-1918), “Allegory of Sculpture”, 1889

Le convinzioni di Herman Wirth confliggevano apertamente con quelle “ufficiali” della Germania hitleriana. L’idea nazista di realizzare una costruzione politica sulla base dell’istituzione di corpi militarizzati che ricalcavano i Mannerbunde della preistoria germanica, nella prospettiva di Wirth, rappresentava una totale alterazione del primordiale fondamento materno su cui si fondava la spiritualità nordica ed al quale bisognava collegarsi per partecipare al significato stesso dell’esistenza [15]Non sorprende, dunque, che questo studioso dovette subire una doppia emarginazione, sia quando il regime nazista era ancora in vita che nel secondo dopoguerra.

La sua teoria del monoteismo primordiale (o cristianesimo nordico), tuttavia, ha un punto di incontro con il lavoro di Bachofen. Il giurista svizzero era convinto che tanto il diritto matriarcale che quello patriarcale sarebbero stati superati da un diritto “finale” più alto. Questo diritto era quello cristiano del puro amore. E, considerando il fatto che Herman Wirth riteneva il cristianesimo come già insito al mondo spirituale della dimora artica, questa “realizzazione finale” non sarebbe altro che un ritorno alle origini dell’umanità.

William Russell Flint, Theocritus' Idyll XVIII : Chorus and Musicians, 1913
William Russell Flint, “Theocritus’ Idyll XVIII / Chorus and Musicians”, 1913

Note:

[1] A. De Benoist, L’Impero interiore. Mito, autorità, potere nell’Europa moderna e contemporanea, Ponte alle Grazie, Napoli 2000, p. 103.

[2] W. F. Otto, Der Mythos und das Wort, in Das Wort der Antike, Stoccarda, Klett, p. 362.

[3] J. J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia del mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2016, p. 127.

[4] Ibid., p. 322.

[5] Ibid., p. 330.

[6] M. Gimbutas, Le dee viventi, Edizioni Medusa, Milano 2005, p. 205.

[7] Ibid., p. 33.  A tal proposito si veda anche M. Gimbutas, Il linguaggio della dea, Venexia, Roma 2008.

[8] Bal Gangadhar Tilak, La dimora artica nei Veda, ECIG, Genova 1994, p. 49.

[9] Ibid., p. 69.

[10] A. Branwen, Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth, Edzioni all’insegna del Veltro, Parma 2007, p. 48.

[11] Si veda G. M. Longhi, Misteri di un antichissimo culto. La dea e il toro, Cerchio della Luna, Verona 2016.

[12] R. Pettazzoni, La religione primitiva in Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari 1981, p. 92.

[13] Si veda G. Lilliu, La civiltà dei sardi. Dal Paleolitico all’età dei nuraghi, Il Maestrale, Nuoro 2017, pp.  459-60.

[14] Ibid., p. 59.

[15] Ultima Thule, ivi cit., p. 64.


 

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