Sul Gigante Β«candido come la neveΒ» che si staglia all’orizzonte alla fine del Gordon Pym di E.A. Poe

La disperazione esistenziale di Poe, tipicamente romantica, nasce proprio da questo contrasto: voler esperire l’infinito attraverso il finito e l’assoluto per mezzo del relativo; voler bussare alle porte del mistero ed accedere al segreto dell’esistenza, senza dismettere i panni dell’indagatore razionale e del viandante che non crede esistano altre strade verso la veritΓ , al di fuori di quelle riconoscibili dalla ragione ma che, tuttavia, avverte e intuisce che c’è qualcos’altro, forse un Dio Ignoto, per avvicinarsi al quale sarebbero necessari altri strumenti ed altri atteggiamenti mentali.

di Francesco Lamendola

Originariamente pubblicato sul sito di Arianna Editrice

L’unico romanzo scritto da Edgar Allan Poe, come Γ¨ noto, Γ¨ Le avventure di Arthur Gordon Pym (titolo originale: The Narrative of Arthur Gordon Pym of Nantucket), pubblicato nel 1838: resoconto di una navigazione antartica permeato d’inquietudine, di orrore e di mistero, che risente del clima di entusiasmo per le prime scoperte antartiche da parte di spedizioni scientifiche organizzate da Russi, Britannici, Francesi e Statunitensi.

Il romanzo rimane volutamente interrotto ed il suo finale β€œaperto” ha stuzzicato a tal punto la fantasia delle generazioni successive, che Jules Verne volle scriverne il seguito con La sfinge dei ghiacci. Verso la fine dell’opera, infatti, il protagonista e un suo compagno d’avventura, che una inspiegabile corrente marina calda ha portato oltre la barriera dei ghiacci galleggianti, verso le acque libere del Polo Sud, intravvedono, in mezzo al volo d’innumerevoli uccelli bianchi, una gigantesca figura umana che si leva all’orizzonte, d’un candore innaturale, stagliandosi torreggiante su di loro.

Β« 5 marzo. Il vento era completamente cessato, ma noi continuavamo a correre lo stesso verso il sud, trascinati da una corrente irresistibile. Sarebbe stato naturale che provassimo dell’apprensione per la piega che prendevano le cose, invece niente. […]
6 marzo. Il vapore si era alzato di parecchi gradi e andava a poco a poco perdendo la sua tinta grigiastra. L’acqua era calda piΓΉ che mai, e ancora piΓΉ lattiginosa di prima. Ci fu una violenta agitazione del mare proprio vicinissimo a noi, accompagnata, come al solito, da uno strano balenio del vapore e da una momentanea frattura lungo la base di esso. […]
9 marzo. La strana sostanza come di cenere continuava a pioverci attorno. La barriera di vapore era salita sull’orizzonte sud a un’altezza prodigiosa, e cominciava ad assumere una forma distinta. Io non sapevo paragonarla altro che a una immane cateratta la quale precipitasse silenziosamente in mare dall’alto di qualche favolosa montagna perduta nel cielo. La gigantesca cortina occupava l’orizzonte in tutta la sua estensione. Da essa non veniva alcun rumore.
21 marzo. Una funebre oscuritΓ  aleggiava su di noi ma dai lattiginosi recessi dell’oceano scaturiva un fulgore che si riverberava sui fianchi del battello. Eravamo quasi soffocati dal tempestare della cenere bianca che si accumulava su di noi e riempiva l’imbarcazione, mentre nell’acqua si scioglieva. La sommitΓ  della cateratta si perdeva nella oscuritΓ  della distanza. Nel frattempo risultava evidente che correvamo diritto su di essa ad una impressionante velocitΓ . A tratti, su quella cortina sterminata, si aprivano larghe fenditure, che perΓ² subito si richiudevano, attraverso le quali, dal caos di indistinte forme vaganti che si agitavano al di lΓ , scaturivano possenti ma silenziose correnti d’aria che sconvolgevano, nel loro turbine, l’oceano infiammato.
22 marzo. L’oscuritΓ  si era fatta piΓΉ intensa e solo il luminoso riflettersi delle acque della bianca cortina tesa dinanzi a noi la rischiarava ormai. Una moltitudine di uccelli giganteschi, di un livido color bianco, si alzava a volo incessantemente dietro a noi per battere, appena ci vedevano, in ritirata gridando il sempiterno Tekeli-li. Nu-Nu [un indigeno della misteriosa isola di Tsalal che i due avevano fatto prigioniero] ebbe, a quelle grida un movimento sul fondo del battello, e, come noi lo toccammo, scoprimmo che aveva reso l’ultimo respiro. Fu allora che la nostra imbarcazione si precipitΓ² nella morsa della cateratta dove si era spalancato un abisso per riceverci. Ma ecco sorgere sul nostro cammino una figura umana dal volto velato, di proporzioni assai piΓΉ grandi che ogni altro abitatore della terra. E il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve. Β»

[traduzione di Elio Vittorini]
Francisco Goya, Il colosso (schizzo)

La poetica di Poe Γ¨ caratterizzata, e ben lo si vede anche in questa pagina di prosa, da una strana, affascinante mescolanza di spirito romantico, sognante, inquieto, a volte grandiosamente allucinato, e di fredda, analitica luciditΓ , di β€œscientificità” apparentemente impersonale, quasi nel senso che avrebbero attribuito al termine, alcuni decenni piΓΉ tardi, i naturalisti francesi, sulla scorta delle teorie estetiche di Hippolyte Taine. Ebbene, coloro che si son presi la briga di riportare sulla carta geografica la rotta della nave di Gordon Pym attraverso gli oceani, hanno avuto una sorpresa a dir poco sconcertante: congiungendone i punti, si Γ¨ delineata nettamente la sagoma di un grande uccello con le ali spiegate – come i misteriosi uccelli bianchi che, nella parte conclusiva del romanzo, gridano al vento del Sud il loro incessante richiamo: Tekeli-li.

Si tratta di un caso, di una semplice coincidenza? Ma Poe amava moltissimo i giochi di decrittazione, gli enigmi logici e linguistici: sempre nel Gordon Pym, il protagonista scopre, incisi sulla roccia dell’isola sconosciuta, dei caratteri apparentemente senza significato, ma che si riveleranno poi parole di antico egiziano, di etiopico, di arabo le quali accennano al segreto inaudito che si annida nella regione del Polo antartico. E tale passione per le sciarade, per i rompicapi, per l’applicazione pratica di una logica rigorosa di tipo matematico si rivela pienamente nel filone dei racconti polizieschi, particolarmente ne I delitti della rue Morgue, ne Lo scarabeo d’oro, ne La lettera rubata. Ricordi, forse, degli studi fatti a West Point, all’epoca del breve e fallimentare tentativo di farsi una carriera nell’esercito; ma, senza dubbio, anche interesse personale, attrazione verso quella particolare forma di mistero che la mente umana puΓ², a certe condizioni, decifrare.

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Eppure, nel finale del Gordon Pym Poe sembra gettare la spugna: la sua rinuncia a descrivere il mistero sembra corrispondere al riconoscimento che non tutto Γ¨ suscettibile di una spiegazione razionale e che vi sono delle veritΓ  di cui l’animo umano puΓ² bensΓ¬ fare esperienza, ma che non Γ¨ possibile raccontare a parole, perchΓ© non esiste alcun linguaggio capace di descriverle, cosΓ¬ come non esiste intelligenza capace di penetrarle sino in fondo.

Un po’ come l’Ulisse dantesco destinato a concludere il suo β€œfolle volo” nella tempesta che lo farΓ  affondare proprio in vista della montagna del Purgatorio, simbolo della redenzione dal peccato per opera della Grazia divina (e che, quindi, non puΓ² essere raggiunta con i soli mezzi umani o, peggio, con l’orgoglio umano), anche Gordon Pym si spinge cosΓ¬ lontano sul sentiero della conoscenza, da oltrepassare ciΓ² che la ragione e la parola possono esprimere; piΓΉ fortunato del suo predecessore, tuttavia, riesce a far ritorno in patria dal Β«mondo senza genteΒ», non si sa come, e a narrare la sua straordinaria avventura, almeno fino alla fatidica data del 22 marzo.

Nella finzione letteraria della Β«Nota introduttivaΒ» al romanzo, attribuita allo stesso Gordon Pym, Poe fa dire a quest’ultimo di essersi deciso a raccontare la propria esperienza di viaggio nei mari australi su sollecitazione di alcuni gentiluomini virginiani e particolarmente dell’ex direttore del Β«Southern Literary MessengerΒ» di Richmond, mister Poe, il quale, in un primo tempo e con la sua autorizzazione, ne aveva pubblicato un anticipo per il pubblico.

Ma perchΓ© il racconto si interrompe nel momento piΓΉ enigmatico, quando il soprannaturale fa la sua comparsa all’interno di una narrazione che fino a quel momento, pur dovendosi confrontare con esperienze estremamente drammatiche e al limite dell’incredibile, non si era mai allontanata da un tono di studiata, rigorosa oggettivitΓ ? Si tratta puramente e semplicemente di un espediente letterario per accrescere la curiositΓ  del lettore, lasciandola insoddisfatta sul piΓΉ bello; oppure c’è una ragione piΓΉ intima e profonda?

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Noi propendiamo per questa seconda possibilitΓ : che, cioΓ¨, il finale del romanzo rimanga β€œaperto” per la difficoltΓ , anzi per l’impossibilitΓ  di riferire qualcosa di inesprimibile o, forse, qualcosa che non deve essere detto, qualcosa di talmente sconvolgente, di talmente segreto, che divulgarlo sarebbe contravvenire a un comando morale ben preciso. Un comando della propria coscienza, oppure un comando proveniente da una fonte esterna? Difficile, se non impossibile, dirlo. Ma ecco le interessanti riflessioni svolte in proposito di Maurizio Vitta:

Β« Tra le opere di Poe, due in particolare sono accostabili al β€œGordon Pym” tanto da costituire con esso una specie di trilogia: “Una discesa nel MaelstrΓΆm” e “Il manoscritto trovato in una bottiglia”. Gli elementi comuni sono il mare, il naufragio, la deriva, l’attesa della scoperta, la caduta, il precipitare inarrestabile. In tutt’e tre i racconti la vicenda ha un andamento escatologico: nella prima si sfugge al risucchio mortale mediante l’uso freddo e disperato della ragione, che consente di sfruttare le leggi stesse della forza scatenante; negli altri due, l’ineluttabilitΓ  dei fenomeni cosmici si fa mortale, perchΓ© di essi si ignorano, per il momento, tutte le regole. Il mistero, per Poe, non Γ¨ mai l’inconoscibile, ma l’ignoto. Anche nel β€œGordon Pym” il narratore avverte fin dall’inizio che tutto si concluderΓ  con β€œepisodi di natura cosΓ¬ eccezionale e cosΓ¬ fuori dei limiti dell’umana credibilità” da far confidare solo β€œnel tempo e ne progresso della scienza” perchΓ© essi possano trovare conferma. CosΓ¬ l’addentrarsi in un mondo sempre piΓΉ enigmatico e inquietante si risolve nella stessa ansia di scoperta del pescatore risucchiato nel MaelstrΓΆm e che esalta alla fine l’anonimo naufrago del β€œManoscritto”, prigioniero del gigantesco vascello lanciato da una sua furia interna verso il precipizio marino. Rispetto a questi due personaggi, Pym perviene al mistero finale attraverso vicende piΓΉ complesse, che, per quanto non sempre felicemente risolte sul piano letterario, si compongono pure in una sorta di rituale di iniziazione: dall’agonia nella cala alla lotta contro gli ammutinati, dagli episodi di fame, di cannibalismo e di morte (e qui Γ¨ da ricordare particolarmente l’apparizione terrificante del vascello olandese colmo di cadaveri), fino ai contatti con i misteriosi selvaggi dell’isola di Tsalal. Con ragione Γ¨ stato detto che proprio queste pagine ripropongono il mito del passaggio dall’adolescenza alla maturitΓ , ricorrente nelle opere di Melville, Twain, James, Stevenson o Conrad, con accenti ed esiti diversi. In Poe, tuttavia, la maturitΓ  Γ¨ sempre un’esperienza individuale, una SCOPERTA, appunto, destinata ad annientare colui che la raggiunge. Β»

cit. nell’Introduzione al Gordon Pym di Elio Vittorini, Mondadori, 1981, pp. VIII-X

Pym, a quanto pare, non muore al termine della sua avventura fra i ghiacci eterni. Ma di lui e di Peters non si sa, alla fine piΓΉ nulla, e Poe mantiene volutamente la vicenda in un’atmosfera di ambigua reticenza. Espediente da grande maestro, senza dubbio: ma anche fedeltΓ  ad una concezione della vita e della letteratura che non l’ha mai abbandonato.

Non Γ¨ un caso, perciΓ², che la vicenda di Gordon Pym sia stata poi ripresa, nel tempo, in una serie di tentativi di spiegazione. Jules Verne, nella sua Sphinx des glaces, ha ripercorso l’itinerario poetico, ritrovando alla fine lo scheletro di Pym inchiodato al polo magnetico, in un racconto in cui traspare il desiderio, tipico della sua cultura, di spiegare ogni mistero con la fredda luce della scienza positiva. Molto tempo dopo Γ¨ stato H.P. Lovecraft, in At the Mountains of the Madness, il tema del misterioso continente antartico, in un racconto che fa di quelle regioni la sede di primordiali esseri paurosi filtrati dalle stele quando ancora la terra non conosceva l’uomo, e di Poe una sorta di iniziato a quei misteri. E ancora nel 1947 la storia di Arthur Gordon Pym si Γ¨ riaffacciata in un romanzo di Dominique AndrΓ©, La conquΓ©te de l’eternel, il cui protagonista ritorna fra quei ghiacci scoprendo nella terribile creatura dal volto velato un’immagine del Saturno evocato giΓ  da Virgilio e invocato oggi da un’umanitΓ  prostrata da guerre e lotte fratricide.

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Tutti temi, come si vede, che vanno dallo scientifico al filosofico fino alla fantascienza, e che convivono e s’intrecciano nell’opera di Poe facendone il punto d’origine di tanti filoni letterari contemporanei. PerchΓ© la scoperta, in Poe, Γ¨ sempre scoperta letteraria, ossia rivelazione attraverso la parola. A certi spiriti non basta, come egli stesso ha scritto nei β€œMarginalia”, che una certa cosa sia fatta: ad essi Γ¨ necessario sapere e mostrare che essa Γ¨ stata fatta. Conoscere e far conoscere, esprimere e trasmettere nelle parole la complessitΓ  dell’esistenza che in esse, alla fine, troverΓ  il proprio simbolo: questa Γ¨, per Poe, la funzione della letteratura.

CosΓ¬, nell’episodio conclusivo del Gordon Pym, in quella β€œsorta di finale sinfonico degno del Wagner piΓΉ puro”, come l’ha definito Emilio Cecchi, il bianco dei ghiacci, e lo stesso aspetto lattiginoso del mare, piΓΉ volte osservato nelle spedizioni polari, si compongono in un simbolo terribile e invitante che riassume non soltanto un’intera vicenda umana, ma anche quello che, per Poe, Γ¨ il suo destino, un annientamento che forse Γ¨ il passaggio a quella specie di β€œmaterialitΓ  spirituale” che egli ha descritto in β€œRivelazione magnetica” e che costituΓ¬ uno dei punti fermi della sua religione laica. Il bianco di quel panorama allucinato e della gigantesca figura verso la quale la canoa di Pym precipita inarrestabilmente trascende la sua materialitΓ  senza tuttavia perderla mai, perchΓ© essa Γ¨ incarnata nella parola. Per questo i due fenomeni – quello naturale e quello immaginario – possono convivere senza forzature. In effetti, l’uno non Γ¨ che la proiezione dell’altro, ed entrambi esprimono, attraverso il simbolo verbale, una stessa realtΓ .

Poe-Pym, dunque, interrompe la narrazione del romanzo perchΓ© lingua umana non puΓ² dire ciΓ² che egli ha visto e sperimentato in quell’estremo frangente, mentre la sua imbarcazione era inarrestabilmente risucchiata verso le estreme latitudini australi. Forse si Γ¨ trattato di un’esperienza della coscienza superiore, di una sorta di esperienza mistica, ma d’un misticismo lucido, come quello dei sogni consapevoli e guidati; un misticismo quale poteva concepirlo e sperimentarlo un uomo che, come Poe, non credeva realmente in un aldilΓ , ma in una sorta di sublimazione dell’aldiqua; un uomo che, assuefatto a raggiungere gli stati alterati di coscienza per mezzo di abbondanti dosi di alcool e sostanze stupefacenti, riteneva che la porta del mistero possa dischiudersi non tanto all’autentico ricercatore spirituale, bensΓ¬ all’uomo determinato e razionale, armato della fiducia nella scienza e nelle sue estreme risorse.

Francisco Goya, Il colosso

In fondo, la disperazione esistenziale di Poe, tipicamente romantica, nasce proprio da questo contrasto, che sarΓ  anche, per inciso, lo stesso di Nietzsche: voler esperire l’infinito attraverso il finito e l’assoluto per mezzo del relativo; voler bussare alle porte del mistero ed accedere al segreto dell’esistenza, senza dismettere i panni dell’indagatore razionale e del viandante che non crede esistano altre strade verso la veritΓ , al di fuori di quelle riconoscibili dalla ragione ma che, tuttavia, avverte e intuisce che c’è qualcos’altro, forse un Dio Ignoto, per avvicinarsi al quale sarebbero necessari altri strumenti ed altri atteggiamenti mentali.

Questo, forse, rappresenta la gigantesca figura velata, bianca come la neve, che si profila e svetta al di sopra di Gordon Pym nell’ultima immagine del romanzo: un Dio Ignoto, verso il quale l’anima di Poe si protende, ma di cui egli non sarΓ  in grado di riferire nulla, perchΓ© non dispone letteralmente dei mezzi, conoscitivi e linguistici, per farlo. Un Dio che, nel suo tremendo e gelido splendore, coincide con l’accecamento o con la distruzione dell’uomo; un Dio che non Γ¨ amore, nΓ© pietΓ , e nemmeno ira o corruccio, ma semplicemente altro: altro da tutto ciΓ² che la mente ed il cuore umano possano arrivare a concepire, a comprendere e a raccontare.


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