di Michele Ruzzai
copertina: Vsevolod Ivanov
Riassunto della conferenza svoltasi in data venerdì 24 febbraio 2017 presso Trieste.
Dopo il precedente incontro su βLe radici antiche degli Indoeuropeiβ del 27/1/2017 anche questo, svoltosi grazie allβorganizzazione di Daniele Kirchmayer, Γ¨ stato introdotto dalle utili ed interessanti note di Fabio Calabrese, che ha fornito un primo inquadramento dei temi in argomento, insistendo in particolare sul forte conformismo, ideologicamente orientato, dellβattuale ricerca preistorica. In effetti, come punto dβavvio della conferenza, si puΓ² senzβaltro dire che oggi il mondo accademico, ed anche quello divulgativo rivolto ad un pubblico piΓΉ vasto, sia fondato su due assunti che tendono a presentarsi come dei veri e propri βdogmiβ di fede, in veritΓ tuttβaltro che dimostrati: lβevoluzionismo βascendenteβ in una prospettiva biologica piΓΉ generale, e lβafrocentrismo delle origini umane in quella piΓΉ specificatamente riguardante la nostra specie, Homo Sapiens. Inizieremo esponendo alcuni punti di critica a questi due apriorismi concettuali e successivamente passeremo ad illustrare gli elementi piΓΉ propriamente costruttivi del discorso.

Il primo dogma: lβevoluzionismo ascendente
La teoria evoluzionista, che presuppone un andamento ascendente in termini di complessitΓ delle forme biologiche, puΓ² giΓ essere messo in discussione sulla base di una semplice argomentazione logica, portata da autori tradizionalisti come Julius Evola e RenΓ© Guenon, ovvero lβimpossibilitΓ che βil piΓΉ derivi dal menoβ. ComβΓ¨ possibile, infatti, che la materia inerte si auto-organizzi da sΓ© stessa? Anche in ambito scientifico qualcuno ha posto lβinterrogativo se le teorizzazioni evolutivo-ascendenti non siano in contrasto con il secondo principio della termodinamica (o principio di Carnot), noto anche come βlegge dellβentropiaβ, secondo il quale tutti i sistemi abbandonati a sΓ© stessi tendono irrimediabilmente a degradare verso il disordine fino alla distruzione e non certo a migliorarsi secondo un perfezionamento continuo. Dβaltronde, anche il vero significato etimologico del termine βevoluzioneβ deriva dal latino βvolvereβ, cioΓ¨ srotolare, svolgere, e quindi dovrebbe piuttosto esprimere il concetto di un dispiegarsi delle possibilitΓ di esistenza che esistono in germe giΓ a priori, senza necessariamente implicare un andamento verso lβalto.Β La stessa βcasualitΓ β invocata dagli evoluzionisti, di contro a qualsiasi concezione che implichi lβesistenza di un Logos superiore alla materia, appare come un mero paravento ideologico, una βfoglia di ficoβ che nasconde lβignoranza dei meccanismi formativi piΓΉ profondi: i ricercatori evoluzionisti invocano i βtempi lunghissimiβ che avrebbero consentito a tale cieca causalitΓ di produrre le forme odierne. Peccato perΓ² che i tempi siano ENORMEMENTE lontani da quanto sarebbe stato necessario.
Γ stato infatti calcolato dal prof. Chandra Wickramasinghe, che la probabilitΓ che lβorganismo vivente piΓΉ semplice nasca βper casoβ dalla materia inerte sarebbe di 1 su 10 alla 40.000^ (1 seguito da 40.000 zeri)β¦ Andiamo piΓΉ nello specifico. Gli stessi evoluzionisti ci dicono che il tempo trascorso dal βbrodo primordialeβ Γ¨ pari a UN miliardo di anni, cioΓ¨ 1 seguito da 9 zeri. Ebbene, il fisico Bogdanov ha calcolato che il tempo necessario perchΓ© dai vari nucleotidi si arrivi per puro caso ad una molecola di acido ribonucleico, RNA (che, comunque, NON Γ¨ un essere vivente, enormemente piΓΉ complesso) sarebbe stato necessario un numero di anni almeno pari a 10 alla 15^ (1 seguito da 15 zeri, cioΓ¨ UN MILIONE di miliardi di anni e quindi un tempo UN MILIONE di volte superiore). Il matematico Guye, dβaltro canto, ha calcolato che la possibilitΓ che un altro componente fondamentale degli organismi viventi, cioΓ¨ una proteina (che perΓ² anchβessa, di per sΓ©, NON Γ¨ un essere vivente) si formi per puro caso, Γ¨ pari ad 1 su 10 alla 161^ potenza (cioΓ¨ 1 seguito da 161 zeri) ma, tuttavia, avendo teoricamente a disposizione un numero di anni pari a 10 alla 243^ potenza (1 seguito da 243 zeri). Tempi incredibilmente lunghi, INCOMMENSURABILMENTE di piΓΉ di quanto sarebbe necessario e che rendono semplicemente risibile ogni ricorso βal casoβ.Β A questo punto, credere ad un miracolo, ad una creazione, ad unβemanazione, ad una βdiscesaβ di qualcosa di superiore, o in qualsiasi altro modo lo si voglia definire, appare francamente come lβatteggiamento PIΓ LOGICO.Β Tra lβaltro, non Γ¨ nemmeno vero che sia mai esistita una semplicitΓ biochimica primitiva, vista lβenorme complessitΓ anche degli organismi monocellulari, e che non si possa nemmeno parlare di una banale ascesa βda piccolo al grandeβ, se consideriamo i dinosauri estintisi circa 65 milioni di anni fa e sostituiti da specie molto piΓΉ minute.
Le specie, inoltre, sono portatrici di unβinfinitΓ di caratteri del tutti inutili e per nulla spiegabili secondo lβottica delle mutazioni casuali del genoma e della fissazione di queste attraverso il meccanismo della selezione naturale: colori, forme, profumi, comportamenti senza alcun fine utilitaristico sono abbondantemente presenti in Natura. Selezione naturale che, peraltro, Γ¨ stato notato essere un meccanismo prettamente conservativo, nel senso che elimina i devianti, e che quindi riveste una funzione eminentemente STABILIZZANTE sulle specie viventi; anche perchΓ© mutazioni vantaggiose non sono praticamente quasi mai state osservate, mentre al contrario, ve ne sono spesso di degenerative o, al limite, neutre, senza cioΓ¨ impatto sulle funzionalitΓ biologiche. CiΓ² che si contesta, quindi, alle ipotesi evoluzioniste, Γ¨ la possibilitΓ βtrasformistaβ delle specie di passare progressivamente da una forma allβaltra (la cosiddetta βmacroevoluzioneβ), mentre invece non vi sono dubbi su una certa plasticitΓ INTERNA alle singole specie, ovvero la βmicroevoluzioneβ: quel fenomeno, ad esempio, ben conosciuto dagli allevatori per selezionare dei nuovi tipi, che perΓ² non arrivano MAI a diventare una NUOVA specie. La veritΓ delle evidenze paleontologiche, Γ¨ che finora sono state scoperte circa 250.000 specie fossili, le quali hanno infatti una stabilitΓ morfologica di lunghissima durata, pari anche a milioni di anni, senza cioΓ¨ denotare quei lenti cambiamenti progressivi che il darwinismo ascendente necessariamente presupponeva.
Si puΓ² dare infine ancora un elemento di riflessione in questa rapidissima carrellata. Gli elementi peculiari che sovrintendono alla forma piΓΉ macroscopica delle varie specie biologiche, banalmente ciΓ² che al vivente fa assumere le sembianze di un elefante piuttosto che di un airone, come ci ricorda il genetista Giuseppe Sermonti sembrano non trovarsi a livello di DNA: questo, infatti, pare essere piΓΉ un manuale di istruzioni per la costruzione degli elementi costruttivi di base (ad esempio, le proteine) e per la definizione dei processi biochimici di dettaglio, ma sembra non contenere, a quanto se ne sa oggi, gli elementi informativi sulla struttura generale dellβorganismo. Per fare un esempio, Γ¨ come se il codice genetico rappresentasse una perfezionatissima ed organizzatissima fabbrica di mattoni, ma il cui successivo uso β se per la costruzione di una casa, di un ospedale, di un albergo o di uno stadio β fosse di pertinenza di un ALTRO genere di pianificazione, collocata ad un livello sovrastante.
Lβargomento della βformaβ tra lβaltro ci porta verso lβuomo, con delle considerazioni di particolare interesse. Il nostro aspetto, infatti, pare alquanto generalizzato e poco specializzato, quasi βprototipicoβ almeno per la classe dei mammiferi, cioΓ¨ del tutto privo di elementi dal forte significato adattativo-ambientale (pelo, artigli, dentatura, eccβ¦); elementi che invece sono copiosamente presenti nei vari βcuginiβ che condividono la famiglia tassonomica degli Ominidi. CiΓ² avvalorerebbe lβidea che, al contrario di quanto ritenuto βevoluzionisticamenteβ, lβuomo si sia mosso ben poco da un punto originario di partenza, lasciando invece ad altre specie, piΓΉ o meno vicine, una dinamica che le ha portate in situazioni piΓΉ periferiche, in nicchie perfettamente adattate con lβecosistema circostante. Ma cosΓ¬ anche relegandole ad una situazione ormai esaurita, ad un βvicolo ciecoβ senza ritorno. Paradossalmente Γ¨ βla scimmiaβ ad essere piΓΉ evoluta dellβuomo, il quale Γ¨ rimasto in un situazione di βcentralitΓ β ed βomnipotenzialitΓ β, tanto che Γ¨ stato ipotizzato che quella Sapiens sia una specie a fortissima tendenza βneotenicaβ (Louis Bolk), cioΓ¨ con la persistenza in etΓ adulta di caratteri tipici della primissima infanzia se non addirittura fetali, con tutta la βplasticitΓ β che ciΓ² comporta.
CentralitΓ e costanza nella nostra forma sono dati che, in effetti, mal si accordano con lβidea evoluzionistica secondo la quale il Sapiens sarebbe lβ βultimo gridoβ nella serie dei vari Ominidi, gloriosamente in cima ad una scala ascendente, ed in effetti non sono pochi i ritrovamenti che evidenzierebbero per la nostra specie unβantichitΓ enormemente maggiore di quanto attualmente stimato: anche se la paleoantropologia ufficiale evita di parlarne, perchΓ© non spiegabili nel suo orizzonte evoluzionista, non mancano reperti che andrebbero in questa direzione, con una profonditΓ temporale anche dellβordine di qualche milione di anni. Per citarne alcuni: nellβisola di Giava a Trinil; in Argentina a Miramar, a Buenos Aires e sul Monte Hermoso; in California a Calaveras e Table Mountain; in Inghilterra a Foxhall e Ipswich; in Francia a La Denise e Abbeville; in Svizzera a Delemont; in Spagna a Atapuerca; in Italia a Castenedolo e Savona; in Palestina a Qesem; nella stessa Africa, in Kenia vicino al lago Turkana ed in Tanzania, con le famose impronte di Laetoli.

Il secondo dogma: lβafrocentrismo umano
Quelli appena elencati sono reperti decisamente incompatibili con le visuali evoluzioniste ed anche con le teorie afrocentriche (lβipotesi βOut of Africaβ, di seguito per brevitΓ OOA), che ipotizzano una speciazione unica in Africa dellβumanitΓ attuale e la sua successiva diffusione planetaria, soprattutto sulla base di una maggior antichitΓ dei reperti Sapiens ivi rinvenuti (ad esempio, Blombos, Klasies River Mouth, Border Caveβ¦). Ma oltre ai reperti βdimenticatiβ elencati sopra, la OOA viene messa in crisi anche da altri ritrovamenti che la paleoantropologia ha ben presente (Skuhl, Qafzeh, Qesem in Palestina; Jebel Faya in Arabia, Liujiang in Cina, Kununurru in Australia) e che appaiono difficili da spiegare nellβottica di una prima migrazione extra-africana anche datata, a voler esser generosi, 80-90.000 anni fa (ma si potrebbe rilevare che una delle piΓΉ recenti formulazioni dellβOOA β riportata da Spencer Wells β riduce addirittura a 50-60.000 anni fa la prima uscita dal continente, quindi lasciando completamente senza spiegazione TUTTI i siti sopra elencati). Alcuni autori, inoltre (Wolpoff e Thorne), hanno contestato lβOOA anche dal punto di vista archeologico, rilevando la totale assenza di tecnologie litiche (cioΓ¨ di lavorazione della selce) tipicamente africane al di fuori del continente, che avrebbero dovuto essere portate dai fantomatici βprotoafricaniβ migranti da sud verso nord, est, o nordest. Analogamente, sul piano bio-antropologico altri ricercatori (Richard G. Klein) hanno rilevato come in genere i piΓΉ antichi ritrovamenti europei ed australiani tendano ad evidenziare delle somiglianze fisiche molto piΓΉ pronunciate con i loro discendenti di etΓ storica piuttosto che nei confronti di questi presunti antenati africani; ad esempio, nei primi reperti ossei del nostro continente β Combe-Capelle e Cro-Magnon β sono riscontrabili non poche caratteristiche ancora oggi presenti negli attuali europei, o almeno in buona parte di essi.Β
Di questi βprotoafricaniβ sembra quindi essere alquanto sfuggente una piΓΉ precisa caratterizzazione razziale. Infatti, alla domanda βquale attuale popolazione africana sarebbe da considerarsi la piΓΉ diretta discendente di questo ipotetico gruppo iniziale, rimasto in sito, mentre una, o piΓΉ, sue frazioni sarebbero uscite dal continente?β le possibili risposte non appaiono molto convincenti. Per attenerci ai gruppi principali, possiamo ricordare che attualmente lβAfrica Γ¨ grossomodo popolata da genti caucasoidi nel Maghreb, etiopoidi nella regione del Corno, khoisanidi (Boscimani ed Ottentotti) a sud, ed i βtipiciβ negridi subsahariani in tutto il resto. I primi sono il probabile risultato di un ingresso da aree euro-occidentali, visto anche il non raro biondismo riscontrato tra diversi Berberi; i secondi sembrano essere geneticamente piΓΉ vicini alle popolazioni medio-orientali (Cavalli Sforza), stesso discorso che si puΓ² fare anche per i khoisanidi, con lβaggiunta che alcuni antropologi a suo tempo ne avevano addirittura ipotizzato una certa vicinanza anche alle popolazioni gialle est-asiatiche. Quindi, la parte degli βautoctoniβ africani, inquadrabili come i piΓΉ diretti discendenti odierni dei βprotoafricaniβ iniziali, rimarrebbe affidata ai negridi sub sahariani: dei quali, quindi, sarebbe lecito aspettarsi ritrovamenti della piΓΉ elevata antichitΓ . Il problema Γ¨ che generalmente viene riconosciuto (Kurten, Canella, Biasutti, Bertaux) una carenza abbastanza vistosa di reperti di alta antichitΓ chiaramente negridi, ed i reperti disponibili (forse, ma non inequivocabilmente, Boskop; piΓΉ probabilmente Asselar) sono relativamente recenti; come di recente formazione viene di conseguenza considerata (Bernatzik, Brian, Coon, Weinert) la genesi dellβintero gruppo negride. CβΓ¨ quindi uno strano βhiatusβ subsahariano, non facilmente spiegabile.
Dunque, quando anche la paleogenetica sostiene di aver βdimostratoβ lβorigine africana di Homo Sapiens non tiene in considerazione le evidenze fossili e razziologiche o, tra queste, seleziona solo quelle strumentali alla sua visuale preconcetta: in ogni caso evidenziando una dipendenza interpretativa, onestamente ammessa anche dai genetisti Cavalli Sforza e Barbujani, che non le consentono di trarre, in autonomia, le conclusioni finali delle ricostruzioni storico-migratorie.Β Le evidenze genetiche, cioΓ¨, sono perfettamente interpretabili anche in un orizzonte βnon afrocentricoβ. Ad esempio Γ¨ stato rilevato (Paul Jordan, Steve Olson) che lβindubbia maggiore eterogeneitΓ interna delle popolazioni africane, invece di indicare una maggiore antichitΓ , e quindi ancestralitΓ , rispetto a tutte le altre del pianeta, potrebbe invece essere il risultato di una distorsione statistica indotta dal fatto che il continente nero Γ¨ stato probabilmente piΓΉ popolato di altri, almeno in tempi abbastanza recenti: vi si sarebbe cosΓ¬ accumulato un maggior numero di individui con le relative diversificazioni, che quindi avrebbero impiegato piΓΉ tempo, rispetto ad altre aree del mondo, per scomparire senza lasciare tracce rilevabili.
Anche il fatto che le popolazioni euro-asiatiche appaiano tra loro geneticamente piΓΉ vicine, puΓ² benissimo essere spiegato (Gianfranco Biondi / Olga Rickards), invece che attraverso una loro minor antichitΓ rispetto allβipotetico ceppo protoafricano originario, piuttosto con un reciproco flusso genico molto piΓΉ massiccio, ipotesi peraltro abbastanza logica se osserviamo una semplice carta geografica: checchΓ© ne dica chi oggi parla di βpontiβ e del mare come di un tramite che avvicina genti diverse, sembrerebbe che storicamente il Mar Mediterraneo abbia piuttosto rappresentato una barriera genetica. Senza contare, poi, che gli stessi dati genetici, intesi come βfotografia staticaβ e scevri da ogni interpretazione di carattere storico, ad esempio nel caso del reperto australiano del Lago Mungo evidenziano una sequenza mitocondriale, cioΓ¨ di linea femminile, piΓΉ divergente di qualsiasi altra finora conosciuta comprese quelle africane, quindi chiaramente incompatibile con una provenienza da lΓ¬. Inoltre, altri studi rivelerebbero che le popolazioni della Melanesia sarebbero tra le piΓΉ differenziate del pianeta, presentano molte varianti genetiche altrove ignote e quindi, anche qui, molto poco congruenti con il quadro OOA.
Le varie βsequenzeβ rilevate sono le evidenze odierne delle varie mutazioni, avvenute casualmente nel genoma umano, e che identificano vari βaplogruppiβ, cioΓ¨ in buona sostanza quegli insiemi di individui portatori degli stessi marcatori genetici e quindi di reciproca parentela piΓΉ stretta rispetto ad altri; ma tali mutazioni, Γ¨ bene ricordarlo, sono appunto del tutto casuali ed un elemento essenziale per passare da una rappresentazione βstatico-geograficaβ (le cui evidenze, in sΓ© stesse, sono poco soggette ad interpretazioni) ad una βdinamico-storicaβ (che invece implicano un elevato livello di congetturalitΓ e cercano di spiegare i passaggi temporali attraverso i quali si Γ¨ giunti alla situazione attuale) Γ¨ legato alla stima della velocitΓ alla quale tali mutazioni si sono succedute nel genoma. Un assunto, che perΓ² Γ¨ del tutto indimostrato, di velocitΓ mutazionale grossomodo costante in tutte le popolazioni mondiali, ha portato i genetisti odierni ad ipotizzare una popolazione ancestrale collocata in Africa sulla base della maggior quantitΓ di mutazioni riscontrate ad esempio nei khoisanidi (Boscimani ed Ottentotti) e, di conseguenza, ad interpretare come indice di minor antichitΓ il numero piΓΉ ridotto riscontrato in altre etnie (ad esempio, noi europei): Γ¨ fondamentalmente su questa base che a suo tempo Γ¨ stato formulata lβipotesi della βEva africanaβ, femmina ipoteticamente progenitrice del DNA mitocondriale di tutte le popolazioni mondiali, ad opera di Allan Wilson, poi rivista da Rebecca Cann e Mark Stoneking, le cui conclusioni tuttavia non sarebbero esenti da critiche giΓ nel merito della campionatura scelta a priori (Richard G. Klein). Ma, come detto, lβassunto di una velocitΓ mutazionale costante rimane ancora una mera ipotesi di lavoro (Cavalli Sforza, Christopher B. Stringer) e sembra anzi scontrarsi con evidenze che evidenzierebbero una diversitΓ di ritmo βevolutivoβ tra diverse zone del genoma della stessa specie (Veronique Barriel), come anche con le diverse velocitΓ mutazionali riscontrate in funzione della latitudine di stanziamento: significativamente, sembrerebbe che proprio nelle zone tropicali tale rimo si accentui, suggerendo quindi che le popolazioni ivi dislocate siano soggette ad una piΓΉ sostenuta dinamica di allontanamento rispetto al centro genetico della popolazione.
Di conseguenza, i gruppi meno interessati da tale fenomeno potrebbero essere interpretabili non come piΓΉ recenti ma piuttosto come quelli rimasti piΓΉ vicini al comune punto di partenza. Questo ad esempio potrebbe essere il caso proprio di noi europei, che negli alberi filogenetici ricostruiti dai dati molecolari veniamo rappresentati da un ramo particolarmente corto; se non seguiamo lβassunto di una velocitΓ mutazione uguale per tutte le popolazioni mondiali a tale evidenza si puΓ² dare il significato, che anche Cavalli Sforza Γ¨ costretto ad ammettere come ipotesi alternativa, di un gruppo rimasto piuttosto vicino alla forma umana di partenza.Β Su tali obiezioni interpretative Γ¨ quindi stato ipotizzato che anche lβEva mitocondriale non debba, necessariamente, aver fatto parte di una popolazione protoafricana nΓ© avere per forza lβetΓ di 200.000 anni che le Γ¨ stata attribuita (Bryan Sykes, Francesco Fedele). PiΓΉ recentemente e partendo da altri parametri di ricerca, cioΓ¨ i polimorfismi del cromosoma Y che si trasmette solo per via paterna, i ricercatori Klyosov e Rozhanski hanno tratto delle conclusioni del tutto contrarie alle ipotesi OOA. I due russi hanno infatti rilevato la totale assenza di aplogruppi “tipicamente africani” da un campione di persone non africane: Γ¨ vero che non hanno considerato il fatto che la teoria OOA prevede proprio uno sviluppo di queste linee solo in Africa dopo l’uscita dei primi eurasiatici, ma sulla base di tutte le considerazioni precedenti sembra lecito chiedersi se veramente sia stato stabilito con certezza quale dovette essere l’aplogruppo Y-DNA ancestrale rispetto a tutti gli altri.
In ogni caso Γ¨ comunque sempre Cavalli Sforza a ricordarci come la genetica debba necessariamente appoggiarsi su dati ad essa esterni ed anche come sia possibile una βbidirezionalitΓ β interpretativa dei dati esposti sulle carte βgeno-graficheβ (le mappe delle βcomponenti principaliβ che ha pubblicato nel suo importante βStoria e geografia dei geni umaniβ): dati che non affermano necessariamente se i primi uomini fossero africani e si diffusero verso lβAsia oβ¦ viceversa (!!!). In definitiva le mappe descrivono una situazione statica ed al massimo evidenziano delle βparenteleβ piΓΉ o meno strette tra gruppi diversi, ma non possono mai indicare dinamiche e movimenti migratori: Γ¨ fondamentale ricordarsi che questi li aggiungiamo sempre noi, sulla base di altri elementi, esterni alla genetica e con il supporto di ulteriori teorie. Ed, in conclusione, bisogna anche ricordare che il modello migratorio ipotizzato dalla OOA (uno o piΓΉ gruppi usciti dallβAfrica, lasciando in sito una larga parte della popolazione rimanente) Γ¨ fondamentalmente diverso da quella che vedremo, con ogni probabilitΓ partita dal settentrione eurasiatico e le cui tracce sono state quasi del tutto cancellate dagli eventi glaciali del wurmiano. Un settentrione eurasiatico che infatti Γ¨ ad oggi quasi del tutto disabitato, o ripopolato solo da tempi relativamente recenti, peraltro non da popolazioni ivi originatesi ma adattatesi solo da pochi millenni (Γ¨, ad esempio, il caso degli Inuit); ed Γ¨ quindi chiaro che la distorsione interpretativa di carattere demografico accennata sopra (Paul Jordan, Steve Olson), cioΓ¨ quella dovuta alla conservazione di alcune linee genetiche altrove andate perdute, non possa applicarsi alle attuali aree artiche.

La visuale ciclica, lβUomo primordiale, il Polo
Qual Γ¨, dunque, il modello piΓΉ consono nel quale inquadrare la storia umana e che, ad un tempo, superi sia le poco convincenti concezioni evolutivo-ascendenti che quelle afrocentriche?Β Autori quali Julius Evola e RenΓ© Guenon hanno dato una risposta a questa domanda, come vedremo appoggiandosi peraltro a Miti e Tradizioni di ogni angolo del pianeta: una fonte imprescindibile per integrare le stesse evidenze scientifiche. Ascoltare ANCHE quanto hanno da dire i βtestimoni sul campoβ, nella persona dei loro lontani eredi, in merito alle vicende preistoriche e cercare di integrare queste informazioni con le piΓΉ recenti indagini scientifiche non mi pare unβoperazione arbitraria, ma di semplice buon senso.Β
Lo spunto principale che ci arriva da questa diversa prospettiva Γ¨ che lβandamento della storia umana non sarebbe lineare-unitario, ma CICLICO: implicherebbe cioΓ¨ lβesistenza di PIΓ umanitΓ , e la summenzionata eccezionale antichitΓ di molti reperti Sapiens starebbe a dimostrarlo come evidenze di Ere precedenti. Ogni umanitΓ sarebbe compresa in un ciclo definito βManvantaraβ, macro-periodo chiuso e separato dagli altri (precedenti e successivi), un concetto che RenΓ© Guenon ha ripreso dalla Tradizione IndΓΉ con una serie di rielaborazioni sulle quali qui non ci soffermeremo. In ogni caso, nellβottica guenoniana la durata del Manvantara Γ¨ pari a circa 65.000 anni e tale periodo complessivo Γ¨ a sua volta suddiviso in 4 Yuga (Satya Yuga, Treta Yuga, Dvapara Yuga e Kali Yuga, di durata decrescente in proporzione 4-3-2-1) o anche in 5 Grandi Anni (cioΓ¨ 5 periodi invece di durata uguale, pari ciascuno a circa 13.000 anni, ovvero la metΓ di un ciclo precessionale completo); sono due criteri di suddivisione non alternativi ma coesistenti, ed il secondo β in 5 Grandi Anni β a mio avviso potrebbe corrispondere allo schema del greco Esiodo, che parlΓ² di 5 EtΓ : EtΓ dellβOro, EtΓ dellβArgento, EtΓ del Bronzo, EtΓ degli Eroi, EtΓ del Ferro.
La prima considerazione da fare sulle fonti tradizionali in merito al tema delle origini umane Γ¨ che nessuna pare confermare lβipotesi evoluzionista, e nemmeno quella afrocentrica. Lβuomo, cioΓ¨, non viene mai concepito come un essere derivante da inferiori forme animali, bensΓ¬ appare piuttosto come qualcosa di βcadutoβ da superiori stati βsuper-umaniβ. Se infatti lo storico delle religioni Mircea Eliade ha opportunamente messo in luce il tema, quasi ecumenico, della βnostalgia delle originiβ, cioΓ¨ quel diffuso sentimento di malinconico ricordo di una superiore condizione esistenziale originaria, possiamo ricordare, a tale proposito, il tema della prima razza esiodea, aurea e che βviveva come Deiβ, avvicinabile al tema dellβAndrogine platonico, perfetto nella sua completezza, come perfetta ed ancora unitaria era la super-casta originaria Hamsa della Tradizione IndΓΉ, prima della sua polarizzazione nelle entitΓ successive. Temi che alludono, dunque, ad una sorta di divinizzazione di quello che dovette essere lβuomo dei primordi, presente ad esempio in Erodoto quando parla degli Iperborei definiti βuomini trasparentiβ, o al cinese Li-Tze che cita uomini del nord βtrascendentiβ e dalle βossa deboliβ. Nello stesso Islam, a nord si colloca quella Hurqaliya, βterra delle animeβ, mentre nella Tradizione celtica si cita la βterra dei viventiβ abitata da Elfi. Accenni che evidenziano chiaramente anche un ulteriore tema, quello di una βdiversa corporeitΓ β dellβuomo primordiale, che peraltro sembrerebbe essere confermata nella quasi totale assenza di reperti scheletrici e litici relazionabili a Homo Sapiens nel lasso 65-52.000 anni fa, ovvero il Primo Grande Anno del presente Manvantara, quello che nella suddivisione quinaria corrisponderebbe, a mio avviso, allβEtΓ dellβOro di Esiodo.
Un secondo tema che pare emergere, Γ¨ quello legato alla polaritΓ , con il concetto di Axis Mundi e di una centralitΓ anche spirituale (ad esempio il Monte Meru della Tradizione IndΓΉ), peraltro rimarcata sempre da Julius Evola e RenΓ¨ Guenon, e di una chiara borealitΓ primordiale. Ad esempio, anche nel Vecchio Testamento, precisamente in Isaia 14,13 si legge che la dimora divina sarebbe sul βmonte dellβassembleaβ il quale si trova βnelle parti piΓΉ remote del settentrioneβ; ma comunque terre boreali legate ai tempi delle origini si ritrovano anche nei miti tibetani, con Shambhala, o, ancora nella Tradizione IndΓΉ, le terre di Shvetadvipa e, poi, di Shakadvipa, forse interne al piΓΉ grande continente polare di Ilavrita. LβIran ricorda la Ayrianem Vaejo, forse piΓΉ tarda ma pur sempre collocata alle piΓΉ alte latitudini, mentre nella Tradizione norrena si cita Asgard, residenza dei divini Aesir. Nella tradizione classica sono note le terre di Thule e di Hyperborea, questβultima menzionata, in vari contesti, da molti autori (Ecateo di Abdera, Ecateo di Mileto, Erodoto, Esiodo, Pindaro, Omeroβ¦) mentre per Thule vi Γ¨ il celebre viaggio di Pitea di Marsiglia; nel modo latino vi sono analoghi cenni in Virgilio e in Plinio di Vecchio. Addirittura nei contesti mesoamericani si menziona una Tula originaria, visibilmente assonante con la Thule ellenica, come anche nei miti zingari si accenna alla Siberia come paradiso primordiale.

LβEden artico, la Beringia ed i primi uomini
SenonchΓ¨, ci si puΓ² chiedere se tali localizzazioni possano esser messe in relazione, oltre che ad un momento autenticamente primordiale e connotato, come detto, da una condizione super-umana e di βdiversa corporeitΓ β dellβEssere delle origini, anche ad una fase successiva nella quale lβuomo assume la veste fisiologica odierna e non si identifica piΓΉ con i βNumiβ: quel momento, cioΓ¨, nel quale gli DΓ¨i passano ad essere i βfratelli potenti degli uominiβ, testimoniando, quindi, che ora il punto di osservazione Γ¨ passato βal di quaβ del limite umano/sovrumano e contraddistingue ormai una forma corporeizzata secondo i canoni odierni, biologicamente Sapiens. Lβevento cruciale di tale passaggio, a mio avviso ha lasciato tracce mitiche ben precise: Γ¨ il βtaglioβ di Kronos che con la sua falce separa Urano e Gea e conclude una precedente fase ancora aurorale; Γ¨ la super-casta Hamsa che si polarizza nelle due caste superiori (Brahmana, sacerdoti, e Kshatriya, guerrieri); Γ¨ il sonno dellβAdamo ancora unitario, dal quale viene estratta la Femmina (come poi vedremo, ulteriormente distinta nella coppia Lilith-Eva); Γ¨ Pandora che arriva a gettare scompiglio nellβindistinta umanitΓ prometeica. In altri termini, cioΓ¨, la Femmina che si manifesta appare come lβelemento della corporeitΓ che emerge, il dato del βsensibileβ che si appalesa, ora, a fianco di quello piΓΉ prettamente βnoeticoβ, maschile.
Quindi una corporeizzazione umana che appare quasi come βprecipitazioneβ di una soluzione satura, che tuttavia si verifica sempre allβinterno del Satya Yuga, a mio avviso precisamente in corrispondenza della sua metΓ , cioΓ¨ nel passaggio dal Primo al Secondo Grande Anno del Manvantara; ovviamente attraverso tale corporeizzazione, lβuomo adesso viene sottoposto alle condizioni ambientali proprie del nostro piano di esistenza. In conseguenza di ciΓ², Γ¨ quindi lecito chiedersi come possano conciliarsi le avverse condizioni climatiche dellβArtico con lβesistenza umana, peraltro ricordata nei miti secondo i canoni di uno stato βedenicoβ dalle caratteristiche gradevoli. La risposta Γ¨ che, evidentemente, alcune decine di migliaia di anni fa le aree boreali furono interessate da condizioni ben diverse da quelle attuali. Intanto si puΓ² ricordare che il Mar Glaciale Artico al tempo dovette presentare una situazione idrografica piΓΉ chiusa per la presenza di vaste aree emerse, conseguenza della glaciazione che imprigionava milioni di chilometri cubi di acqua con il conseguente abbassamento del livello marino, su scala globale, di almeno 120 metri; aree emerse che a oriente impedivano del tutto il collegamento con lβOceano Pacifico (lo stretto di Bering era chiuso) e ad occidente limitavano di molto il collegamento con lβOceano Atlantico (vaste aree emerse tra le isole Britanniche e lβIslanda/Groenlandia). Di conseguenza il bacino artico presentava una temperatura superiore a quella odierna (studi di Saks, Belov, Lapina) e sicuramente non era ghiacciato, perchΓ© altrimenti non avrebbe potuto fornire, attraverso lβevaporazione acquea, quelle enormi masse di umiditΓ che, raffreddandosi in quota, dovettero necessariamente rifornire la calotta wurmiana attraverso le continue, abbondanti, nevicate.
Ma, oltre al mare, anche la terraferma offre diversi elementi testimonianti una clima quasi temperato attraverso ritrovamenti vegetali, animali, o evidenze stratigrafiche evidenzianti sorprendenti assenze di glaciazione: dallβIsola di Baffin, alla Groenlandia settentrionale, la Norvegia e la Finlandia settentrionale, il bacino del Pechora e la costa russa sul mar di Barents, i ritrovamenti di Vladimir Pitulko alla foce dello Jenissej (databili 45.000 anni fa), il delta de fiume Yana nella Siberia orientale, per arrivare alla vasta terra di Beringia, probabilmente lussureggiante ed emersa per centinaia di migliaia di chilometri quadrati. E proprio in merito a questa, va notato come recentemente con il nome βOut of Beringiaβ (Spencer Wells) Γ¨ stato denominato un modello scientifico secondo il quale si ipotizza che popolazioni rimaste stanziali in zona per un lasso non trascurabile di tempo, abbiano ivi subito un processo piuttosto marcato di diversificazione genetica, per partire solo in un secondo momento, ed a scansioni diverse, verso mete piΓΉ meridionali, sia in direzione sudorientale che sudoccidentale. Γ evidente come, dal nostro punto di vista βborealeβ, tale ipotesi sia estremamente interessante: anche se la teoria βOut of Beringiaβ non viene posta in reale alternativa alla βOut of Africaβ, ma ne sottolinei al massimo una funzione di βcentro di smistamentoβ, che fu importante ma pur sempre secondario, a mio avviso ciΓ² non toglie che ci troviamo davanti ad unβipotesi comunque non trascurabile di βcullaβ umana posta a latitudini significativamente elevate, che non risulta prima fossero mai state teorizzate dalla moderna ricerca scientifica. Per inciso, poco piΓΉ ad est, in America, si trova il sito di Old Crow nello Yukon settentrionale, forse databile 50.000 anni fa (Fiorenzo Facchini) che peraltro sembrerebbe tra i piΓΉ antichi siti americani, diversi dei quali (Topper, Taber, Monte Verdeβ¦) presentano datazioni cosΓ¬ elevate, almeno 40.000 anni, da mettere in seria discussione un ulteriore βdogmaβ della paleoantropologia attuale, ovvero il βClovis firstβ (ovvero lβassunto che la cultura Clovis, di soli 13-14.000 anni fa, rappresenti la prima traccia di presenza umana nel continente americano).
Si tratta quindi di terre che potenzialmente erano adatte a sostenere la presenza umana, ed in particolare lβarea tra Siberia orientale ed Alaska occidentale sembra particolarmente interessante non solo per il modello βOut of Beringiaβ, ma anche per un collegamento di carattere mitico con quanto riportato nella Tradizione IndΓΉ a proposito della terra di Varahi, corrispondente al terzo Avatara di Vishnu, il Cinghiale (probabilmente βdiscesoβ 52.000 anni fa), in rapporto al quale dovette verificarsi una sorta di βpassaggioβ sacrale dalla regione piΓΉ prettamente polare a quella nordorientale. Lβantica Beringia potrebbe dunque essere stata quellβEden primordiale che, nel corso del Secondo Grande Anno del Manvantara,Β ospitΓ² la prima umanitΓ corporeizzata βpost-androginicaβ e forse unβulteriore conferma di ciΓ² puΓ² sussistere nellβidentica radice βVaraβ che nella vicina lingua iranica significa quel βrecintoβ che avrebbe circoscritto il βPairi-daezaβ (rif. interessanti note di Giuseppe Acerbi), cioΓ¨ il βParadiso terrestreβ del mito biblico. Quindi condizioni paradisiache anche per unβumanitΓ ormai corporeizzata (ricordiamoci che comunque ci troviamo ancora nel Satya Yuga) e che trovano riscontro anche in analoghi passi della Tradizione classica: in Ovidio e Virgilio, si ricorda infatti quellβantica βeterna primaveraβ che testimonierebbe anche di unβaltra particolaritΓ climatico-astronomica, ovvero lβassenza delle stagioni conseguente alla perpendicolaritΓ dellβasse terrestre rispetto al piano dellβeclittica, sottolineata anche da RenΓ© Guenon e Julius Evola per i tempi primordiali.
Il dato dellβ βeterna primaveraβ puΓ², inoltre, portare a delle considerazioni di carattere antropologico, chiedendoci quale tipo umano puΓ² essersi sviluppato in quelle particolari condizioni. Pur trovandoci alle alte latitudini, la relativa mitezza climatica non sembra coerente con lo sviluppo di un tipo dalle caratteristiche nordiche secondo i canoni attuali, che sembrano essersi stabilizzate in contesti piΓΉ freddi. Dato il livello comunque non eccessivo di irradiazione solare, sembra dβaltro canto fuori discussione lo sviluppo di tipi melanodermi, mentre quello di popolazioni simili agli attuali est-asiatici non pare corroborato da ritrovamenti scheletrici particolarmente antichi. In definitiva, mongolidi, negridi e nordici βclassiciβ sono tipi altamente specializzati ed, in varia misura, piuttosto recenti, che non sembrano adatti a rivestire i panni della prima umanitΓ .
Rimarrebbe un ultimo gruppo, tradizionalmente noto come Razza Rossa, ed infatti sembra anche particolarmente significativo che Evola, quando porta esempi fotografici di quei βresti della razza prenordicaβ (la razza primordiale di origine artica, a rigore solo un poβ meno antica del nucleo veramente unitario ed ecumenico di partenza) proponga individui per nulla biondi o dalla pigmentazione eccezionalmente chiara, oltretutto rinvenendoli in gran parte tra i Nativi nord-americani. In termini un poβ meno stretti, si puΓ² forse dire che la stirpe di partenza puΓ² aver avuto delle caratteristiche βpaleoeuropoidiβ o βcaucasoidi arcaicheβ (visto che, come detto, quelle piΓΉ specificatamente europidi, negridi e mongolidi si sono sviluppate piΓΉ tardi), dal momento che questo tipo, piΓΉ βgenericoβ sembra attestato un poβ ovunque sul pianeta come substrato antecedente ad ogni stratificazione/specializzazione successiva (Biasutti, Giuffrida-Ruggeri, Grottanelli, Olson). Per fare un altro esempio, si tratterebbe di una forma non lontana dagli attuali Ainu giapponesi e, forse, ai Combe Capelle preistorici, definiti anche βprotomediterraneiβ, che infatti sembrano antecedenti agli stessi Cro-Magnon.

Le prime migrazioni da Nord
Nel mondo i primi reperti Sapiens attribuibili a questo Manvantara inziano ad apparire circa 50.000 anni fa, e quindi testimonierebbero una primissima migrazione βOut of Beringiaβ poco dopo lβantropogenesi corporeizzata di 52.000 anni fa. Si puΓ² quindi pensare ad una quasi immediata dicotomizzazione del ceppo umano primordiale, ad una prima divisione tra coloro che uscirono precocemente dallβEden nordico e coloro che vi rimasero; e siccome, come sopra accennato, il tema della corporeitΓ viene spesso accostato al concetto della Femmina, non si puΓ² escludere che un lontano richiamo di questa prima separazione possa risiedere nella βduplicitΓ β che spesso viene accostato alla donna. Nel Mito iranico, ad esempio, lβuomo primordiale Gayomart ha due spose, una bianca ed una nera, come anche nel contesto semitico si ricorda che Adamo, prima di Eva, ebbe in consorte lβoscura Lilith.
E proprio Lilith, con la sua repentina fuga dal Paradiso Terrestre ed in relazione ad alcuni elementi che la collegherebbero allβaustralitΓ (Jacques Bril, Giuseppe Sermonti), potrebbe rappresentare quella prima ondata di genti che si diressero βverticalmenteβ a sud, verso le zone tropicali, in tempi cosΓ¬ antichi ed instaurando un tipo di civiltΓ di segno soprattutto ctonio/lunare da smarrire quasi completamente ogni riferimento allβoriginaria borealitΓ , ma non fino al punto di non conservarne qualche flebile traccia: ad esempio i ricordi polari dei pigmoidi Semang malesi, o i lontani elementi culturali che lβetnologo Leo Frobenius ritenne di scorgere tra i Boscimani sudafricani. Anche nel libro βIl Selvaggio. Saggio sulle degenerazione umanaβ Silvano Lorenzoni inquadra le popolazioni pigmoidi come le βprime caduteβ giunte dalle aree nordiche, nucleo probabilmente iniziale dei molto piΓΉ tardi negridi (come anche ritenuto dallβantropologo Carleton Coon). Unβuscita precoce e geograficamente finita molto lontano dalla sede primaria che avrebbe condotto tali gruppi ad esporsi, analogamente, ai primi fenomeni di βderiva geneticaβ e di allontanamento rapido dal tronco umano piΓΉ centrale, evidenziando ancora oggi quellβelevato numero di mutazioni che, erroneamente, viene interpretato come indice di maggiore antichitΓ invece che di maggiore perifericitΓ . Invece, la rimanente parte dellβumanitΓ rimasta a nord, in termini antropologici potrebbe corrispondere a quella razza βpaleoarticaβ ipotizzata da Wiklund, dalla quale piΓΉ tardi si sarebbero differenziati sia gli europidi che i mongolidi e, in termini genetici, forse coincidere, o rappresentare lβambito entro il quale si sarebbe poi specificato, quellβarcaico gruppo βnordeurasiaticoβ che alcune ricerche recenti avrebbero individuato alla radice di TUTTI gli attuali europei.
Ma dopo qualche millennio, anche questβinsieme si sarebbe a sua volta diviso, in primis ad opera delle popolazioni accostabili ad Eva, che, proprio come una βcostolaβ si sarebbe separata piΓΉ o meno lateralmente da un nucleo βadamicoβ ancora piΓΉ interno, andando perΓ² ad occupare sedi decisamente meno australi dei βlilithianiβ precedenti:Β probabilmente favoriti nelle loro migrazioni da un periodo climaticamente meno rigido, forse corrispondente allβinterstadio Laufen/Gottweig, tali gruppi si sarebbero dispiegati soprattutto lungo una direttrice est-ovest lasciando forse una traccia della loro antica unitΓ in quella che oggi appare come la frammentata superfamiglia linguistica βsinodenecaucasicaβ composta dal Basco, alcune parlate caucasiche, il Burushaski pakistano, il Ket dello Jenissei, il Sinotibetano ed il Na-dene nordamericano. Non si potrebbe escludere che il ramo piΓΉ occidentale di questo raggruppamento abbia avuto una qualche relazione con i βprenordiciβ ipotizzati da Hermann Wirth, probabilmente attestati in aree subartico-nordatlantiche, terre che al tempo dovettero essere emerse soprattutto in prossimitΓ della linea Irlanda-Islanda, dove ora giace sommerso il banco di Rockall.
Inoltre, unβinteressante tradizione di ambito cristiano riferisce che Eva era uscita dallβEden e qui venne tentata dal Serpente che la convinse a peccare: forse unβimmagine figurata per simboleggiare lβinizio di una serie di contatti degli βevaiciβ con le genti βlilithianeβ, carattere etnico e spirituale, che non escluderei potrebbe essere testimoniata dalla progressiva βondata di ritornoβ verso nord di segni e simboli che Evola riconduce alla βLuce del Sudβ. Significativa appare, ad esempio, una delle prime statuette del Paleolitico Superiore, quella dellβuomo-leone di Hohlenstein, nel sud della Germania e che potrebbe avere 40.000 anni: evidenza di una penetrazione verso nord di riferimenti mitici piΓΉ meridionali ed, oltretutto, in significativa assonanza con quello che fu il quarto avatara di Vishnu, Narasimha, lβuomo-leone, ovvero lβultimo del Satya Yuga (e ricordiamo che quello successivo, il primo del Treta Yuga, fu Vamana, il nano: visibilmente accostabile alle popolazioni pigmoidi che avrebbero preso il sopravvento di lΓ¬ a poco).

Conflitto, Caduta e abbandono del Nord
Dunque verso il finire dellβEtΓ Paradisiaca nei settori atlantici dovettero verificarsi importanti ed articolati fenomeni meticciatori tra stirpi piΓΉ o meno direttamente derivate dallβoriginario tronco boreale: furono le βfiglie degli uominiβ che si unirono ai βfigli di Dioβ, generando infine quei Giganti occidentali che potrebbero corrispondere ai Cro-Magnon, sensibilmente piΓΉ alti dei precedenti Combe Capelle (Homo Aurignacensis) e che anche secondo Herman Wirth sarebbero il risultato dellβunione di varie stirpi, piΓΉ o meno nordiche. Il raggiungimento del senso di una specificitΓ etnica e spirituale nei confronti dei ceppi βadamiciβ piΓΉ boreali ed originari avrebbe condotto queste popolazioni a muovere, nei loro confronti, un conflitto che il Mito ricorda con il tema del colpo sferrato da Atalanta nei confronti del Cinghiale, simbolo sacerdotale, ricordato anche da RenΓ¨ Guenon. Sempre in ambito ellenico, la discordia tra gli βadamiciβ nordorientali e gli βevaiciβ occidentali viene probabilmente ricordata anche nelle vicende della Titanomachia, evento bellico che sancisce infine la vittoria di Zeus ma anche la fine di unβEra e lβavvento delle stagioni.
Gli effetti macrocosmici di tali eventi spirituali, e la loro reciproca solidarietΓ , implicΓ² dunque come causa/effetto finale lβinclinazione dellβasse terrestre rispetto al piano dellβeclittica, la βCadutaβ del polo celeste e, con esso, lβabbandono definitivo delle aree iperboreo-orientali alla fine del Secondo Grande Anno del Manvantara. Il nucleo βadamicoβ fino ad allora rimasto relativamente compatto, iniziΓ² anchβesso a disperdersi, mantenendo tuttavia una certa memoria dellβunitΓ originaria attraverso la comune appartenenza delle varie famiglie linguistiche da esso derivante in una macro-entitΓ che Γ¨ stata definita in vari modi, soprattutto βnostraticoβ, ma a mio parere meglio espressa da alcuni ricercatori quali Dolgopolskij (βBorealeβ), Andreev (βPaleoborealeβ) e Greenberg (βEurasiaticoβ). In ogni caso, subito dopo la βCadutaβ e la perdita dellβEden nordico, giunse una fase di particolare influenza dei βGigantiβ Cro-Magnon, che forse corrisposero alla βrazza di bronzoβ di Esiodo, che in effetti fu la terza della sua serie quinaria, comβΓ¨ anche vero che ora ci troviamo nel Terzo Grande Anno del Manvantara.
La notevole energia e vitalitΓ di questo tipo puΓ² forse trovare conferma anche nelle tracce genetiche osservabili dalla βseconda componente principaleβ rilevata da Cavalli Sforza, che infatti denota due poli opposti, uno nella Scandinavia settentrionale e lβaltro nella zona pirenaica: questβultimo, perΓ², non arriva a sommergere del tutto lβantico debito con le stirpi piΓΉ direttamente riconducibili al ceppo nordico originario, dal momento che mentre le tracce genetiche degli antichi βnordeurasiaticiβ sembrerebbero riscontrabili, come detto sopra, in TUTTI gli attuali europei, quelle del nucleo piΓΉ cromagnoide-occidentale (che in piccola misura possono aver ricevuto, nei processi meticciatori descritti, anche una certa quota di geni βlilithianiβ dallβAfrica) pare non abbia influenzato la parte nordorientale del nostro continente. Tuttavia i Cro-Magnon costituirebbero la forma dalla quale si sarebbero poi originati diversi tipi europei, tra i quali i paleo-atlantidi (bruni) e, in una variante depigmentata, quei βdaliciβ che Evola ricorda anche come βrazza bionda pesanteβ, probabilmente sviluppatasi sotto la pressione dei rigori glaciali in tempi ormai lontani dallβ βeterna primaveraβ di 20.000 anni prima. Tale ceppo, forse corrispondente alla βrazza eroicaβ di Esiodo (la quarta, nel suo schema quinario), avrebbe poi ricevuto numerosi innesti dallβantica linea βcombecapelloideβ piΓΉ leggera per infine giungere alla formazione della razza nordica βclassicaβ, dalla corporatura βleptomorfaβ cioΓ¨ piΓΉ snella e slanciata: sarebbe stato in questβambito βnordico-eroicoβ che si sarebbe infine enucleata, nel corso del Quarto Grande Anno β quindi in tempi giΓ distanti dallβEden nordorientale ma tuttavia ancora paleolitici β la famiglia etnolinguistica indoeuropea nella sua βUrheimatβ in prossimitΓ del Mar di Barents, i cui dettagli sono stati esposti nel precedente incontro su βLe radici antiche degli Indoeuropeiβ.

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
Nota: per ovvie ragioni di praticitΓ , nella conferenza βPatria Artica o Madre Africa?β del 24/2/2017 si Γ¨ dovuto necessariamente sorvolare su diversi aspetti legati ai temi delle origini. Tuttavia, pur senza minimamente pretendere di essere esaustiva, nella stesura della presente bibliografia si Γ¨ preferito offrire ai lettori un ventaglio il piΓΉ ampio possibile di riferimenti utili: Γ¨ stato quindi inserito anche qualche testo non direttamente richiamato nellβesposizione dellβarticolo, ma le cui tematiche sono comunque strettamente connesse al filo generale del discorso anche se non si Γ¨ potuto svilupparle adeguatamente. Le edizioni indicate sono quelle effettivamente consultate, ma molti libri ormai sono stati successivamente ristampati.Β Β
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3 commenti su “Patria artica o “Madre Africa”?”